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COMPILATE NELLO STUDIO
DI BASILIO PUOTI
PARTE SECONDA
LUGANO
SELLA TIP. VELADINI E COMP.
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PREFAZIONE.
il ella prima parte della nostra Grammatica lasciammo di trattar di quelle cose, che avrebbero potuto renderla oscura ed intralciata, avendo in animo di ragionarne in questa seconda parte. Il perchè questo libro, nel quale si contengono spezialmente le regole della Sintassi, incomincia da alcune giunte ed osservazioni a’ pronomi, ai verbi e ad altre parti dell’orazione. In queste abbiamo discorso tutte le eccezioni e le particolarità, che credemmo dovere sceverar dalla prima parte, come quelle che poteano, in luogo di aiutare, confonder la niente de’giovanetti. Ancora sono state da noi qui allogale, e non nella prima parte, tutte le diverse ed antiche uscite de’verbi Essere ed Avere. Dappoiché questi due verbi
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sono necessari per formare i tempi composti di tutti gli altri; ed avendone i giovani imparate le voci, che oggi sono da usare, è mestieri che imparino ancora quelle, le quali, quantunque non in uso, pur si trovano sovente ne’libri degli antichi scrittori. Abbiamo inoltre voluto di nuovo ragionare della concordanza, della quale si era assai brevemente toccalo nella prima parte; e quanto al reggimento ci siamo discostali dal Corticelli, non da desiderio di novità a cosi fare indotti, ma da ragione. Perocché se a quel valente uomo parve di dover seguitare in tutto il metodo dell’Alvaro, noi considerando che 1’ indole della nostra favella è diversa da quella della latina, abbiamo credulo di dover tenere altro più conveniente metodo, e cacciar fuori della nostra Sintassi alcune regole che sono proprie della latina c non dell’italiana lingua. Però a’verbi, che piacque al Corticelli di chiamar locali, noi qui non abbiamo dato luogo, perocché quando si ragiona di moto o di stalo, il reggimento nell’italiano è proprio delle preposizioni e uon de’verbi. Laonde nelle giunte sol di alcune di questa specie di preposizioni si è da noi ragionato, lasciando star tutte le
altre, che saranno comprese nel Trattalo 'Ielle Particelle Italiane, che di corto daremo in luce. E intorno al reggimento de’verbi ci siamo stati contenti a dar solo regole generali, e non abbiamo voluto arrecare in mezzo, come pure taluni altri han fatto, lunghe liste di verbi, essendo questi in sì gran numero e sì svariati, che deesi riputar piuttosto opera da vocabolario il riferirli tutti ordinatamente, che da Grammatica. Da ultimo considerando che l’ortografia, e l’ortoepia in molte cose si accordano insieme, ed in poche solo e nel modo onde fanno il loro ufficio differiscono tra loro, ci siamo deliberati di doverne fare un solo trattato, perchè l’una porga lume e chiarezza all’altra.
Dando fuori questa seconda parte delle nostre Regole Elementari della lingua italiana, torniamo a pregare i pratichi ed intendenti uomini delle cose della nostra favella di doverci esser cortesi de’loro avvertimenti e consigli; e pur, come l’altra volta, loro promettiamo docilità somma e gratitudine.
GIUNTE ED OSSERVAZIONI
A L L’ E T1 M O E O G IA
de’ «osii,
§• t. Delle parole composte di due nomi.
essendo la declinazione delle parole composte di due nomi piena di difficultà , dappoiché alcune volte conviene nel plurale variar la desinenza di ambedue i nomi, ed altre volte di un solo, noi prendendo a guida il prospetto delle declinazioni dei nomi toscani del eli. abbate Greco, fermeremo alcune brevi e costanti regole, che convien seguitare nella declinazione di questi nomi.
Primamente è mestieri sapere che il primo dei due nomi, ond’è composta una di queste parole, si chiama prima parie, e seconda parie 1’ altro ; onde nelle parole a modo d’ esempio cartapesta, capocaccia, la prima parte di queste voci è carili j e capo, e la seconda pesta, e caccia.
La prima parte non sempre si varia al plurale, specialmente:
i.° Quando è un nome tronco, aggettivo o suslantivo che sia; onde si dirà il biuondalo i
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buondati (i), il melarancio i melaranci (a), la melarancia le melarance (3), il malvogliale i malvogliali. — Il reame di Soria ha sotto di se molti paesi, egli ha Palestina, Galilea, Giudea ed altri paesi buondatj. Lib. Viag. — In mezzo di questi si saranno annoverati molti melaranci carichi ad un’ora di fiori e di verdi frutti e di dorali. Amet. 46. •— A cui puzzano i fior di melarance. Firenz. Dialog. bel. don. 409.— Sono stati mai malvoglienli, di chi n’ha fatto dipignere alcuno. Frane. Sacc.
2. ° Quando la prima parte è un nome su- stantivo, che stia in forza di caso obliquo, ovvero di preposizione , come fedecommesso, fedecom- messi-fededegno,fededegni • capogiro, capo giri- il v’cegerente, i vicegerenti • viceconsolo, viceconsoli • vicecaso, vicecasi ■ vicetempo, vicelempi—Quando si determina dell’eredità, ma non delle cose legate e fedecommessi. Maestr. a. 3a. — La divina autorità con alcune fededegne testificazioni. S. Agost. C. D. i. 26. — Quali strani capogiri D’improvviso mi fan guerra! Redi, dit. 38. — Con luti’i disavvantaggi degli articoli, vicecasi e vicetempi che si convengono replicare ad ogni poco. Tac. IJav. Baco. Val.
3. ° Quando è voce laiina , o di latina desinenza o greca: L ’Agnusdei, gli Agnus dei - il Paternostro, i Paternostri - 1’ antropofago, gli antropofaghi- il monosillabo, i monosillabi — Il re fece giurar sugli Agnusdei. Arios. Fur. 28. 4o. —Dopo più sospiri lasciale, stare il dir de’ Paternostri. Bocc. Introd. — Un presepe grandissimo di bestie
(1) Molta e buona quantità.
( 2 ) Albero che produce le melarance.
(3) Spezie d’agrume da noi della Portogallo.
Stranissime, antropofaghi, centauri ecc. Buon Fier. i.3. — Non par che molto grato suono, facciano quei cinque monosillabi. Salv. Pros. Tose. i. 47-
4-° Da ultimo i nomi composti indicanti co-, lori sono anche invariabili nella prima parte, che per lo più si riguarda come un aggettivo. Onde si dirà il verdebruno, i verdebruni - il ver- degiglio, i verdegiglij e per una certa similitudine si dirà il biancomangiare, i biancomangiari.
Ma se la prima parte non ha alcun degli accidenti testé detti, si varia sempre nel plurale. Onde si dirà capolavoro, capilavori-bassorilievo, bastiritievi - pannolino, pannilini.
Avvertimento primo.
Ci ha ancora molti nomi composti, la cui prima parte si trova sempre invariata, quantunque regolarmente dovrebbe variarsi. Onde leggiamo cassamadia, le cassamadie ■ cassapanca, le cassapanche - madreperla, le madreperle — E casse e cassapanche e padiglioni. Buon. Fier. 4 2 * — Queste sono le madreperle, le quali si levarono in varie guise. Gal. sist. 79 .
La seconda parte poi di questi nomi si varia sempre, eccettochè ne’cognomi delle famiglie, o quando fosse un genitivo latino, o finalmente quando si dee prendere in sentimento del numero del meno. Onde si dirà i capicaccia, i capiscuola, i capiparle, cioè i capi di una medesima caccia, d’ una stessa scuola, d’una stessa parte o fazione. — Vedendo certe guardie ecc., certi rivedimeli di rocche, certi sbrancamenli di eapiparte. Car. lett. 1 . 61 .
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Avvenimento secondo.
I cognomi delle famiglie soglionsi sempre adoperare invariabilmente in tutte e due le parti; onde si dirà VAcquaviva, gli Acquaviva-\\ Casanova, i Casanova - il Forlebraccio, i Fortebraccio.
§. 2. De" nomi personali.
Quanto ai due nomi personali, io e tu, si dee primamente avvertire che il nome tu si trova talvolta affisso alla seconda persona del singolare del passato rimoto dell’indicativo di alcuni verbi, togliendone le due ultime lettere Me non battesti! maij cioè Battesti tu. Bocc. n. 68. — E quando fostù questa notte più in questa casa, non che con meco ?
Quantunque questi nomi non si possono riferire che a persone, pure ci, vi, ne, che fanno spesso le veci de’loro dativi ed accusativi, rife- risconsi talvolta a cosa, come — Per avventura £ opera potrà essere andata in modo, che noi ci troveremo buon compenso. Bocc. n. 17; cioè a questa opera troveremo buon compenso — Deliberar tulli e tre di dover trovar modo da ungersi
11 grifo alle spese di Calandrino: e senza troppo indugio darvi (dare a questa deliberazione) gli si fece incontro Nello. Bocc. n. 23 . — Assai volle aveva udito ragionare di quanto onore le f rondi di quello (alloro) erari degne, e quanto degno di onore facevano, chi ne (di quelle frondi ) era meritamente incoronato. Bocc. lntr.
Deesi da ultimo por mente che, quantunque si trovino più spesso de’ pronomi adoperate le particelle pronominali, mi, ci, si, vi, ne, pure quando ci è corrispondenza di pronomi, e in
certi modi di dire, debbesi necessariamente far uso di questi , e non delle particelle pronominali , come: Cristo disse loro (agli Apostoli): come Iddio padre ama me , così amo io voi. Cav. Specchio di Croce cap. 4 $. — Ornare sè per sè è amore vizioso, principio e cagione d’ogni vizio, e d'ogni peccalo, e chiamasi l'amore proprio . Non dei dunque, o uomo, amare te
per te, ma per Iddio .... E così dei amare il prossimo, non per sè, cioè a sua militate, o a suo diletto, nè per lui, che sia il fine dell’amore suo, ma per Iddio, al quale, e per lo quale dei amare e sè, e lui. Pass. 194.
DEGLI ARTICOLI.
§. 1. Delle voci che scacciati sempre l’articolo.
Gli articoli abbiamo detto che fanno l’ufficio non pure d’indicare il genere, ed il numero del nome a cui vanno uniti, ma di determinare ancora la cosa di cui si vuole parlare. E però siccome quando si vuole indeterminatamente adoperare un nome , se gli toglie 1’ articolo ; cosi del pari quando il nome è da per sè stesso ab- bastautemente determinato, deesi pure senza di quello adoperare. Ond’è venuto l’uso costante degli scrittori di usar senz’articolo il nome Dio, e i nomi propri delle persone, perchè abbastanza determinate. — La fede ci dirizza verso Dio , credendo ed affermando la verità. Cron. Morelli. — Graziose donne,come Fdostrato fu dal nome di Maso tiralo a dover dir la novella. Bocc. n. 76.
§. 2. Innanzi a quali voci si può mettere l’articolo.
L’ articolo non solamente si può mettere innanzi a’nomi sustautivi, ed agli infiniti de’veibi
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adoperati a modo di nome, come dicemmo nella prima parte, ma ancora innanzi alle congiunzioni ed agli avverbi , quante volte queste particelle sono messe per indicare la cagione, il moto, il luogo, il tempo ecc. — Senza alcuna cosa dire del perchè , amendue li fece pigliare a tre suoi servidori. Boco. n. 16.— Disse Buffalmacco: e come potremo noi! disse Bruno ; il come ho veduto io. Bocc. n. 76.— Coni ei si tacque, così incominciai : Io mi son un novellamente destoj E’ l dove, e ’1 quando tutto gii narrai. Dittamondo.— Il buon nomo rispose del si. Bocc. n. 6.
— Ciascuno rispose del no. Bocc. 11. 7. — L’articolo debbesi ancora necessariamente pone quando si vuol rendere superlativo un avverbio: Come meglio seppe, ed il più piacevolmente. Bocc. n 20.
§. 3 . Delle voci che scusano coli’ articolo e senza.
I nomi propri femminili dì persona possono essere adoperati e coll’articolo e senza; onde si può dire: Caterina, Costanza, Belcolore , e la Cateriua , la Costanza, la Belcolore.— E Dioneo insieme con Lauretta di Troiano, e di Criseide cominciarono a cantare. Bocc. Gior. 6. lutrod.
— La reina impose il seguitare alla Fiammetta,
Bocc. n. 56 . *
1 cognomi vanno pei lo più senz’articolo quando seguono il nome proprio. — Landolfo Ruf- folo impoverito diviene corsale. Bocc. n. i 4 - — Fu un gentiluom di Napoli chiamato Arrighetto Ca- pecé. Bocc. n. IÒ. Ma se stanno senz’essere preceduti dal nome proprio, vogliono allora l’articolo. — Il Fortarrigo, dormendo l’Angiulieri, se nandò in su la taverna. Bocc. n. 64.
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Per rispetto a’Dorai partecipanti, se questi si adoperano assolutamente o sia a foggia di sostantivo , allora riceveranno 1’ articolo ; se poi stanno come aggettivi, o sia per determinar la cosa, non possono ricever l’articolo. — La Scrii- tura vuole che noi ci pentiamo de’ nostri peccati, ed il Frate eloquente ci costringe a piangerli in pubblico. Casa, Lelt. 7 5 .— Uno dei frali di S, Antonio, il cui nome era frale Cipolla. Bocc. n. 60.
I nomi di dignità, come Papa, Re, Reina, Vescovo, Abbate, se innanzi hanno il titolo di Messere, Madama, Madonna ecc., o pure stanno soli, o sia a modo di sustantivi, vogliono l’articolo — Messer l’imperatore Federico si avea due grandissimi savi. Nov. Ant. 23 . 1.— Da capo il Papa fe J solennemente le sposalizie celebrare. Bocc. n. 2 5 . — Prendean vita i miei spirti, or n ha diletto II Re celeste, e suoi alali corrieri. Peti - . Sonet. 204.
L’ articolo innanzi a’ pronomi possessivi mio, tuo, suo, nostro, vostro, ordinariamente si tralascia, ogni qualvolta senza compagnia di altri aggettivi o participi nel numero del meno pr^; cedono immediatamente i nomi di parentela — Sai tu chi mio marito , ed io ci siamo ? Bocc. n. 27. — Con nostro padre lungamente ed m Palermo ed in Perugia stette. Bocc. n. 1 5 .
Ancora innanzi a’ possessivi, che precedono i nomi di titolo, non si usa l’articolo— Ardisco dire che fino ad ora sia risoluto in mente di Sua Santità. Car. Lett. fam. i 53 . — Se il titolo poi si mette prima del possessivo, innanzi a quello si pone 1 articolo — lo mi tengo più che posso di non fastidir la Signoria vostra. Ivi 144. Nel plurale vostro e loro si mettono dopo il titolo, e non mai si tralascia l’articolo — Le Signorie
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vostre hanno da dispor di me, come d’obbediente figliuolo. Ivi. 84.
I nomi de’ luoghi particolari, e generali si possono usar liberamente con l’articolo, e senza, onde si può dire Toscana, e la Toscanaj Casentino, e il Casentinoj Italia, e l’Italia — Del- l’isole alcune seguono la stessa regola , come : Inghilterra, e VInghilterraj Sicilia, e la Siciliaj altre scaccian sempre l’articolo, come: Cipri, Corfìi, Malarica, Ischiaj altre da ultimo lo portano sempre, come : il Giglio, {'Elba, il Zante. Quanto a’fiumi , essi, eccetto il fiume Arno, ricevono quasi sempre l’articolo, come: il Tevere, la Senna ecc. Da ultimo i monti, i promontori, le selve, i laghi, i mari e simili, sogliono quasi sempre adoperarsi con queste voci innanzi, come: Mont’Elna, Promontorio di Buona Speranza, Selva Eroina, Lago di Perugia, Mar Rosso ecc., e però senz’ articolo ; ma quando alcuna volta si trovano messi assolutamente, allora ricevono ordinariamente 1’ articolo dicendosi l’ Etna, il Tirreno, VAdriatico ecc.
Avvertimento primo.
C’è stata quistione tra i grammatici, se dovendosi adoperare più nomi insieme, ma che uno non sia dall’altro de(iendente, debbasi a tutti dare l’articolo, o pure ad un solo. Ci ha esempi dell’uno e l’altro modo— Tanto l’età l’uno e i’ altro da quello, che esser soleano, gli avean trasformali. Bocc. n. 16; qui si vede l’articolo ripetuto.— E poiché col buon vino e con confetti ebbero il digìun rotto. Bocc. g. 7. iotrod. Dove chiaro si scorge che lo stesso autore ha una volta ripetuto 1 ’ articolo e un’ altra no. E
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però noi siam di credere che intorno a questo non si potrebbe dar regola certa , ma ognuno debba seguire l’armonia del discorso.
Avvertimento secondo .
Molti grammatici dicono esser gravissimo errore adoperare 1’ articolo il dopo la preposizione per, dovendosi in iscambio adoperare l’articolo lo. Ma noi all’opposto avvertiamo i giovani che specialmente innanzi le parole, che cominciano da lo, e lu, va meglio messo I’ articolo il.
Cosi d’ altra parte oggi miglior consiglio sa- _y. rebbe lo scrivere con lo, con gli, con la , con le, che con il, collo, cogli, colla, colle.
Avvertimento terzo.
Soventi volte per proprietà di lingua innanzi ai nomi di tempo si tralascia la preposizione e si mette solo l’articolo, come: Affermando esser troppo nocivo il dormire il giorno. Bocc. Inlr., cioè nel giorno. — Solamente la domenica, e il giovedì prende in suo cibo pane d’ orzo. Vit.
S. Paolo Er. — E per riverenza del suo padre Paolo quella tonica portava pure le pasque e i di molto solenni. Ivi.
de’ pronomi sustantivi.
EGLI ed ELLA .
Nella prima parte parlando di questo pronome abbiamo detto che non si può mai riferire a nomi di cosa, ma sibbene di persona. Pur tut- tavolta non deesi tacere che non poche volte
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da’buoni scrittori vediamo non osservata questa regola. Di fatti il Boccaccio alla novella 4 g, parlando di un falcone disse: Presolo, e trovatolo grasso, pensò lui esser degna vivanda di cotal donna — Il reame di Sona ha sotto di sb molti paesi, egli ha Palestina, Galilea, Giudea. Lib. viag.
Parimente sebbene le voci, lui, lei e loro non si possono usare nel caso retto, ed egli, ella, eglino, ed elleno nei casi obliqui, pure non mancano esempi in contrario anche del buon secolo della favella.— Lui non gli tenta nelf intenzione; Mor. S. Greg. 6. 4 - — Fu di tanta perfezione che lui solo basterebbe a provocare le menti tiepide alla virtù. Vit. S. Gio. Mon.— Ma guardili da egli. Frane. Barberini 2o3. E comunque lui dativo singolare non possa oggi adoperarsi senza il segno del caso, pure ce n’ha moltissimi esempi —E per dar lui esperienza vera. Dant. Inf. 28.
— Somma sapienza è non dir ne far cosa alcuna, ove non sia primieramente.considerata se piace o dispiace lui. F. Guìt. lettera 1. — Ma ora che la grammatica della lingua è ben formata , questi esempi voglionsi tenere come errori, e punto non debbonsi imitare; come anche si dee schifar l’uso di questi antichi scrittori di usare elio ed e Ili invece di egli ed eglino.
Solo non vogliamo rimanerci dali’avvertire che in cambio di egli, ei, ella, elleno, e de’nomi personali io e tu si adopera luì, lei, loro, me e le dopo il verbo essere e i verbi credere e stimare usati passivamente— Credendo che io fossi te, m’ha con un bastone tutto rotto. Eocc. n. 87.— Maravigliandosi Tebaldo che alcuno in tanto il simigliasse, che fosse credulo lui. Bocc. n. 87.
— Ancora può farsi a questo medesimo modo
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Con le particelle come e siccome — Costoro che dall’ altra parte erano, siccome lui, maliziosi. Bocc. n. 5 .
Per nulla omettere intorno a questo protiome, crediamo bene avvertire che parlando familiarmente , e nello stil comico , invece di ella ed elleno si usano le voci la e le, quantunque non manchino esempi di scrittori anche in gravi prose — La m’ha sì concio in modo e governalo, Che piu non posso maneggiar marrone. Lor. Med. Nane. io.
'Nè dobbiamo trasandar di dire che le parti- celle il e lo, allorché sono adoperate in vece di questo e quello, rispondendo ad una domanda , soglionsi tacere. — Il vi dito con questo patto, che voi mi giurerete che mai, come promesso avete, a niiino il direte. Il maestro affermò che non farebbe. Bocc. n. 79. Dove nella risposta del maestro non ha messo il pronome lo, e non ha detto, non lo farebbe. — Non sai tu chi ella è in volgare? Sì so. Geli. Capr. Bolt. ; e qui il Gelli pure ha detto sì so, non sì lo so. Se questa è maniera più breve, e più toscana forse, non sarebbe errore il dire diversamente. Ma col verbo essere nelle risposte non deesi in verun modo mettere le particelle avanti dette.
Da ultimo quando ci è corrispondenza di qualche altro pronome, e in certi modi di dire, si dee usare lui, lei, loro, o questo, questa, quello, quella, e non già il, lo, laj e lo stesso dee dirsi degli altri casi obliqui — E potrebbe sì andar la cosa, che io ucciderei altresì tosto lui, come egli me. Bocc. n. 25 .— Molli mi dimandarono, ed io dissi molto: ma ne io da loro fui intesa, nè io loro intesi. Bocc. nov. 17.
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COSTUI, COSTEI, COLUI, COLEI.
Anche questi pronomi regolarmente non si posson riferire, se non solo a nomi di persona; e sebbene li troviamo riferiti a nomi di animali e di cose inanimate, ora sarebbe mal fatto così adoperarli. — Io ho meco quest’ anello ecc. la virtù di costui credo che il mio periclilante legno aiutasse. Filocop. 6. 25 . — Lo spazzo era una rena arida e spessa, Non d’altra foggia fatta, che colei, Che fu dai pie di Caton già soppressa. Dant. Inf. i 4 -
QUESTI, COTESTI, E QUEGLI.
Tutti e tre questi pronomi solo nel nominativo usar si debbono, e parlandosi di uomo, onde qualora si trovano messi nei casi obliqui, o riferiti a cosa , noi avvisiamo non doversi ora affatto imitare. — Il papa fece mandare ogni gente del popolo fuori detta chiesa j e poi domanda a questi così risuscitalo. Vit. S. Gir. 116. _ Si rappresenti per lo comandamento della chiesa a quegli che vicario di Cristo è nella chiesa. Passav. gì .— La vista, che m’ apparve , d’un leone, Questi parea che contro me venesse Dant. Inf. i.—Quegli (amore) vuole che io li perdoni, questi (sdegno) vuole che contro mia natura in le incrudelisca. Bocc. 3 1.
ALTRI.
Intorno a questo pronome, oltre quello che abbiam detto nella prima parte, solo è da ag- giugnere che spesse fiate si vuole adoperare assolutamente nella prima persona invece di ioj
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e ciò, quando in una maniera ironica dir si vuole da chi parla che egli mai non farebbe alcuna cosa , la quale altri potrebbe fare. Cosi quando noi diciamo —Io ve lo dico affiti di bene, perchè altri non vorrebbe aver cagione di adirarsi —altri ben si vede che sta riferito ad io — E nel Boccaccio nov. 32. si legge — Non sappiendo che questo si sia, altri non si volgerebbe così di leggieri — cioè io non sapendo che questo si sia, non mi volgerei così di leggieri.
CHIUNQUE, QUALCUNO.
Chiunque devesi solamente usare in sentimento di qualunque uomo, qualunque donna; nè i giovani invaghir si debbono, se alcune volte Io trovano adoperato riferito a cosa negli antichi scrittori — Lo cedro si puole lutto V anno serbare, ma meglio se nel chiudi con chiunque vasello. Crescenz. 5. 6.
Qualcuno poi con grazia si suol congiungere col sustantivo, ma solo quando è adoperato in sentimeuto di alcuno — 1’ son prigion , ma se pietà ancor serba L'arco tuo saldo e qualcuna saetta, Fa di me e di te, signor, vendetta. Pet. Canz. a5.
ciò.
Ciò sì trova adoperato talvolta invece questi plurale di questo, pronome dimostrativo. Onde leggesi ne’ Fatti dì Enea — Per questa+cagione morì molta gente... da lato di Enea due gran principi Troiani, ciò furono Eurialo, e Niso. Rubr. ult. — Si fuggirono dall’ altra parte de 1 Sanesì, e ciò furono degli Abbati e di quei della
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Pressa e più altri. Giov. Vili. lib. 6.— Ma Ora non sarebbe da fare.
de’ pronomi aggettivi.
MIO , TUO , SUO , NOSTRO , VOSTRO .
I tre pronomi mio, tuo, suo, nel plurale maschile abbiamo detto che fanno miei, tuoi, suoij ora stimiamo dover avvertire ch’è uso degli scrittori del buon secolo di farli terminare in a tutte le volte che sono appresso ai nomi sostantivi, che al plurale terminano con questa medesima vocale — Questi h fuggito sotto le braccia mia. Fra Gior. 296.— E i nervi tuoi farò divorare e le ossa tua rompere. Vit. S. Margh. i33. — Vi farà salvi (Dio) se osserverete le comanda- menta sua. Vit. S. Giov. Bdtt. 235. — Ma questo modo, lenendo molto del latino, ora non vor- rebbesi usare.
Ancora nel verso ed in grazia della rima invece di tuoi e suoi plurale troviamo lui e sui — Mi domandò chi fur li maggior tui. Dant. Inf. io. — Da quel del c ha minori i cerchi sui. Ivi 2.
Nello stil comico e Familiare troviamo cambiate in mo ma, to ta, so sa, le voci mio mia, tuo tua, suo sua, affisse a’nomi fratello, sorella, moglie,^signore ecc. — Sarei udito da frateimo, se io T aprissi. Bocc. n. 77.— mogliema noi mi crederà. Bocc. n. 56. — Allora disse la suorsa alla reina. Fior, d’Ital. — E non vidi giammai menare stregghia A ragazzo aspettato da signorsì Dant. Inf. 27. — Questo si potrebbe ancor oggi fare, ma sol da quelli che molto pratichi sono della favella, e dell’ arte dello scrivere.
Non sempre, quando son più le persone e le cose a cui riferir si deve il possessivo suo, si adopera il pronome loro, ma spesso si usa anche suoi — Alti Tribuni parve luogo e tempo di assalire i suoi avversarìi. Liv. manosa-. decad. 3.
— Come e 1 vedranno quel volume aperto, Nel qual si scrivon lutl'i suoi dispregi. Dant. parad. i o.
— Ma questo scambio devesi oggi far solamente, quando la voce loro potrebbe ingenerare equivoco.
Comechè i pronomi mio, tuo, suo, nostro, vostro adoperati assolutamente senza alcun sustan- tivo espresso e con l’articolo innanzi nel plurale significhino parenti, amici, domestici ecc., pure è necessario avvertire che si possono benissimo adoperare in sentimento più esteso, di persone cioè appartenenti in qualunque guisa al soggetto del discorso — Boleslao, riscontralo i suoi ( soldati) che fuggivano, subitamente gli /e J voltare. Giambull. stor. Eur. lib. 6. — Tutti i Volscì con- vertiron gli occhi di paura, gridando a Cammil- laj ma ella era sì intenta a seguitar pur colui ( Arunte ) , che ella non udì il grido dei suoi. Fall, d’Eo. rub. 53.
Da ultimo nostro e vostro elegantemente li troviamo adoperati nel parlare famigliare ad indicar colui che resta in casa o a pranzo con chicchessia — Per oggi vi contenterete ch’ella sia nostra. Lasc. Sibil. at. 3. 2 .
Avvertimento.
Non vogliamo omettere di qui avvertire che i buoni scrittori mai non adoperarono i pronomi mio, tuo e suo quando vollero indicare o la parte di un tutto, o quando il possessivo dovrebbesi
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mettere innanzi a un nome di cosa appartenente a quello che fa 1’ azione — Gaddo mi si gettò disteso a J piedi. Dant. Inf. 32 . — La donna prestamente gli si gettò nelle braccia Bocc. n. 12. — O se essi mi cacciassero gli occhi, o mi traessero i denti. Bocc. n. 8 i .—Io mi vo intanto a cavare gli stivali. Firenz. Trinuz. — TJ altro dì rimessa in disamina, si scolò da 1 fanti di sì gran forza , e sfracellassi in imo stipite il capo, che quivi spirò. Davanz. anni 4 - 96. — E prestamente la schiavina (1) gittatosi di dosso, e di capo il cappello, e fiorentino parlando, disse. Bocc. n. 27.
— In tutti questi esempi sarebbe stato errore il dire — a"miei piedi-nelle sue braccia-gli occhi miei - i denti miei - gli stivali miei - il suo capo
- la sua schiavina - il suo cappello - chè questo è un sozzo gallicismo da doversi cautamente causare.
esso, ESSA.
Questo pronome alcune volte si trova adoperato invece di quello.—Convenne alla pecora vendere la sua lana per pagare esso debito. Fav. Esop. i 3 . cioè quel debito. Anzi alcune volte incontra di leggerlo ripetuto invece di questi, e quelli, come in F. Guitt. lett. 1.4. Godere non può l’uomo «fessi e ri’essi benij ma oggi non sarebbe da usare.
Fu il pronome esso adoperato assolutamente invece di sò stesso o di esso medesimo, come ; Ciò che mal concepellero, e la creatura, ed esse
(1) Schiavina è una veste lunga di panno grosso propriamente da schiavi, e la portavano anche i pellegrini e i romiti.
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uccisono iniquamente. Pist. S. Girol. 377.— Ed ancora in luogo di desso — Diceva: ben mi pari. esso. Vit. dei SS. PP. — Ma questi sono esempi da non seguitare.
Abbiamo detto cbe esso unito ad altri pronomi rimane invariabile e che sarebbq errore adoperarlo diversamente: pur tuttavolta è a sapere cbe il Boccaccio disse essaleì alla n. 24.
— La quale essalei , che forte dormiva, chiamò molte voltej ma in ciò non vuoisi imitare.
Allorché questo pronome trovasi aggiunto ad una preposizione, non ne varia punto il significato j solo è a por mente cbe molte volte preceduto dalla preposizione con è un modo avverbiale che vale insieme, in un medesimo tempo.
— La disavventura era tanta, e con esso la discordia de'Fiorentini, che non l J ardirono a soccorrere. Giov. Vili. 9. 325 .
Da ultimo è a sapere che molle volte per grazia invece del semplice essomeco, essoleco, es- soseco, si trova raddoppiata la preposizione con dicendosi con essomeco, con essoteco, con et- soseco.
desso e DESSA.
Questo pronome quantunque non possa adoperarsi , se non coi verbi essere, parere, sembrare, pure appresso gli antichi il vediamo usato con altri verbi : La carestia dessa lolle a mala voglia. Guitt. lett. 1. 4 - — Ma questo lo diciamo non perchè stimiamo che si possa fare, ma sol perchè non sia ignorato.
STESSO, STESSA, MEDESIMO, MEDESIMA.
Intorno al pronome stesso par che non ci sia altro da notare, oltre a quel che abbiamo detto nella prima parte ; e solo vogliamo qui aggiungere che negli antichi scrittori si legge alcuna volta stessi nel singolare, comunque fosse voce del plurale, e stesso per stessi. — Siccome il sol che si cela egli stessi. Dant. Par. 3 . — Tutti quegli che troppo amano sè stesso o altrui. Cavale. Med. cuor. 274. Ma non sono modi da imitare , anzi avvertono i Deputati al Decamerone che, sebbene alcuna volta invece di egli stesso si trova egli stessi, mai non incontra di trovare esso stessi, quello stessi.
Alcuna volta anche senza necessità, ma per una certa venustà di lingua si trova il pronome medesimo aggiunto alle particelle meco, teco, seco, come: La quale, questo volendo disse seco medesima. Bocc. n. 65 .— Se savia teco medesima li consigli. Fiammett. 1. 56 .—Io curioso riguardava .... e diceva meco medesimo. Fir, Asi. d’ oro.
QUESTO, QUESTA, QUELLO, QUELLA■
Abbiamo detto qual è il significato, ed in che modo bisogna adoperare i detti pronomi : solo ci rimane a fare avvertire che il pronome questo unito a’ verbi, condurre, venire ecc. porla con sè quasi sottinteso alcun nome, come: termine, stato, risoluzione, e simili. — Assai degli altri ho già fattoi i quali, a questo condotto mi hanno. Bocc. n. 27. E adoperato assolutamente, e preceduto dalla preposizione in è modo avverbiale, che significa in questo tempo, in questo mezzo.
t
a5
—Ed in questo la faille dì lei sopravvenne. Bocc. n. 77 . — E nell’ una e nell’ altra maniera troviamo pure adoperato il pronome quello, come: — Domandollo allora l’ammiraglio, che cosa a quello l’avesse condono. Bocc. n. 46 .-r-In quello la genie di messer Filippo posero il ponte sopra il fosso. Giov. Vili. io. 58.
Quello poi, oltre ai significati di sopra detti, ne può aver molli altri.— i.° Può talvolta valere roba, avere e simili di proprietà o appartenenza altrui ; Li due fratelli ordinato di quello di lui medesimo, come egli fosse onorevolmente seppellito. Bocc. o. 1 . — a . 0 Accenna anche la natura e qualità altrui: Quand’io che meco avea di quel d’Adamo. Dant. Purg. 9 .—3.° Seguito da’ nomi di luogo vale contado, o territorio circonvicino — Avea un uccellatore in quel di Prato preso una quaglia. Firenz. Disc. Auim.
ALTRO.
Intorno a questo pronome resta ad avvertire che alcuna volta si adopera in forza di altri, altrui, o sia di altra persona.'—Ninna cosa è mia, o d’altro, la quale si può togliere. Ammaestr. antìch. 44 1 -— Anseimo, che non vede altro da cui Possa saper di chi la casa sia. Ar. Fur,43, 1 36. Ma oggi questi esempi non si vogliono punto imitare.
Si trova parimente adoperato ad esprimer la rimanente parte di una cosa non solo a modo di sustantivo, ma come aggettivo — Sopra gli omeri avea sol due grand' alì Dì color mille, e tutto l’altro ignudo. Petr. canz. 1 .— Sicché schiacciando il capo al serpente infernale, non possa mettere tutto l’altro corpo net nostro cuore. V it. Pioti 2
26
de’SS. PP. Ne’quali esempi il primo è sustanti- vo, e l’alito è aggettivo.
Altro altro raddoppiato per dar efficacia si adopera nello stile comico e famigliare per dire volersi patiate di una cosa ben differente e diversa da quella che s’intende — O, o, messer no, altro altro. Cecch. Stiav. 5 . 2.
Non esser da altro è un bel modo di lingua per esprimere che non 6i è buono se non alla cosa che si soggiunge appresso — Tu non sei da altro che da lavare scodelle. Lab. 208.
Altro da ultimo spesso si adopera per vanto — Altro avresti detto, se tu m’avessi veduto a Bologna. Bocc. n. 79; cioè più di questo, maggiori cose di quelle, che hai delle.
tutto .
Essendo vario I’ uso che si fa di questo pronome nella nostra lingua , opportuna cosa crediamo parlarne un poco diffusamente. Molte volte a tutto si aggiunge la parola quanto, e si dice tutto quanto, tutta quanta per dare maggior forza al discorso quasi si volesse esprimere la cosa interamente presa: _ E mi par pur di vederti eco. mangiarlali tutta quanta. Bocc. n. 85 .
Tutto spesso è ripieno — Dimorando il giovane tutto solo nella corte del suo palagio. Bocc. n. 93. Qui tutta umile, e qui la vidi altera. Pet. son. 89. Anzi adoperato in questo sentimento esprime taluna volta 1’ unione d’ una cosa, che è posta su o attaccala ad un’altra — Il letto con tutto messer Torello fu tolto via. Bocc. n. 99. — Dentro entrati, e trovalo il ronzino della giovane ancora con tutta la sella. Bocc. n. 43 .
2 7
Tuttodì, tutto il dì, tutto il tempo, sono modi avverbiali della nostra lingua per esprimere contìnuamente, del continuo — La madre dolorosa mollo .. . tutto il dì standogli d’ intorno non ristava di confortarlo. Bocc. n. 49 - — Affermano molti miracoli Iddio aver mostrati per lui, e mostrare tuttogiorno a chi divotamente si raccomanda a lui. Bocc. n. 1.— Non sarà tutto- tempo senza reda L'aguglia (aquila) che lasciò le penne al carro. Dant. Purg. 33 .
Questo pronome adoperato neutralmente col verbo «sere può avere un doppio significato, i,° Messo assolutamente , come dicendo : Essere il tutto, vale aver piena autorità, essere il più potente — Avendo appo loro i ventiquattro amba- sciadori eh’ e. rano il tutto della terra. Matt. Vili, io. 77. — 2. 0 Quando diciamo poi Essere tutto di uno, essere tutto di alcuno, vale essere dependente, intrinsico di uno o di alcuno — Corrompe uno schiavo a rapportare che Petronìa era tutto di Sevino. Tac. Davanz. Ann. 16. 232 .
Tutto preceduto dalla preposizione con talune volte è modo avverbiale , che vale non ostante
— Federico con tutta la malinconia, avea sì gran voglia di ridere, che scoppiava. Bocc. n. 61.
Aucora questo pronome per proprietà di nostra lingua sì suole mettere tra il pronome e il nome a cui si riferisce — Così gli altri tutti fiori e frutti al loro tempo escono e procedono per dilettare gli occhi, e saziare il palato. Vit. SS. PP. 3 . 25 7 .— Per queste tutte eladi, questa nobiltà, di cui si parla, diversamente mostra li suoi affetti nell’anima nobilissima. Dant. convit. 1 g 5 .
— Le quali tutte cose sono da esser diligentemente considerate. Crescenz. 1. 2.
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Ed avendo detto nella prima parte che quando tulio nel plurale è unito ad un nome numerale, si può in mezzo mettere la particella e, ora fa uopo avvertire che si può ancora adoperare con la particella a, o senza alcuna di esse. _ / Catalani con tutte a tre le cocche si dirizzarono contro all’armata dei Genovesi. M. V. 3 . 79. — Era in pericolo di perdere lutti due i figliuoli. Pecor. 23 . 2.
Da ultimo in vece di lutto tutto raddoppiato per dare maggiore efficacia al discorso si può adoperare la voce tutullo j quasi come un superlativo — Che’l sì, e’I no, tulutto è in vostra mano. Dant. Rim. _ TJanìma mia Tututta gli apro, e ciò che il cor desia. Bocc. Canz. 3 . Ma questo è un modo da nou invaghirsene.
UNO, ALCUNO.
Uno in corrispondenza di altro, quantunque per maggior proprietà di lingua deve sempre ricevere l’articolo, non pertanto alcune volte può starne senza. Solo è a por mente che, se i nomi , a cui uno ed altro si apportano, sono di differente genere, più toscanamente restano invariabili— Lo spirilo è pronto, e la carne è inferma j e anche non può fare sempre tanto l’uno quanto e l’altro. Cavale, inedie, del cuor. _ Beni temporali sono o nel corpo o nell’anima, o comune all’ uno e all’ altro. Passav. 209.
Qui fa uopo avvertire che uno e altro correlativi spesso possono significare primo e secondo, e talora entrambi, ambedue — Siccome fecero i Sagunlini, e gli Abidei, gli uni tementi Annibaie Cartaginese, gli altri Filippo Macedonico. Fiam- met. 1 . 5 . —■ cioè i primi Annibaie, i secondi
Filippo. — Scaldava il sol già I’ uno e l’altro corno Del Tauro. Petr. c. i.; cioè entrambi .—• Da ultimo quando questi due pronomi sono adoperati con la negativa dopo, significano nè l'uno nè V altro — L’ uno e 1 ’ altro mai non s' approssimarono all’altare per dir messa. Vite SS. PP. 2. 122.
Uno poi adoperato assolutamente vale una medesima cosa , e in questo significato è invariabile — La nostra città di Firenze, che era uno co' Romani, non poteva nè respirare, nè prosperare. Ricord. Malesp. 5 o. —■ Ma in questi casi è miglior consiglio farlo precedere dal pronome tutto. — Cortesia e onestate è tuli’ uno. 1 Daut. convit. — Nel femminile poi si adopera assolutamente in sentimento di una cosa. — Il Signore s'infinse, cioè una mostrava, e una intendeva. F. Giord. 3 o 4 *
Vito precedendo i nomi numerali significa circa, all'incirca — Che potea valere un cinquecento fiorin d'oro. Bocc. n. 8o.— Un uomo, che ra gionevolmente può vivere un sessantanni. Capi-, Bott. 5 .
Qualora questo pronome è preceduto da’pronomi questo, questa, quello, quella, sta per sern plice riempitivo, come se non si volesse ragionare che di solo quella cosa di cui si parla — Deh detti tu a tulle o a quest’ una quella fede, che a me donasti. Fiamm. I. 4 -— Ma se i miei argomenti frivoli già tenete, quest’ uno solo ed ultimo a tutti gli altri dia supplemento. Ivi. I. 7. — E caramente accolse a sè quell’ una. Pet. son. 201.
Uno spesso si adopera per ciascuno — Senza aver quattro cappe per uno. Bocc. nov. 63 . — E quando è preceduto dall’ avverbio solo, significa solamente _ Ed io sol uno M‘ apparec-
3o
chiava a sostener la guerra Sì del cammino, e sì della pietale. Dant. Inf. 2.
Talune fiate questo pronome si adopera per semplice accompagnanome — Ora era Ariguc- cio, con tutto che fosse mercadante t un fiero uomo ed un forte. Bocc. nov. 68.
In uno, in una, a uno posti avverbialmente valgono insieme_ Il Cardinale . . . richiese cautamente C altro collegio, che, quando a loro piacesse, si congregassero in uno. G. Vili. 8. 8o.
Il pronome alcuno abbiam detto che preceduto dalle particelle non, senza, acquista sentimento negativo; pur tultavolta dagli antichi scrittori è usato in questo sentimento anche senza le particelle sopra indicate — Mentrechì: il medico diceva queste parole, cominciò il giovane sì dirottamente a piangere, che ritenere in alcun modo si potea. Nov. antich. (ediz. di Firenze 1782, pag. 28g).— Che da cima del monte onde si mosse Al piano è sì la roccia discoscesa, Che alcuna via darebbe a chi su fosse. Dant. Inf. 12.
Questo pronome trovasi adoperato invece di uno, qual semplice accompagnanome. — Che gli menassero l’ asina e ’l poltruccio, che erano legati in alcun (cioè un ) luogo publico. Vit. Crist. — Ma questi modi, essendo molto antichi e rarissimi negli scrittori, allatto non si debbono imitare. *
CIASCUNO CIASCHEDUNO.
t •
Questi pronomi ordinariamente si adoperano nel significato di ognuno, qualsivoglia', non pertanto ciascuno talune volte è adoperato in sentimento di chiunque e qualunque — Sommo filosofo e nella santità della vita da preporlo a
3i
ciascuno. Peti-, uom. illustr. 44' —■ Ed in questo sentimento si trova alcuna volta adopeMo in plurale _ La natura dà a ciascune cose quel che si conviene. Boez. 84-
TASTO, COTANTO, QUANTO, ALTRETTANTO, ALQUANTO.
Oltre a quello che abbiam detto nella prima parte parlando di questi pronomi, crediamo dover qui aggiungere che quanto e cotanto molte volte si trovano usati con moltissima grazia come sem- plici ripieni _ Se voi non lo lasciate , io vi pesterò il ceffo a lutti quanti. Fir. Lue. 5. 5. — Per lo bere di un buon vino, comeche non fossero di sì gran memoria, quella cotanta, che avevano, quasi perdettero. Frane. Sacc. nov. 3i. —• Fece elemosina a' poverelli di quel cotanto poco che a lui era dato. Cavale. Specc. Cr. 77.
OGNI, QUALCHE, QUALSIVOGLIA, QUALSISIA.
Sebbene ogni e qualche non si debbono adoperare nel plurale, pure non si vuol tralasciare d’avvertire che e l’uno e l’altro furono uniti a nomi plurali _ Compensata ogni cosa, degli altrui affanni, li miei ogni altri trapassare di gran lunga desideri. Fiammet. 1. 3. — Non si pareggi a lei qual più si apprezza In qualche elude , in qualche strani lidi. Petr. son. 222 .—. Solo vogliamo avvertire che oggi non si adopererebbe ogni in plurale, che dicendo Ognissanti primo giorno di novembre; ed in questo caso s’incorpora col nome. E da ultimo che le terminazioni ogne e ogna a tutt’ uomo debbonsi causare, come assai viete e disusate.
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1
TALE, COTALE, ALTRETTALE.
Questi pronomi nel plurale si possono terminare invece di tali, cotali, altrettali in lai, colai, altrcttai — Stanno sempre insieme in una casa colai madri, e cotai figliuoli. Vit. S. Gio. Batt. — E fecero ta’ palagi e ta’ maraviglie, che non si potrebbe dire. Fra Giord. 5 .
Tale, come abbiamo detto nella prima parte, quando si prende assolutamente preceduto dall’articolo un significa un certo-, o-ra avvertiamo che alcune volte si può usare anche senza questo articolo — E già di qua da lei discende l’ erta... Tal che per lui ne fia la terra aperta. Dant. Inf. 7. — Bentosto sarà tal di voi che dirà. Grad. S. Gir. 70. Che anzi nello stile familiare e comico si suole questo pronome mettere dopo le voci Madama, Messere, per tacere quasi scherzando il nome della persona _ Si volse alla campagna e disse .. . madama tale, vedi coni’ è bello questo grano. Frane. Sacch. n. 79.
Tale fu pure adoperato invece di così _ Dice il proverbio : tale nitrita chi tiene, come chi scortica. Cav. Pung. _ Ma bisogna proceder con molto risguardo nell’ adoperarlo.
Cotale con moltissima grazia si adopera come semplice ripieno in sentimento di certo, ed anche semplicemente _ Per una colai mezzanità, e per contentare il popolo elessero due cavalieri frali Godenti per potestà di Firenze. Giov. Vili. 7. i 3 . — La donna rivolta un cotai pocolin sorridendo. Bocc. n. 20. — Da un colai fanciullesco appetito tratto. Bocc. n. 3 o.
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DEI PRONOMI RELATIVI.
Avendo noi fermato di ragionar in queste giunte sol di quello, ciré mancando nella prima parte è necessario a sapersi; però ci passeremo del pronome relativo quale, e parleremo invece degli altri.
CHE.
Questo pronome per proprietà di lingua, quali- t, do è relativo d’ un nome di persona trapassata, non si suole scrivere innanzi la clausola, ma dopo il sustantivo; onde leggiamo: Questa femmina ... è donna Beatrice, moglie, che fu, del tuo caro cavalier Berlinghieri. Passav. Specc. V. P. _ Eusebio discepolo che fu del santissimo Girolamo. Vita S. Girolamo. _ Con molta eleganza talune volte tacer si suole questo relativo dopo il pronome quello — Ed egli mi ammaestrò quello, bisogna fare a‘ santi padri. Vit. S. Ouof. cioè quello, che bisogna fare.
Che relativo di persona, sebbene regolatamente usar non si deve che nel solo nominativo ed accusativo, pure stimiamo dover avvertire che trovasi usato pure nel genitivo — Il male uomo sparge di quello, che egli è pieno. Fr. Giord. cioè quello di che — Mandolle due cristiane, che (cioè delle quali) una avea nome Crista e l’ altra Callista. Vii. S. Dorot. — E nel dativo—, Dio a quelli che dà le grandi virtù... lascia alcun difetto. Dial. S. Greg. 3. e sia a quelli a’quali. Ma questi modi debbonsi assai parcamente imitare.
Il che spesse fiate è pronome indefinito o interrogativo, ed in questi casi vale che cosa. E non avendo «he prestamente potesse dare, comandò ecc. Vit. S, Giov. Gualb_, Al quale di*-
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se l’imperadore : Dimmi che tu hai 1 Mir. S. M. Madd.
cui.
Questo pronome alcune volte si suole adoperare in iscambio del relativo c hi, cioè in sentimento di colui il quale — Uno è il prìncipai pastore, il quale conosce le sue pecore, e vor- ranne vedere ragione dalle mani di cui ( cioè di quello al quale ) sono state commesse. Yit. S. Gi- rol. — A cui (a colui il quale) chiama, come dice S. Ambrogio, fa grazia, ed a cui non chiama, non fa ingiuria. Cav. Espos. Simb.
Accompagnato poi dalla voce che bene si adopera invece di chiunque, qualunque — Cui che io mi tolga , se da voi non sia come donna onorala. Bocc. n. ioo. — Ed anche senza la particella che—Ed a cui mai di vero pregio cal- se... Con Aragon lasserà vota Ispagna. Petr, Canz, S. 3.
cut.
Il pronome relativo chi abbiam detto non potersi riferire se non a persona; non però dimeno alcuna volta incontra trovarlo riferito a cosa. — Menlr elle al fuoco, Alla rocca talor traggon la chioma, O vau tessendo chi le scaldi e cuo- pra. Alarnan. Coltiv., dove si vede il chi riferito a tela. — E parimente in luogo del relativo quale ieggesi alcune volte adoperato chi ne’ casi obliqui, e nel plurale — Colui a chi tu giuri. Gr. S. Girol. — rende l J anima a coloro chi aveva servito. Cavai. Pungil. Ma questi modi son da fuggire.
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Da ultimo questo pronome trovasi adoperato in sentimento di se alcuno — Quinci si va chi vuol andar con pace. Dant. Purg. cioè se alcuno — Come pienamente si legge in Lucano, chi le storie vorrà cercare. G. V. i. 3 g. _ E bene adoperato dà molta grazia al discorso.
Avvertimento.
Prima di dar fine a queste giunte de’pronomi, crediamo bene avvertire che gli antichi scrittori usarono spesse volte la parola chenle in vari significati. i.° Per quale pronome di qualità _ Io temo che costui non m’abbia voluto dare una notte, cliente io diedi a lui. Bocc. n. 77, cioè quale io diedi a lui. 1° Per quanto _ Pensando clienti e quali i nostri ragionamenti sieno. Bocc. introd., cioè quanti e quali i nostri ragionamenti sieno. 3 .° Da ultimo chenle seguito da che vale qual che, ovvero qualunque _ Le quali clienti che elle sieno , e nuocere e giovare possono. Bocc. Conci, dove chenti che elle sieno vale quali eh’ elle sieno. Ma questa voce oggi non si vuole adoperare, se non da coloro che sanno bene adoperarla.
DEL VERBO AVERE.
1. Le voci albo, o aio, o aggio, hono, oboe, in vece della prima persona dell’indicativo ho del verbo avere, sono da rifiutare, come anche le voci hae, hane, ave, invece di ha, e avemo, aviamo, abbiàno, invece di abbiamo.
1. Si debbono sfuggire al tutto le seguenti voci dell’imperfetto dell’ indicativo; avava, ava- vaino, avavaie, o avevi in luogo di avevate, a- vavano, o avevono, non essendo state mai ado-
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perate nè da antichi, nè da moderni, e le voci aveate, avei, alieno si possono adoperare solo in poesia.
3 . Quanto al perfetto, le voci hei, per ebbi, e ebbeno e aveltono per ebbero sono antiche e da non imitare.
4 . Le voci antiche, e però da non usare del futuro dell’indicativo -son queste: averò, arò j averai , arai ; averà , aràj aleremo, aremo ; averele , arete ; averanno , aranno.
5 . Lo stesso si dee dire delle voci dell’ imperativo: aggi, aggia, aggiate, aggiano.
6. Così parimente le voci antiche dell’ impera fetto del congiuntivo: averei, averia, arei, aria-: averebbe, averia, arebbe, ariaj averebbero, areb- bero, avrieno, arieno; non si vogliono affatto adoperare.
7. Abbiente, abbiulo, dbbiendo sono ancor voci antiche invece di avente, avuto, avendo.
05EL VERBO ESSERE.
1. Gli antichi alcuna vòlta scrivevano io so’tu se’colui ene, o ee, noi senio, voi sete, coloro enno. Le quali voci non si vogliono oggi punto adoperare eccetto la voce sete, che talora si può usare in verso, trovandosi anche alcuna volta in qualche scrittor moderno _ O esempi antichi, se oggi fortuna e virtù ci abbandonano, ove sete voi ? Dav. Stor. 8. — Che si tosto cessate, e sete stanche ? Tass. Gerus. 11. 61.
1. Quantunque oggi debba dirsi era pure appresso gli antichi si trova spesso adoperata la voce ero. — Ma perchè io non ero degno, e per altra cagione,, Iddio non ha voluto. Vit. B. Col. 170.
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— Lo stesso dee dirsi delle voci erano, ernie., e talora savamo, savale, in vece di eravamo , eravate.
3 . Quanto al perfetto dell’indicativo, gli antichi adoperarono ancora alcune voci, che oggi non sarebbero da imitare. Così in vece di scrivere io fui, tu fosti, colui fu, noi fummo, voi foste , coloro furono, scrivevano alcuna volta fu, foslu (fosti tu) fae, fossimo, faste, fur, o furo,o foro. Delle quali voci alcune non pertanto si possono anche oggi imitare in poesia., come fue,fur, furo, foro ecc.
4 - Nè la cosa va altrimenti quanto alle voci fusse e fossero, le quali sarebbe errore adoperare.
5 . I participi essulo, ìssuto, suto sono oggi al tutto vieti e disusati.
6. Quanto al futuro delPindicativo, sono anche da lasciare agli antichi le voci sarabbo , sa- raggio e sera, serai ecc. Le voci fio, fie, fiemo, fiano, fieno sono pur di futuro; e di queste oggi solo la voce fia, e talora anche fiano, è stata confermata dall’ uso.
7. Le voci sarei, saresti, sarebbe, sarebbero, sono oggi da usare, e non le antiche saria, o fora, sarebbono, o sariano, quantunque in verso, e talora anche in prosa, si potessero adoperare.
8. Invece di sia, gli antichi scrivevano sie, che oggi non sarebbe da dire, se non quando è 11 • nìto ad un affisso — sievi a cuore, sievi caro; e invece di s ieno, siano, che noi consigliamo non doversi usare.
@. Invece del participio essendo si pub anche oggi dire sendo, trovandosi talora anche in prosa in buoni autori di tutt’ i secoli— Ogni anno sendo segnalalo per mortalità. Vit. Agr. 41..
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degl’ infiniti.
Questo modo in italiano, comechè talune volte possa star solo nel discorso, pure spesso riceve innanzi da sè le particelle a, con, di, da, in, per.
A. A. cantare, e a sonare tutti si diedero. Bocc. g. 5 . —Cominciò sopra la terza a mangiare, disposto di stare a vedere quanto quella durasse. Bocc. n. 7.—. Ma è da por mente che la particella a innanzi all’infinito sta spesse volte invece dell’articolo _ Che cosa è a favellare e ad usare co’ savi. Bocc. n. 79, cioè il favellare e V usare co’savi.
Con. S’ aiutava con raccomandarsi continuamente a Dio. Vit. S. Girol. — Esso mi credette spaventare col gittare non so che nel pozzo. Bocc. n. 46.
•Di'.. Con desiderio aspettando di veder questa pena. Bocc. n. 60. — A me si conviene di guardar l’onestà mia. Bocc. u. 77.
Da. La gralitudine, secondo che io credo, tra le altre virtù e sommamente da commendare, e’I contrario da biasimare. Bocc. Poem. _ Essi hanno molli modi da alleggiare, e da passar quelle. Bocc. g. 7. intr.
In. Come fa donna, che in partorir sìa. Dant. Pur. 20. — Poi rimandavano per lui, come popolo ch’era in vacillare, e in non fermo stalo. Giov. Vili. 11. 82.
Per. Io son per ritirarmi del tutto di qui. Bocc. n. 1. — Tenendo forte con ambedue le mani gli orli della cassa, a quella guisa che far veggiamo a coloro che son per affogare. Bocc. n. 11. 14.
Avvertimento primo.
L’infinito si trova talvolta da sè solo nel discorso senza il verbo finito, specialmente allorché
s’introduce a parlare persona agitata da qualche forte passione — Ecco medico onoralo : avere moglie e ondar la notte girando attorno. Bocc. n.
79. —Si trova ancora cosi adoperato, quando è preceduto da’ pronomi chi, cui, che, o dagli avverbi ove, dove, donde e simili; e vogliono i Grammatici che in questo caso vi si debba sottintendere possa, o debba — Qui è questa cena, e non saria chi mangiarla. Bocc. n. 12, cioè chi potesse mangiarla. — Non sapendo dove andarsi, Bocc. n. 43 , cioè dove dovesse andarsi.
Avvertimento secondo.
L’infinito attivo si pub talvolta adoperare in senso passivo senza l’affisso — Cibo lardo a smaltire. Cresc. Lib. 5 . c. ig. cioè ad esser smaltito. — Non io son da riprendere. Bocc. n. 48, cioè da esser ripreso.
Avvertimento terzo.
Invece dell’infinito si pub mettere un’altra proposizione dependente dal verbo finito _ Quelli che sono dati a’carnali diletti, pormi che al tutto sono bestiali vita di bestie eleggendo. Amm. Ant. d. 2 5 . r. 3 . — Ma dopo i verbi soglio, debbo, posso, incomincio e simili, che i latini chiamavano servili, si dee sempre adoperar l’infinito — Non si dee V animo commettere e lasciare al pericoloso riposo della notte-, ma deesi occupare in orazioni, o confessioni. Amm. Ant. d. 8. r. 2.
DEI GERUNDI.
Parimente il gerundio sì pone alcuna volta Jr in caso obliquo invece del participio presente, o di un tempo di modo finito — Trovato Ruggiero dormendo. Bocc. n, 4°, cioè dormente o che dor -
4 °
mi va _Quivi trovarono i giovani g «locando. Bocc. g, 6. fin. cioè che giuocavano.
Se il gerundio si trova accompagnato dal verbo mandare, sta invece dell’infinito— Mando signi* ficando ciò che fare intendeva. Bocc. n. 34 ; cioè mandò a significare —• Per suoi ambasciatori mandò loro dicendo, com'era venuto m Lombardia. Stor. Pist. 87, cioè mandò loro a dire. Coi verbi andare, venire, mandare, stare, sigoi* fica una certa frequenza continuata dell’azione del verbo posto in gerundio. — A me medesimo incresce audanni tanto tra tante miserie ravvolgendo. Bocc. Ioti - . — Parendogli che fosse un nuovo uccellone, tutto il venne considerando. Bocc. n. 75. Anzi questi verbi si sogliono talune volte fare anch’ essi gerundi. — E andando guatando per tutto, sentì il miserabile pianto che la sventurata donna faceva. Bocc. n. 77. — E andando così pensando, .pervennero ad una valle molto sassosa. Vit. S. Ant.
Innanzi a’ gerundi si pone talvolta con grazia la preposizione in _ Molestavilo in mettendogli di dì e di notte laidissimi pensieri, e imaginazioni, e fantasie. Vit. S. Ant. _ Conviene a chi ama di esser piacevole in conversando colla gente, il fuggire i vizi. Galat. 1 4 - 7 * Gli antichi ci solevano ancora mettere avanti la preposizione con, ed altre, ma più di rado; ed oggi bisogna quasi al tutto astenersene.
Avvertimento.
Si avverta che i gerundi, e gl’ infiniti non possono mai ricevere innanzi di sè le particelle mi, ci, ti, si, vi, e quando incontra adoperarli con queste particelle, allora essi si affiggono.
■onde non si dice : mi benedicendo , ma benedicendomi , mi chiamare , ma chiamarmi. Ma se sono preceduti dalla particella negativa , si può elegantemente l’affisso mettere innanzi _ Non mi parendo che questa ( voce ) ci rappresenti bene in ogni sua parte la voce romana. Borgh. Col. Lai. 386. — Ma vedi, io voglio che noi facciamo a dirci il vero, e non ci ingannare l'un l’altro . Dell. Cap. Bott. r. 8.
de’ participi.
Primamente vogliamo avvertire che il participio presente quantunque si trova spesso adoperato nel caso retto, pure ora sarebbe da usar di rado — I Cartaginesi altresì furon rolli, i quali danti le spalle. Liv. Man. _ Coloro i quali per li dubbiosi paesi son camminanti. Bocc. Intr. _ Chi non possente raffrenare l’ira, rogge e fremisce per la stizza, si creda avere animo dì lione. Boez. Vare. 4- 3. _ Ne’ casi obliqui poi si potrebbe più agevolmente adoperare _ Allora si dimostra la virtù del dante, allora si conosce la benignità ecc. Sen. Benef. Vare. i. 3. _ Al mal parlante non rispondere è a lui grave ingiuria. Amai. Ant. §. 3. r. 3. — E lei gridante aiuto si sforzava di tirar via. Bocc. n. 87 — Ar- minio si faceva veder con mani, con voce, con ferite sostenente battaglia. Tac. Dav. ana. rt. 35.
Da ultimo intorno al participio presente si vuole avvertire che alcuni scrittori sono stati solili apporvi l’affisso, come: egli di te non curan- tesi Bocc. Fiam. 7; ma ora non sarebbe da fare se non con sommo risguardo.
DELIE PREPOSIZIONI.
1. Quantunque nella prima parte noi non abbiamo annoverato la preposizione a tra quelle di stato in luogo, pure è da por mente che questa si trova molte volte usata con eleganza in cambio della preposizione in quando precede un nome proprio di città, e di altri luoghi particolari, come — Trovandosi egli una volta a Parigi in povero stalo. Bocc. n. 7. — E comechè casa fosse nome appellativo, pure per proprietà di lingua specialmente in significato di patria riceve ancora avanti di sè la preposizione a — Se io fossi a casa mia, come io sono alla vostra, mi tengo io sì vostro amico, che ne di questo, ne d’ altro io non farei, se non quanto vi piacesse. Bocc. n. 45 .
2. Così ancora benché nella prima parte non sia posta la preposizione da nel numero di quelle che indicano moto per luogo, pure stimiamo dover qui avvertire che quando il passaggio non è per un luogo, ma vicino ad esso, si suole adoperare questa preposizione — Veggendo da casa sua mollo spesso passare. Bocc. n. 2 5 .
3 . Da ultimo quando si vuole esprimere il luogo in cui si va, che da’Grammatici dicesi moto a luogo, oltre della preposizione a si adopera ancora la preposizione in, ma con questa differenza che la prima si usa parlando di luoghi particolari, come città, castello ecc., l’altra quando il termine del moto è un regno, una provincia ecc. — ad imprender filosofia, il mandò ad A- tene. Bocc. n. 98. — Come se in Francia, o in Ispagna o in alcun altro luogo lontano andar volesse. Bocc. n. 48.
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Ma quando si deve esprimere l’entrare dentro qualche luogo, questo si suol far sempre precedere dalla preposizione in — Ringraziamo Iddio in prima, e poi entreremo nella vigna. Vit. SS. PP. 7g.
DEGLI AVVERBI.
Parimente si dee avvertire che degli avverbi locali qui, qua, il primo si adopera quando si vuole esprimere un particolar luogo e circoscritto, come città, piazza, stanza ecc., il secondo quando si tratta di luogo più universale, come : paese, regno, provincia ecc. — Nini credi tu di trovar qui chi il battesimo li dea. Bocc. n. 2, cioè in Parigi _ Anime sono a destra qua remote. Dant. Purg. 7. — Lo stesso dovrà dirsi di cosà e costà, di quivi e colà, e delle due particelle ci e vi considerate come avverbi locali, de’quali il primo deve usarsi quando il luogo è determinato, il secondo quando è indeterminato. — óe io fossi voluto andar dietro a’sogni, io non ci sarei venuto. Bocc. n. 36. — Sempre attenta stava ad una piccola finestrella per doverlo vedere se vi passasse. Bocc. □. 26.
Qui, costì, li, non si possono usare ne’ composti, onde non si potrebbe dire qui sii, ft su, costì su, qui già ecc. ; ma si dirà sempre quassù, quaggiù, lassù, costaggiù ecc.
Quanto agli avverbi di comparazione, è da osservare che molti di essi si trovano talvolta adoperati come semplici ripieni, innanzi a’comparativi e superlativi — Ancora è ella più maggiore che noi non sappiamo pensare — Giugurla, uomo sopra tulli quelli che, la terra sostiene, più scelleratissimo. Sali. Giug. B.. — La pessima fi -
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gliuola alla più pessima madre. Vit. S. Giov. Batt. _ Narciso era un giovane molto bellissimo. Nov. ant. Ma si guardino i giovani di troppo frequentemente adoperare questi ripieni, i quali, se adoperati con garbo crescono forza e grazia al discorso, usati spesso e senz’arte destano il riso in chi legge. —
i) K L h A SINTASSI
Le parole del discorso vogliono avere fra loro una regolata disposizione e dependenza ; e quella parte della grammatica , in cui queste regole s’insegnano, si chiama Sintassi. E perchè alcune volte fa uopo allontanarsi da queste regole per dare o maggior grazia o più efficacia al discorso, così la sintassi in semplice suol dividersi e figurala.
La sintassi semplice poi si divide in sintassi di concordanza e di reggimento ; quella dà le regole come debbonsi fra loro accordare le parti declinabili dell’orazione; questa come l’una deb- besi far dependere dall’altra.
Ma innanzi ad ogni altra cosa, essendoci mestieri di sovente adoperare il vocabolo proposizione } crediamo esser nostro debito brevemente e con chiarezza diffinir prima questa voce. Proposizione è un numero dì parole sì ordinale, che significhino un concetto , che racchiuda un giudìzio della nostra mente. Ora una proposizione per esprimere un concetto, oltre al verbo, deve avere un soggetto, e un attributo, eh’è dal verbo ■legato col soggetto, o un oggetto , quando il verbo
esprime un’azione transitiva. Onde allorché si dice _ Iddio è giustissimo • Iddio creò il mondo - Il mondo fu crealo da Dio, queste saranno proposizioni.
Le proposizioni del discorso possono essere di due maniere: semplici e composte. Semplici sono quelle di cui abbiamo dato sopra gli esempi; composte per contrario sono un complesso di proposizioni semplici legale tra loro per modo, che tutte dependano da una di esse, che ne la principale. Onde in quest’esempio del Boccaccio _ E quivi essendo già le tavole messe, ed ogni cosa d J erbuccie odorose e di bei fiori seminala, avanti che il caldo sorgesse più, per comandamento della reina si misero a mangiare. G. 3. La proposizione principale è si misero a mangiare, dalla quale tutte le altre semplici dependono.
Nella proposizione semplice non è sempre necessario esprimere tutte e tre le parti, potend.o alcune di queste esser sottintese. Onde dicendo, vivo, senz’altro, in questo verbo si contiene l’intera proposizione: io son vivente 1 , ovvero dicendo leggo la Ubbia, questa è anche una proposizione semplice compiuta, quantunque in essa non sia espresso il soggetto io. Può da ultimo una proposizione semplice esser compiuta , ancorché in essa sia sottinteso l’oggetto; così p. e. io mangio è compiuta proposizione; benché non sia espresso l’oggetto, o la cosa che io mangio.
SINTASSI DI CONCORDANZA.
Delle parti del discorso solo le declinabili possono accordare tra sé, e però noi parleremo per ordine della concordanza di queste.
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§. i. Concordanza degli aggettivi co’sustantivi.
i. Gli aggettivi e i participi uniti al verbo essere, o a un nome sustantivo che si vogliono ancora considerare come veri aggettivi, non potendo star soli nel discorso, ma dovendo essere uniti ad un sustantivo o espresso o sottinteso, debbono con questo concordare in genere e numero _ Serbiamo al nostro Creatore la mente
pura da ogn’ ira , e da ogni desiderio terreno. Vit. S. Ant. _ Fu sentenza dei filosofi che le virtù debbono essere temperate. Amm. Ant. D. 4 - r - a. _ Gli amici, quanto fare si può, eleggiamo noi liberi (fa’disordinati appetiti. Amm. Ant. D. 18. r. 4.
Avvertimento primo,
1 nomi ogni cosa , persona, e i soprannomi femminili, come: bestia, oca ecc. dati a maschio si trovano talvolta cogli aggettivi di genere mascolino _ In verità io non so: tu vedi che ogni cosa è pieno. Bocc. n. i 3 . —. Rivoltato adunque ogni cosa, non si vedea costume antico. Tac. Dav. L. i. _ Siccome persona desideroso di povertà. Vit. S. Frane. _ Quella bestia era pur disposto ( parla il Tofano, che era uomo) a volere che tutti gli Aretini conoscessero la loro vergogna. Bocc.
Lo stesso debbe dirsi di gente, quando significa soldati _ Alla fine essendo malmenati la gente del Re di Francia. Gio. V. 12. 47 - — La qual sua gente uscirono con grande paura accompagnati da ’ Sane si. Ivi 12. 17. — Non pertanto noi crediamo che essendo queste maniere poco frequenti appresso i buoni scrittori, oggi non si debbano imitare.
2 . Quando in una proposizione ci sono più sustantivi singolari, l'aggettivo, die a tutti si riferisce, debb’esser posto in numero plurale — Riesser Licia e Callimaco son ricchi. Macch. — Il Maliscalco e '/Vescovo sentendosi parimente trafitti. Bocc. n. 53.
3. Quando i sustantivi d’ una medesima proposizione sono di genere diverso, 1 ’ aggettivo si metterà in genere maschile, eh’è il più nobile — Quivi Currado e la sua donna sopravvenuti. Bocc. n. 16 .—Ma alcune volte si suole accordare coll’ultimo sustantivo tanto nel genere quanto nel numero, specialmente parlandosi di cose inanimate — Niun campo fu mai sì ben coltivato, che in esso o triboli , o ortiche, o alcun pruno non si trovasse mescolato tra V erbe migliori, Bocc. Conci.
Avvertimento secondo.
Deesi avvertire che quando in una proposizione sono più sustantivi legati con una congiunzione, allora deve aver luogo la regola antecedente, di mettersi cioè l’aggettivo o participio in plurale; ma se i sustantivi sono preceduti da preposizioni, allora I’ aggettivo si può mettere in singolare — Essendo Dioneo con gli altri giovani messo a giocare a tavole. Bocc. Gior. 6 . lntrod. — Ed egli appresso con Griselda lungamente e consolato visse. Bocc. n. ult.
§. 2 . Concordanza del nome col verbo.
' i. Il verbo va sempre messo nel numero e persona del soggetto — La naturale attitudine ci dispone a diverse cose. Aura. Ant. r. i4- —
I.
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Molli sono, che temono l'infamia, e pochi la coscienza. Ivi Giunt. ai 3 .
2. Nondimeno il verbo avere adoperalo in sentimento di essere molte volte si trova messo in singolare , quantunque il soggetto fosse plurale — Che quante galee e legni avea in quel porlo, li ruppe, e gittò a terra. G. V. 12. 17. — Al mostrar del guanto rispose che quivi non aveva falconi al presente, perche guanto v' avesse luogo. Bocc. n. 34. — Cosi ancora quando il verbo è usato impersonalmente, si suole accordare nella stessa guisa col soggetto — Perocché io so bene quanta intelligenza , e che forze bisogna a persuadere i superbi. S. Agost. Citt. di Dio.L. 1. _ Dove i cittadini avevano speranza che per lo suo reggimento si scemasse le spese. G. Y. 12. 16. — Dalla quale nasce ognidì mille cose, che mi dispiacciono. Geli. Cap. Bott. r. 8.
3 . I nomi collettivi talvolta, quantunque nel numero del meno, si trovano col verbo in plurale — La detta armata de’ cristiani entrarono nel porto delle Smirne. G. V. 12. 3 g. _ Il popolo a furore corse alla prigionej e, uccise le guardie, lui ne avevan tratto fuori. Bocc. n. 16.
Avvertimento.
Quando sono più i soggetti del verbo, nella loro concordanza si dee in tutto seguire le regole dell’ accordo degli aggettivi co’ sustanlivi
§. 3 . Concordanza de’participi.
1. I participi uniti a’ sustantivi senza 1’ accompagnamento de’ verbi seguono, come abbiam detto , nella concordanza le regole degli agget-
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tivi— O mollo amalo cuore, ogni ufficio verso le è fornito. Bocc. n. 3 i.— Leggendo le cronache, assai potrà comprendere delle cose passale. Giov. Vili. 12 4 i.
2. Accompagnali co’ verbi poi è da por mente, se il verbo a cui vanno uniti è l’ausiliario essere o avere, dappoiché col verbo essere, espri- meDdo stato o qualità , debbono sempre accordare in genere e numero col soggetto — La mia pelle è abbruciata sopra di me, e le mie ossa per lo caldo sono disseccate. Mor. S. Greg. — Quelli sono più savi che ammaestrati sono per conversazione di molli uomini. Amia. Ant. D. 2. r. 3 .
Se poi sono uniti al verbo avere, il partici, pio o resta invariato, o concorda coll’oggetto
— Di costor piagne quella geniti donna, Che t'ha chiamato. Petr. Canz. ii.6. — Noi abbiamo ricevuto una figliuola da Dio. Yit. S. Eufr.
— Chi altro che tu ha queste cose manifestate al maestro? Bocc. n. 78.— Un altro, che forata avea la gola. lof. 28.
Avvertimento.
Quando il participio unito al veibo avere è messo avanti all’infinito, deve rimaner sempre invariato — Rimasero contenti d’avere con ingegni saputo schernire l J avarizia di Calandrino. Bocc. n. 83 .
SINTASSI DI REGGIMENTO.
Avendo infino ad ora parlalo del modo di accordare insieme le parti declinabili del discorso, passeremo a dire del reggimento, ovvero della maniera colla quale deesi esprimere il rap- Pcoti 3
porto o la dependenza di due parti dell’orazione tra loro.
DEL REGGIMENTO DE’NOMI.
Un nome può essere dependente o riferirsi ad un altro nome; e questa dependenza o rapporto potendo essere di varie maniere, in vari modi deesi esprimere.
DE'HOMI SOSTANTIVI,
§. i. Sustantivi che vogliono dopo di sè il genitivo.
v Quando di due nomi sustantivi il secondo è il suggello ovvero la materia del primo , e da esse depende, va messo in genitivo, come quando esprime paternità, o proprietà, o la parte o il tutto di una cosa, o il luogo, o la materia, o il nome di jamiglia e cose simili. _ Gli anni della incarnazione del fìgliuol di Dio. Bocc. In- trod. — Vergogna è madre di onestà, e maestra à’innocenza. A.mm. Ant. d. 5. r. j. —L’amore privato ismisuratamente chiude L’occhio del cuore. Ivi. D. 5. r. 3. _ Addimandale prima il regno di Dio. Ivi d. 8. r. 3. — Castaldo è un castello di Valdelsa. Bocc. n. 6o. — Nel mezzo del guai prato era una fontana di marmo bianchissimo. Gior. 3. Introd. _ Fu scampalo e salvato da certi di casa de’ Bardi. Giov. V. 12. 17.
Avvertimento primo.
Ci ha alcuni aggettivi e pronomi nella nostra lingua, come; poco, molto, niente, alquanto,
tanto ecc. i quali adoperati assolutamente in forza di sustantivi vogliono dopo di sé un genitivo -
_ Vi era un certo Lodovico, il quale avea molti
danari, e faceva un poco di banco. Firen. Asi. d’ or. — In lui ritornò lo smarrito colore ed alquanto delle perdute forze. Bocc. n. i4- — E spalancando poi tanto di gola. Maina. 7. 85 .
Avvertimento secondo.
Alcuni Grammatici avvisarono doversi dare 1’ articolo al genitivo esprimente materia, quando 1’avea ancorali nome da cui depende, come — Il mortaio della pietra. Bocc. n. 82. — La verga dell’oro. Fati. d’En. r. g._ Lo stendardo dello sciamilo. Giov. Vili. L. 6. _Ma dappoiché questa regola non si trova costantemente seguita dagli stessi autori del buon secolo, e quasi mai dagli autori del cinquecento, noi attenendoci al parere di altri più regolati Grammatici crediamo che debba darsi l’articolo a questi genitivi o quando si voglia esprimere una determinata e special materia, o quando il nome di materia messo in genitivo non ìndica quella onde è fatta la cosa da cui esso depende, ma una certa materia che in essa si contiene o si trova; p. e.— Vaitene nella casa della paglia, eh’ è qui d’ allato. Bocc. n. 27. _ Mandalo il fante suo nel palco dei co- lombi. Bocc. n. 63 . — E quasi tutte le case della marina , ov’ erano i magazzini del vin greco e delle nocciuole. Giov. Vili. 12. 26.
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Avvertimento terzo.
Ancora per proprietà di favella si suole dopo il nome casa f quando il verbo è di stato in
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luogo, o molo in luogo, mettere assolutamente senza il segno del caso il nome del padrone, o di chi 1 ’abita — Stettero più anni i due garzoni in casa messer Guasparrino. Bocc. n. 16 — Presi certi argomenti per entrare in casa Calandrino. Bocc. n. 76. — Con grande paura e pericolo si fuggì in casa gli Albizzi. Giov. Vili. 12. 17.— Se poi il nome del padrone della casa o di chi l’abita ha innanzi 1’ articolo indeterminato, sarebbe meglio non tralasciare il segno del caso. _ Ti menerò in casa di una bonissima donna saracìnaj e più appresso — In casa di una sua parente, fu ricevuta onorevolmente. Bocc. n. L.
§. 2. Sostantivi che vogliono dopo di se il dativo.
Quando di due nomi sustantivi, che vanno insieme, il secondo di essi esprime o la forma o la somiglianza ad un’altra cosa, questo secondo nome si mette in dativo. — Con tjue" suoi denti a bischeri. Bocc. n. 72. — Con quella berreltaccia a gronda ( e più appresso ) e barba a lucignoli. Buonar. 2. 3 . i i.
§. 3 . Sostantivi che vogliono dopo di se l J ablativo.
Se di due nomi sustantivi, I’ uno dall’ altro dependente, il secondo esprime o attitudine , o convenienza, o patria, questo si deve porre in ablativo — Essendo ella già di età da marito. Bocc. n. 34 . — Lo. donna a cui più tempo da conforto che da riprensione parea. Bocc. o. 18.
_ Ciascuno procurava alcuna coserella da mangiare Y SS. Pad. _ I Guelfi della città di Fano »
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coll’aiuto de’Malalesli da Rimini. Giov, V. 9. 140. — Guidolto da Cremona lascia a Giacomiii da Pavia una sua fanciulla. Bocc. n. 4 'j-
Avvertimento.
Quantunque il nome di patria piti toscanamente si suole mettere in ablativo, pure si trova aucora presso i buoni scrittori messo in genitivo — Colla forza de’ detti Orsini di Roma. Giov. V. 9. 3 g.
de’ homi aggettivi.
Ancora i nomi aggettivi possono avere dopo di sè nomi sustantivi, e questi secondo le varie relazioni, che esprimono , onderanno posti o iu genitivo, o in dativo, o in ablativo.
§. 1. Aggettivi che vogliono il genitivo-
Gli aggettivi, che significano scienza o ignoranza, loda o vitupero, avere o privazione, abbondanza o scarsezza e simili, vogliono posto in genitivo il sostantivo che indica la cosa, della quale si ha scienza, o ignoranza ecc. _ Essendo mollo dotto delle scritture ed ammaestrato della
fede di Cristo. Cav. At. Ap. r 1 3 ._ Molti vi sono
della medicina ignorantissimi. Lib. Cur. mal._
Una dì loro di età giovine, di forma bellissima, chiara di sangue e di costumi. Fiamtn. L. 1. — Cavaliere prode delle armi, ma de’ costumi vizioso. Pass. Sp. V. P. _ Il paese è gravidissimo e molto abbondante di grano, di orzo, di bestia»- me e di pesci. _ Giamb. L. 5 .
§. 2. Aggettivi che vogliono il dativo.
Gli aggettivi eh’ esprimono simiglianza, inclinazione, convenienza, vantaggio, tendenza, e tutti i loro contrari, vogliono messo in dativo il nome sostantivo al quale si riferisce la qualità espressa nell’ aggettivo — La lunga barba . . . Portava a’suoi capelli simgliante. Dant. Par. 2. — Cose più atte a’ curiosi bevitori, che alle subrie ed oneste donne. Boc. Intr .—Province naturalmente dedite alle armi. Giamb. Lib. 3 . — Ni una cosa è così contraria al dicitore, come il manifesto acconciamento. Amm. Ant. D. n. r. 3 .— La vita de buoni è sempre grave agli uomini di perversi costumi. Ivi. d. 14. r. 1.
§. 3 . Aggettivi che vogliono P ablativo.
Gli aggettivi da ultimo i quali esprimono alienazione, allontanamento, separazione e situili richiedono dopo di sè un nome sustantivo messo in ablativo, che indichi il luogo o la cosa donde si fa 1 ’ allontanamento, l’alienazione ecc. — Trovò per avventura alquanto separala dalle altre navi una navicella di pescatori. Bocc. n. 4 2 - — Coloro, che sono esuli dalle loro patrie, desiderano di tornarvi. F. Giord. Pred. _ Sicché per sua dottrina fé disgiunto Dall’ animo il possibile intelletto. Dant. Purg. 20.
Avvertimento.
Non vogliamo rimanerci ha molti aggettivi, i quali stra lingua possono avere contento, presto, acconcio
dell’avvertire che ci per proprietà di no- differenti casi: così e simili vogliono il
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genitivo ed il dativo — Contento di quello , che dato gli era, più non chiedeva. Vit. S. Ant. _ E però, padre e madre mia, state contenti alla volontà di Dio. Vit.S. Giov Batt. — Dar materia agl’ invidiosi presti a mordere ogni laude- devote cosa. Boec. introd. — Queir anima gentil fu così presta ... Di fare al citladin suo quivi festa. Dant. Purg. 9 . — E per me sono acconcia d’ impegnar per le queste robe. Bocc. n. 80 . _ La gente è più acconcia a credere il male che il bene. Bocc. n. 26. ,
§. 4. De’ comparativi e superlativi comparativi.
I comparativi, e i superlativi comparativi voe gliono dopo di sè messo in genitivo il nome col quale si fa il paragone, come: Pietro è più dotto di Paolo — Erano i più belli, e i più vezzosi fanciulli del mondo. Bocc. n. 27. — Ma non di rado invece del genitivo si suole mettere un nome preceduto dalla particella che, come — Guiscardo, uomo di nazione assai umile, ma per virtù, e per costumi nobile più che altro. Bocc. n. 3i.
— Oltre a questo caso, ne possono ancora, come aggettivi, ricevere altri, come: Pietro e più idoneo di Paolo alla milizia.
§. 5. De’ superlativi.
I superlativi, quantunque si trovino soventi volte adoperali assolutamente, pure alcuna volta vogliono dopo di sè un genitivo, o un dativo preceduto dalla preposizione oltre, o un accusativo retto dalle preposizioni tra, o fra e sopra.
— Nella città di Fiorenza oltre ad ogni altra italica bellissima. Bocc. Intr. — O fortissimo de’ troiaui Enea. Fatt. d’ En. rub. 3q. — L’uomo è sopra tutti gli altri animali bellissimo.
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§. 6. De’ nomi■ personali.
De’nomi personali io e tu non accade far qui parola, essendo il loro reggimento lo stesso che quello degli altri nomi. Quanto al terzo nome personale sii non si potrà esso adoperare se non quando si riferisce al soggetto, sia questo singolare o plurale _ Il duca a difesa di sè similmente ogni suo sforzo apparecchiò. Bocc. n. 17 __ Manifesta cosa è, siccome le cose temporali tulle sono transitorie e mortali, così in sè, e fuor di sè essere piene di noia ed angosce. Bocc. n. 1.
Altrimenti bisogna adoperare il pronome lui al singolare, e loro al plurale — Se ne andò a casa il padre suo } e quivi a luij ed alla madre narrò l’inganno. Bocc. n. 98 . — Ella (la santa scrittura) insegna all’uomo conoscere la viltà delle cose terrene, e la loro instabilità j conoscere l’eccellenza delle cose celestiali ed eterne e la loro nobililà. Pass. 323 .
DEL SUBBIETTO.
§. I. Del subbielto che regge V infinite.
Se l’infinito variasse, concorderebbe col suggello; ma poiché qualunque sia il numero e la persona del subbielto, l’infinito sempre è lo stesso, noi per questo non ne consideriamo che la dependenza.
11 suggello, che regge il verbo infinito, può essere messo o in nominativo o in accusativo , secondochè o prima o dopo il verbo si adopera. Se prima, metter si deve in accusativo _ Per tutta la terra d’Egitto s’ avesse per certo lei in mare essere annegala. Bjcc. n. 17. _ Ne sarebbe
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sialo alcuno, che veduto l’avesse, che non avesse dello lui veramente esser lutto della persona per - diiloi Bocc n. n. — Se -il subbielto poi si mette dopo il verbo io fin ito, seguitando le norme de’ buoni scrittori, va meglio porlo in nominativo — Seco dispose di non mandare, ma d’andare ella medesima per esso. Bocc. n. 49*
Avvertimento.'
Se il soggetto del verbo infinito sia un nome personale di prima o seconda persona,, si vuoi metter sempre dopo del verbo, ed in caso retto, e non seguitare i più antichi scrittori, i quali l’dian posto in accusativo prima del verbo, che questa maltiera oggi riuscirebbe assai aspra è dura — Come io sentii me lutto venir meno. Petr. canz. 4- tb
§. i. Del subbielto che regge il gerundio .
Il gerundio, che anch’ esso esprime un’ azione indeterminatamente, non può stare solo in una proposizione, ma debbe essere unito con un altro verbo. E però se il soggetto del gerundio è ancora suggello del verbo finito, che precede o segue esso gerundio, dev’essere posto in nominativo. — Ella udendo luì esser Gisippo, rU spose di sh Bocc. n. g8: dove si vede ella messa io nominativo, perocché oltre all’ esser suggello del gerundio, è soggetto ancora del verbo ri- spose. Per contrario quando il suggello del gerundio non è parimente suggelto del verbo principale, allora si deve mettere in accusativo _ Io uvea già i capelli in mano avvolti, E tratto glie ne avea più d’una ciocca, Latrando lui cogli occhi in giù. rivolli. Dant. inf. 32-
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Avvertimento primo.
Comechè da’migliori grammatici si soglia dar questa regola per la costruzione del gerundio, non per tanto si vuole avvertire che i buoni scrittori non 1’ hanno costantemente seguitata. Ed il Boccaccio, che è certamente il più regolato scrittore del buon secolo della favella, ha adoperalo il gerundio col caso retto anche quando il suggello di questo non è suggetto di verbo finito: e de’ molti esempi, che arrecar se ne potrebbero , ne arrechiamo pur uno: essendo già le none tutte turbale, pregandone egli, ogni uomo stette cheto. Bocc. n. 99.
Avvertimento secondo.
11 subbiello regge il participio nello stesso modo che il gerundio ; e però crediamo di non doverne distintamente parlare.
REGGIMENTO DE’ VERBI
§. 1. De’verbi sustantivi ed aggettivi.
I verbi, assolutamente considerandoli, si dividono in sustantivi ed aggettivi. I verbi sustantivi son quelli, che non indicano nè azione nè passione, ma semplicemente stato; gli aggettivi sono quelli, che indicano azione o passione.
Sustantivo è.solo il verbo essere-, tutti gli altri sono aggettivi.
5. 1. Reggimento del verbo sustantivo,
II verbo sustantivo vuole il medesimo caso prima e dopo di sè; questi due casi, al.orche
il ' verbo è finito, sono due nominativi— Signor mio, io sono la misera sventurata Ginevra, sei anni andata tapinando per lo mondo. Bocc. 49• I veri animi sono una cosa insieme. Amm. Aut. d. 18. r. 1.
5. 3 . Reggimento de‘ verbi aggettivi.
I verbi aggettivi, generalmente considerati , sono o transitivi od intransitivi, secondochè essi significano o un’ azione che passa, o un’ azione che resta nel soggetto, che la fa. Nella prima specie si vogliono , in quanto al reggimento, comprendere non solo i verbi attivi, ma ancora i passivi ; nella seconda da tutte le altre maniere di verbi, cioè neutri aitivi, neutri passivi e neutri assoluti.
Di queste due specie di'verbi, i transitivi hanno un reggimento proprio, del quale sono privi gl’intransitivi ; e pciò noi per procedere ordinatamente e con chiarezza parleremo prima del reggimento proprio de’verbi transitivi, che dicesi diretto,’ e poi del reggimento comune ad essi- ed agli intransitivi, che dìcesi indiretto.
§. 4 - Del reggimento proprio de’ verbi transitivi.
ìt verbo transitivo significando un’azione, che materialmente o mentalmente dal soggetto passa nell’oggetto, o da questo a quello, di sua natura debbe aver dopo di sè un nome, che soffra 0 faccia 1’ azione, secondochè il verbo è attivo o passivo. Nel primo caso il nome, che soffre l’azione, si deve mettere in accusativo — Così egli da me era ugualmente amalo, com’egli zm. amava. Fiata. 1. 6 . — Molli molte cose sanno ,
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sè medesimi non sanno. Aram. Ant. D. 5. r. 3.
Sempre lente cose crudeli la turbata coscienza. Ivi d. 23. r. 2. _ Nel secondo caso il nome che fa l’azione si vuo' mettere in ablativo, e talune volte in luogo del segnacaso da si adopera con egual proprietà la pieposizione per — La virtù, non sarà vìnta da miseria. Amm. Ant. Giuiit. 173. — Meglio è esser corretto dal savio, che per falsa lode di stolto esser ingannalo. Amm, Ant. D. 3. r. 6.
Avvertimento primo.
Vuoisi qui ripetere quel che abbiam detto, nella prima parte, che quando.si vuole esprit mere una cosa indeterminatamente al plurale con molta proprietà l’accusativo devesi far precedere dalle particelle de*, dei, delti — Essi hanno de’ morti cosi bene come noi. Fati. d’ En. r. 4 7 , — ovvero dal segnacaso di quando innanzi al sustantivo siaci un aggettivo— Scriveva libri a prezzo, dettando di sante e buone cose. Giov..
Vili. 12, 36.
Avvertimento secondo.
Ci sono alcuni verbi neutri i quali costrutti, attivamente vogliono dopo di sè un accusativo di cosa, come: viver vita, dormir sonno, morir morte ecc. de’quali abbiamo parlato nella prima parte. Cosi parimente alcuni verbi aitivi si adoperano assolutamente, cioè senza il caso dopo, come se si dicesse: Che fai? Leggo.
§. 5. Reggimento comune de’verbi aggettivi.
Tutt’i verbi transitivi oltre dell’oggetto possono avere dopo di sè un altro nome adoperato.
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per compiere la proposizione, e però détto compie meni o, che esprima la materia, la cagione, l’origine, o qualunque altro rapporto; e siccome ancora i verbi intransitivi possono ricevere dopo di sé di simili nomi, così ci faremo ora a parlare di questa specie di reggina nto , che reggimento comune si suole addiinandare. Ma dappoiché diversi sono i rapporti espressi da questi verbi, o con diversi casi può venir usato il detto complemento, così noi in vari ordini divideremo questo reggimento, secondo che vari sono i casi co’quali si esprimono.
§. 6. Di quei che vogliono dopo di se mt genitivo.
Se il complemento di’ una proposizione sarà, un nome esprimente la materia, ovvero il suggello dell’azione del verbo, si vuol mettere io genitivo _ Niwia cosa veste piu tosto l’animo di onestà, come il conversare co’ buoni. Amili. Ant; D. g. r. li — [/avaro non s’empirà di pecunia, Àmm. Ant. D. 2 G. r. 2 . — Fatto del mantello grembo, quello di pietre empì. Bocc. n. y3. — Di questo ti ammonisco che arte senza Uso non giova molto. Amili. Ant. D. g. r. 5. —Iddio ... pasce gli Angeli ed i servi suoi di amore e di gaudio sempiterno. Vit. S. Marg.— Ivi era una;, la cui vita rispondeva di grande santità. Vit. S.- Eufrag. — Colante carte aspergo Di pensieri, di. lagrime e d'.inchiostro, l’etr. Tri. Amor. c.
Avvertimento.
Cónvien porre ben mente che comunque noi abbiamo detto che i verbi appartenenti a quest 5 !"
£> 2 -
ordine vogliono dòpo di sè un nome in genitivo esprimente materia; pure molte volte, e specialmente co’verbi neutri, e neutri passivi, nel genitivo suol mettersi la cagione, che noi esprimiamo colla voce materia. E di fatti dicendo ; nessun di servitù giammai si dolse. Petr. Tr. Mori. c. t._ in questa proposizione comunque la servitù fosse la cagion del dolore, si può non pertanto considerare a un tempo come materia del dolore.
§. 7. Di quei che vogliono dopo di sì un dativo.
Qoando a compiere la proposizione si vuole esprimere una tendenza o inclinazione verso una cosa, o una persona, in grazia ed utilità, o ad incomodo della quale si fa l’azione del verbo, il nome della cosa o della persona fa uopo esprimerlo in dativo — Promise (Gesù Cristo) la vita eterna a chi amasse piu lui che sè. Giamb. Stor. L. 5 . — Soddisfece alla sua domanda, e se ad ogni suo servigio offerse. Bocc. n. i 3 . — Dio diede all’ uomo la statura e la forma diritta. Amili. "Ant. d. 4 - *'• 1. — Allegrezza delia vita è che tu abbi a cui tu apra il tuo petto. Ivi d. 18. r. 2. _ Le cose, le quali alcuno fa, ditesi veramente che non le vieta ad albui. Ivi d. io. r. 1. — Chi ad altrui ha invidia, a sè fa ver- gognaj e a colui, a cui ha invidia, acquista gloria* Ivi d. 29. r. 1.
Avvertimento.
Oltre a’verbi che reggono un dativo, ce ne ha alcuni pochi nella nostra lingua, i quali oltre.
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&.1'dativo di' persona ed all’oggetto portano .incoia dopo di sè un altro dativo, come sono i verbi di ascrivere, imputare, tornare, ridondare, essere ecc. — Fannoti di peggio, e ascrivonti quello • ad avarizia, e chiamanti misero. Agri. Pandolf. 56 — Pognamo di egli di ciò non abbisogni, pure gli torna a grande onore che noi riconoscendo ecc. Gav. Frut. Ling. —Dove quell’età dovrebbe arrecar loro reverenza ed onore, .ella è loro a di» spregio. Ge . Capi-, Bott. r. 8.
§. 8. De’ verbi che vogliono dopo dì sè un ablativo.
Allorché il verbo esprime o separazione o a- lienazione, il nome della cosa o della persona da cui si fa l’allontanamento o la separazione, va messo in ablativo — Non trasmutare la persona da quello che ottimamente fa. Amm. Ant, D. 1. r. 3 . — Leggermente potremo il nostro corpo raffrenare da ogni peccato. Ivi I). i5. r. i. — Con paiole assai V ingegnò di rivolgerla da proponimento sì fiero. Bocc. n. 16.
Ancora co’verbi di richiedere, di domandare, d’ ottenere, il nome della persona dalla quale si è ottenuto o domandata la cosa va pure messo in ablativo — Noi abbiamo ricevuto una figliuola da Dio. Vit. S. Eufrag. — Questa, legge nell’a-. micizia sia, che dagli amici oneste cose domatifidiamo. Amm. Ant. D. 16. r. i.
Avvertimento primo.
(Quando 1’ allontanamento non è da persona, ma cosa, con inolia graziasi trova -molte volte messo in genitivo — La Reina, levatasi la laurea
Sì
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di capo, quella aitai piacevolmente potè sopra la testa a Filostralo. Bocc. g. 3 . fin. — Egli di prigione il trasse. Bocc. n. 99.
Avvertimento secondo.-
Cosi parimente quando il secondo termine a> compiere una proposizione è nome di persona o di cosa da cui debbesi fare l’azione espressa dal verbo, cninechè dovrebbesi mettere in abla» tivo, pure presso i toscani si trova questo nome messo molte volte in dativo. Onde si legge A* mendue li fece pigliare a tre suoi servidori. Bocc. n. 16 .— Finta dall’ira la feci ad un mio familiare uccidere. Bocc. r». 19. _ Fecelo squartare a quattro cavalli come traditore. Giov. Vili. L. g. c. 26. — Perche non sentendosi rispondere ad alcuuo. Bocc. u. \q. _ Non li lasciassi vincere tanto all’ ira. Bocc. n. 23 . — E questo è un modo elegantissimo di nostra lingua.
Avvertimento terzo.
Crediamo nostro debito idi far qui avvertire che ci ha pur molti verbi, i quali possono regi g.ere differenti casi, come per modo d’esempio: Adusarsi può reggere il genitivo ed il dativo _ Onde sono molti j i quali adusali del mal fare e. del vizioso vivere, non appare che si possono astenere dal peccato. Pass. 21. — Tanto si può. l’atomo adusare a’peccali venialij che cade poscia ne’ mortali. Pass. 202. _ Avere compassione _ Umana cosa è avere compassione degli af- • filiti. Bocc. Iotr. — Avendogli (Compassione. YiU . di S. Ant. f
6 ?
Avvertimento quarto.
I verbi aggettivi, invece dell’oggetto, o del soggetto, hanno talvolta dopo di sé un altro verbo col suo caso, ovvero un infinito — Credevano questi popoli che ogni bene e felicità venisse da un Dio buono. Giam. St. Eur. I. 5 . —■ Ingrato è chi il beneficio nega d’aver ricevuto. Amai. Ant. D. 17. r. 2. — Dobbiamo parlando imparare a tacere. Amai. Ant. D. 7. r. 3 .
Avvertimento quinto.
Gl’infiniti de’verbi, i participi ed i geruudi seguono nel reggimento le medesime regole de’ verbi finiti onde essi derivano; e però crediamo non doverne qui fare parola-.
Avvertimento sesto.
Da ultimo non vogliamo tralasciar di avvertire che qui non abbiamo credulo di far parola del reggimento degli avverbi, congiunzioni ed interiezioni, non avendo queste particelle reggimento proprio; dappoiché tutte le volte che pare che esse reggano caso alcuno, sempre vi si sottintende o un verbo o un nome _ Levatevi su, ecco colui, che mi dee tradire. Vit, Crisi-. — Dove si sottintende Ecco viene. _ Qui me ne venni dove, mercè di Dio e di questa gentil donna, campalo sono. Docc. 60 , dove si solfine tende mercé t’aiuto, la grazia e simili.
REGGIMENTO DELLE PEEl’OSIZIOUI.
Molti Grammatici tenendosi assai stretti al latino, molto si sono allargati in parole per tra'.-
tar del reggimento de* verbi di moto e de’nomi esprimenti prezzo, pena, cagioni e simili. Ma siccome questi nomi nella nostra lingua dependono dalle preposizioni, cosi ci staremo contenti a parlare di queste solamente. E perchè di tutte le preposizioni alcune reggono un solo caso ed altre ne possono reggere più, cosi le divideremo in vari ordini.
§. i. Preposizioni che reggono il genitivo.
A guisa-a MODO • A simili aiiz a , e generalmente tutte quelle preposizioni che io certo modo esprimono paragone; ovvero son composte da un segnacaso o da una preposizione, e da un nome sustantivo, eccetto alcune poche che vanno costrutte con altri casi. _ A guisa di leon quando si posa. Dant. Purg. 6 . _ A modo del villan matto , dopo danno fe patto. Bocc. n. 74.— A simiglianza della gran viriute. Rim. ant. i 5 .— In forma di fiere selvatiche. Vit. SS. PP. —Dis- sele che a piè d'un pesco quelle cose ponesse.
Bocc. n. 6 -i._ La luna essendo in mezzo del
cielo. Bocc. g. 6 . Introd. — Portava addosso in cambio d‘altre some Dit. i. 2 — Ed egli forte contento ih luogo di figliuola la ricevette. Bocc. n. i2. _ Per cagione degli amici oneste cose facciamo. Amm. Ant. d. 8 . r. i.
piuma - Tutte le cose con l'amico delibera, ma prima di lui Albert. 2. 4 °-
§. 2. Preposizioni che reggono il dativo.
A, o ad - Trovasi colla mia donna in casa una femmina a stretto consiglio. Bocc. n. 26. _ Dio vi appella e vi vuole ad amici suoi. Fra. Guit. Leti. i 3 .
6 7
Dietro-dal lato — Dietro a quel sommo ben che mai non spiace Levale il cuore a più fe-. lice stalo. Petr. son. 78. — Si levò dallato all'oste. Bocc. n. 7.
Presso (in sentimento di circa) — Lo soprapprese presso ad un castello, presso ad un miglio. Bocc. n. 12.
Sino -Ratto son corso giù sino alle porle Dell’aspra morte per cercar ddrtto. Riin. ant. 90’.
§. 3 . Preposizioni che reggono l’accusativo.
Eccetto, salvo — In questo consiste la palma degli scrittori, eccetto i didascalici. Cas. lett. 71. — Rendigli la Signoria, di Lombardia, salvo la Marca Trivigiana. Giov. Vili. 3 . 5 .
LunghessOjRasente — Noi eravarn lunghesso il mare ancora Dant. Purg. 2. — Incominciò a congelarsi rasente il vetro. Sag. Nat. esp. 162. Medi ante — lnft.no a questo luogo, mediante molti avversi casi, l’ho seguilo. Filoc. 6. iG j.
Per — Le cose che deano venire si possono per le passale prevedere. Amtn. Ant. d. 1 1. r. i 7 . Secondo — L’ amico secondo il tempo non istarà termo nel dì delle tribolazioni. Amili. Ant. d. 18. r. 3 .
Tra e Fra ( accorciate di intra e infra , che si possono usare in loro vece) _ Fra le vivande l'uomo discorre (1) in disordine di parlare. Mor. S. Greg. 1. 3 . _ Come più grave colpa e l’ esser reo ita buoni, così di grandissima lode è l’esser buono Udrei. Ivi 16.
(s) Discorrere qui vale incorrere, cadere.
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§. 4 - Preposizioni che reggono l’ ablativo.
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Da - Chi è da Dio ricevuto in figliuolo , è da. lui flagellalo. Mor. S. Gr. i. 3 .
Iy — Veramente è immacolato, chi superbia in se non ha. Amai. Ani. d. 27. r. 1.
§. 5 . Preposizioni che reggono il genitivo ed il dativo.
A Rispetto, rispetto ecc. _ toltomi al Crocefisso presi conforto de'miei (tormenti) istiman- doli niente a rispetto di quell’ acerba passione. Cron. Morell. 34 g. — La sua pistola è buona e ben latina rispetto al poco'esercizio ch'egli ha. Cas. lett. 2.
Viciyo — Incominciò a guardare, se vicin di se udisse o sentisse alcuna persona. Docc. n. 54 - — Fattosi alquanto più a quello vicino. Ivi n. 77.
§. 6. Preposizioni che reggono il genitivo e l' accusativo.
Inverso e verso — Certamente gli uomini malvagi si pensano di trovare lutti gli uomini così falli inverso di loro, come essi son fatti inverso altrui. Mor. S. Greg. i 4 - 6. _ Colla imagine in mano verso la lorricella ne andò. Bocc. n. 77. — L’ ale spando Verso di voi, 0 dolce schiera amica. Peti - , son 19.
§. 7. Preposizioni che reggono il dativo e l’ accusativo.
Dirimpetto — Fu messo a sedere appunto dirimpetto all’uscio della camera. Bocc. n. 7. —Na-
vigò Agrippina di verno a golfo lancialo in Corf'u, isola dirimpetto Calabria. Dav. ano. 3 . 57.
Infimo _ Infìno al fiume di parlar mi trasse. Dant. lnf, 3 . — La flagellò dal capo infin le piante. Dant. Plug. 32 .
Innanzi — Siccome molti innanzi a noi han fallo. Bocc. Int. — dinnanzi l’ alba Puommi arricchir dal tramontar del sole. Peli'. Canz. 3 . 5 .
Oltre. Oltre al diletto era una maraviglia. Bocc. n. 60. — Oltre piu malamente feriti, vi rimasero schiacciali e morti cinque soldati. Varchi st. io.
§. 8 . Preposizioni che reggono il dativo e l’ablativo.
Di dietro — Elle non correranno di dietro a ninna a farsi leggere. Bocc. Conc. _ Dice che in sulle spalle di dietro dalla collolla vi era un dragone. Coni. Iuf. 2 5 .
Discosto — Discosto alla terra cinque miglia. Vit. S. Marg. _ Fu posto sette miglia discosto dalla città. Pet. Uom. ili. 92.
Lungi — ISon molto lungi al percuoter del- fonde. Dant. Par. 12. — Si farà una caverna lungi dalla radice tre dita. Cresc. 3 .
§, 9. Preposizioni che reggono il genitivo, il dativo e l’ accusativo.
Appo — E però il p untarlo (il pepe) appo di noi è di niuna utilità. Cresc. 5 . — La villania fatta altrui prova qual sia l’uomo dentro appo a se. Pass. 82. — Ho io grazie Grandi appo le? anzi maravigliose. Dant. Inf. 18.
Appresso — Appresso di questo andò al luogo dove erano i lebbrosi. Fior. S. Frane. 93. —
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Dopo tre e quattro anni appresso alla partita , fatta da me.sser Guasparrino. Bocc. n. 16. — E prima appresso Dio m’illuminasti. Dant. Farad. 7.
Circa — Che è circa di tre braccia. Ci esc. 1.
— Ricevuto da loro circa a diecimda fiorini d’oro. Watt. Vili. 11. _ Cosi di quelle sempiterne rose ! Folgonsi circa noi le due ghirlande. Dant. Par. ia. | Coltra e Contro — Acciocché poi non aves- ser cagione di mormorar contro di lui. Bocc. h. 4 - — Dopo molle battaglie e vittorie avute contro a Desiderio. Giov. Vili. 2. — Contro il generai costume de’ Genovesi Bocc. n. 8.
Dopo — Ti scongiuro e prego che io dopo di te non rimanga sette dì. Mor. S. Greg. 1. —Per alcuna cagione non molto dopo a questo. Bocc. n. a 5 . — L’adulatore è anco come quella voce che risponde dopo i monti e le mura a chi grida. Cavale. Puug. 5 i.
Fuor a, fuore e fuori _ Uscite pur del bell’albergo fuora. Petr. son. 2i3. _ Fecero procuratori a vendere tutte le possessioni che erano fuori alla città di Gerusalemme. Vìt. S. Maria Madd.
— Fuor tuli’i nostri lidi, Nell’ isola famosa di Fortuna Due fonti ha. Cani. 3 l. 6. I
Lungo — Lungo di se di notte furia e calca. Dant. Pur». — id, E lungo al pelaghetio quivi cenarono. Bocc. n. 64. — Così lungo i’ amate 1 rive andai. Petr. Cani. 4.
Presso — Stando all’ assedio di Genova presso di cinque anni. Giov. Vili. 1.9. — La penna al buon voler non può gir presso. Petr. Canz. 4 - — Infin presso le donne di Ripoli il condusse. Bocc. n. 14.
! Sotto — Ciascuno e castella e vassalli aveva sotto di se. Bocc. n. 3 g — Sotto a quel tempo avvenne un miracolo. Vit. S. Giov. Gualb. >- A-
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vrei ben saputo e saprei sotto altri nomi comporla. Bocc. Introd.
§. io. Preposizioni che reggono it dativo, l’accusativo e l'ablativo.
Di costa — Fallosi aprire un giardino che di costa era al palagio. Giov. Vili. 16. — Che facesse levare le case eli erano di fuori di costa le mura di Parigi. Giov. Vili. 12. 26. _ Quella mattina in San Giovanni cadde un palchetto che si era Jalto di costa dal coro. Giov. Vili. 9.
Di sotto — E altrettanto n era di sotto a’piedi loro. Pass. 4 1 • — Fa più stretta la piega a quel velo che andar mi dee di sotto il mento. Lab. aob. — Siede Rachel di sotto da costei. Par. 32 .
§. 11. Preposizioni che reggono tutti i casi.
Avauti — Due fratelli solamente nati avanti di tei lascio nel suo partire. Filoc. 7. —Camminando adunque il novello abbate avauti alla sua famiglia. Bocc. n. i 3 . _ Avauti ora pervenne là dove £ abbate era. Bocc. u. 7. _ Poco avanti da se vide le ceneri rimase di Attila. Filoc. 4 -
Dentro. —Lui dentro dell'arca lasciaron racchiuso. Bocc. n. i 5 . — Entrali dentro a luì. Ivi n. 79. Dentro una nuvola di fiori. Dant. Purg. 3 o. — E dentro dal mio ovil qual tugge. Petr. son. 43 .
Di sopra — Delfino è un gran pesce, che salta di sopra dell'acqua. Tes Br. 4 - 5 .—Di sopra alla città di Palermo. Ricord. Males. i 43 .—Di sopra i verdi cespiti levò it capo. Araet. 17. — Giuralo avria .. . Che tutti ardesser di sopra dai cigli. Daot. Purg. 29.
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DELLA SINTASSI FIGURATA.
Essendosi la Sintassi divisa in semplice e figurata, noi avendo insiuo ad ora parlato della prima, che chiamasi ancora regolare , ci faremo ora a ragionare brevemente dell’ altra, che da’Grammatici è detta irregolare. I buoni scrittori, allorché debbono esprimere alcuna cosa con forza ed evidenza, sogliono prendersi alcune licenze , le quali quantunque sembrino di- scoslarsi dalle regole grammaticali, pure non si vogliono punto biasimare, come quelle, elle adoperate a tempo ed a luogo arrecano al discorso maravigliosa efficacia ed eleganza. Ora queste licenze fatte con ragione, e rifermate dall’uso sono state da’Grammatici dette figure. Di queste figure grande è il numero; ma la più parte di esse appartengono alla reltorìca; e però noi ragioneremo solo di tre, che sono veramente proprie della grammatica, e grammaticali sono state dette, cioè Ellissi, Pleonasmo ed Iperbato .
§. i. Dell’’ Ellissi.
L'Ellissi, ovvero mancanza, è l’omissione di alcune parole, le quali o sono state dette avanti, ovvero si possono agevolmente intendere da’lettori. La qual figura è oltremodo vaga, quando si sappia usare con giudizio, senza arrecare nocumento alla chiarezza del discorso; e trovasi dai buoni scrittori frequentemente adoperala in quasi tutte le parli dell’orazione.
i. Ellissi del nome sustantivo. — Seppe il tedesco, Irancesco, greco, saracinesco. Giov. Vili, lib. 6. i, d ove è sottinteso sempre il nome sustantivo linguaggio.
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i. Del segnacaso, ed articolo. _ II bitonuomo, in casa cui morto era. Bocc. n. 38 , cioè; in casa di cui. — Sopra re Carlo imperator romànci. Arios. fur. i. i. cioè sopra il re Carlo. ; 1
3 . Del pronome — Ma se" venuto più che mezza lega belando gli occhi... A guisa di cui vino o sonno piega ? Dani. Purg. 16, dove si sottintende colui.
4 - Del veibo suslantivo _ Io ricco, io sano ecc. riverito, onoralo, careggiato da tutta gente. Pass, fol. 48. , dove manca il veibo suslantivo sono.
5 . Del verbo finito — E Cimo non ondava dove Coltro. Vit. S. Mar. Egiz. — dove manca la seconda volta il veibo finito andava.
6. Del verbo infinito — lo era un asinaccio, che non sapeva la vita. Firen., dove s’intende il verbo infinito sostenere.
7. Del participio — O se essi mi cacciasser gli occhi, o mi traessero i denti, o mozzasse/mi le mani, o facesse/mi alcuno altro così fallo giuoco , a che sarei io? Bocc. n. 81, dove si sottintende il participio ridotto.
8. Degli affissi — Cotale, acqua è quasi sempre dolce, ed e leggieri a pesai la, e tosto raffredda , e tosto riscalda. Cr. 1 - 45 , cioè si raffredda , e si riscarda — Or muovi, e con la tua parola ornata, lnf. 2 ; cioè or ti muovi.
g. Delle preposizioni, congiunzioni, ed interiezioni — Messe/'' Torello in quell’ abito che era, Bocc. n. 9. cicè in che era. — 1 lodati studi, la sollecitudine, Cindustria e la diligenza, il buon governo, le buone assueiudini, e le osservanze, gli onesti costumi, Cumanità, la facilità e la civiltà rendono le famiglie degne. Agri. Panel. G. Fam. 1. ove è spesso taciuta la congiunzione e. — Dubitàvan forte non ser Ciappelletto
PuQTI. 4
gl ingannaste. Bocc. n. i. — Quest' ultima novella voglio ve ne renda ammaestrato. Bocc. n. io; ne’quali due esempi è om ni essa la congiunzione che — Quanta invidia ti porto, avara terrai Pel. son. 260; dove è taciuto al principio l’interierione oh.
Ma non solo le parole -soglionsi dagli -scrittori tacere; anzi intere sentenze si trovano alcuna tolta tralasciate _ Panfilo prestamente rispose che volentieri. Bocc. n. 24 : dove manca l’intera sentenza: ciò fatto avrebbe — Chò non pur sotto benda Alberga amor. Petr. canz. 5 . intendi: ma alberga ancora in altri oggetti — Flegetonte e Le- teo, che deli" un taci. Dant. Inf. 14? sottintendi, * deli? altro parli. Ma non piti io materia cotanto nota.
, profferendo allo stesso modo franco e frango, stanca e stanga. Allorché questa lettera sta innanzi alle conso- nauti, coipe: crudele, o innanzi alle vocali <7* o, u, come: caro, comodo, cura, rende sempre un suono aspro, spiccato e rotondo. Stando poi innanzi alle altre due vocali e,, i, il suo suono esser debbe dolce, acuto e chiaro, come nelle parole cera, cipresso ecc. Ma quando tra il c, e queste vocali è posta un’ li, il suono del c, diventa rotpndo, e quasi aspirato, come nelle voci banche, efrche, stecchi ecc., ovvero schiacciato, sicché |a lingua nel profferire si allunghi verso i denti, come in occhio, vecchia ,, torchi ecc. Il suono .è schiacciato : i. Nel pronome chi, e suoi composti, come chiunque, e nelle voci che cominciano con la sillaba chi, come: chiamare, chino, ecc. e ne’composti di queste voci, come: richiamare, inchino ecc. 2 . Nelle parole che al singolare terminano in io, come: specchio, lon ghip, mucchio ecc. ed anche nel plurale di esse Voci,, come specchi, torchi ecc. Ma se ci ha un £ innanzi al eh, comeché seguissero i dittonghi delti avanti, il c nondimeno ri e est proferir rotondo, come: maschio maschi, muschio muschi ecc.
Il d vuoisi pronunziare con maggior forza che il tj e però facciasi attenzione a non confonderlo con questa lettera, sicché non si distingua, se saldo si dica o salto, quando o quanto eco.
Egli è da porre ben mente alla pronunzia del g, come quello, che può avere molti e diversi suoni. E primamente di esso é a dire quello .«he, abbiam detto del c: che innanzi alle vo-
8t
«oli a, o, u, ha un suono rotondo ed aspro; ed avanti alle altre e, i lo ha dolce ed acuto; pronunziandosi come se fosse preceduto da una s, come: gente, ginepro ecc.
Unito alla consonante h ha un doppio suono; Difatti quando forma sillaba coll’ h e viene dopo un dittongo, fa uopo profferirlo schiacciato, come ghiado, ghiotto, ghiaccio ecc. Quando poi non ci ha dilton'go, come nel plurale de’ nomi 1 uscenti in ghi, la prolferenza di questa sillaba- esser debbe rotonda,, come preghi, luoghi, vaghi ecc.
Allorché il g fa sillaba con la /, pronunziasi' appuntando la lingue al palato, sicché n’ esca un suono duro ed aspro, come si vede in angli, negligenza, gladiatore ecc. E però il suo suono dovrà essere molle e schiaccialo; i. Nella- voce gli, articolo o pronome solo o unito ad altre parole, i. Quando ci ha un dittongo, voglio, figliuolo,moglie ecc. 3. Nel [durale dei nomi che nel numero del meno terminano ne’ dittonghi ta, ie, io, come maraviglie, mogli, miscugli.
Da ultimo, quando questa consonante è congiunta alla lettera n, ha un suono tutto proprio, profferendosi come se fosse seguita ria un i , come compagno, campagna ecc. Ma guardisi- ognuno di mettere nella scrittura veramente l’i, scrivendo compagnio, compagniaj chè questo è- gravissimo errore.
Lettera dolcissima è la L, e segnatamente la- scempia, quando è posta innanzi ad una consonante, come: elmo, altra, Elba ecc. Nel qual- caso sì dolce vien da’Eiorentiui profferita, che- a sentirla pare quasi la vocale i.
Varie distinzioni sonosi falle intorno alla pronunzia delle due consonanti m ed n\ tua unii
4 -*
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lenza entrare in tante sottigliezze, eì stareme solo contenti a confortare i giovani di sfuggire a tutt’uomo di pronunziare doppia la n seguila dalla consonante d ; sicché in vece di dir quando, biondo, fuggendo dicano viziosamente quan- no, bionno, fuggenno.
Allorché il p c accompagnato dalla m, o dalla n, il suo suono si suol confondere con quello del b, sicché alla prima non si fa ben ravvisare, se romba dicasi, o rompa ; né il b di tromba si fa ben discernere dal p di pompa. E però noi non possiamo rimanerci dall’avvertire i giovani che badino a pronunziare dirittamente e. con esattezza il p, per cansare qualunque confusione ed ambiguità nel discorso.
Quanto alla r, questa consonante é atta maravigliosamente ad esprimere l’aspro e il duro; e quantunque sia opposta alla /, che ha il suono assai dolce e molle, pure solevasi sovente scambiare con essa — La medicina da guarillo so io troppo ben fare. Bocc. n. 28. — Et comincio fiso a riguardallo. Bocc. n. 99. Ma oggi in prosa sarebbe errore cosi scrivere, e ciò solo si con-, cede a’ poeti.
La s ha doppio suono, de’quali l’uno è dolce e rimesso, l’altro aspro e gagliardo. La s aspra si pronunzia con la lingua appoggiata sulla chiostra dei denti, e un po’lunga, come è in questo periodo del Boccaccio — Spesse volle , carissime donne, avvenne che chi altrui s J è di beffeggiare ingegnalo, e massimamente quelle cose, che sono da riverire, s’è con le beffe e talvolta col danno solo trovato. Nqv. i i ; dove tutte le s sono aspre. La s dolce al contrario si profferisce con la lingua non tanto lunga, e la voce si maoda fuori più.^verso il palato, come nelle voci guisa, usi-.
«3
gnuolo, tesoro, uso, bisogna, quasi, medesimo, casa, rosa, avvisa ecc. Oltre a queste parole, la i ha il suono dolce in tutte quelle, che comin* ciando dalla sillaba dis seguono con vocale, disamare, disastro, disobbedire, disordine ecc. GII aggettivi per contrario, che hanno la termina* xione in oso e in osa, si pronunziano sempre con la s aspra, come pauroso, spaventoso, famosa.
Da ultimo deesi da tutti por mente a causare il comune errore di confondere la s con la z; - nel quale mal vezzo sogliono frequentemente in* correre i Napoletani, pronunziando sempre semi, incenzo, eco.
Essendo il suono delle due consonanti lev ben conosciuto da tutti, noi tralasceremo di parlarne, e toccheremo brevemente della z. Que* sta lettera ha ancora due suoni, dolce ed a * spro, o gagliardo e rimesso, come si vuol dire. La z gagliarda si profferisce appuntando la lin* gua a’denti, come se si pronunziasse il t, e fi* ichiando, come si- fa a profferir la s gagliarda, onde di questa e del t dicesi esser composta la z aspra. La z rimessa o dolce formasi con bat« ter la lingua ne’denti, come dee farsi per prò* nunziare il d, e aggiugnendo il fischio della / dolce. Ma é tanto facile a distinguere questi due diversi suoni della z, che noi ci rimarremo dal più oltre parlarne.
§. 3. Delle sillabe lunghe e brevi.
Dopo di aver parlato del modo di ben prò* nunziare le lettere, bisogna che prendiamo bre* veinente a toccare della quantità delle sillabe, esaminando quali di esse sono lunghe, e quali brevi. E. dappoiché la pronunzia é in questo as*
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«ai meno viziosa, noi ci ristringeremo a parlar «egnatauiente di quelle, sulle quali possa cader dubbio.
1. La vocale seguita da consonanti è lunga, come contrasto, incorso ecc. Ne sono eccettuiti i passati de'verbi, che nell’ ultima sillaba hanno due consonanti, quando si unisce loro un affisso, come i adersi, pregarono', amaronlo ecG. e
, le voci arista (i), Otranto, Lepanto, ed altri nomi di città.
2 . Hanno la penultima sillaba breve i nomi propri terminati in abo, aco, are, ari, aro, eoe, eno, (salvo Comneno, Cedreno )j iu nìca, nicoj in ila, e irnoj in ito in olo (eccetto i diminutivi) e in pano.
3. E per contrario son lunghi i nomi propri- che finiscono in atte, ano, ( eccetto Seguano , Concano, Marco mano, Dardano)-, in asi, aso, avo-, in ero, in rico e vico (di Tricarico in fuori) in ino, irò, iso-, e in oco, omo, one ( eccetto Agamennone, Memione, e i nomi di nazione, come Macedone).
4- I nomi propri da ultimo terminati in silo, e, ulo sono comuni.
5. Tutti i nomi che finiscono in olo, ola, se a questa terminazione precede la vocale u, si uniscono con esse in dittongo e si pronunziano lunghi, come figliuolo, stradicciuola ecc. Altra» mente sono brevi, come legacciolo, turacciolo ecc.
6. I nomi finalmente che terminano in io, e al plurale hanno terminazione in i, nel singolare hanno la penultima sillaba breve, ma nel plurale l’hanno lunga, come dèmoni,prìncipi ecc.,
(l) Schiena di maiale.
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• i nomi in rb, quando si accorciano nel singolare in ro, sono ancora da profferir lunghi, some vitupero , impero ecc.
CAPITOLO IL secotE PEormE della scbittusa. i. Delle lettere.
Come si pronunziano, cosi debbonsl scrivere- le lettere ; e però crediamo inutil cosa parlare della scrittura di esse, avendone detto, quanto era necessario, nel capitolo primo. Ma non avendo ivi affatto ragionato dell’/i, e del cf, come consonanti che non hanno alcun suono, qui toccheremo alcuna cosa di entrambe.
L7i nella nostra favella, come abbiano detto; non ha suono, ma ce ne serviamo per mena lettera, per aspirazione e per segno. L’/i è considerata per- mezza lettera, quando si pone tra il c, o il g, e le vocali e, i: di che abbiamo al loro luogo parlato. Allorché poi è posta innanzi ad alcune lettere, che si dovrebbero profferire eutro la gola ; ella dicesi aspirala, come si vede nelle interiezioni ahi alili ahimè! Da ultimo allorché una voce può avere due diversi significati , questi sogliono distinguersi per questa lettera; e però coll7r si scrive ho, hai, ha tempi del verbo avere, per distinguerli da o particella, da ai articolo, e da e segnacaso, e cosi scrive- rassi hanno verbo, per distinguerlo dal nome anno. Fuori di questi tre casi I7i non si potià mai usare nelle scritture; e però sono da bia- iunai e coloro i quali- scrivessero huomo, honcrej
Itti
thoteo , thèsoro, Cartilàgine ecc. Anzi quando alcune delle parole, che fa uopo scrivere coll’A- per non confonderle con altre si trovano in modo adoperate che questo scambio non può avvenire, ai acrivono senza quella lettera innanzi; e però » ai scrive annoia veduta, àrsele mangiate, ed in questi casi in luogo dell’/» si pone sulla vocale, . onde è stata tolta , un accento.
Il q si può considerare come mezza lettera, s\ perchè da sè solo non forma elemento, ma * debbe esser congiunto con V uj e sà perchè noa è necessario nella nostra lingua, potendo esser sempre sopperito dal c. Di fatti molte parole che scrivonsi. col q, potrebbero ancora essere scritte col c, come cuanlo, cuestoj e per contrario molte, che scrivonsi col c, esser possono scritte col q,~ come squola, quoio, ecc. Allorché questa consonante precede l’u, allora questa vocale non potrà mai far sillaba da sè sola, come nelle voci qui, quanto, quadro ecc.
Prima di terminare questo paragrafo, egli è <• mestieri di brevemente toccare di un’ altra consonante, che quantunque non ha avuto luogo nel nostro abicì, pure si trova adoperata in alcune scritture. Questa dicesi je, e noi seguitando il parere dell’egregio Salviati, l’abbiamo esclusa dal nostro alfabeto, potendo farne senza la nostra favella. E certamente non è questa consonante necessaria in mezzo alle parole, potendo far le sue veci la vocale i pronunziata come mezza lettera a simiglianza del q, come; aiuto, gioia ecc. e in fine delle parole nè questa consonante è da porre, nè due ij ma è sufficiente a parer nostro un solo, eccetto, come abbiam detto nella prima parte, quelle parole che terminando in io, hanno 1’ accento sull’ i, le quali nel plorai* »
useir debbono in due r , come; leggi», leggìi, calpestìo, calpestìi. Dappoiché se il fondamento della scrittura è la buona pronunzia , e secondo Questa profferiscesi uffici, studi, vari ecc. come »e in fine vi fosse un semplice i, a questo modo queste e somiglianti parole debbonsi scrivere. E- senza più conchiudiamo che se ad alcuno venisse talento di fare il contrario di quanto si è detto, faccialo, che non gli mancherà modo di scusarsi e difendersi; ma noi lo preghiamo che non debba punto riprendere coloro i quali seguitano un uso sì ragionevole e tanto utile alia nostra ortografia.
§, 3. Delle lettere maiuscole.
Le lettere maiuscole non si vogliono frequentemente adoperare, perchè a dire il vero congiunte in gran numero con le minuscole fanno troppo ingrata vista e spiacevole. Laonde noi, quanto più brevemente possiamo, daremo alquante regale ai giovanetti intorno a questa materia , perchè possano essi cansare quell’errore, e l’altro ancor grave di porre queste lettere assai di rado.
i. Dopo il punto, allorché il sentimento è al tutto compiuto, deesi porre lettera maiuscola; sicché se alcuna fiata dopo il punto interrogativo il senso rimanesse ancora sospeso, non si può. in verun modo adoperar questa lettera , come —. Avendo S. Paolo domandalo al Signore: che cosa volete che io faccia? udì da esso rispondersi: Va dal mio servo Anania, Cav. Alt. Apost.
i. I nomi propri di persone, di animali, ed anche di cose inanimate, come di province, città, isole, monti, venti ecc. debbono tutti cominciare lettera maiuscola.
ss
3. Quanto a’nomi appellativi, non potranno essi mai cominciale (Ja lettera maiuscola, se non quando si prendono per il tutto insieme, e noa per niuna cosa determinata, come: il Cavallo è di natura ferocissimo -J dove per la voce cavallo s’intendono tutti; non un particolare e special cavallo. Ma se alcuno dica : i cavalli del sole erano quattro, ognun comprende che si parla di alcuni cavalli, non di lutti; e però in questo caso questa.voce è bene scritta col c minuscolo.
Parimente, allorché i nomi appellativi significano una determinata e special persona, si vogliono ancora scrivere al principio con letteiu grande, come se dicendo V Orator romano , il Filosofo ,.i\ Morale-, intendessi di parlare di Cicerone, di Aristotele, di Seneca.
4. Con questa lettera debbono ancora incominciare i nomi di dignità, e di popoli, purché non fossero accompagnati con sustanlivì, come il console Scipione— gl’italiani scrittori ecc.
5. Si pone la lettera maiuscola, quando dopo i due punti si riferisce una sentenza altrui, con la quale finisca il sentimento dei periodo: cosv dicendosi: Cristo disse: Sorgi e cammina ; con- vien usare S maiuscola: ma se dicessi — Dicendo Cristo: sta su e cammina , il zoppo si levò in piedi ,\ si dovrebbe porre s minuscola.
6. Da ultimo soglionsi scrivere con lettera maiuscola i principi di tutti i versi nella poesia; ed' alcuna volta conviene adoperarla non per altra, ragione se non perchè il lettore ponga maggiore, attenzione a quella tal parola, che con essa lett lera incomincia.
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§. 3. Delle divisioni delle parole nella fine della riga.
La divisione delle parole sarà esatta, se si -j- faccia secondo U divisione delle sillabe, nè quella senza questa potrà farsi;,'e però vogliamo che si ponga ben mente alle seguenti regole.
i. Le consonanti, che insieme unite possono dar principia a qualche voce, debbono tutte, quando trovansi in mezzo deHe parole, non con la prima ma con l’altra vocale far sillaba, come: consi-glio, na scondere , pie-ira.
■ Ma se non possono tutte dar cominciamento a niuna parola., allora quelle, con le quali si può cominciare una voce , faranno sillaba con la vocale seguente, e con la prima-le altre; come : dìs-selare, ab-bracciare, a-cqua, lin-gua, salvo se. il v non fosse seguito da uu’r, come: a-vrebbe
3 . Nelle voci composte o di preposizione ,■ jf come: disordine, inacerbire, o di avverbio, come: malagevole , la preposizione, o l’avverbio, debbonsi dividere dal resto delia voce composta, come : dìs-agio, tras-curare, mal-agevole.
3. L’apostrofo non si potrà mai lasciare nel ■+' fine della riga, quando la consonante apostrofata non si- può profferire senza la parola seguente, come: d Iddio, gl’ Iddìi ecc.
4- 1 dittonghi, come quelli che fanno una sola sillaba; non si possono affatto dividere , come, braccio, figliuolo ecc.
ó. Da ultimo le note de- 1 numeri non si di- q_ vidono mai; onde dovendosi scrivere i83g, tutto, intero o nel fine della riga, o nel principio dovrà scriversi, non si potendo separare, come p. e i8-3g.
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CAPITOLO IH;
BOOLt COMUNI ALLA HlOIMiNZIA ED ALLA SCRITTO**.
§- i. Del Troncamento.
Il troncamento è l’omissione di una vocale,. o di una sillaba intera, non perchè- una parola da altra sia. seguita- comiociante da vocale, potendosi fare ancora quando sta innanzi ad una. consonante;, ma, per dare una. certa grazia e maggior armonia al periodo. Noi per procedere regolarmente prima parleremo delle vocali che- troncar si possono, di poi delle sillabe.
Del troncamento delle vocali.
Le parole terminate in a mai non si tronfiano nella nostra lingua; eccetto la voce suora' unita ad un sustantivo, e l’avverbio ora, ed i< suoi composti; Vide correr suor Appellarla, alia sua cella. Fir. —N. 5 . Or crescendo la fama- di sua ubbidienza Vit. de’SS. PP.
Più, voloulieri si tronca la vocale e in fine delle parole, e specialmente degl’infiniti de’verbi, allorché sono seguiti da una.consonante — Cominciò a nettar sementa dì cavoli. Bocc. n. 64. — Che a patteggiar si ardisce colla morte. Petr. canz. 39, — fàggio vender sua 'figlia. Dant Purg. 10.
Ne’ nomi, , ne’pronomi e nelle voci dei verbi terminati in re e feconde potrà dirsi— Amor^. signor, tal, colai, vuol ecc..
1 nomi terminati in ne possono troncarsi solo- nel singolare — E che il pan del dolore in quel mangiaste. Beta. Ori. 3 . 3 .
L» vocale i in (ine dei nomi mai non deve troncarsi ; e se da taluni si sogliono citare due- esempi, uno del Petrarca che disse —fé mirabil cose; l’altro dell’Ariosto — i giovami furori-, questi percliè sono vere licenze poetiche non si, debbono imitare.
L’o da ultimo si pub4roacare in, fine di al* e.une parole terminate in lo, ma, no, ro — Questo farò io volentieri sol che mi promettiate. Bocc. q. g4- — lo trovai l’uom tuo, che andava in. in città. Boec. n. yz .—Dovendo a man destra tenere. Bocc. n. 4.3— E dentro .dalla lor fiamma ti geme L" aguato, del cavai ecc. Dant. Inf. a6.
Il troncare poi l’o nella prima persona del -|- presente dell’ indicativo .ne'verbi, negli aggettivi, superlativi e nelle voci velo, nero e riparo, 4 gravissimo errore.
Gli avverbi bene e fuori possono patire troncamento, come — Ben provvide natura al nostro , italo. Petr. caos. i. — Luogo molto tolingp «~
£uor di mano. Bocc. n. 77.
Avvertimento.
Se dopo una parola, che si pub troncare un’altra ne siegue incominciata da s impura, non, pub mai farsi il troncamento pel cattivo suono^, che ne risulterebbe.
Del troncamento delle sillabe.
Non pur le semplici vocali possono troncarsi.
In fiue delle parole, ma eziandio le intere sillabe; onde ancora di queste ci faremo pur brevemente a ragionare.
Delle parole terminate in allo solo il noma -f- lavallo pub accorciarsi, non le altre.
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«»*
Più frequentemente troncar si sogliono alcuni nomi uniti in elio, itilo — Fratei mio, bel giovinetto, fonditi grazioso^ Da questa regola sono eccettuati le voci fello, snello e vello per quelle che terminano in elio, e frullo e brullo per le finite in ullo.
Nel plurale ancora troncar si possono le parole dette di sopra, eccello fanciulli, elle deb- besi scrivere intero, ed in questi casi soglionsi terminare in ai, o ei, come; cavai, capei, bei e co.
La parole Santo e Frate, possono troncarsi quando seguiti sono da un nome sostantivo: ma messi soli nel discorso non si vogliono accorciare.
La sillaba de con molta grazia troncar si suole nella voce grande., quando essendo aggettivo precede immediatamente il suo sostantivo — Un bellissimo vecchio- canuto e di gran riverenza. Vii. S. Ilar.
I dittonghi da ultimo non si- possono mai troncare; eccetto il nome Antonio seguito da altro nome, e la voce Demonio, potendosi dir Demon in poesia.
§. o. Dell' accrescimento.
La nostra lingua vaga dell’ armonia, oltre al troncar le parole, talune volte suole accrescervi delle lettele per togliere il cattivo suono, che arrecherebbe l’incontro di più vocalij o di pili consonanti. E però^dopo le vocali a, o si suole aggiugnere la consonante d quante volte la parola che segue cominci con queste stesse vocali — Fi cominciarono le genti ad andare, e ad accender lucerna. Bocc. n. i. — Qual che tu sii ed ombra, od uomo ce rìdi} Dant. Inf. i.
Dopo la vocale e poi sempre suole aggiungersi la slessa consonatile d, se le voci che seguono cominciano da vocale —Ed ivi presso correa un fiumicel di vernaccia^liocc. n. 73 ~
Le delle nazioni ebbero dure ed aspre battaglie. GLamb. I. 6. 29.
Da ultimo quando s’incontrano due parole, una finita in consonante e l J altra cominciata da s impura, iunauzi alla seconda si deve aggiungere un i — Di scoglio in iscoglio andando. Lece. 11. 58 .
V
Avvertimento primo.
Gli antichi non usavano che rarissime volte le parole tronche, e scrivevano andoe , pitie, finio ecc. ed ancora chcd, mad, sed invece di che, ma, se. Ma oggi non si devono in questo imitare.
Avvertimento secondo.
Ancora non vogliamo ometter d’ osservare, che oggi nell’ accrescere la voce pub terza persona Ringoiare dell’ indicativo del verbo potere, molli sogliono dite e scrivere puole', ma è questo un gravissimo errore, dovendosi dire puole.
§. 3 . Del Raddoppiamento.
La nostra lingua in alcune voci suole raddoppiale una lettera, scolpitamente profferendola e quasi con doppia forza; la qual cosa nella scrittura si espi ime col porre la stessa lettera due volte 1’una accanto all’ altra in mezzo della parola. Delle vocali, solo Va e l ’o si raddoppiano in pochissime voci derivanti da altre lin-
gue, come: Balaam, Achtloo\ e però non parlando punto di esse, daremo solo alquante regola -generali del raddoppiamento delle consonanti.
i. Dapprima tutte le voci raonosillabe de’ verbi, come è, ho, ha, so, fo, do eco., e tutte le altre di più sillabe che nell’ultima hanno l’accento, come: amò, morì, potè ecc.'raddappiaoola,prima consonante di qualunque parola che loro si unisca, salvo solo il pronome gli, come: ’Ecci dubbio — fuvvi detta la 'ferità — hallo ricevuto — >facci sapere ecc.
a. Le particelle a, dà, ra, so, su, hanno la medesima -facoltà di raddoppiare la prima con* sonante della parola, con la quale si congiungono, come abbasso, dappoco, raffrenare, soggiungere, suddetto. Onde chiaro si scorge chela parola semplice dee cominciar da consonante e non da vocale, che in questo caso non si può mai raddoppiare la prima lettera, e però farà grave errore colui , il quale scrivesse addoppe - rare, addornare, dappoiché le parole semplici di queste due voci sono operare, ornare, che cominciano amendue da vocale. Ci ha non pertanto alcune voci , che quantunque hanno in principio una vocale, pure si sogliono allo desso modo raddoppiare, come innalzare, innacquare, tnnarsicciato, ed alcune altre pochissime.
3. Il medesimo raddoppiameuto dee farsi ne* vocaboli composti da voci accentate , o da al- «une parole monosillabe, come giammai, perocché, colaggiù, siccome, ovvero, frammettere ecc.
Jr 4- La preposizione in unita a parola comin- ciante da l, m, r, raddoppia queste consonanti, mutando in esse il suo n, codi* illecito, immortale, irrigare.
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?. -La sillaba co raddoppia sempre le eon- -sonanti seguite da vocolèjj eccetto nelle voci co- tale, cotanto, colà, comandare, comare e cole • lione.
6. La .particella di ne’ composti suol sempre raddoppiare lay nelle .parole che cominciano con questa consonante-, come d'ffìnire, diffidare ecc. eccetto nelle voci difendere -e difetto co’ loro derivati. Allorché sta avanti a .parola, la cui prima lettera è una s, e la -seconda -una vocale , raddoppia la i, quando f la parola viene dal latino, come dissimilej ma se la voce -è italiana, allora non sempre ha luogo il raddoppiamento, come: diseccare, disenvrre, disonorare ecc.
7. Il b si raddoppia sempre dopo le sillabe 4. fa, f e s -fi'. ga, §' > g°> come fabbricare-, febbre, fibbia, gabbia, gibbo e gobbo che hanno il medesimo significato. Ne sono eccettuate le voci fibra, fibroso, gabella, gabinetto.
8. I dittonghi, in ispezialità ia e io, raddoppiano le consonanti, che loro precedono, come maggio, peggio, poggio, vecchio, fodia ecc. , salvo le voci bacio e cacio.
9. Da ultimo è mestieri che ci facciamo di- stintamente a parlar della z. Questa consonante non si può far doppia , se non quando sta in mezzo a due vocali, come rozzo, ragazzo, me 1-
1 zo ecc. Non però dimeno se è seguitata dulia vocale 1 , la z non si può in vei-uu modo raddoppiare, come grazia, correzione ecc.
Resta finalmente che avvertiamo i giovanetti di non darsi a credere che queste poche regolette sieno bastanti per loro; dappoiché, olir* ad alcune eccezioni, molte consonanti si raddoppiano solo perché cosi é stato rifermato dall’uso, -maestro « regolatore della lingua.
§. 4- Dell’Apostrofo.
Quando una parola termina con vocale, e l'altra , che le viene appresso, incomincia pur da vocale, ad evitare I’ incontro -di esse, e però il cattivo suono, che ne risulterebbe, si suole ometter la prima vocale e pronunziare amendue le parole come se fossero una sola. Nello scrivere poi invece della vocale, che si tralascia, sopra la consonante dove manca la lettera si pone questo segno (’) detto dai Grammatici apostrofo. Cos'i invece di scrivere la eccellenza , lo ardire, si scrive 1‘eccellenza, l'ardire. Ma non essendo sempre necessario di por questo segno, ci faremo a dire in quali casi fa mestieri adoperarlo, e quando affatto convien ometterlo.
i. L’apostrofo si usa dopo gli articoli, e le preposizioni articolate , semprechè sono seguite da parole comincianti da vocali ; e dopo gli affissi mi, li, si, vi, ne.
Da questa regola sono esclusi I’ articolo gli, e 1’ affisso ci, i quali non possono apostrofarsi se non quando la parola, che loro tien dietro, incomincia essa pure da i. Onde non si potrà scrivere — gl 1 amori, c arride, ma gli amori, si arridej al contrario si scriveià bene — gl'idioti, gl’ inganni — c'ingegegneremo, c'istruiranno.
De’segnacasi solo il di può essere accorciato coll’ apostrofo potendosi dir d'Alene, d'Ercole, d'onore ecc. , ma saiebbe fallo apostrofare il segnacaso da.
Da ultimo si deve mettere 1’ apostrofo sopra quelle parole alle quali siasi tolta l’ultima vocale , ancora quando non sia SPguita da altra , e questo si fa per notare il troncamento. E pelò si dovrà scrivere a' pt r ai, be’ per bei, de' per
dei, frate 1 per fratei, mie* tuo’ tuo 1 per miei tuoi suoit ecc.
a. Non conviene dipoi adoperare l’apostrofo: i.° Quando tra le due parole una finita i’ altra comincia da vocale siaci o virgola , o punto e virgola, o altro segno. a.° Quando la parola ter* mina coll’accento, salvo se uscisse in chej onde se non dovrà mai scriversi virt’ eccellente per virtù eccellente, si potrà scrivere — avvegnaclieifosse valoroso. 3.° Dopo i monosillabi, e Delle parole terminate in dittongo; e pelò si dovrà sempre scrivere là 'entro,'(fui ei venne, sto io (fui, ami- cizia onesta, dovizie esorbitanti. 4° Da ultimo mai non debbonsi apostrofare gl’infiniti de’ver* bi, dovendosi scrivere correre innanzi, andate in Paradiso non correr’ innanzi, andar 1 in Paradiso.
3. Ci ha finalmente alcune vóci nella nostra lingua, le quali possono scriversi coll’apostrofo e senza, come meglio torna a grado di chi scrive. Questi sono i pronomi quello, quella, altro, altra nel singolare, dappoiché nel plurale è meglio scriverlo intero; le preposizioni contro, conira, sopra, sema, gli avverbi ove, dove, onde, donde, e le congiunzioni come, siccome ecc.
§. 5. Degli accenti.
Allorché la voce si ferma sopra l’ultima sii» laba di una parola, pronunziandola con un suono più elevato, nella scrittura per esprimer questa posa si suole su quella sillaba porre una piccola li» neetta tirata da sinistra a destra ('), il qual segno è detto accento. I Grammatici sono discordi intorno a questi accenti, alcuni avvisando esser due, cioè grave ed acuto; altri un solo, cioè il grave. Pvoti. 5
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L’accento grave, dicono quelli, si mette sólo sopra 1’ ultima sillaba, quando fa uopo pronunziarla con maggior forza.; Y acuto, si scrive in mezzo alle parole, quando queste confonder -si possano con altre. Ma perchè nell’uso facilmente scambiar si sogliono , cosi ci staremo contenti a dir solo in quali casi convien questo segno adoperarsi.
I. Nella terza persona singolare del passato rimoto dell’indicativo della prima e quarta coniugazione: amò, studiò, udì, sentì.
a. Nella prima e terza persona singolare del futuro dell’indicativo di tutte le coniugazioni — canterò, tacerò, leggerò, sentirò—canterà, tacerà, leggerà, sentirà.
3. In fine delle parole terminate in la e tu accorciate dalle antiche , che si solevano finire in tale e tute — Bontà , città , onestà , virtù, servitù, schiavitù.
4- In quei monosillabi che scambiar si possono con altri ; e però è verbo, là avverbio di luogo, rii per giorno,, fè nome personale, fi avverbio o congiuzione, dà imperativo di dare, voglionsi scrivere coll’ accento.
5. Gli altri monosillabi scrivonsi tutti senz’accento, eccetto quando sono in fine d una parola composta, onde si scriverà ristò jc non risto „ rifà e non rifa.
Avvertimento.
L’accento si può porre alcuna volta sulla pe-| nultima sillaba delle parole, quando queste hanno doppio significato, che bisogna far distinguere; così princìpi segnato con l’accento sulla penultima sillaba distinguesi abbastanza da principi,
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evilupèro non si potrà mai'confondere col verbo vitupero, perchè sulla terza sillaba ci è il segno, che noi abbiamo chiamato accento t
§. 6. Del Punteggiamento.
Dovendo qui spesso adoperare la voce periodò, crediamo innanzi tratto di dover prima diffinir questa parola. Periodò è un giro di parole ordinato in modo, che il sentimento non si possa intendere se non alla fine. Le parti in cui si divide il periodo dicousi membri, e questi si suddividono in incisi. Onde nel periodo: Comedi - spregerebbe V uomo una dramma di metallo per averne cento d’oro ; così e molto più dee fare, chi lasciasse eziandio la signoria e la gloria di di tutto il mondo, sperando d’ avere cento cotanti maggiore, e molto miglior gloria in cielo. Vit. S. Ant.; ci ha due membri, uno dalla voce come sino a oro, l’altro dalla congiunzione così infino a cielo-, le rimanenti divisioni sono incisi.
Venendo ora a parlare del punteggiamento, primieramente è da sapere che l'uomo parlando deve fare talune pause o fermate per ben dichiarare i suoi pensieri, ed alcune modificazioni di voct per manifestare gli affetti del suo animo, o per distinguere 1 vari membri ond’è composto il periodo. A potere perciò scrivendo significare tutte queste cose sono stati inventati i seguenti segni — Da virgola (, ), il punto e vìrgola (;), i due punti (:), il punto fermo (.), il punto interrogativo (?), ilpunto ammirativo ( 1'), e. la. parentesi ( ).
ioo
Della vìrgola..
La virgola esprime una leggiera pausale si, adopera principalmente a distinguere gl’incisi, ond’ è composto un periodo, e però quando da un inciso sì passa all’altro, devesi porre questo segno — U amistà le prospere cose fa dolci, e le avverse per l’accomunare tempera ed allege- risce. Amm. ant. D. 18. r. 2.
Si adopera ancora questo segno nello scrivere innanzi a’pronomi relativi, ed alla congiunzione e, quando unisce o separa due incisi, o due su- Stantivi che fanno o solfrono due cose diverse; ovvero quando più nomi sostantivi ed aggettivi si seguitano nel discorso, e l’uno è disgiunto e separato dall’altro —Siccome la gloria seguita piu coloro, che la figgono, così il frullo del beneficio più graziosamente risponde a coloro , i quali sì liberamente servirono. Amm. ant. D. 16. r. 5 . Diverse lingue, orribili favelle, Parole di dolore, accenti d’ira, Foci alle e fioche, e suon di man con elle. Dant. In£ 3 .
Da ultimo quando in mezzo al periodo ai pone un nome in caso vocativo, o un brevissimo inciso, che non abbia relazione col rimanente del periodo, quelli si vogliono scrivere tra due virgole —Aiutami da lei, famoso saggio, Ch’ essa mi fa tremar le vene e i polsi. Dant. Inf. 1. — Non è altro peccare, come dice Sant’ Ambrogio , che trapassare la legge di Dio, e disubbidire a'suoi comandamenti. Pass. Spec. V. P. d. 2. c. 1.
Del punto e virgola.
Questa sorta di punteggiamento si deve adoperare nello scrivere ogni qualvolta, essendo,
molto lungo un periodo, fa uopo distinguere un membro di esso da un altro, senza del quale il sentimento del primo resterebbe sospeso — E perciocché la gratitudine, secondoche io credo, tra le altre virtù è sommamente da commendare, ed il contrario da biasimare ; per non parere ingrato meco medesimo, ho disposto ecc. Bocc. Proem. Dove si vedè il pensiero esser rimasto sospeso insino alla parola biasimare, e necessariamente richiedère la rimanente clausola. Ma è da por mente die questo deve farsi, quando il soggetto del primo membro è diverso da quello del secondò; che se è lo stesso, deesi porre la semplice virgola, purché il primo di essi membri non sia soverchiamente lungo— La reina, la quale lui e sollazzevole uomo, e festevole conosceva, e ottimamente si avvisò questo lui non chiedere se non per dover la brigata, se stanca fosse del ragionare, rallegrar con alcuna novella da ridere j col consentimento degli altri lieta mente la grazia, gli fece. Bocc. g. i. fin.
Finalmente quando il periodo è composto' d’incisi ognuno de’quali contiene in sé un sentimento compiuto, questi debbonsi distinguere col punto e virgola — Ingrato è chi il beneficio nega d’ avere ricevuto', ingrato è chi il disinfingej ingrato è chi noi rendej ma ingratissimo è sopra tulli chi dimenticalo l’ha. Amm. Ant. D. 17. r. 2.
De’ due punti.
I due punti si usano quando nella scrittura riferir si vuole le parole di un altro — Come quando dice il profeta . Mostraci, Dio, la faccia tua, e saremo salvij e quando dice : Menami,. Db, nella via de’ comandamenti tuoi. Amai»
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ant. D. 8. r. 5 . Ovvero quando essendo come piuto perfettamente il periodo opportuna cosa si crede dover soggiungere altro periodo, che o dichiari la sentenza in quello espressa; o che dia le ragioni, perchè una cosa piti tosto che un’altra delibasi fare, ovvero esprima qualunque altra cosa — Viziosa cosa e il vani amento, e reca agli uomini non solamente fastidio, ma e- a iandio odio , perocché la nostra mente ha in sé un'altura e un levamento da non sostenere suo maggiore. Amm. ant. D, 28. r. 3 . Se io sapessi così bene operare, come voi sapete ed avete saputo , io prenderei senza troppo deliberazione quello, che mi offerite : ma perocché egli mi pare esser molto certo che le mie opere sarebbero di- minuimento della fama di Natan, ed io non intendo di guastare in altrui quello, che in me non so acconciare, noi prenderò. Bocc. n. g4:
Del punto fermo.
Il punto fermo si pone in fine del periodo,, quando non ci ha altra cosa da dover soggiungere: ed inutile reputiamo arrecarne esempi.
Avvertimento.
' Allorché s* interrompe il sentimento di una proposizione, perchè l’uomo fortemente agitato da una passione vorrebbe un’altra cosa soggiunr gere, ma per qualche cagione la tace, si fa uso di più punti, i quali diconsi da’Grammatici punti sospensivi — Purea noi converrà vincerla. pugna , Cominciò ei: se non.... tal ne s J offerse .... Oh quanto larda a me eh’ altri qui giunga ID ant. |nf. 9.— Che sì che sì.... ptb
ioJ
dir volta, ma intanto Vide che già seguito era l’incanto. Tass. Ger. lib. i3. io.
Del punto interrogativo .
Il punto interrogativo si adopera nelle preposizioni che significano una domanda — O giovani, che cagione vi muove a, venir su per questo fiume? dove andalel che gente siete? d’ onde venite? pace o guerra portate con voi? Fati. d’Enea. r. 3.+. —Molli spesse volle han tolto il grande nome colla falsa opinione della gente è della qual cosa si potrebbe pensare la più laida ? Aium. ant. D. 28 . r. 3.
Del punto ammirativo.
Questa specie di punto si scrive o dopo gl’interposti, o nella fine del periodo, quando si vuole esprimere un interno affetto dell’animo — Oish ! dolente si I che il porco gli era stalo involalo. Bocc. n. 76 . —Ahi Pisa vituperio delle genti Del bel paese là dove il sì suona I Dant. Inf. 33.
Si scrive ancora il punto ammirativo quando alcuna cosa si vuol dire, in che debbasi fermar 1’ attenzione del lettore — O giustizia di Dio , quanto tu dei Esser temuta da ciascun che legge Ciò che fu manifesto agli occhi miei I Dant. Inf. 14 .
Della parentesi.
La parentesi si adopera nello scrivere tutte le volle che fa mestieri riferire un lungo inciso, o una proposizione distinta e separata dalle altre,
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ehe formano l’intero periodo — Leggesi (è il venerabile dottor Seda lo scrive) eh’ ei fu un cavaliere in Inghilterra, il quale, gravemente infermato, fu visitalo dal Rè. Pass. Specc. V. P. d. a. c. 4- Ed in questo caso le parole poste & mezzo della pareutesi dehbonsi pronunziare eoa un suono meno elevato di voce.
3 3 3) 3 S 2
DELLA. PARTE SECONDA*
Prefazione .. . pag. 3'.
GIUSTE ED OSSERVAZIONI
ALL’ETIMOLOGIA,
Da’ Nomi ..»
§. i. Delle parole composte di due
nomi . » Dell’ Apostrofo 96
§. 5 . Degli Accenti .* 97
§ 6. Del Punteggiamento . ...» 99
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