II i j££5 r % m-m * * I * POLITECNICO FEDERALE ZURIGO Cattedra di Lingua e Letteratura italiana Piedigergasse 9, CH-8001 Zurigo z% * / t&AW!,. j ii.i :°r mmà SSÌSfif SFAWIXCENZIO DA FILICAIA poesìe toscane DEL SENATORE VINCENZIO DA FILICAIA / Aggiunto IL DI LUI CARTEGGIO RELATIVO ALLE SUDDETTE POESÌE . EDIZIONE Formata sopra quella di MATINI del 1707. Tomo Primo. ##»### VENEZIA 1812. VlTARELLI. itti O- K; . * . v • ; ' 'V** r { **J. ih -ti/migno rbi « ì„ ili òTÌììv-j» \-xtt i;jì oJ>/£ lt n? •/'.r • ì.‘«j; - -yU«b »quir ? /- 6*<3 X’'j 1 t rù."■¥*>oh'-.nv:r«T • •,•;»* .}i?:*wp ii> yftoiVìk* T ^slaiya rh ' .':v'i J ‘ihH& ** ;»sM- kih sitfMlHdlKj ' - v 1 r '>»' :>» Oi((f:*à*U. "i. ; rf< 7 * , ■ .j .. :i>" r,nx»;>y> a»**'» ni ok'K>yì..*«80i-3 • .. ■ . -M ifri-JfiK ìb o1??T: Ì- ; ' 4f'■ l - * i.* '--i- ' ;■ r '- • ' < ■’.■■• •■: ■;<_ :• HjiY ii ' AVVISO DEGLI EDITORI. T » ... J-i edizione originale di Matim, Firenze, 1707, fu il Testo da noi seguito in questa nostra ristampa dello Poesie Toscane del /'ilicaia . Trovando assai pregevole, tuttoché non affatto esente da sviste, 1’ edizione di queste stesse Poesie pubblicata da Masi e Comp,, Livorno, 1781 ; l’abbiamo sempre tenuta a confronto . E osservando in essa alcune emendazioni fatte al Testo di Matini suddetto, ne abbiamo adottate pochissime che ci sembrarono indispensabili , rifiutando le altre che ci parvero nien necessarie, e tutti i leggieri arbitrj che vi s’incontrano. Fra quelle da noi ammesse , citeremo p. e. il verso primo della pag. 34 del tom. i.°, verso mancante nell’ edizione originale ; e nel tom. 2.°, pag. 1 iS, ver. 21, la parola amarti sostituita a mirarti che si legge in essa. La Traduzione latina fatta dall’ ab. Re- gnier Desmarais del famoso Sonetto del nostro Autore , Italia , Italia ec., non potendo capitare di fronte, come conveniva, al Sonetto stesso; 1’abbiamo esclusa: essa altronde non entra nelle Poesie del Filicaia , cbe per la consuetudine d’inserirvela. Dalla sullodata edizione di Livorno abbiamo tratto la Vita del- 1* Autore, stesa dal dotto suo amico Tommaso Bonaventuri; e il Carteggio da lui tenuto in proposito delle sue Poesie Toscane . E bastino questi cenni rispetto alla presente ristampa , senza cbe annoiamo il Lettore col ripetere quanto abbiamo già indicato più volte circa i nostri metodi di correzione, e l’indefessa diligenza con cui procuriamo di soddisfare al nostro assunto. La nostra edizione del Decamerone del Boccaccio è bene avviata, e continuerà senza interruzione . Fra non molto faremo conoscere i principj che avranno diretto il nostro laborioso lavoro. VITA i) i VINCENZIO DA FIL1CAIA Senatore Fiorentino , DETTO POLIBO EMONIO; SCRITTA DA TOMMASO BOXAVENTURI Fiorentino , ~~ DETTO OEB.1LO EjIOMO. Fra le piu lacrimevoli prede che faccia il tempo divoratore , una si è , senza alcun fallo f la fama delle nobili azioni e virtuose , la quale rade volte addiviene non solamente che ella con felice e robusto volo ai remoti secoli trapassi , ma che nè pure ai vicini armi con debole e fiacco suono pervenga . La qual cosa penso che succeda non tanto per la voracità del tempo , de* gran nomi e delle pregevoli opere egualmente distruggitore ; quanto per colpa degli uomini, a II i guati stupidi ammiratori dell* oro e delta potenza divenuti , nella stima di questi falsi beni impiegando il poco durevole corso della vita loro , le virtù pili chiare e luminose nelle cieche e profonde caligini dell ' obbli- vione lasciano miseramente sepolte . Perlo - ckè presso ad alcuni niente piu sembra meritevole d* ammirazione , fuorichè la virtù militare , la quale vedendo dai principi sovente adoperata come strumento di grandezza e di signoria , e di lodi e di premj onorata ed arricchita ; allo sfavillante lume che da quella si spande t levano gli occhi , e Ut essa sola fissandogli , allo splendore t£ ogni altra virtù chiusi gli tengono . E sono così vinti e sopraffatti dalla sua fiammeggiante luce t che quantunque alcune volte la vedano separata e disgiunta da quelle virtù che di essa sono V anima ed il fondamento y e che a giusto ed onesto non meno che a glorioso fine V indirizzano ; tutta- > via in sovrano grado £ onore la ripongono; nè vogliono considerare che quando ella , divenuta ministra del capriccio, della sregolatezza e del furore , si ristringe puramente a sapere uccidere gli uomini, a rendere altri perito in dissipare la civile società e » Ili in distruggere la natura ; ella è certamente un* arte molto funesta . Dal che ne avviene che appresso coloro che di tali sentimenti anno ripieno V animo , piacciono solamente quegli esempj che della gloria ragionano , che dalle militari imprese ne deriva ; e tutte le altre azioni, avvegnaché belle e virtuose , abbandonano nell* invidiose braccia del tempo, nulla curandole . Il quale errore à sì fattamente preso gli animi di molti , che , comechè alla maggior parte degli uomini faccia di mestieri il menare una vita quieta e privata , lontana dalle guerre , dagli strepiti e da* tumulti; niente amano d* apprendere quegli esempj che potrebbero rendergli meritevoli di verace laude , e più prudenti , e migliori, e alla loro patria piu giovevoli ; ma di quelle cose son vaghi oltremisura 3 che sono valevoli ad imprimere nelle mentì loro uno stemperato desiderio di soverchiamente ingrandirsi » Ilche è cagione che vedendo alcuni il disavvantaggio ed il pregiudizio che si ritrae da cc - loro che d* altra virth fuorichè della militare prendono a far parole ; vergognosamente tacendo , non tentano di torre al tempo e di tramandare ai posteri la memoria di IV quelle azioni che potrebbero servire a render giustizia al merito di coloro che ne furono gli operatori , e nell istesso tempo ad esser d * insegnamento a quegli che V ascoltassero . Per isfaggire un così grave errore e dannoso, e per mantenere in vita , per quanto alle mie deboli forze è conceduto , il pregio e la gloria delle virtuose operazioni di Vincenzio da Filicaia senatore fiorentino ; ò determinato di consegnarle aU la fede di queste carte : colla qual mia fatica , qualunque ella si sia , a quella nobilissima e saggia Adunanza obbedirò, che di me à fatto così onorato giudizio , che mi à credulo meritevole d* un tal carico ; e renderò questo tributo d * ossequio a quella gvan- d * anima, dalla quale , mentre fu di mortali spoglie vestita , io fui con ispcziale a- morevolezza , e con parzialità di cordiale ' affetto riguardato , Nacque il senator Vincenzio da Filicaia in Firenze V anno di nostra salute 1642, il giorno 3 o di decembre , del sai. Braccio del sen. Vincenzio da Filicaia, e della Caterina di Cristofano Spini , ambedue nobilissime famiglie di questa città , La sollecita morte della madre, la quale avvenne non V avendo ancora il figliuolo compito, i due anni , le tolse la consolazione di poter vedere a quale altezza di sublime merito dovesse egli giugnere nell' età più matut'a . Fu il padre piu avventuroso , il quale essendo vivalo lungo spazio di tempo, potè vedere il Jìgliuolo che già avca ampiamente gittati i fondamenti della futura grandezza ; e potè raccorre in parte i frutti di quelle fatiche che egli, per bene indirizzarlo nel glorioso cammino della virtù , aveva saggiamente impiegate . Conciossiachà cominciò di subito il sen. Vincenzio a far manifesto al padre, quanto era grande il profitto che egli da* patemi insegnamenti ne ritraeva ; e giunto all* età nella quale fu di maestro provveduto , e poi, secondo il costume della maggior parte de* nobili fanciulli , mandato alle pubbliche scuole ; sempre diede aperti segnali d* essere maravigliosamente inclinato alle lettere e alla pietà . Poiché egli fino da' pruni anni della sua giovanezza , non si lasciando punto allettare dalle false lusinghe de* piaceri , e lasciando da parte quegli e- sercizj ne* quali assai de* giovani nobili con gravissimo loro danno perdono inutilmente il tempo; era tutto inteso all* acquisto delle virtù morali e cristiane , ed a quello delle buone lettere nelle quali mostrava aperta- mente quale alto concetto sì dovesse di esso concepire; imperciocché egli non solamente superava di gran lunga i suoi compagni nelle scuole ; ma essendo stalo dalla divina beneficenza dotato d* acuto ed elevato ingegno, d'una tenace e profonda memoria t e d' un giudizio perfettissimo ; questi doni càn grandissima cura , e con diligenza inestimabile a prò di se medesimo trafficava . Il che fu cagione che vedendo il padre V amore che il figliuolo aveva grandissimo alle lettere ; per fornirlo abbonde- vohnente di che egli potesse sfogare questa sua generosa brama, lo mandò a Pisa, con intenzione spezialmente però , che egli in quella celebre Università allo studio delle leggi attendesse . Ma giunto colà il sen . da Fihcaia, e ritrovandosi fra quei valenti professori in ogni scienza eccellentissimi ; benché egli obbedisse al padre , dando molta parte di tempo agli studj legali sotto la direzione principalmente del famoso giuriscon- sulto Jìartolommeo Chesi ; non potè contut- tociò temperar sè medesimo , che egli non desse opera ancora allo studio della filoso* vn jui e della teologia, nella conoscenza delle quali scienze egli moltissimo s* avanzò ; e sentendosi maravigliosamente chiamato dl- V altezza della poesia , tì* una vastissima e recondita erudizione e sacra e profana non si provvedesse , e delle perfezioni delle due lingue latina e toscana non si rendesse intero posseditore ; e dipoi in quelle accademie , e nell'adunanze degli uomini scienziati, ora in prosa, ora in verso , ed in latino ed in toscano i suoi componimenti non facesse udire , per mezzo de* quali s* affaticava a formar lo side, ed insieme lode di virtuoso e di savio giovane ne riportava'. lYè abbandonava frattanto veruna cosa che contribuir potesse a conservare e ad accrescere quella fervorosa pietà alla quale era sempre stato fino dalla sua prima fanciullezza inclinato : onde molto tempo dava al - l ’ orazione, ed alla visita de* sacri luoghi e divoti , né* quali le virtù cristiane con atti di vera religione di continuo esercitava . E- va così inteso a questi due escrcizj e delle lettere e della cristiana pietà , che sembrava a jnolti cosa mirabile che egli avesse tanta abbondanza di tempo , da poterne conceder tanta parte così all* une, come viri (di' altre : ma cessava poi in tutti la maraviglia , quando si facevano a considerate attentamente il tenore della sua vita , il quale era di non uscir mai di casa se non per andare o alle lezioni della sapienza , o alla visita delle chiese ; e avvegnaché egli dimorasse in compagnia d ’ altri nobili studenti , contuttociò di non si lasciar giammai dalla conversazione distrarre ma star sempre ritirato nella sua camera, ed ivi o studiando o orando passare il tempo virtuosamente . Ed inoltre allora fa che tratto dalla vaghezza d ’ imparare , e di vender se stesso migliore , prese in costume di torre al sonno le due ore antecedenti all’ alla , nel qual tempo trovava egli d ’ aver la mente piu chiara , e piu adattata per intendere V altezza delle cose che egli con attenta cura meditava; il qual costume di svegliarsi così sollecitamente V à dipoi conservato sino all ’ ultimo termine della sua vita , E comechè la nostra debole e fiacca natura è pur bisognevole di qualche intcrtenimento col quale si ristori alquanto dalle passate fatiche , e si renda valevole a sostenerne delle nuove; V unico divertimento che proc - curava a sè medesimo il seti , da Filicaia , IX era io studio della musica , nel quale , benché non vi ponesse altro tempo fuori di quel- 10 che era destinato alla ricreazione e allo spasso , giunse a tale , che non pure sonava e cantava leggiadramente, ma componeva ancora , non senza molta lode degl * intendenti di tal professione , siccome mi à riferito Gio . Lorenzo Pucci , cavaliere che alla nobiltà de* natali ed alla cognizione delle buone arti aggiugne il pregio d* un* ingenua schiettezza ; il quale ed era in Pisa camerata del sen. da Filicaia, ed è sempre stato dipoi intimo c cordiale amico : alla cui generosa cortesia io confesso sinceramente d' esser debitore di molte delle notizie da me in questi fogli riportate . F pure nè tanta ritiratezza , nè tanta cura di far sè stesso perfetto e nelle lettere e nella pietà , nè 11 concedere così poca parte della sua vita anche ai lodevoli divertimenti , poterono far sì , che in quel tempo dell* estate , nel quale i giovani studenti, essendo in Pisa le vacanze , se ne ritornano alle loro case, egli in Firenze non fosse preso fortemente dal- V amore d'una nobilissima fanciulla f il quale , ancorché fosse ad onesto fine di matrimonio indirizzato , siccome fu manifesto ; f y non pertanto lasciò cV affliggere dipoi con profonda piaga V animo suo , siccome si vede in molti suoi componimenti e latini e toscani , in cui con amare lagrime piange la vanità di questo suo amore , del quale nella sua Ode latina che incomincia , Et me stevus Amor etc. , fa egli un esalto dettaglio . Tostochè egli fa liberato dall' amore dal quale si era lasciato vanamente adescare , fu tale il rammarico che egli ne provò, che non solamente condannò alle fiamme alcune poesie che egli aveva composto per tal cagione ; ma fece fermo proponimento di non comporre giammai, fuorichè sopra argomenti eroici o morali o sacri; il che egli à dipoi in tutto il corso della sua vita costantemente eseguito; e laddove egli aveva potuto porre V affetto in una frale creatura, deliberò di rivolgerlo tutto al Creatore, e per V avvenire far V oggetto de’ suoi amo- , ri la purità ; il che egli dipoi in altra sua Ode che incomincia, Alba Hirundo tenerri- ma etc. , fece manifesto . Terminò frattanto lo spazio di cinque anni ne' quali egli dimorò a Pisa , di dove presa la laurea dottorale in legge, se ne i K ri XI ritornò alla patria , ove , richiedendo così il volere paterno , si pose nello studio del sen. e auditor Giovanni Federighi , celebre •giuris consulto , per aggiugnere alla legge teorica la conoscenza ancora della pratica c al che mentre egli s * applicava con. tutto V animo , non tralasciò pertanto gli altri suoi studj, nè gli usati esercizj di divozio- ne; anzi gli uni e gli altri con sollecita cura andava accrescendo ; conciossiachè essendo stato nell* Accademia della Crusca '■annoverato, dai virtuosi esempj di quei valentuomini che quella rinomata adunanza compongono, fortemente incitato , ebbe ino * ’tivo di far molti componimenti e di prosa e di verso ; ed essendo entrato in alcuni di quei sacri luoghi che comunemente s ’ appellano Compagnie , ne ' quali in Firenze fra gli altri buoni usi che vi si praticano , uno ve ne à molto frequente di pascer t anime di coloro che v * intervengono , col salutevole cibo della divina parola ; egli , come uomo nelle sacre lettere peritissimo , essendo sovente eletto a un tale ufficio, ebbe largo campo di potere accrescere il suo fervore per questo mezzo . Impiegato in opere così lodevoli , passava il tempo della sua vi- xir la 'vivendo ritiratamente , e conversando con pochi e scelti uomini; non perchè egli fosse di sua natura rozzo ed austero , e clic amasse una tal sorte di vivere per hurbanza , poiché anzi egli era affabile e gentile, e con una propria e naturai grazia condiva per fatta guisa tutte le sue operazioni, che andavano in esso di pari il brio e la modestia , lo spirito e la saviezza ; ma perchè e- gli col suo 'perfetto discernimento conosceva benissimo quanto grave danno si ritragga da coloro che volendo- conversar con molti, c scelgono gli amici nelle piazze , c gli e- sperimentano ne' conviti ; i quali poi con danno e con vergogna loro ingannati si ritrovano , e con una dura necessità di dover bene tosto pentirsi della loro primiera elezione ; o pure ( il che avviene assai frequentemente ) abbandonati i lodevoli costumi , dalle lusinghe delle licenziose maniere di questi fatti amici invitati , si lasciano appoco appoco traportarc nel profondo de* vi- zj , arrivando bene spesso con lacrimevole cecità ad amare perdutamente quell* istesse cose che prima avevano conosciute e riprovate come viziose ; imperciocché è verissimo che nulla pia guasta o perfeziona V ito* w XIII tuo , che gli aulici ; ed è sicurissimo argo* inerito per conoscere i genj e V affezioni de* gìi uomini , V osservare con chi abbiano più stretto commercio ; essendo affatto impossibile che uno pratichi continuamente con persone delle quali egli disapprovi la condotta e le maniere; checche se ne dicano alcuni i quali da false ragioni traviati, quando meno sei pensano , bevono avidamente V inganno che forse un giorno sarà loro di gravissimi danni vera cagione . Fu perciò il seni, da Filicaia rig'uardatissimo nello sceglier& gli amici; e ben faceva conoscere dalle qualità che risplendevano nello scelto e piccolo numero di coloro che egli praticava , quali erano le sue maniere ed i suoi sentimenti . Arrivato poscia all* età di trentuno anno , stimolato a ciò fare dal desiderio d* incontrare il gusto del padre , prese per moglie Anna del sen. e march . Scipione Capponi , nobilissima e savissima dama, dalla quale ebbe due figliuoli Braccio c Scipione : il primo de* quali morì , n'on avendo ancora compito il diciottesimo anno della sua età y mentre era paggio d* onore del Granduca di Toscana ; il secondo fatto cavaliere della religione di s, Stefano, essendo ancora XIV vivente *, è rimase erede non meno delle sostanze, che della paterna bontà % Non andò molto tempo dopoché il sen. Vincenzio ebbe preso moglie, che il sen . Braccio suo padre passò da questa all* altra vita : onde egli essendo restato libero padrone di se me* desiato, potendo regolarsi pienamente a suo senno , incominciò una vita assai più ritirata , che non faceva per V avanti ; alla quale , acciocché Iddio gli concedesse forza di sostenerla con lieto e costante an 'uno , diede principio con un divoto pellegrinaggio che egli fece alla s. Casa di Loreto colla venerabil Compagnia di s. Benedetto ; rial quale egli dipoi, invitato a ciò dalle preghiere di quei buoni fratelli , ne fece una bellissima descrittone che ancor oggi diligentemente si conserva, nella quale non meno la sua facondia, che la sua ferverò <- sa divozione risplende • Tostoché egli fu tornato da Loreto, volendo porre in opera il suo primiero proponimento di vivere ritiratamente f e richiedendo così i suoi affari domestici ; incominciò a stare molta parte del- * Espressione conveniente a* tempi delio Scrittore, XV l* anno in campagna , dove egli lotitano dagli strepiti della città viveva una vita soli- taria e tranquilla , inteso tutto agli studj, cd alla contemplazione dell ' altissime maraviglie della natura e di Ilio . Ivi aveva una cura grandissima di ben rilevare e d* ammaestrare i suoi figliuoli ; e nell* istesso tempo molto s' esercitava in comporre così in latino , come in toscano : i quali componimenti poi non era molto vago di fargli comparire in pubblico ; anzi facendogli , come egli era usato di dire, non per acquistar gloria, ma per proprio studio e per divenir migliore ; era suo costume di partecipargli solamente a qualche virtuoso e leale amico , da cui ne potesse a buona ragione sperare t quan* do H bisogno il richiedesse , un* amichevole e savia censura , mercè della quale potesse i suoi parti a maggior perfezione condurre * IVon potè già conservar lungamente questa sua consueta forma di regolamento in quel che riguardava i suoi componimenti, e seguitare a guardargli con un così geloso segreto : anzi gli fu di mestieri in tutto il cambiarla ; poiché essendo avvenuto che il Gransignore de * Turchi con poderoso e- sercito avendo mosso guerra all * Imperado- XVI re , e avendo assediato la città di Vienna , aveva ripieno ogni cosa di terrore e di spavento ; il sen, da Filicaia , come uomo mirabilmente dedito alla pietà , considerando il grave danno che da un così feroce nimico al mondo tutto cristiano ne poteva avvenire , si sentì internamente commuovere per lo timore : e quando poi giunsero le felici nuove che /* armi cristiane non che V avessero dall* assedio di Vienna discacciato , ma che tante e così famose vittorie avevano riportate , e die tante volte V avevano sconfitto e posto in fuga ; si riempì talmente d* insolita gioia V animo suo f che si pose con tutte le forze a celebrar co* suoi versi la virtù ed il valore di quei prodi capitani che col senno e colla mano in una così lodevole impresa s'adoperarono. De* quali versi , benché egli ne facesse da principio come degli altri faceva , ed occulti tenendogli , solamente agli amici gli partecipasse ; fu tale contuttoché la loro bellezza , che appoco appoco d* uno in un altro passando , e venendo da tutti sommamente ammirati e celebrati , se ne sparse la fama in tal guisa , che il Granduca giudicò di dovergli far pervenire nelle mani di quei pria- xvir eìpi, in lode de* quali erano stati fatti; daV che ne ritrasse tanto applauso il seti . da Filicaia f che molti di quei signori se ne e** spressero con distinte acclamazioni in lettere particolari al Granduca, siccome si può vedere in quella delV impcrador Leopoldo , e del duca Carlo di Lorena ; e piu che da queste , da una del He di Pollonia , indirizzata al nostro Senatore , nella quale volle fargli palese la stima che egli facean de * suoi componimenti e della sua persona ; c da quella altresì della regina Cristina di Svezia, quando essendone moltiplicati gli esemplari in guisa che molti andavano per le mani talmente guasti, che non poco biasimo apportavano all* Autore , egli costretto dalle preghiere degli amici gli fece stampare in Firenze V anno 1684 , e gli mandò in dono alla Regina . Le quali due lettere del Re di Pollonia e della Regina di Svezia y siccome ancora* dite altre della medesima Regina, che una quando■ il seti, da l'ìlicaia si offerse di far qualche componimento in sua lode , l 9 altra dopoché le ebbe inviato la Canzone XFII. che è a pag. i83 del toni. i.°; perche mi son sembrate valevoli a far vedere in quanta stima fosse salito mercé h XVIII delle sue virtuose opere e de’ suoi nobili componimenti il seti, da Filicaia , ò voluto riportare in questo luogo distesamente » Giovanni IIIper la grazia di Dio He di Poh Ionia , Granduca di Lituania , Russia , Prussia , Moravia , Sainogizia , Cracovia, Vo- linia , Podolia, Pollacc, S/nolensAo, Severa , Cernicovia ec . Molto illustre Signore . Le composizioni colle quali è piaciuto a V. S. favorirci, e che a ella medesimo composto in occasione de* felici successi conceduti dal Signore Dio, non a noi solo, ma alla Cristianità tutta, e «otto Vienna e altrove; sono cosi ripiene d’eruditissimi concetti, che meritano d’essere ammirate, non che lette, da ognuno . Già molto prima ci era pervenuta la fama della di lei insigne virtù ; ed al presente resta in noi autenticato l’istesso concetto, mentre fra tante e tante Ode pervenuteci nella passata congiuntura, quella di V. S. può con gran ragione pretendere il prhno luogo tra le più giudiziose ed eleganti. Abbiamo perciò giudicato dovergliene contestare ogni più affet- xik tuoso gradimento; an7.i d’ assicurarla clie sempre ed in ogni occasione contribuiremo per i suoi vantaggi, e potrà far capitale sicuro degli effetti della nostra regia propensione. E le auguriamo ogni prosperità dal Cielo. Giovanni Re . Cracovia 32 gennaio 1G84. Signor Vincenzio Filicaia. Le vostre Canzoni uguagliano, a mio giudizio, quanto io vidi mai di bello delle poesie liriche, si ne’ moderni, e si negli antichi. Quanto son belle , e quanto sapete voi lodar chi lo merita ! Se il bene operare potesse ricevere guiderdone fuori d’iddio e di se stesso, vi sarebbero quaggiù pochi premj più degni della vostra penna che non sa dare se non sublimi e vere lodi. Se vivesse ora il grande Alessandro, con ragione invidierebbe ai principi del nostro secolo più voi, che non invidiò già il suo Omero ad Achille. Molto vi devono quei principi, non per averli lodati, ma per aver saputo lodargli. Io ò lette e rilette più XX volte le vostre Canzoni con mio spmmo gusto i e confesso a dispetto di quella mia naturai malignità che n>i rende si svogliata , di non aver trovato nelle vostre Rime, se nc n materia d’applauso. Io non vi posso esprimere quanto mi piacciono. In voi mi* par resuscitato l* incomparabil Petrarca; ma resuscitato in un corpo glorioso , senza i suoi difetti. Voi avete dell’aria, dell’ingegno, del giudizio e del sapere; e maneggiate il sacro ed il profano da maestrone : è bellissimo e purissimo il vostro stile; le vostre fantasie e ligure sono nobili e sublimi, non finirei mai se io volessi dirvi tutto quello che io ne sento . Il Signore Iddio con prosperar sempre più l’armi de* principi cristiani vi faccia di ventare cosi gran profeta, quanto siete un poeta iucomparabile. Da voi solo può sperare il nostro secolo la gloria d* un poema eroico, uguale a quello del gran Tasso. Intanto vi ringrazio a nome mio e del pubblico , di avere stampato queste vostre Opere , e d’ avermele mandate accompagnate colle espressioni del vostro affettuoso e cordiale ossequio; avendomi fatto conoscere in tale occasione, che in versi, e in prosa, in latino o in. volgare, y.oì sapete scrivere da uo- XXJt ma grande : ed io voglio elio restiate persuaso del mio gradimento , e della giustizia eli© io rendo al merito vostro. Dio vi prosperi e conservi come io desidero . La Regina . ■Roma 12 agosto i684» Signor Vincenzio Fili caia. Io ò gradite 1’ e- spressioni delia vostra replica; ma mi dispiacerebbe che voi credeste che io pretendessi da voi lodi per me ; e chiunque ve l* avesso dato ad intendere, m* averebbe fatto un gran torto. To non lo pretesi mai da nessuno , perchè troppo so di meritarle poco; e il non saper lodare se non chi io merita , è uu si gran pregio vostro , eh’ io non vorrei farvelo perdere : onde se volete darmi gusto, non perdete il tempo ed i talenti vostri intorno a me ; benché io non lasci d' accettare con gradimento 1* offerta che mi fate, di voler faticar per me in avvenire. Sappiate però, che senza adular nè me nò i miei difetti, voi faticherete per me ogni volta che farete xxu ili ogni genere opere degne di voi ; anzi io vi sarò debitrice dell’ unica gloria alla quale posso pretendere senza temerità, che è quella di conoscere il buono , e di gustarlo dovunque si trova. E poiché non vi dispiace d’ essere stimolato da me, fatemi il servizio d’ occuparvi sempre più in arricchire il se- col nostro dell’ opere vostre. Questo lo dovete a Dio, all’ Italia, a voi stesso, ed a me, giacché cosi volete; ed io mi pregierò che si dica un di : Cristina , benché straniera , lesse e gustò l' Opere del gran Filìcaia. Dio vi conservi e prosperi sempre più, come io desidero. La Regina. Roma 9 settembre i684- Signor Vincenzio Filicaia. La vostra ultima e maravigliosa Canzone fatta per me, è tale , che io non so che dirvi : m’ avete fatto perdere la parola. Io vorrei mostrarvi il mio gradimento ; ma non ò termini da esprimerlo . Ditemi voi come ò da fare a persua- xxur cfervi die a mio gusto avete superato voi stesso , dopo aver superato tutti. Come fate a scrivere e comporre così maravigliosamente l Non vi stupite se io chiamo aiuto per dirvi quello che io ne penso. Vi mando però copia d* un viglietto che mi scrisse a questo proposito, chi è il maggior cardinale e il maggior uomo del mondo: quest’è il cardinale Azzoliuo, il quale con tanta gloria vostra vi rende giustizia; ma senza creder quello che dice di me, perchè m* è troppo parziale, vantatevi pure della giustizia che rende a voi, essendovi sommamente gloriosa , benché dovuta . Quanto a me , io proc- curerò di renderYni sempre più degna delle vostre gloriose fatiche, e più simile all’ alta idea che avete formata di me. Aiutatemi a ringraziare Iddio di tutto quello che non mi à dato; e sappiate intanto per mia maggior confusione , che io sono fra tutti i mortali la più favorita e ia più ingrata creatura che sia uscita dalla sua onnipotente mano. Da questo argomentate quanto poco io son degna della gloria alla quale mi volete innalzare col vostro canto. Dio yì prosperi* La Regina . Roma 2i ottobre IVè furono solamente queste le dimostrazioni di stima , che la Regina di Svezia volle dare al scn . da Filicaia ; poiché ella non fu contenta d* aver con lui quasi co/r- linuo carteggio , ma sempre fu intesa a far per lui tutto ciò che la grandezza del suo reale animo le seppe suggerire di tempo in tempo . Onde avendo ella formata nel suo palazzo una privata accademia , nella quale vi aveva annoverato i piu singolari letica rati di quel secolo , in essa volle che il sen . da Filicaia , benché lontano , avesse luogo: e fu tale V affezione che ella pose a questo grand’ uomo, che avendo veduto fra i suoi componimenti toscani li Primo Sacrifizio , ed avendo udito che egli aveva figliuoli ancor piccoli ; con reale munificenza ella prese a volerli mantenere a proprie spese , ed a volergli rilevare ( per usare le sue parole ) come se suoi proprj figliuoli stati fossero : nella qual gloriosa opera ella seguitò fino all* ultimo termine della sua vita ; e con un insolito genere di beneficenza, ella non volle mai che questo suo benefizio , avvegnaché per ogni riguardo grandissimo , fosse saputo da alcuno ; dicendo ehe dia a vergogna gravissima si sarebbe XXV riputata, che fosse giunto a notizia degli uomini , che facesse così poco per un uomo che ella stimava tanto : il che diede poscia motivo al scn. da Fili caia di comporre II Secondo Sacrifizio il quale, senza aver con- tezza di questo fatto , oscuro resta , sicché malagevolmente si puote intendere . Molte di queste cose , dopo la morte della Regina , egli riferì nella sua Ode latina clic incomincia , Regimi maxima , grandiorcjue regno , dove ragiona eziandio dell ’ altre lodi che ella nelle sue lettere gli aveva date • Tutte queste distinte dimostrazioni di o- noranza e di stima meritò il scn. da Fili- caia a cagione delle sue insigni virtù le quali piu chiare si .renderono e piu conosciute col mezzo di questa sua opera delle Canzoni fatte in congiuntura della liberazione dì Vienna , mercé delle quali avvegnaché egli fosse salito in tanta fama presso le lontane nazioni , e che presso quelli del proprio paese ancora fosse non poco cresciuto il grido delle sue eccelse prerogative , e che quasi in tutti i libri che uscivano alla luce , che parlassero di poesia , si vedessero amplissime testimonianze , e lodi giustissime delle sue segnalate Opere ; con- XXVI tuttociò egli per tali avvenimenti non s y in - superbì giammai , nè mai mutò in veruna parte il suo primiero virtuoso tenore di vita; ma umile in tanta gloria , niente gonfiandosi dell' aura di tante giuste acclamazioni y era usato di dire agli amici pili confidenti , che non avendo mai saputo ritrovare in sè stesso alcun fondamento di merito, sopra il quale potessero a buona ragiona fabbricare coloro che V avevano in istima , attribuiva ad un pubblico errore V alto con-, tetto che della sua persona veniva fatto ; e che se pure ne * suoi versi vi era ad cuna, cosa che potesse essere approvata dagli uomini saggi , non doversene di questa ad cs~ so dar lode , ma bensì a Dio ottimo e grandissimo , col possente aiuto del quale egli aveva sempre fatti i suoi componimenti* Con. tali atti di vera e profonda umiltà , anche nella maggior grandezza di gloria manteneva un basso- sentimento di sè medesimo , e tutto era inteso a procacciarsi col mezzo di lodevoli operazioni un bel capitale di maggior perfezione in tutto ciò che egli intraprendeva . Mentre egli in somigliante guisa operava , Iddio che è mirabile ne* suoi servile che talora sotto la dura apparenza di xxvri gastighi fa a loro parie del suo amore infi- itilo, visitò il nostro Senatore con una grave e mortale infermità , nella quale egli si portò con tanta costanza d‘ animo, e tali alti di virtù praticò , che fu certamente e di consolazione e di maraviglia a lutti coloro che il vedevano , E quando appena e- gli era riavuto dalla sua malattia , il maggior Jtgliuolo che dopo la morte della Regina di Svezia era divenuto , come già si è detto, paggio del Granduca ; quando appunto incominciava a far vedere il frutto di quei buoni semi di virtù gittati a tempo dal Padre nel tenero animo del giovanetto , assalito da febbre gravissima , in pochi giorni se ne moriil qual colpo che , se riguardiamo la fralezza della nostra umanità , fa certamente grandissimo, ricevè il Padre con indicibil fermezza d' animo ; e risegnando il suo volere al volere di Quello che avendoglielo conceduto , poteva a suo piacimento ritorglielo , sacrificò di buona voglia al-, l'Altissimo tutte quelle speranze alle quali giustamente il chiamava V indole nobile del- l’ estinto figliuolo. Dopo i quali avvenimen-, ti vedendo il Granduca e quale altezza di vera virtù , e qual grido di gloriosa fama XXVIfì avesse il sen, da Fìlicaia , il trasse dalla privata vita che aveva per tanti anni goditta ; e fattolo senatore , e così onoratolo della primiera dignità di quest' eccelso dominio , indi a non molto al reggimento della città di Fotterrà il mandò ; il qual carico col titolo di commissario s * appella , Giunto che egli fu al suo governo -, si porlo in. guisa , che amministrando a tutti un' intera giustizia , e facendo apparire in ogni occasione i tratti 't': : >«J ■ ■’ \J* *»r .. » • ■•*» *. * ®É: :: >' ,?T.A. fV .*3 14*. .i;i'LICAÌ v i !: *. ,.V. .. '•'•i A:--- ?■• ■' ' «B. ,, t •. ; ’■ -■>£ ' ». Sfefev ■ £:--t*jf« jm •rr^rt; n oi POESIE TOSCANE DEL SENATORE VINCENZIO DA FILICAIA fcjuVwir* ouv&wsmaii Mi .'i\ .K ‘Ms. ’S» .- 'i .i oxiano? •*(t/jrt«òo osi le inni 'i sa , loxigi^ ©Ms^é •» a <*gb'<(•,,'.***. il :n»^., j ; ota^'te. jviv tu Misi*.» od vii*;»*® J • iiiJup li©» ioat-Vf'/él 0 , s-iqii’UTjup sut *©t * ) iteti* fivttfierf biniti($‘ fv)*9ini oijló-» i**" ì i'mqt , soiòy> $• j 1 Ufiisy oi.vi<|oKJ-ÌL silo , . iJWiq 9 /ligi; tinti il» vv?;iiliu(J nr?sÌ , i">.ijtyui -.'Isiis tj! 'tkìivh ii/rjy i oioiqa’eM ©'»•• 0199 S 1 - 11 « (ft'Mni ifg 1 ìf*t fi *s£x .©iibiyoroia3OT »*« sfolli» .•%*o i>|yi»fc .Isfijv u^!^S alitili 'piti, 1 il jjv.ai Ì4 o’Wilil .a&» 3 All' A. R. del Serenissimo Granduca. SONETTO I. tSignor, se d’ inni al reo costume infesti Armo la cetra, e cento a un tempo e cento Piretiche saette ai vizj avvento ; È tua quest’ opra, e favor tuoi son questi. Prendi 1’ arco e gli strali ( a me dicesti ), E scocca. Il presi ; ed al gran colpo intento, Pregai che penne di propizio vento Sen portasser gli strali agili e presti. Ma spinto i venti avrian lo strale invano, Se a ferir gli empj mostri, al braccio mio L’ alto tuo non s’ unta braccio sovrano . Tal con quel dardo onde salute uscio, D’ Eliseo la man del Re alla mano Le sirie squadre a saettar s’ unio. 4 POESÌE toscane Voto d' eternità per le sue Poesie • SONETTO II. S r o grazia il vinto al vincitor veruna il Chieder puote, o mercè ; nel grande, atroce Mio terribil naufragio , odi, Fortuna, D’ un naufrago ineschili 1* ultima voce. Calma non chieggio a’ miei pensier : che alcuna Calma i tniser non ànno ; c già veloce Nel mar di Morto la turbata e bruna Oncia va de* miei giorni a metter foce. Nè chieggio il nuoto onde pott'o 1* oppresso Cesare , ad onta dell’ egizie squadre, Campar gli scritti, e preservar sè stesso, Chieggio sol, che > alle mie poco leggiadre Rime se sperar vita unqua è concesso, Abbiali'vita le figlie, e pera il padre» UEL FILICAU . 5 Nelle disgrazie . SONETTO Ilf. T X ra il forte Ibero e il Lusitano invitto , Del mondo ignoto a ripartir le imprese, Linea dall’ Austro all’ Aqnilon si stese , Che *1 termin fisse ad ambedue prescritto. E la Fortuna di sua man soscritto Fe meco un patto, che a novelle offese, Quasi a vietato incognito paese , Non farebbe òltra *1 segno unqua tragitto. Ma i patti 1* empia pur si prende a gioco ; E al picciol mondo mio tal muove guerra, Che ’1 pon sossopra, e mette a ferro e a fuoco E in s\ stretto e meschino angol mi serra } Ciré a me non resta sopra terra loco ; E pur tntt’ empio de’ miei guai la terra. 6 poesìe toscane Sopra lo stesso soggetto .. SONETTO IV. Gfiunto quel grande , ove l’altrui gran torto» E ’1 suo duolo il guidò ramingo e vago ; Spettacolo infelice , aspro conforto Cartago a Mario fu , Mario a Cartago.. A lui quella dicea : Chi qua ti à scorto Nè miei scempj a mirar de’ tuoi l’imago! Ed egli a lei : Ne’ tuoi naufragi il porto Trovo ai proprj naufragi, e in te m’ appago. Cosi un di nel mio volto al dolor mio Mostrai ’l suo volto : ed egl’ in sè i mie’ guai Coll’ energia d’ un guardo a me scoprio ; E disse : Ascolta il tuo destili : sarai Sempre misero e in pene. Allor diss’ios. In pene si, ma in servitù non mai. J1EL FILI CAI A . 1 Sopra lo stesso soggetto - SONETTO V. Hon tanta folla : entrate a poco a poco Pene, affanni e sconforti entro ’l mio core. Qual di voi rimaner può mai di fuore, Se aperto è’1 varco, e in poter vostro è il loco ! Parvi ’l mio sen forse incapace ? o poco A voi noto è 1’ ospizio ? A tutte 1’ oro Pur vi accolsi ; e del pianto e del dolore Ospite sempre , e del destin fui gioco.. Nè fia timor che dissipato il folto Vostro ampio stuolo, de’ piacer la schiera In me s’ accampi, e siavi ’l campo tolto : Ch’ io non ebbi giammai letizia intera ; E in me la sorte incrudelì più molto Placida e molle, che sdegnosa e fiera » 8 POESÌE toscane Morte della speranza » SONETTO VI, Piangesti , Roma, e in te si vide impressa Ira e pietate allor che in fiere guise Il non suo fallo, in sè punio 1’ oppressa Donna, e del casto sangue il ferro intrise, E piansi anch’ io quando mia speme, anch’essa Priva di speme, alla sua man commise Di sè stessa 1’ eccidio, ed in sè stessa I proprj oltraggi e le mie brame uccise. Ambo dunque piangemmo, e ad ambo insieme Diè sventura diversa ugual dolore ; E d’ ugual gioia i nostri guai fur seme t Che te pote'o di servitù trar fuore Lucrezia uccisa ; e a me l’ uccisa speme Render potéo la libertà del core. DEL HLICAIA. $> Sopra lo stesso soggetto . SONETTO VIE (Quando al gran corpo del romano impero Fer le proprie riiine ombra e sostegno, Gli fu men che non parve , il Ciel severa; E di più vite il suo morir fu pegno : Che dal regio suo cenere poterò Scettri nascer novelli ; e quel si degno Tronco , allor che sue frondi al suol calerò, Seminò regi, e fe ogni fronda un regno. Tal dell’ altera giovenil mia spene Cadde 1’ impero ; e del suo tronco al piede Nacquer d’-imperj e scettri alte vermene; C’ ove un tempo il mio cor fu trono e sede Sol della speme ; or signoria vi tiene Sofferenza, umiltà, coraggio e fede- POESIE. TOSCANE Speranza terrena » SONETTO Vili. ]Non tei dissi, alma mia, che un di saresti. Trofeo dell’ empia micidial tua speme ! Tel dissi, si ; ma de’ miei detti il seme In rena io sparsi, e fede al ver non desti. E se per varie guise indi corresti Di pena in pena alle miserie estreme ; Premio ben degno di chi poco teme , E molto spera , e nulla crede, avesti. Tal già di Troia con presaghi accenti Lo scempio miserabile, ma vero , Svelò Cassandra, e ne fer preda i venti» Che quando avvien che sovra 1’ alma impero Abbia la speme , e cecità diventi; Dei mali è T sommo il non dar fede al vero» BEL FILICAtA .. Il Sopra V assedio di Vienna K \ CANZONE i. / E (Ino a quanto inulti Fiau, Signore, i tuoi servi ! e fino a quanto Dei barbarici insulti Orgogliosa n’ andrà 1* empia baldanza ! Dov’ è , dov’ è , gran Dio , 1’ antico vanto Di tu’ alta possanza ! Su’ campi tuoi, su’ campi tuoi più culti Semina stragi e morti Barbaro ferro ; e te destar non ponilo Da si profondo sonno Le gravi antiche offese , e i nuovi torti ! E tu ’l vedi, e ’l comporti, E la destra di folgori non armi, O pur le avventi agl’ insensati marmi ! Mira, oimè ! qual crudele Nembo d’ armi e d’ armati, e qual torrente D’ esercito infedele Corre 1’ Austria a inondar ! mira che il loco» A tant' empito manca, e a tanta gente 12 poesìe toscapte Par che l* Istro sia poco , E di tan-t’ aste ali’ ombra il di s-i cele I Tutte son qui le spade Dell’ultimo Oriente; c alla gran Iutta L’ Asia s* «ilio qui tutta , E quei che ’l Tanai solca, e quei che rade Le sarmatiche biade , E quei che calca la bistonìa lieve , E quei che ’l Nilo e che P Oronte beve # Di cristian. sangue tinta, Mira dell* Austria la città rèina, Quasi abbattuta e vinta , Mille e mille raccor nel fianco infermo- Fulmin temprati all’ in-fernal fucina ! Mira che frale schermo Son per lei 1* alte mura ond’ ella è cinta t Mira le palpitanti Sue rocche! odi, odi il suon che a morte sfidai Le disperate strida Odi e i singulti e le querele e i pianti Delle donile tremanti, Che al fiero aspetto dei comun perigli Stringonsi al seno i vecchi padri, e i figli P L* onnipotente braccio, Signor, deh stendi; e sappianoli empj oniai> Sappian che vetro e ghiaccio Son lor arme a' tuoi colpi, e che sei Dio-.* nrx rrr.lcAiA. Di tue giuste vendette ai caldi rai Struggasi ’1 popol rio: Qual porga il collo al ferro, e quale al laccio. E come fuggitiva Polve avvien che rabbioso Àustro disperga; Così persegua e sperga Tuo sdegno i Traci; e sull* angusta riva Del Danubio si scrìva: Al vero Giove 1* ottonimi Tifeo Qui tentò di far guerra, e qui cadeo. Del Re superbo assiro Gli aspri arieti, di Sion le mura So pur che invan colpirò ; E tal poi monte d’insepolti estinti Alzasti tu , che inorridì Natura. Guerrier dispersi e vinti So die vide Betulia; e ’l Duce siro Con memorando esempio Trofeo pur fu di femminetta imbelle. Su le teste rubellc Deb rinnovella or tu P antico scempio. Non è di lor meli empio Quei che servaggio or ne minaccia e morte; Nè men (idi siam noi, nè tu men forte. Che s* egli è pur destino, E ne* volumi eterni à scritto il Fato, Che deggia un di all* Bussino Ì4 POESÌE TOSCANE Servir 1’ ibera e 1’ alemanna Tetì, E ’l suol cui parte 1’ Apennin gelato ; A’ tuoi santi decreti Pien di timore e d’ umiltà m’inchino. Vinca , se cosi vuoi, Vinca lo Scita ; e ’l glorioso sangue Versi 1’ Europa esangue Da ben mille ferite . I voler tuoi Legge sol» ferma a noi : Tu sol se’ buono e giusto; e giusta e buona Quell’opra è sol, che al tuo voler consuona, Ma sarà mai eh’ io veggia Fender barbaro aratro all’ Austria il seno ; E pascolar la greggia , Ove or sorgon cittadi ; e senza tema Starsi gli arabi armenti in riva al Reno 1 Nella riiina estrema Fia che dell’ Istro la famosa reggia D’ ostile incendio avvampi, E dove siede or Vienna, abiti 1’ Eco In solitario speco Le cui deserte arene orma non stampi ! Ah no, Signor , tropp’ ampi Son di tua grazia i fonti ; e tal flagello Se in Cielo è scritto, a tua pietà ni’appello' Ecco d’inni devoti Risonar gli alti templi : ecco sbava DEL FILICAIÀ • + f5 Tra le preghiere 6 i voti Salire a te d’ arabi fumi un nembo . Già i tesor sacri ond’ ei sol tien la chiave, Dall’ adorato grembo Versa il grande Innocenzio , e i non mai voti Erarj apre e comparte : Già i cristiani regnanti alla gran lega Non pur commuove e piega ; Ma in un raccoglie le milizie sparte Del teutonico Marte : E se tremendo e fier più che mai fosse Scende il fulmin polono, ei fu che ’I mosse . Ei dall’ esquilio colle Ambo in rùina dell’ orribil Geta, Mosè novello , estolle A te le braccia che da un lato regge Speme , e Fede dall’ altro . Or, chi ti vieta Il ritrattar tua legge , E spegner l’ira che nel sen ti bolle ! Pianse e pregò l’afflitto Buon Re di Giuda ; e gli crescesti etate s Lagrime d’ umiltate Ninive sparse ; e si cangiò ’l prescritto Fatale infausto editto. Ed esser può che ’l tuo Pastor devoto Non ti sforzi, pregando , a cangiar voto ? Ma sento, o sentir parme, 16 POESÌE toscane Sacro furor che di sè m’ empie. Udite, Udite, o voi che 1’ arme Per Dio cingete: al tribunal di Cristo Già decisa in prò vostro è la gran lite. Al glorioso acquisto Su su pronti movete : in lieto carme Tra voi canta ogni tromba , E ’l trionfo predice . Ite , abbattete , Dissipate, struggete Quegli empj ; e l’Istroalvintostuolsiatomba. D’ alti applausi rimbomba La terra ornai, che più tardate? aperta E già la strada, e la vittoria è certa. D£L FILICÀU . l 7 Per Va vittoria degl’ Imperiali e de* Pollacela sopra V esercito turchesco . CANNONE li. » T-Je corde d* oro elette Su su , Musa , percuoti, e al trionfante Gran Dio delle vendette Compon’ d 1 inni festosi aurea ghirlanda . Chi è che a lui di contrastar si vante , A lui che in guerra manda Tuoni e tremuoti e turbini e saette l Ei fu che ’1 tracio stuolo Ruppe, atterrò, disperse; e il rimirarlo, Struggerlo e dissiparlo, E farne polve , e pareggiarlo al suolo, Fu un punto , un punto solo : Ch’ ei può tutto ; e citta scinta di mura E chi fede à in se stesso, e Dio non cura . Si crederon quegli empj Con ruiuoso turbine di guerra Abbatter torri e ternpj, E sver da sua radice il sagro impero . Empier pensnron di trofei la terra-; Filic. Tom , /. 2 -I »8 POESÌE TOSCANE Ed. oscurar crederò Gon più illustri memorie i vecchi esempj; , E disser : L’ Austria doma, Domerem poi 1’ ampia Germania;.e all’ Ebr» Fatto vassallo il Tebro , A turco ceppo il piè,.rasa la chioma , Porgerà Italia e Roma . Qual Dio, qual Dio delle nostri armi all’ onda Fia che d’ oppor si vanti argine o sponda! Ma i temerarj accenti, Qual tenue fumo alzaronsi e svanirò , E ne fer preda i venti : Che sebben di Val d’ Ebro attrasse Marte Vapor che si fer nuvoli, e s’ aprirò, E piovver d’ ogni parte | Aspra tempesta sull’ austriache genti j Perir la tua diletta; Greggia , Signor , non tu però, lasciasti ». E all’ empietà mostrasti > Che arriva e fere allor che men a’ aspetta,, Giustissima vendetta . Il sanno i fiumi che sanguigni vanno, , E ’l san le fiere, e le campagne il sanno •. Qual corse giel per 1’ ossa. AH’ arabo Profeta, e al sozzo Anubi, | Quando 1’ ampia tua possa ! Tutte fe scender le sue furie ultrici. à DEL FILICAIÀ. IQfc Sulle penne dei venti, e sulle nubi l. L* orgogliose cervici Chinò Bizzanzioe tremò Pelio ed Ossa; E le squadre rubelle , Al ciel rivolta la superba fronte, Videro starsi a fronte Coll’ arco teso i. nembi e le procelle,, E guerreggiar le stelle Di quell 5 acciar vestite, onde s’ armaro Quel di che contro ai Cananei pugnato Tremar l’insegne allora , Tremar gii scudi, e palpitar le spade Al popol dell’ Aurora Vidi : e qual di salir 1* egro talvolta , Sognando , agogna , e nel. salir giù cade 5 . Tal ei senti a sé tolta Ogui forza., ogni lena; e in.poco d’ora; Sbaragliato e disfatto ? Feo di se monti, e riempieo le vaili D 5 uomini e di cavalli Svenati o morti o di morire in atto », Del memorabil fatto, Chi la gloria s 5 arroga t Io già noi taccio s? Nostre fur V armi, e tuo, Signor, fu ’l braccio», A, te dunque de’ Traci, Debeliator possente, a te che in. unai Vista distruggi e sfaci. JO poesìe toscane La barbarica possa, e al cui decreto Serve suddito il Fato e la Fortuna ; In trionfo si lieto Alzo la voce, e i secoli fugaci A darti lode invito. Saggio e forte se’ tu . Pugna il robusto.* Tuo braccio a prò del giusto ; Nè indifesa umiltà, nè folle ardito Furor lascia impunito. Milita sempre al fianco tuo la Gloria, E al tuo soldo arrclata è la Vittoria. Là dove i ! Istro bee Barbaro sangue , e dove alzò poc’ anzi: Turca empietà moschèe, Ergonsi a te delubri. A te cui piacque Salvar di nostra eredità gli avanzi, Fan plauso i venti e 1’ acque, E dicono in lor lingua: A Dio si dee Degli assalti repressi Il memorando sforzo, a Dio là cura Dell’ assediate mura. Rispondon gli antri, e ti fan plauso aneli’essi. Veggio i macigni istèssi Pianger di gioia, e gli alti scogli c i monti A te inchinar 1’ ossequiose fronti. Ma se pur anco lice Raddoppiar voti, egiugnerprieghi apri'eghi; ÌTEL F1LICAIA , 2T La spada vincitrice Non ripongasi ancor. Pria tu 1* indegna Stirpe recidi, o fa’ che *1 colio pieghi A servitù ben degna . Pria, Signor, delia tronca, egra, infelice Paunonia i membri accozza., E riunirli al capo lor ti piaccia. Ah no , non più soggiaccia A doppio giogo, in se divisa e mozza . Regnò , regnò la sozza Gente ahi purtroppo! etempoèomaichedeggia Tutta tornare ad un pastor la greggia. Non chi vittoria ottiene, Ma chi ben P usa, il glorioso nome Di vincitor ritiene. Nella nav-al gran pugna onde divenne Lepanto illustre , e per cui rotte e dome Fur le sitonie antenne, Vincemmo, ò ver; ma V idumue catene Cipro non ruppe unquanco : Vincemmo; e nocque al vincitore il vinto* Qual fìa dunque, che scinto Appenda il brando , e ne disarmi il fianco ? •Oltre oltre scorra il franco Vittorioso esercito, e le vaste Dell’ Asia interne parti arda e devaste. Ma la caligin folta ■M POESÌE TOSCANE Chi dagli occhi mi sgombra ! Ecco che ’l tergo Dei fuggitivi, a sciolta Briglia, Signor, tu incalzi: ecco gli arresta Il Rabbe a fronte , ed àn la Morte a tergo. Colla gran lancia in resta Veggio che già gli atterri e metti in volta: Veggio c’ urti e fracassi Le sparse turme, e di Bizzanzio ai danni Stendi sì ratto i vanni, Che già i venti e ’l pensiero indietro lassi; E tant’ oltre trapassi, Che vinto è già del mio veder 1’ acume, E allo stanco mio voi mancali le piume. DEL FILICÀIÀ . ^3 Alla S. C. Maestà di Leopoldo 1% t v- Imperatore . CANZONE III. O grande , o saggio, o glorioso Augusto* Del cristian mondo fortunato Atlante, Che ’1 sagro imperio su le spalle altere Porti, e non cedi al peso : o fulminante Giove terren , che sulle tracie schiere Tuoni, e ’1 tremendo scocchi arco robusto 'j O dall’ Orse all’ adusto Sirio, e da Battro ai termini d’ Alcide , Riverito e temdto -, or che ogni speco Risuona, e applaude a tue vittorie ogni eco, Quai V età prisca o nuova unqua non vide; Non disdegnar che anch* io Palustre auge! dell’ Arno, alle tue lodi L 1 audace lingua snodi. Non tu indarno pregasti : ud\ il gran Dio, Udì ’l gran Dio, degli alti tuoi devoti Sospir la voce, e le preghiere e i voti • Ei fu , Signor, che di sue frondi scossa Hi* austriaca pianta rinverdir più bella *4 POESÌE toscane Fe in un istante, e cangiò ’l pianto in riso: Ei fu che oppressa l’infedel rubella Oste, a portarne ai Negro mar I’ avviso Correr fe 1’ onda d’ uman sangue rossa . Qual braccio mai , qual possa Tant’armi a un tempo strinse, e tanto gravi Avventò colpi a un tempo ? Aprian già ’l muro I forati montoni; e mal sicuro Giacea sotterra il cenere degli avi. Fatta ludibrio altrui, Cadea già in seno alla fatai rùina L’alta Città reina > Ei la sostenne ; e cosa era da lui: Ei la sostenne; e al folgorar d’ un fiero ' Sguardo , 1’ offese e gli offensor carierò . Ma qual arte fu mai, che in lega strinse Teco il Cielo ! Arte i prieghi, arte fu ’J pianto, E la fè viva, e ’l cuor contrito umile. Quando in te 1’ Asia imperversò cotanto, E quando il ferro scellerato ostile Più d’ un reo tuo vassallo in te sospinse ; Con quella fè che vinse > I duri fati, al Re dei re dicesti : Di questa imperiai caduca spoglia Tu, Signor, mi vestisti, e tu mi spoglia. Ben puoi ’l regno a ine tor tu che mcl desti. Che dico il regno ! è poco vel filicìia . • Ch’ io ti renda i tuoi doni. Ah se può questa Sul capo mio tempesta Sfogarsi tutta, e se i mie’ prieghi éu loco.; In me solo, in me sol tutto si volva L’ alto tuo sdegno , e ’l popol tuo s’ assolva. Dunque, come nocchier che sotto ignoto Cielo notar sulle frenetiche onde •Vede il naufragio, e quanto può lo schiva; Se a sorte afferra le fuggenti sponde, Guarda i flutti e gli scogli, e sulla riva . Dio ringrazia, e.l’ adora , e scioglie il voto: Cosi con ciglio immoto , E in un silenzio di gran sensi onusto j Tu al grande tuo liberator ti prostri, E gli dai lode. Già dell’ Asia i mostri Cuopron, fuggendo, e monti e valli ; e angusto . Alla fuga è ’l sentiero . Muovi or tu nuova guerra, e co’ suoi strali L’ assalitore assali ; Quai nasceran trionfi or che al guerriera Trionfator Danubio tuo si sposa La foimidabil Vistola famosa! Fin di lassù con tacita favella Teco , Signor, 1’ alto Fattore eterno Nella mente magnanima ragiona , E : All’ armi ( dice ), all’ armi t aspro governo Or fa’ dei Traci, ed a nuli’ uom perdona -, 26 poesìe toscane Ogni sesso , ogni età bacca e flagella : Struggi città, debella Reami e iniperj; e eh’ i* son Dio, s* intenda. Tempo è ornai d’ abbassar cotanto orgoglio: Io finora il soffersi ; or cosi voglio. Tal, con voce di folgore tremenda, Parlò al Campione ebreo 71 Re dell’ Etra un giorno; ond* ei dell’ empio Madianita te scempio: E in tal guisa eccitò 1* insano e reo Miscredente S'à ul che udir non volse; Ond* egli e vita e signoria gli tolse. Ma tu , Signor, che più che vita e regno, Ài la pietate e *1 divin culto a cuore, Già 1* alto impulso a secondar t’ accingi* Di tue forti milizie il nerbo e 3 Ì fiore, Deli* Asia entro le viscere già spingi, Flagel de* Traci, e della Fè sostegno. Non mai si eccelso segno Tue sUette ferirò . Ecco s* appressa Quel di che i gran litigj e le gran risse A decider coll* arme il Ciel prescrisse. Fatto è il sommo de* fatti, or, che si cessai Contro viltà, prodezza Entrerà in campo; e la tenzon fia corta. Non è, non è ancor morta Xi* antica possa, ah perchè al ferro avvezza T>EL FILICAIÀ • Vh 'Non ò la destra, e in si famoso aringo L’acciar non vesto,e’1 brando anch’ionon stringo ? Ma se inerme è ’1 mio braccio ; ab no, non fia, Non fia ver' cbe la penna, or che fra 1’ armi Suda e va in guerra il mondo, in ozio posi* Armerò d’ ira e di vendetta i carmi ; E ben mille avventando inni animosi, Fulminerò 1* empia masnada e ria* Dall' alta fantasia, £n tuo servigio ; ove assoldar ti piaccia, O gran Sir, le mie Muse; a mille a mille Pioveran dardi, e volerà» faville. Su su ; varia di lor prova si faccia • Vuoile tu ’n campo aperto , O vuoi porlo in agguati, o vuoi che in alto Tentili murale assalto ? • . Si si , il faran . Più d'uno strale a certo Scopo so che drizzaro; e so che àn colto Più d’un segno, e più nomi alTempo àn tolto . Deh venga il di che l’araba Fortuna Al regio trionfai tuo carro avvinta , Calchi con servo piè 1* austriaco suolo! ÀUor dirò dell* abbattuta e vinta Tracia i popoli oppressi a stuolo a stuolo; Dirò 1’ ampie conquiste ad una ad una : E deli’ odrisia luna X’ orrenda eclissi ; e ’1 regnator d 1 Abido poesìe toscatte Preso e tratto in trionfo ; e le cattive Misere turbe , in voci alte e festive Canterò si, che al Ciel n’ andrà lo strido-. Se (ìa, Signor, ch’io veggia 'Ber 1’ Eufrate e 1’ Oronte ì tuoi cavalli , E per 1’ egizie valli Pascolando vagar 1’ ungara greggia ; Questa mia c’ or si poco arpa rimbomba, Saprà crescer di suono, c farsi tromba: Che come Borea quanto più di forza Mette il mare-in rivolta , e’1 (iede e scuote, Tanto più 1’ onda ne rintruona e geme; Si quanto più gli orecchi miei percuoto Di tue vittorie il'suon , tanto più freme In me l’ingegno, e ’i mio cantar rinforza. Vedi che a poggia e ad orza Del turco imperio la sdrucita barca Piega, e guarda d’intorno, e par che voglia Spiar qual lido i suoi naufragi aceoglia ; Tanto d’ orrore e di spavento è cacca. Tu con man forte afferra Lei che vela non à. Se qui si salva., L’ occasion eh’ è calva, Chi può afferrar 1 Mille, su dunque, in guerra Muovile contro, or che in tempesta è I’onda, Turbini armati; e lei fuggente affonda. Io fin di qua, mentre col ferro ai danni 23 , DEL FILICAIA. Tu dell* Asia combatti e cogli auspici, Combatterò co* voti e colle rime ; E quando stenderan lo tue vittrici Aquile il volo , io sull* iionie cime Doppieiò, lieto, alla tua fama invaimi. A te signor degli anni, Fia che sudi ogni bronzo: a te, di Paro' Vote le vene, fia che ognor percossi Da industre ferro i marmi ergali colossi Quai nè Rodo nè Menfì unqua miraro . Per te da Borea ad Ostro, Per te dal Gange alla tirintia foce $’ adorerà la Croce. fl) 7 Di Dio l* onor, tua fia la lode. Il vostro Nome tacciasi, o Muse : a voi sol baste Dir ohe a si grande Imperador pugnaste. ir .iv - ? 1 tT poesìe toscane ?0 Alla S. lì. Maestà di Giovanni UU lìe di Pollonia. C A N ZONE IV. granile e forte, a cui compagne in guerra, Militan virtù somma, alta ventura; Io che 1’ età futura Voglio obbligarmi, e far giustizia al vero E mostrar quanto in te s’ alzò Natura; Nel sublime pensiero Oso entrar, che tua mente in sè riserra. Ma con quai scale mai, per qual sentiero Eia che tant’ alto ascenda! Soffri, Signor, che da sì chiara face, Più di Prometeo audace, Una favilla gloriosa io prenda, E questo stil n’ accenda, Questo stil che quant’ è di me maggiore, Tanto è, rincontro a te, di te minore. Non perchè re sei tu, sì grande sei; Ma per te cresce, e in maggior pregio sale La miiesta regale. Apre sorto al regnar più d’ una strada:. DEL F1LICAIÀ 3« Altri al merto degli avi, altri al natale, Altri J 1 debbe alla spada: Tu a te medesmo e a tua virtute il dei. Chi è che con tai passi al soglio vada! Nel d\ che fosti eletto, Voto fortuna a tuo favor non diede, Non palliata fede, Non timor cieco; ma verace affetto, Ma vero merto e schietto. Fatto avean tue prodezze occulto patto Col regno; e fosti re pria d‘ esser fatto* Ma che! stiasi Io scettro ora in disparte: Non io coi fasto dei tuo regio trono, Teco bensì ragiono ; Nè ammiro in te quel che anco ad altri è dato.. Dir ben può quanti in mar le arene sono Chi può, di rime armato, Dir quante in guerra e quante in pace ài sparte Opre ammirande in cui non à 1’ alato. Vecchio ragion veruna* Qual è alle vie deL sol si ascosa piaggiai Che contezza non aggia Di tue vittorie, o dove il giorno à cuna, O dove 1* aere imbruna,. O dove Sirio latra,. o dove scuote Il pigro dorso a’ suoi destrier Boote ? Sullo il Sannata infido, e sallo il crudo V 3a poesìe toscane Usurpatbr di Grecia: il dicou 1’ armi Appese ai sacri marmi, E tante a lui rapite insegne e spoglie, Alto soggetto di non bassi carmi. Non mai costà le soglie S’ aprir di Giano, che tu spada e scudo Dell’ Europa non fossi. Or chi mi toglie , Tue palme antiche e nuove Dar tutte in guardia alle castalie Dive? Fiacca c la man che scrive; Forte è lo spirto che a più alte prove Ognor la instiga e muove: E quei che a’ venti le grand’ ale impenna, Quei la spada a te regge, a me la penna. Svenni e gelai poc’ anzi, allor eh’ io vidi' Oste sì orrenda tutt’ i fonti e tutti . * Quasi dell’ Istro i flutti Seccar col labbro, e non bastare a quella Del frigio suolo e deli’ egizio i frutti. Oimè! vid’ io la bella Deal donna dell’ Austria invan di lidi Ripari armarsi; e poco men che ancella , Pòrger nel caso estremo A indegno ferro il piede. Il sacro busto Del grande impero augusto Parea tronco giacer del capo scemo, E *1 cenere supremo BEL FILICAIA . 33 Volar d’intorno, e gran cittadi, e ville Tutte fumar di barbare faville. Dall* ime sedi vacillar già tutta Pareami Vienna, e in panni oscuri et adri Le spaventate madri Correre al tempio; e detestar degli aimi L* ingiurioso dono i vecchi padri, L' onte mirando e i danni Della misera patria arsa e distrutta Nel coniun lutto e nei comuni affanni. Ma se miserie estreme, E incendj e sangue e gemiti e ruine Esser doveano alfine, Invitto Re, di tue vittorie il seme ; Di tante accolte insieme Furie ond’ebbe a crollar dell* Austria il soglio, ( Soffra eh* io’l dica, il Ciel ) più non mi doglio. Della tua spada al riverito lampo Abbagliata già cade e già s’ appanna L* empia luna ottomamia. Ecco rompi trincierei ecco t* avventi; E, qual fiero leon che atterra e scanna Gl* impauriti armenti, Tal fai macello sull* orrihil campo, Che ’1 suol ne trema. L* abbattute genti Ecco spergi e calpesti; Ecco spoglie e bandiere a un tempo togli, Filic, Tom. /, 3 34 POESIE TOSCANE E ’l duro assedio sciogli : Ond’ è eli’ io grido e griderò: Gingnesti, Guerreggiasti, vincesti. Si si vincesti, o Campioni forte e pio; Per Dio vincesti, e per te vinse Iddio. Se là dunque, ove d’ inni alto concento A Lui si porge, spaventosa o atroce Non tuona araba voce; Se colà non atterra impeto folle Altari e torri, e se impietà feroce Dai sepolcri non tolle Il cener sacro, e non lo sparge al vento; Sbigottito arator da eccelso colie Se diroccate ed arse Moli e rocche giacer tra sterpi e dumi, Se correr sangue i fiumi, Se d’ abbattuti eserciti e di sparse Ossa gran monti alzarse Non vede intorno, e se dell’ Istro in riva Vienna in Vienna non cerca; ates’ ascriva. S’ ascriva a te se ’I pargoletto in seno Alla svenata genitrice esangue Latte non bee col sangue : S’ ascriva a te se inviolate e caste Vergini e spose, nè da morso d’ angue Vi'olator son guaste, Nè in sè puniscon 1’ altrui fallo osceno. DEL FI LI CAIA . 53 Per te sue faci Aietto e sue ceraste Lungi dal Ren trasporta : . Per te, di santo amor pegni veraci, Si danno amplessi e baci Giustizia e Pace; e la già spenta e ( morta Speme è per te risorta ; E, tua mercè , P insanguinato solco Senza tema o periglio ara il bifolco. Tempo verrà, se tanto lunge io scorgo , Che fin colà ne’ secoli remoti Mostrar gli avi ai nipoti Vorranno.il campo alla tenzon prescritto. Mostreran lor, donde per calli ignoti Scendesti al gran conflitto ; Ove pugnasti; ove in sanguigno gorgo L’ Asia immergesti. Qui ( diran ) l’invitto Re polono accampossi : Là ruppe il vallo; e qua le schiere aperse, Vinse , abbattè, disperse : Qua monti e valli, e là torrenti e fossi Feo d’ uman sangue rossi ; Qui ripose la spada, e qui s’ astenne Dall’ ampie stragi, e’1 gran destrier ritenne. Che diran poi, quando sapran che i fianchi D’ acciar vestisti non per tema o sdegno, Non per accrescer regno, Non perchè eterno inchiostro a te lavori 36 poesìe toscane Fama eterna, e per te sudi ogn’ ingegno; Ma perchè Iddio s' onori, E al suo gran nome adorator non manchi ! Quando sapran che, d’ ogni esempio fuori, Con profondo consiglio, Per salvar 1’ altrui regno, il tuo lasciasti; Che ’1 capo tuo donasti Per la Fè , per 1’ onore al gran periglio; E ’l figlio istesso, il figlio, Della gloria e del rischio a te consorte, Teco menasti ad affrontar la Morte ! Secoli che verrete, io mi protesto Che al ver fo ingiuria, e meli del vero è quello Ch’ io ne scrivo e favello. Chi crederà 1’ eròico dispregio Di prudenza e di te, che assai più bello Fa di tue palme il pregio! Chi crederà che a te medesmo infesto, E a te negando il màestevol regio Titol, di mano in mano Sia tu in battaglia ai maggior rischi accinto, Non dagli altri distinto , Che nel vigor del senno e della mano ; Nel comandar sovrano, Nell’ eseguir compagno , e del possente Forte esercito tuo gran braccio e mente f Ma in quel ch’io scrivo, d’altri allor la fronte Ì>F,L F1LICAIA . 37 Tu cingi, e uuove sotto ferreo arnese f Tenti e più ciliare imprese. Or dà fede al mio dir. Non io 1’ ascreo , Che già la sete giovenil m* accese, Torbido fonte beo : Mia Clic la Croce, e mio Parnaso è ’l Monte, Quel Monte in cui la grande Ostia cadeo « Se per la Fè combatti, Va’, pugna e vinci: sull* odrisia terra Rocche e cittadi atterra ; E gli empj a un tempo e 1* empictade abbatti. Eserciti disfatti Vedrai ; vedrai ( pe* tuoi gran fatti il giuro ) Cader di Buda e di Bizzanzio il muro. Su su, fatai Guerriero ; a te s* aspetta Tràr di ceppi P Europa, e ’l sacro ovile Stender da Battro a Tile. Qual mai di starti a fronte avrà balia Vasta bensì, ma vecchia , inferma e vile Cadente monarchia , Dal proprio peso a riiinar costretta ! Se ’l ver mi dice un* aita fantasia, Te 1* usurpata sede Greca, te ’l greco inconsolabil suolo Chiama: te chiama solo, Te sospira il Giordano : a te sol chiede La Galilea mercede: 38 poesìe toscane A te Betlemme, a te Sion si prostra, E piange e prega, e ’l servo piè ti mostra. Vanne dunque , Signor . Se la gran Tomba Scritto è lassù che in poter nostro torni, Che al suo pastor ritorni La greggia, e tutti al buon popol di Cristo Corran dell’ uno e 1’ altro polo i giorni; Del memorando acquisto A te 1’ onor si serba. Odi la tromba Che in suon d’ orrore e di letizia misto Strage alla Siria intima . Mira come or dal Cielo in ferrea veste Per te campion celeste Scenda, e l’ empie falangi urti e reprima, Rompa , sbaragli, opprima . Oh qùal trionfo a te mostri io dipinto ! Vanne, Signor: se in Dio confidi, ài vinto^ i • ' U ■ 'C'A. "i.i -ì . - BEL FILICAIA. 3g All* Altezza Serenissima di Carlo Duca di Lorena . C A N ZONE V. Forte Campieri, che cingi 0’ eterni allor la fronte , e ’l ferro ignudo Nel cuor dell’ Asia spingi ; Sovrano alto Guerricr che incontro all’ Ebro Argin fai del tuo petto, e saldo scudo Sei deli* Istro e del Tebro ; Sehben col tracio sangue a te dipingi Glorie immortali, e più non è a’ di nostri Vivo il gran pregio de’ toscani inchiostri ; Pur se anco in mezzo all’ armi Aver pou loco i carmi, Fermo sul gran destriero a me ti volta Per brieve spazio, o queste voci ascolta. Non vo’ che le mie Muse Chiami in giudizio la futura etate, E i lor silenzj accuse. Al Nume del valor le rime io sacro; E queste in Pindo ad onor tuo svenate Vittime, a te consacro. 4O poesìe toscane Quale, oh qual nel mio petto estro s’infuse? Tu di Tracia terror; tu del ribella Oriente se* freno , e tu flagello : Del cattolico mondo Tu sottentrando al pondo, Assicurar dal precipizio il dei ; E se Atlante è Leopoldo, Ercol tu sei» Il suol già morde , e stride , E invan risorge l* ©ttomanno'Anteo ; Che il lotaringo Aloide Ver lui s’ avventa: e bench* ei poi si faccia Idra di cento teste, e Bri'areo Di cento armate braccia ; Già 1*affronta e 1’ atterra, e già i* uccide. Ecco che il guardo ( oh meraviglia ! ) io giro} E d’ esercito immenso altro non miro f Che poca polve ed ossa Che ignudo e senza fossa , Gridan : Temete, o passeggier; degli empj, Tai 1’ alto Dio vendicator fa scempj * Ma troppe cose io lascio; Troppe, Signor, troppe gran cose aduno, E stringo in picciol fascio. Palma novella ai vecchi allori aggiunta, Nuovi trofei t’ appresta; e al piè dell* uno L* altro già nasce e spunta . Colpa dunque è di te quant* io tralascio. DEL FILlCAtÀ. 4?. Cresci tu sì, che più non sei qual dianzi Fosti; e te stesso ad or ad or sì avanzi y Che qual fu ier ben giusta Lode , oggi è scarsa e angusta : E tue rapide imprese 4n sì gran lena, Ch* io vo lor dietro col pensiero appena» Pur sì bella è la luce De’ tuoi trionfi, che 1* ingordo amante Desio ini riconduce À vagheggiarla: e sebben io non àggio* Pupille forti a sostener di tante Chiare vittorie il raggio, Scorgo che tu d*’ iucomparabil duco Tutte adempiesti in un 1* opre e gli officj'j E quanto il braccio e i bellici artificj, E quanto il senno adopra, Mettesti a un tempo in opra Per difender dell’ Austria il fianco infermo r E vincer poi lo schermitor di schermo. Scorgo che quando esangue Vienna languia, di sua salute in forse; Tu d'i nemico sangue 11 suol bagnasti : e nel gran dì che tolto Di catena fu 1* Istro, e al mar sen corse Dai turchi ceppi sciolto ; Scorga che tu con quel che mai nonlangue, Coraggio invitto, e coll’ invitta spada , 4* poesìe toscane targa ti apristi al fiero assalto strada- Del fuggitivo campo Naufragio insieme e scampo, Del Rabbe i gorghi il sanno; e sallo e ’l vede L’ arso Barcóni di tante stragi erede. Strigonia il sa, che arresa , Tue palme accrebbe, e teco fe, cedendo, Bella d’ onor contesa. Lei col ferro vincesti ; ella te vinse Dell’ umiltà coll’ armi, e ’l tuo tremendo Acceso sdegno estinse Solo il cederti è scampo : altra difesa È vana e frale. O, per gran fatti egregi Principe illustre , e successor di regi ; Or che a toccar la lira Sacro furor mi spira , Odimi ; e se ’l mio canto a sdegno prendi, Non qual io soli, ma quel eh’ io dico, attendi - Viva il gran Dio che dona A te vittorie, a me parole. Io veggio Nuova immortai corona Circondarti le tempie. Osa, e confida: Cadrà, cadrà dall’ usurpato seggio La scellerata infida Monarchia d’ Oriente . Ecco risuona L’ aria, e ’l nuvolo squarciasi, e stridente , Scende il fulmine a terra. Or tu il possente: ' 43 DEL FI LI CAIA . Gran braccio entro i capegli Le caccia, e ’1 crin le svegli ; E benché in mezzo al suo covil s’ appiatti La spaventata belva , ivi 1’ abbatti. Oh come or mille e mille Il tuo Goffredo in sen t’ accende e desta Generose faville ! Ei del Carmelo, ei di Sion t’ addita L’ alto retaggio. a questa il Cielo, a questa Impresa il Ciel t’invita. Oda il sacro Giordan. 1* austriache squille; E vie più che ’l tu’ onore, a te sia sprone L’ onor di Cristo . Ah perchè rea stagione Cessar fa 1’ arme ! Il Sole Corra più eli’ ei non suole ; E ’l Tempo al muover de* suoi vanni accoppi Quel de’ miei voti, e ’l suo volar raddoppi. Ma goda pur si brevi Ore il perlido Scita ; e in mezzo all’ arme Le pacitiche nevi Frapponga il verno: armisi 1’ empio, e tutta L’ Asia, e tutta con lui 1’ Affrica s’ arme: Se in si tenribil lutta Pur sei, Signor, qual esser suoli e devi ; Cadrà : che un freddo insolito tremore Gli andò per T ossa; e gli fuggi dal core L’ ardir'. Se in campo ei giugna, 44 POESIE TOSCANE Strage gara, non pngna. Correrai tu fin dove in mar sr frange L* hido; e vedrà le tue bandiere il Gange. Or, tua mercè, se il nostro Secol tutt* altri col tuo lume oscura; Se del più puro inchiostro ( Veleno c morte del possente obblio ) Il fior ti serbo; e se all* età futura E grande e forte e pio Entro i miei versi ti dipingo e mostro ; Non è mio vanto . Nel maggior periglio Quel di eh’ io vidi asciugar Vienna il ciglio, In un pensier profondo Disseiuì il He del mondo : Narra tu 1* opre dei cristiani Eroi: Far noi puoi già; ma poiché ’I voglio, il puoi,- BEL FILICAIA. 45 Ringraziamento a Sua Divina Maestà . CANZONE VI. Padre del Ciel t die il gemino emisfero In un girar di sguardo Scuopri, e nel fondo d’ ogni cuor pene'tri ; Pria che a te scocchi dal mio petto il dardo Di questi bassi metri, Volgomi a te che sei del mio pensiero Segno , saetta e arciero . Tu nuovo ardor mi spira, e tu la mano Porgimi all’ opra : eli’ io di te dir cose Voglio a tutt’ altri ascose, E un si geloso arcano Far palese alla Faina ; onde non roco Ne corra il grido, e manchi al grido illoco. •Se nman priego, Signor, su in Cielo arriva, Soffri eh’ io parli ; e poi Di questa fragil tela il fil recidi. Sappia ogni alpe, ogni valle i favor tuoi; Oli sappian 1’ onde e i lidi ; E ne favelli ogni eco ; e in ogni riva 46 poesìe toscane L’ alto tuo don si scriva. Se da iguobil non trasse arida vena Sensi e voci il mio stil ; se le mie rime Spirto animò sublime, E diè lor.polso e lena; Tuo fir lo spirto. Or sarà mai eli’ io prenda Per me l’onore, e a chi mel diè noi renda! Grandi e varie di Marte opre cantai ; Ed ebbi ardir, cantando, D’ agguagliar col mio canto il suon delP armi. Cantai dell’ Asia e dell’ Europa il brando Di sangue asperso; e i carmi, Or di vendetta, or di pietade armai. Pari o siimi non mai Per poetica impresa estro mi punse. Me udiron 1’ Alpi ; e tra i marini orgogli Me de’ più sordi scògli L’ orecchie udirò ; e giunse Un suono a me di menzognera lode, Suon che passa qual vento, e più non s’ ode. Ma chi diè voce ai carmi! onde usci ’l suono! E come far pote'o Uom si rozzo e inesperto opra cotanta ! Tu , cui tromba la terra e ’l mar si feo Tu, le cui glorie canta L’ armonia d’ ogni sfera, e di cui sono Voce i tremuoti e ’l tuono; "DELFIUCAIA. fyl Tu donasti a me spirto e lingua e stile. Cosi da minutissima scintilla Gran fiamma esce e sfavilla : Cosi vapor sottile Poggiando in alto, ivi s’ accende , e fassi Fólgore, e par che ’l mondo urti e fracassi. Sul romper dell’ aurora, allor che 1’ alma Il nettare giocondo Bee di tua grazia, e ’l divin lume accoglie ; Oh quante volte in un pensier profondo A me dall’ alte soglie Scendesti ! oh quante nell’ interna calma Da questa fragil salma Fe divorzio il mio spirto! ed in qual guisa Dai ben forti legami ov’ ei s’ avvolse, Felice fuga il tolse ! Oh come allor divisa Da se la mente volò in parte ov’ ebbe L’ esilio a grado, e in sè tornar le increbbe! Dico , Signor, che qual dai fondi algosi Saghe a fior d’ acquaie beve Marina conca le rugiade ond’ ella Le perle a concepir sugo riceve ; Tal io la dolce e bella Pioggia serena allor degli amorosi Tuoi raggi a ber mi posi, E n’ empiei 1’ assetato arso desio. M 48 POESÌE toscane Ma siccome del ciel la perla è figlia, Non già di sua conchiglia; Cosi lo stil che mio Sembra, mio non è già: gli accenti miei An da te suono, e tu 1’ autor ne sei. Ed oh fosse il mio canto al zelo uguale; E come in petto il chiudo, Cosi ancor potess’ io chiuderlo in carte! C’ uom non fu al mondo si selvaggio e crudo, Che non sentisse in parte Dell’ amoroso tuo possente strale La puntura vitale. Entro ogni petto, per maggior tu’ onore, Più forte assai nella stagion guerriera Germoglieria ’l valore : E d’ alte selve schiera Correr sui mari, e sfidar 1’ aure; e tutti Gemer vedrei sotto ’l gran peso i flutti. Vedrei dal Carro alle Colonne unita Contro i giganti achei La cattolica Europa imprender guerra; E coprir 1’ insepolte ossa vedrei La sbigottita terra : Vedrei la feritrice Asia ferita, Vile ancella schernita , Mostrarsi a dito; e raccorciar la chioma A maniera servii colei che tanto DEL FIUCAIA « Fu grande, e si diè vanto D’ abbatter Vienna e Roma: Nè saria forse di Bizzanzio il muro A quel barbaro re schermo sicuro. Ma se ancor le cristiane armi disciolte Bella uni’on non lega, Perchè a risponder la discordia è sorda;-. Muovi tu, Padre, e intenerisci e piega, E in un volere accorda Genti fra mille alti-litigi involte. Fa’ che ’1 mio dir s* ascolte Fin dove il sol di rai si spoglia e veste: Cangia in tromba la cetra , e più sonora Rendila ; e se finora Del Parnaso celeste L’un giogo ascesi, or fa*, Signor, eli’i’ascenda Sull* altro ancora, e signoria ne prenda. Fa* che, in voce converso, entro le sorde Fedeli orecchie io tuoni, Alto gridando Pace, pace, pace; E *1 prode svegli, e *1 vile accenda e sproni ; Ed ambo in tuono audace Sgridi alto si, che ’l cristian mondo assorde. ÀHor dirò : Le ingorde Ire acquetinsi, o Regi; e 1* odio spento, Non più giudice, no, ferro omicida Vostre liti decida. Fiìic, Tom . /. 4 5o poesìe toscane A che gittare al vento Tanti nobili sdegni, e tanto umano Cristiano sangue ir dissipando invano ! Ite ( dirò ) dove di Dio, pugnando, La gran causa si tratta : Il vuol ragione, e coscienza il vuole. Su su ; dell’ Asia il regnator s’ abbatta. Col tuon di tai parole Sconvolgerò tutto quest’ aere ; e quando N’ andrò di vita in bando, L’ usato suon dall’ ossa mie meschine Uscirà forse ; ond’ io quaggiù ramingo Spirto ignudo solingo, Fin de’ secoli al fine Alzerò voce c’ ogni voce eccede, Pace, pace gridando, amore e fede. Ben ti è noto , Signor , che a tesser versi, Nè guiderdon terreno Nè mercenaria lode unqua mi trasse. 10 tradir tua bontate! ah dal mio seno Fuggan cure si basse.. 1 Te sol bramo : e se un tempo inni diversi Sol di tue glorie aspersi,. Entro ’l mio fosco il ver forse ( oh che spero !) Fia eh’ io discuopra; e benché cieco io sia, j Mostri a più d’ un tra via | 11 celeste sentiero, ■ BEL FILICAIA . Si' Qual fioco lume che la via smarrita' Di cieca notte infra gli orror n’ addita ». Questa nata di zelo, e a infonder nata Canzon zelo e valore, Ti porgo intanto. Tu 1’ avviva, e moto- Prestale; e tu-ragion rendi al favore, Al favor tuo che ignoto Esser non dee. Dell’ età mia passata Fra 1’ opre almen mirata Sia da te questa. Oh non indarno spese Vigilie mie, se quando fia che preda ■ Di Morte,-in polve io rieda,, .. Venga, dirai cortese, Meco a regnar chi le mie glorie scrisse, Eluso ’1 mio dono, e al donator 1’ ascrisse! » 5a poesìe toscane Risposta dell' Autore alla Canzone- di personaggio incognito . CANZONE VIE. C^ual con faconda piena Fiume di latte altissimo traboccai' - Incognita è la vena Di questo nuovo altero Nil che sbocca In mar di gloria, e 1* onde Scuopre bensì, ma le sue fonti asconde, Tutte nell’ ampio seno L’ acque canore di Beozia ei porta; E va si gonfio e pieno , C’ urta i ripari, e gli argini traporta , E ’l ricco suol con vaga Cortese ingiuria, impetuoso, allaga. Sulla famosa riva Di si gran fiume io già m’ assido, e sento- Di melodia festiva Risonar d’ ogn’ intorno alto concento, E a me con dolci modi Favellar le bell’ onde in suon di lodi. Sentami dir eh’ io lei DEL Fin CAI A. 53 D* arco scitico infranto, arco alla cetra, Arco ai trionii miei : Sentomi dir che all’ idumea faretra Le saette involai, Ond’ io dell' Asia il lier Prton piagai. Vaga d’ udir sua lode, Corre già l* alma dell’ orecchie al varco-, E sì rallegra e gode Sotto il soave lusinghiero incarco; Che Sirena si dolce La ragione addormenta, e i sensi molce. Ma non si liso io guardo Gentil menzogna , eh’ io nel ver non fisi Assai più attento il guardo; Nè si cieco son io , eh’ i* non ravvisi Entro a quest’ onde il vago Dell’ arte inganno, e la mia vera imago. Italo Nil che abbondi Di grand* acque e di fama ; i tuoi frementi Chiari gorghi profondi S* utiqu* avverrà che di solcare io tenti, D* onore un più bel vello A rapir correrò Tili novello. Mia vista ossequiosa Scoprire allor sull’ eliconie cime Potrà tua fonte ascosa ; E se tant* altoi’ animose rime 54 poesìe toscane Alzar mi fia concesso, Sarai tu mio Libetro e mio Permesso.. Al gran Cigno romano 'fai sul bell’ Arno cantò note un giorno Palustre augel toscano. L’ udir le Ninfe, e del suo canto a scorno Risero : ond’ ei si tacque ,Pien di vergognale s’ attuffo nell’ acquea DEL FILICAIÀ. 55 la occasione della sconfìtta dell* esercitò turchesco, e della caduta di JYeuhausàh CANZONE Vili. Dal balzo d’ oriente Sorgea 1’ Aurora, e le dorate chiome Sparte sul volto della terra avea ; Quando quel sommoSpirto (i’ non so come) Quel sommo Spirto che del mondo è mente E sol sè stesso intendere amando crea; Con quel che 1’ alme bea , Chiaro sguardo possente Da me partimmi, e tutto a sè mi trasse ; E tant’ alto levommi, e si le basse Forme antiche mi tolse e quel eh’ i’ era Nell’ età mia primiera , Che indarno in me 1’ antico me cercai. Ond’ io più *n su poggiando, ivi udii cose Al mortai senso ascose, Che *1 dir nostro e *1 pensar vincoli d’ assai Cose ivi udii, la cui tropp’ aita cima Nè prosa può nè pareggiar può rima. Mentr’ io bevea per gli occhi 56 POESIE TOSCANE Quel sacro lume che di sè fea centro A mille raggi , e a sè di lor fea velo; Qual io di fuor mi fossi, e qual per entro, Dical, se sallo, il core, lo so che tocchi Da gentil colpo d’ amoroso telo Volar per 1’ ampio Cielo, Qual siietta che scocchi, Vidi allora i miei spirti ebri di fede. Ma qual chi mira e di mirar non crede Cosa di nuovo alto rniracol piena; Tal io credetti appena Al ver che ascoso entro'1 suo ver m’apparve, Finché scendere a me di raggio in raggio Per sereno viaggio Un lampo i’ vidi, o di veder mi parve, Che in lingue d’ oro saettò veloce Lucidi accenti, e si converse in voce; Voce d’ eterno Amore, Che in mille nodi e mille il cuor m’ avvolse Con sua celeste alta virtù faconda ; Vóce che in pioggia di parlar si sciolse Chiara e sdave: ma il beato umore Crebbe poi si di quella nobil onda, Che noi capto la sponda Del petto angusto, e fuore Traboccò l’eloquente aurea tempesta; Talché di quella in me serbai sol questa DEL FJLlCAIÀ , ^7 ’PàCciola parlo; e fa ben tal, die d* eS&a Porto ancor 1* alma impressa, E porterolla infoio all’ ultim’ ora: Che come al sen per le pupille scende Bellezza, e amor .v’ accende.; Cosi di quell’ amabile sonora Luce il raggio loquace al petto scese Perla via dell’ orecchie , e ’1 cuòrm.’ accede. Odi ( mi disse ), o figlio, Odi quel eh’ io ti svelo , e in petto il serra , E in mille carte , e più nel cuor lo scrivi.. Quel picciol globo ed iufimo , che terra Nomasi, e campo è d’ affannoso esiglio ; Fatto è campo di guerra. Oh quanto quivi Barbaro sangue in rivi Scorre ! il guerriero artiglio Del sacro auge! che fa dell’ Asia strazio, Di si lungo ferir stanco , e non sazio , Già nuove prede afferra, ond’ei disbrame La generosa fame , E ’l nobil rostro e le grand’ unghie adopre.* Mira, del sacro imperio alta colonna L’ adiiatica donna Come tutto di vele il mar ricuopre , E come a si grand’uopo accolta insieme La Geruiauia feroce arme arme fremei Già le ceneri argi.ve 58 POESIE TOSCANE Solca 1’ ungaro aratro ; e spunta ogni erba Dalle tracie malnate ossa insepolte. All’ empia insultatrice oste superba l Già insulta il piè nemico ; e quai cattive ; blenansi , e quai pe’ boschi errali disciolte Le già cotante volte Reliquie fuggitive. Ecco , di Vienna alto spavento , e inciampo Dell’ alemanno formidabil campo, Quà vinta cado inespugnabil pecca; Nel cuor dell’ Asia scocca Là il bavarico strale in varie guise; E il lotaringo Eroe, che tal ben sembra, Le sparte austriache membra, Gran tempo è già dal capo lor divise, Par che in un ricongiunga, ed alla prisca Eccelsa pianta i tronchi rami unisca. Ma se con folle abuso Van di lor palme alteri, e a me devoto Di lode omaggio i vincitor non danno ; Giuro per l’alto mio poter, che a voto N’ andran lor colpi, e fia lor ferro ottuso, E spoglia e preda i .predator saranno : Giuro che perderanno L’ armi del ferir 1’ uso. A me deonsi le glorie, a me che sono Il Re de’ regi, e te vittorie dono-. BEL FIL1CÀIA. % Or, che Ila poi se di mia Sposa esangue Grondar si veggia il sangue, E si riapran le ben fresche piaghe ? Noi soffrirò, noi soffrirò. Qual gloria I)’ empia crudel vittoria Far mai potrà che ’l corpo mio s’impiaghe Con novelle ferite ! ah forse scarsi Rivi di sangue in sul Calvario io sparsi ! Non langue no per forte Volger d'anni ’l mio braccio. Alza tu’l guardo, E tutto quanto a stuolo a stuol rimira Questo c’ or mi circonda, ampio gagliardo Esercito immortai. Vedi che morte E sangue e stragi, ovunque gli occhi ei gira, Orribilmente spira ! Contra gli empj ritorte Vedi qua 1’ armi onde cacciar tentaro Me del mio Regno, e a me far guerra osaro. Da questo il rio superbo Angel rubello Strale fu colto; e quello Ruppe ad Acabbo e ad Oc07,7ia la fronte! Con questo poi di Baldassar fei scempio ; E con quest’ altri 1’ empio 'Giulian percossi, e alzai d’estinti un monte. Or non ò io l’istessa man, l’istesso Poter non ò , nè più son io quel desso 1 Narra tu ’l vero, e grida 00 POESÌE toscane Ch* io-son quel desso; e se ribollon gli odi, Alzerò ’l braccio onnipotente , e line li' armi e gli armati avranno in vai:j modi: Farò che’l ferro, il ferro lor gli uccida. Ma pria vedran gli scempj e le rùiné Di lor città meschine ; Udirai! pria le strida * Del sesso imbelle, i cui più forti schermi Saraii le braccia pargolette inermi Dei figli esangui ; pria vedran sull’ arse Mura gl’ incendj alzarse ; Nè per gli occhi sfogar L* interne doglie Potrai! ; che ’l duolo che s* addensa e gela Nel cuore, il cuor congela, E ’l pianto istesso agl’ infelici toglie. Tal darà esempio ad ogni età futura Chi sol Dio fa sè stesso , e Dio non cura. Ma qual pur ora io sento Al piè dell’ ira germogliar pietade, Pietà d’ un Dio mal riamato amante ? Ecco auior mi disarma ; e di man cade A me già ’l ferro ; e sol, per dardi, avvento L’ antiche mie che mi stali sempre avante, Misericordie sante. L* arco a ferire intento, Amor mi tolse , e mi spuntò gli strali* Ma di laute sciagure e tanti mali. HEL FILICÀIÀ •• 6t Qual'sarà ilfine l ah quando, ofiglÌ,ahquando Impugnerete il brando Per 1’ onor mio, per la mia Fede offesa? Se di valor, se di famose prove Stimol vi punge e muove, Ite ; 1* Asia v’ aspetta: ecco 1* impresa , Ecco ’l campo , ecco 1* armi : or si persegua L’oste abbattuta; e chi è fedel, mi segua. Tempo verrà , che quale Cristian ferro di sangue arabo gronde Vorrò vedere , e qual sia tinto o asciutto i Misurerò le piaghe ampie e profonde ; E Saprò da qual arco uscio lo strale , Chi empie di stragi, e chi fumar fe tutto D’ incervdj il suol . Qual frutto Di gloria alta immortale Fia’l vostro,o figli, se, Qui,dir,pugnammo, Potrete ; e qui di tracie spoglie alzammo Trofei ben mille : al gran murale assalto Quà sormontammo in alto ; Là piantammo le insegne ! Or , che si aspetta ! Meco, o forti, venite : io , duce vostro, Il sentier v’ apro e mostro . Su su, 1* empia s* estirpi araba setta: Serva 1* Eussino ; e dalla vostra mano Giogo abbia ’1 Nilo, e libertà il Giordano, Tacque, ciò detto: ed lo* 62 POESIE TOSCANE Nulla udii poscia o vidi; e perchè meco Io non era, non so se sparve il lume , O tacque il suono, o s’io fui sordo e cieco. Indi a me fui renduto, e tornai mio ; Ma trattar 1’ aere coll’ eterne piume , Contra ’l natlò costume- Non più mia mente ardio. Onde in quel modo che dei fior sugli egri Volti piovon dell’ alba i freschi allegri Gemiti, un pianto di letizia molli Mi feo le guance ; e volli Volli parlar, volli dar lode a quella Bontade immensa; ma tre volte venne,. E tre poi cadde e svenne Sui labbri miei l’attonita favella Che fra tema e stupor trovò impedita Con doppio freno al suo desir I’ uscita.. Alle parole apersi Pur quindi il varco , e dissi : O grande, o vero- Giove che armato a nostro prò ti mostri; Gran Dio che ’l braccio del cristiano impero Si lunge stendi , e tanti e si diversi Della Tracia e dell’ Asia orridi mostri Fulmini, atterri e prostri ; Se in piè s* alzato, e fersi Ossa e polve, al tuo cenno, oste tremenda; Far ben potrai eh’ entro i miei versi scenda. DEL FILICAIA 63 Spirto guerrier che la tua spada impugne, E i duri petti «spugne : Spirto che i regi alla fatai gran lega Muova; e ’l coraggio a risvegliar, che dorme, Adopri in varie forme Prego che sforza, autorità che prega. Volea più dir; ma da sinistra il polo Risonò lieto, io mi prostrai sul suplo.. 6 - 4 . POESIE TOSCANE Alla Fortuna . SONETTO IX. il A pri, Fortuna , per un solo instante Gli occhi, e ’l crudo sospendi aspro flagello Ch’ io te chiamo in giudizio a te «lavante, E da te cieca a te non cieca appello . Giudice a un tempo e rea, mira le tante Mie gran piaghe mortali, e mira quello Empio trionfo che adornar ti vante Sol de’ miei scempj, e de’ miei guai far bello E se ancor non sei sazia, e invan si chiede Ragione a te contro te stessa , e dei Negar giustizia , e non donar mercede ; Noi curo io già ; nè degli sdegni miei Degna se’ tu . Quanto ’l dover concede, Sarò qual sono ; e sii pur tu qual sci. ®EL FIUCAIA 65 SONETTO X. 2 . E ancor fingi, Fortuna, e ancor m* alletto? E d’infinte lusinghe ai dolce suono, "Suon che mai nulla osserva, e assai promette, Torni a provar se qual fui sempre io sono? Nè aspetto mai da te, nè fla eh' i’ aspette Mercede o grazia mai; che dove sono Al par de 1 vìzj le virtù sospette, Nuocon l’onte assai men, che’l premio ei dono. Meco dunque t’ affronta, e in me l* estremo Fa’ di tua possa, e forze impiega ed armi; Che te inerme, assai più che armata, io temo. Temo i miei falli ; e se di lor non t* armi, Il braccio ài tu di gagliardia s\ scemo, Che non puoi senza me misero farmi. Filic, Tom . /. 5 s»»*! >: • e**-i*S a <66 POESÌE tOSCASE SONETTO XI. 3 . kSe a chi (’ adora opti prudenza è tolta, E s’ ogni tuo favor costa un delitto ; Lode al Ciel, che d'odiarmi, empia, una volta Giurasti, e in marmo il giuramento ài scritto. C’ anzi trar questa vita, o poca o molta, Vo"sempre in pianti sfortunato e afflitto; Che offrire incensi a Deità si stolta , Onde il fato si càngi a me prescritto. Nè pur thegua chiegg’ io. Sàette ultrici Su su m’ avventa, non mai sazia o stanca. Più che i Unti tuoi vezzi, amo i supplici. Si, gli amo si; nè ’l mio soffrir si stanca. Vero senno mancò sempre ai felici; Ai miseri conforto unqua non manca • » BEL FIUCAIA.: «7 i Fortezza d ’ animo nelle disgrazie . SONETTO XII. 1 ensier robusto nell’ età men forte , E si guerriera ebb’ io contro gli affanni La sempre imbelle acerbità degli anni, Ch’ io presi a gioco ogni più aspra sorte} E fei rimedio il male, e con accorte Maniere opposi al nuovo danno i danni Che difensor di me, non più tiranni, Chiusero al duolo assalitor le porte. Poiché qual, se sull’ onda onda è diécesa, L’ umor caduto dal cadente umore } Ripara il vaso , e si fa sua difesa ; Tal cadendo rigor sovra rigore, L’ antica in me contro la nuova offesa Schermo si fece, e restò illeso il core. « > 68 POESIE TOSCANE Nel pensare al proprio slato . SONETTO XIII. Storia , vita de’ tempi, o tu che a Jlortc Togli ’l suo dritto, e con magia possente Trai del sepolcro le memorie spente, E nuovo spirto ai morti nomi apporte; Se d’ un che tutti di contraria sorte Prova gli strazj, e già provò sovente , Convien che ’l nome alla futura gente , Degli anni ad onta e dell’ obblio, si porte Registra pure i miei disastri, e n’ empi Tutte insieme 1’età ; eh’ esser ben parmi Atto a fornirle d’infelici esempi. E se non ponno a me dar fama i carmi, Potrà la fama de’ miei duri scempi Eterne in terra e memorabil farmi. . . BEL FILICAlÀ . 69 Desiderio di gloria , SONETTO XIV. Nell ’ interna repubblica un affetto Sorge di gloria si gagliardo e intenso, Ch’ io gelosia ne prendo ; e per sospetto, Bando a lui dar coll’ ostracismo io penso. Ma questi carmi che non basso effetto Di lui pur sono, una si dolce al senso Guerra fan di pietà, che a mio dispetto Niego alla pena il già prestato assenso. E qual già Roma 1’ accusato e reo Manlio, a vista colà del Campidoglio, Nè assolver mai nè condannar pote'o; Tal finché queste, onde all’ obblio mi toglio, Rime avanti mi stan , quei che le feo, Dannar non posso, e discolpar noi voglio. 7 ® POESIE toscane Disprezzo della gloria terrena . SONETTO XV. o vinto si, ma non mai vinto appieno Desio di gloria , che di terra nasci, E sei terra, e di terra anco ti pasci-, E fai 1’ uom , come te, tutto terreno ; Qual prò che ad or ad or dentro al mio seno Te quasi estinto e tramortito io lasci, Se ognor più forte,’ qual Anteo, rinasci Tocco appena il materno empio' terreno! Empio terren della mia propria stima, Dal cui contatto si malvagio e reo S’ uuqua Ila eh’ io ti stacchi e poi t’ opprima, Del grande scempio d’ un più forte Anteo Andrò superbo, e n’ avrò spoglia opima, E farò più che in Libia Ercol non feo. BEL FIUCAU . 7 * Alla Libertà perduta . . SONETTO XVI. o ’l dolce tempo eh’ io di te godei, Rendi, e ’l forte mio laccio aureo recidi; O fa’ eh’ io perda, poiché te perdei, L’ alta imago del bel che in te già vidi. S’io t’ amo, o bella Libertà, gl’ Iddei Il sanno, e’1 san le valli e i monti e i lidi, E ‘1 mar che cresce de’ gran pianti miei, E l’ aere eh’ empio de’ mie’ alti stridi. Ma se degli od) tuoi son io ben degno Dal dì ch’io servo a dignitate ancella; Purché scemi’l tuo bel, cresca ’1 tpo sdegno. Quando s’ adira il ciel, nè sol nè stella Nè in lui pur veggio di bellezza un segno : Tu più sempre t’ adiri, e più sei bella. 74 POESIE TOSCANE Sopra il Tetti p« , • SONETTO XVII. v.. . V idi poc* anzi un torbido e veloce Fiume die pien di rapidi momenti A giuguer presti, ed a passar non lenti r Quanto si sente men, tanto più nuoce: Fiume che spinge, più che mai feroce, Di Morte al lido i naufraghi viventi ; E va tacito sì, che appena il senti , Dell’ Obbllo nel gran mare a metter foce: Fiume nato col mondo allor che stesi Fur gli ampj cieli, e con piè snello e presto A fuggir cominciaro e i giorni e i mesi. A cotal vista sbigottito e mesto, Del fiume il nome al mio pensiero io chiesi ; E ’l pensier mi rispose : Il Tempo è questo. PEL FILIC-trl , 73 Per una grati dama Nella partenza d’ altra dama per Roma, SONETTO XVIir. Tu parti, o cara! e me qui lasci, e togli Al bell’ Arno il suo Sole, e al Tebro il porte ! E me diparti da me stessa, e ’l forte Nodo che unì due cor, disleghi e sciogli! Deh pe’ begli occhi che porian gli scogli Rompere, e tor di man 1’ armi alla Morte r Ferma , ti priego; e di mia cruda sorte Almen t’incresca, e i mie’ sospiri accogli. Vedrai, se parti, Amor cogli occhi bassi Restar qui, senza te, fuor del suo regno*, E pianger meco per pietade i sassi: Vedrai , per fare al tuo bel piè ritegno, Correr 1’ anima mia dietro a’ tuoi passi ; Ma non saprai già dir s’io resto 0 vegno.» FOESÌE TOSCiNB w yll Sonno . TERZINE. Cara morte de’ sensi, obblio de’ mali, Sonno, che trai di guerra e in pace poni Di tempo in tempo i miseri mortali ; Deh per mi brieve spazio almen componi Le mie interne discordie, e tra *1 mio duolo E me 1’ ali pacifiche interponi: Chiudi quest’ occhi che di pianger solo Par che sian vaghi, e ne’ miei sensi albergai Che inentr’ io dormo, al mio dolorm’ involo. Non chiegg’ io, no, che la possente verga Tre volte e cpiattro rituffata in Lete, In me tu scuota, e tutto il sen m’ asperga. Alme di-me più avventurose e liete Abbiansi ciò. son gli occhi miei contenti Sol d’ una poca e languida quiete. Tutto già tace il mondo ; e le cadenti Stelle invitano al sonno ; e sonnacchioso Il mar ne sembra, e sonnacchiosi i venti. DEL ncrCAtA * Io solo , ahi lasso ! nel cornuti riposo ( Chi lìa che ’1 creda?), io sol nella comune Alta posa e quiete ancor non poso. Già quattro soli ed altrettante lune Fatto àn ritorno» e queste mie meschino Luci , di te son tuttavia digiune. Là del tosco Apenniu sull* ernie alpine Balze, o là dove porge all* Arno in dote Limpid’ acque (a Pesa e cristalline » Forse or appunto con pupille immote. Tutto zel, tutto fè , da sè ti scaccia Sacro stuol di romite alme devote . Di là ne vieni, od alloggiar ti. piaccia Alinea brev’ ora in questo seno ; e poi A te ricetto in altro sen procaccia. Vienne di là . ina se venir tu vuoi Donde or ti tien peravventura escluso» Amor co* dolci amari vezzi suoi ; Vanne , vanne : infelice oltre nostr’ uso Son io bensì, ma d* onestate amico, Nè le mie notti a profanar son uso. Tale a me scendi , qual su. colle aprico Neve scende talor, che poi disfatta., Tosto il rende al primier suo stato antico* O qual rugiada che innocente allatta 1/ erbe fresche sul romper dell* aurora, E mantien fede a ogni lor foglia intatta.. 76 poesìe TOSCAms Coll’ umide tue peime, anzi eh’ io mora, Bagnami pur; sol che macchiar non ose Il cuor eh’ io serbo immacolato ancora, Ma tu non vieni ; e già col crin di rose Spunta dal Gange, ed il natio colore La Foriera del di rende alle cose. Forse giunto se’ tu ; ma il mio dolore E'1 pensier sempre desto, a te in quest’ occhi Chiuser 1’ ingresso, c te ne trasser fuore. Dunque, inesperto arcier, se a voto scocchi, E ogni tuo dardo nel mio sen si spunta; Più non vo’ che tua verga uuqua mi tocchi. Vanne : sol Morte rintuzzar la punta Può de’ miei mali ; e sol quand’ io sia spento, L’ ora per me del riposar fìa giunta. Ma pur combatto con me stesso , e sento In me ragione or vincitrice, or vinta. Abi può tanto il mio duol, s’io noi consento! Deh ornai quest’ alma, del suo velo scinta, Voli altrove a posar. L’ ultima sera Vedrò pure una volta ; e se la finta Morte non viene, a me verrà la vera, DEL ni.lCAlÀ . 17 ZYel -partirsi di Firenze per andare in villa • CANZONE IX. irenze mìa, benché miseria estrema Di maestà non poco Tolga e di fede a un dir sincero e fido; Pur 1’ alta doglia di’ esalando, un poco Si disacerba e scema, Vuol eh* io, rotto dal pianto alzi uno strido. Tu che d* amor sei nido, Scusa, o madre, deh scusa il duro stile In eh* io ti parlo da gran forza oppresso : E benché un detto istesso In uom grande sia grande, in vii sia vile; Soffri s’ io dico a te quel che già disse All’ amante Calipso il saggio Ulisse. Ninfa ( ei dicea ) lo cui gran nome altero Per 1’ ampio crei si spande, E dove à il sol feretro e dove à cuna; Kéina e Dea se* tu ; nè d* ammirande Bellezze , o d* alto impero Altra ti avanza, o di rcal fortuna; ?8 POESÌE TOSCANE Nè in te ragion veruna Aver pon gli anni ; e gioventù immortalo Par che infiori il tuo volto , e fè gli giure. E pur, Calipso, e pure Non t’ amo ; e ’l dolce de* begli ocelli strale O non giunge al mio petto, o se vi giunge, Ivi si spunta , e leggiermente il punge. Anzi il gran foco che t* infiamma e sface, Mal riamata amante, Vie più ni* agghiaccia con sue vampe il seno: Che incontro a tante tue bellezze e tante', Beltà che assai più piace, Oppongo ; e regge di mie voglie il freno Donna , di te non meno Savia e gentil, nè meli leggiadra e bella, Che a sè tutti obbligò gli affetti miei. Onde soffrir ben dei, Ben dei soffrir eh* io gli consacri a quella» E a partir seco di mia vita i giorni, Alla cara mia dolce ftaca io torni. Sì disse , un tempo , di Laerte il figlio ; E in somigliante guisa A te, Donna dell’ Arno , anch* io favello* Tu in regio trono alteramente assisa, L* imperioso ciglio Volgi all’ Etruria. In te V eletto o *1 bello Posero , e *1 gran modello DEL FILTCAIA. s 79 Rupper poscia d’ accordo Arte c Natura. Tu dai voce alla Fama , e tu comparti Luce agli studj e alt'" arti; E ogni bello appo te tanto s’ oscura, Che bel non è se a te non s’ assomiglia, O dal tuo bello il bel forma non piglia. Ma sia de" tempi, o sia pur mio ’l difetto, O sia c’ alma solinga Ciò che ad altri è più inpregio, abborre e schiva; Me l* alta tua beltà sì non lusinga Nò ’1 tuo leggiadro aspetto, Che assai più lieto in solitaria riva Lungi da te non viva* Splendi, è ver ; ma che prò, se a ma tua vista Mai non seppe influir che affanni e guai! Così gl’ infausti rai Spande Orione , e i naviganti attrista; Orlon che tra gli astri in ciel risplende Vie più d’ogni altro, e più d 5 ogni altro offende* Fera cuna ni* accolse, e nacque meco Gemello il duolo; e sposo Fui d’empia sorte, ed ebbi’1 pianto in dote: E vidi ben, che torbido e sdegnoso Il Ciel con occhio bieco Guardommi; e 1’ uno all’ altro mal fu cote* Ma pria fian T onde immote, E mansueto il mar, che poco o molto t • $ ;-4 Co poesìe toscane In te scintilla di pietà si desti. Troppo di te saresti Maggior se bello a paragon del volto Il cuor tu avessi, e in apportar mercede Fosse in te pari alla beltà la fede . Partomi dunque ; e la partenza mia, Di stelle imperiose È un forte influsso che a partir ni* affretta. Là dove all’ Elsa in fresche valli ombrose Scarso tributo invia Il Ripetroso; a’ miei diporti eletta, E quanto più negletta, Tanto piu vaga, in solitario suolo Giace montagna di bei prati amena. Là il mio destili mi mena A stancare una volta il duol col duolo, E a cambiar, per trofeo di mia costanza, Con libero dolor serva speranza. Giuro , Firenze, pei tuo regio soglio , P^r le mie pene io giuro E per le cure onde la mente ò carca, Ch’ ivi alquanto si frange e par men duro Di'Fortuna 1’ orgoglio, Men trista è 1’ alma, e di pensier piùscarca. Tesse ivi a me la Parca Di fila d’ oro una stagion tranquilla : Ivi a me di lor fiondi un verde seggio DEL FILICAIA, St Compor le Muse io veggio, E asciugar 1’ onda cfte ’l dolor distilla ; E di candide rose, in Elicona Colte , intessermi al crin serto e corona. Già precorro i miei passi ; e già la cara Villa s’ appressa , ov'io Ale impenno al suo nome, ella al mio’ngegno. Madre, tu, se in ciò fallo, al fallir mio Scusa o perdon prepara ; Ch’ ei di pietà, non die di scusa, è degno. So che saviezza e sdegno Non 4n comune albergo; e so che sono Manifesta viltà , virtù nascosa Due nomi ed una cosa . Ma che 1 colpa si bella a me perdono. Tu rimanti fra gli odj e fra gl’ inganni, Fra l’ingiurie adorate e i ricchi affanni*. Ch’ io tra dirupi e tra montagne algenti, Tra gregge e tra pastori Vivrò contento di mia bassa sorte; E cinto forse d’ immortali allori, Sovra le vie de’ venti Alzerò ’l volo, e farò guerra a Morte: E se amorosa e forte Pietà di me fia mai cotanto ardita, Che la pace a turbar de’ miei pensieri, Pica , Che fai , che speri ? Fiìic . Tom, I, 6 8a POESÌE TOSCANE Dirò eh’ io vìyo in libertà romita, E morrò lieto se in romita fossa Pia che riposo un giorno abbian quest f ossa. Canzon, sul tronco di quest’ orno incisa Cresci, e cresca col tronco ad ora ad ora Il mio gran duolo ancora. Chi sa ! forse in tal guisa Vivremo entrambi, e fama avrem simile* Tu dalle mie sventure, io dal tuo stile. ’l'tXT; M --ilari -iqh • - . DI-’" <■ - - -ri tìfi? , : O' -DBfi FILICAIA 83 - lYel tornare dalla, villa di Figline a Firenze . SONETTO XIX. o dell’ Etruria gran.Città reina, D- arti e di studj e di grand’ or feconda ; Cui tra quanto il sol guarda, e ’l mar circonda, Ogn’ altra in pregio di beltà s’inchina : Monti superbi, la cui fronte alpina Fa di sè contra i venti argine e sponda t. Valli beate, per cui d’ onda in onda Xj’ Arno con passo signoril cammina;. Bei Soggiorni ove par c’ abbìansi eletto- "Le Grazie il seggio, e , come in suo confine t . Sia di Natura il bel tutto ristretto ; S’ unqua i gran pregi vostri e le divine Bellezze avvien eh’ io miri, altro difetto- Non trovo in voi, che il non aver Figline_ $4 POESÌE TOSCANE flfyl camminar lungo l* Eka ,. S 0 N E T T 0 XX, Dell’ Elsa uu giorno, come vuoi Fortuna, Lungo 1’ amata solitaria riva In compagnia de’ miei pensier men giva; ti’ altra pace non ò, se non quest’ una ; Quando là giunto, dove bruna bruna Sotto l’ombre perpetue fuggiva , 4 , E in limosa prigion i’ onda cattiva, Chiudea.sè stessa , e diventa lacuna : Acque ( diss’ io ) , datevi pace : ob quanto- A1 vostro stato s’ assomiglia il mio ! Molli voi fe Natura, e me fa ’I pianto t A voi fanti’ ombra i boschi, a me 1’ obblto-: Voi si meschine, ed io meschin son tanto Che ’1 nostro corso anzi ’l suo fin fiuto*. DEL TtLTCiU, SS In lode de' buccheri per la marchesa Ottavia Strozzi, SONETTO XXI. (Quando la gloria delle umane cose, Da sè stessa discorde, a civil guerra ‘Sfidò sè stessa, e tutta empie'o la terra D’ armi, e in battaglia i pregi suoi dispose D’ onore armate, e sol d’ onor bramose Le schiere urtarsi, e rovesciarsi a terra Vidi , e dall’ arco che giammai non erra,( O piaghe illustri, o morti uscir famose. Ma qual se irate e colle lance in resta • Valisi 1’ api a ferir, 1’ assalto audace Di poca polve all’ apparir s’arresta ; Tal quella gloria che non feo mai pace Coll’altrui glorie, al comparir di questa Terra odorosa or si dà vinta e tace. 86 poesìe toscane Villeggiatura di primavera . SONETTO XXII. lo son si vago dell’ orror natio Di questi alpestri è solitarj colli , Che non fian gli occhi mai stanchi o satolli Di mandarne l’imago al pensier mio . ■Crescer qui 1’ erbe nuove, e qui vegg’ io Spuntar sul tronco i giovani rampolli; E alle verd’ ombre di rugiada molli Spegner la sete, e farsi specchio il rio. ■Qui le reliquie de’ miei giorni al lido Traggo ; e quei germi che ’l maligno suolo Di mia mente nodrl, svello e recido : E dei passati error, pensoso e solo , Mentre l’ istoria in ogni tronco incido, Di piatito il bagno ; e vi germoglia il duolo* DEL FILICAIA . 87. ,,Villeggiatura di stale. SONETTO XXIII. 2 , M a quando Sirio le campagne accende, E muor de’ pi ati la natia verdura ; Me antica selva dall’ estiva arsura Sotto 1’ ombre perpetue difende •, E ’l Sol cbe in pioggia d’ or sui campi scende L’ orror solingo di mia vita oscura , Benché tutt’ occhi, o riguardar non cnra , O ’l guarda e passa, e forse a sdegno ilprende Ma non agli occhi del crudel Destino Però m’ ascondo ; e contr’ a lui son frali Schermi un elee, un abeto, un faggio, un pino Ch' egli arcier cosi esperto è ne’ miei mali , Che o da lungi in’ assaglia o da vicino, Non vibra in fallo alcun mai de’ suoi strali 83 POESÌE toscajté Villeggiatura d‘ autunno.. SONETTO XXIV, 3 . Già stende all’ olmo la feconda moglie Gravide d’ or le pampinose braccia, E ’l caro amato strettamente abbraccia Tronco che in sen la non sua prole accoglie Già pomi e frutta , e non più frondi e foglie, Offre ogni pianta, e con allegra faccia Far di sè dono altrui par che le piaccia, E i dolci frutti ad assaggiar ne invoglie,. Ma sebben passan l’ ore , e fuggon gli anni, Altro a me ’l tempo non fruttò , che guai, Crudo e reo produttor d’ onte e di danni • E benchà fior tuttora e fronde assai L’ afflitto ingegno di produr s’ affanni , Non è autunno per me stato aucor mai, DEf. FIMCAIA . ' 59 Villeggiatura d’ inverno. SONETTO XXV. 4 Liceo 1’ Anno già vecchio, eccol canuto, Pien di gelide bave il petto e ’l mento ; Che '1 ciglio inaspra, e semina spavento Infra i solchi del volto orrido, irsuto . Io ’l veggio: e veggio poi, stupido e muto , Sparger bruma improvvisa in un momento Sui miei crin d’ oro ingiurioso argento; Ond’ io l’interno me riformo e muto . E al gran giorno fatai mentr’ io m’ appresso , Gli antichi miei pensier chiamo a raccolta E a me ragion di me chieder non cesso . Nè il cor le voci del piacer più ascolta: Che vario in tempi varj è un fallo istesso; E assai falli chi sol falli una volta. 9° POESÌE toscìhe Riflessioni morali che servono di conclusione ai quattro precedenti sonetti . SONETTO XXVI. 5. Così con saggio avviso i giorni e V ore L’ età maestra a ben usar ni’ esorta; E ogni stagion, consigliatrice accorta, Par che dicami ognor: Sempre si muore . E questi boschi, e questo alpestre orrore ; E’1 crescer delie piante; e’1 sol che porta Or di qua ’l giorno , ed or di là il riporta; E 1’ aprirsi de’ fiori al primo albóre, E lo sfiorire a mezzodì ; fan fede , Fede fan che 1’ età passa e non dura, E ogni cosa col tempo al Tempo cede ; E che se i nomi e 1’ opre il Tempo fura, Strigner vento che fugge e mai non riede, È vana troppo , e troppo ignobil cura » BEL FILtCAI A . gì* Ritardamento della partenza di villa a Firenze a cagion delle nevi . CANZONE X. evi , del freddo cielo Candide figlie ; or quando mai si belli Fur vostri bianchi velli ! Voi con ceppi di gielo Del mio voler la libertà inchiodate , E prigioniero il fate. Ma di sua libertade Altri mai non godè, quant’ io mi godo Di cosi caro nodo ; E al giel che d’ alto cade , Porgo voti e preghiere, ond’ io non torni Dell’ Arno a’ bei soggiorni. Per bizzarra orditura D’ una vendetta sua gentil, vid’ io Far la mia bella Clio Col Verno aspra congiura ; E al suo soldo arrotar nef di più brieyi Esercito di nevi. | Poi disse a me; Di queste i gh poesìe toscane Monta sul dorso, e del gran ghiaccio ed alto Rompi, se puoi, lo smalto; E turbini e tempeste , E quanti’1 verno à in sè, del Verno ad onta, Rischi e perigli affrante. Finche ’l maggior pianeta, Di nuovo aperti della terra i pori, Non veste il suol di ti ori ; A te il partir si vieta. Ma qui coi versi primavera eterna Farai qualor più verna . Tacque; e 1* alta sonora Voce passommi per virtù d’ Amore Da queste orecchie al core. Io le risposi allora : Che tìan le grazie, se di grazie pegRÌ Son tuoi gentili sdegni ! SI : gli alti gioghi e l’ime Valli udranno il mio canto; e qui de' faggi Sui cortici selvaggi S ’incideran le rime . Viva lieto altri pur là dov’ io nacqui. Ella sorrise, io tacqui. •Bianchi diluvj algenti, Austro dunque non mai nè oscura facoia D’ umido ciel vi sfaccia ; Che a’ miei pensieri ardenti 9 3 DEL FILICAIA_ Vestr’ alto gielo avventerà bell mille Poetiche faville.. E s’ uiiqua fia che in parte Muova il basso mio stile al prisco lite, E ’l candor vostro ialite Dirò che ’l pregio e 1’ arte , E i mie’ candidi sensi a ognun palesi, Dal candor vostro appresi. Nè perchè Borea or frema Più crudo , e manchi alle pruine il loco >, Del grande interno foco In me la vampa è scema.. L’ Etna del mio pensier neve à di fuori, E dentro incendj e ardori. FOÉSÌE TOSCANE - $4 Al Silenzio, CANZONE XI. Padre del muto Obhlio, E della Notte oscura Figlio maisempre taciturno e cheto 5 Altissimo segreto A te fidar vogtl io ! *' Ma pria silenzio e fedeltà mi giura; Giura che in un momento Fia che disperga il vento Queste mie voci, nè vestigio resti Di lor, di me, nella tua mente impresso: Che porla forse la pietà di questi Miei carmi afflitti e mesti Romper silenzio anche al Silenzio istesso Fortuna e Gelosia E Invidia una ben forte Triplice lega incontr’ a me formaro : Ond’ io famoso e chiaro Per la miseria mia , layau fo voti alla contraria Sorta & BEL FILICAM*' Che seppe in altri sempre Cangiar maniere e tempre,* In me non mai . Renda o ritolga il lume Febo, e dovunque i* mi rivolga o vada O segga o stia ; delle sventure il dumo, Com* è pur suo costume , Per l* alveo del mio petto a se fa strada * Pur, fosse insidia o amore, Di me pietate un giorno L* empia mostrò : ma quella rea, ma quella Che Gelosia s’ appella., £ nasce di timore , « E di timor si pasce, e sempre a intorno I van sospetti, e adombra Ad ogni suono, a ogni ombra ; Mi si fe incontro cosi alpestra e dura, Che romper vidi ogni mia speme in porto * Ruppe mia speme , è ver; ma fu ventura Quel che sembrò sciagura : Morto er’ io se cosi non fossi io morto* Dunque dell' util danno Mi godo ; e lei ringrazio , E quella cruda che dell* Odio è figlia., E Gelosia somiglia: C* ambe la sferza, ed ànno Ambe il gielo ; e crude! fero ambe strazio Di me, Ma se non era poesìe toscane ( Il dirò pur ) la fiera Invidia , or forse in perigliosa altezza- Goderian, per mio mal, quest’ ocelli miei Luce die abbaglia più chi.più l* apprezzai Io di serva grandezza , E di fasto servii servo sarei.. Se ’Lver la Fama disse, Con due colonne pose Ercole all’ onda il termine: e col solo Servir che è pena e duolo , Natura il termin fisse Alla miseria delle umane cose .. Onde se affanni merca Chi onor, servendo, cerca; Vanne pur lungi , o suddita potenza y E tu, mia dolce libertà , qui meco Rimanti. A me più aggrada in tua presene Morir, che il viver senza; Più che rider con quella, il pianger teco. Uso a soffrir, non àggio Più senso ai mali ; e sazia Forse è la Sorte ; nè forse altro in questa Vita mortai mi resta , Che un misero servaggio . Ah se impetrar poss’ io mercede o graziai Grazia non'mai veruna Dispensi a me Fortuna; BEL FILTCAIA » 97 Troppo temo i suoi doni. Usi e ritente Gli odj e gli sdegni, e quanto à d’empio e infido Ma che farà ! Se mi vuol far dolente , Tolgami questa mente E questi sensi ; o eli’ io di lei mi rido . Taci, Silenzio , taci ; E respira si pian , che non traspiri L’ anima del mio dir ne’ tuoi respiri . I . Filici Tom. I. 9 *3 POESIE TOSCANI Jn morte di Cammilla da Filìcaìa degli Alessandri, sua zia . SONETTO xxvii. I, IMorte che tanta di me parte prendi, E lasci 1‘ altra del su’ albergo fuore ; Se intendesti giammai che cosa è amore, O ti prendi ancor questa, o quella rendi: E se tant’ oltre il poter tuo non stendi, Armami alinen del tuo natio rigore ; E contra i colpi del crudel dolore, Tu che si m’ offendesti, or mi difendi • Ma nè d’ erbe virtù nè d’ arte maga, Nè a risaldar bastanti unqua sarieno Balsami di ragion si acerba piaga. Onde lentando a giusta doglia il freno, Forza è eh’ io pianga, e di costei la vaga Imago adombri in queste carte almeno. ' BH. BILICATA. 99 5 0 N ET T o * xxvnr. 2 . E ben potrà mia Musa entro le morti Membra ripor lo spirto, e viva e vera Mostrar lei qual fu dianzi, e dir qual era, E parte tor dà sue ragioni a Morte : Dir potrà cbe fu giusta e' saggia e forte Onor del sesso e di sua stirpe altera; Donna che fuor della volgare schiera Il Ciel già diede al secol nostro in sorte; Donna che altrui fu norma, e norma solo 5 Di sè dando a sè stessa, in sè prescrisse Legge agli affetti, e frenò l’ira e ’l duolo ; Donna che in quanto fece e in quanto disse Tanto levossi sovra 1’ altre a volo, Che mortai ne sembrò sol perchè visse. fOESlE TOSCANE iod SONETTO XXIX. 3 * t? E dal volgo ben lungi o canti o scriva. ■? • ^ Fama non cerco , o mercenaria lode :, Canto a me stesso ; e sol che meco io 'vivi) Io stesso m’udirò s’ altri non m’ ode • TCX filicaijT. «3i SONETTO EV./ 12. v IVI a tu , Signor , sotto ’l cui santo e giusti Regno vita non pur, ma trono e scetro Àn le bell’ arti, e per cui tóma indietro Più che mai hello il secolo vetusto ; Or che m‘ ài tolto a quel sV duro e'ingiusto Giogo eh’ ebbi a portar tant’ anni addietro, Reggi tu questo ingegno e questo metro Che umil s’inchina al tuo sembiante augusto. Tu l’egro spirto in basse rime impresso , ? Col reai guardo avviva ; e fa’ che sia Di tue grazie ’l gran fonte il mio Permesso : E vedrai forse un di, s’ unqua mi £a * Tanto di gloria e di vigor concesso > Volar coll’ ali tue la penna mia . 1 i3a POESÌE TOSCANE Alti Accademici della Crusca . SOrETTO ,LVI. Sbocca il gran Nilo da sorgente occulta, E sembra già, che di sè pieno ei vada ; Già sdegna i ponti, ed alle sponde insulta, E grande al flutto iusultator fa strada: Tra scogli poi, quand’ ei più gonfio esulta, , Ratto spargesi, e dissipa e dirada L’ acque si, che nel Nilo il Nil s’ occulta, E asciutto piè di sasso in sasso il guada. Cosi ’l gran fiume del saper, che 1’ onde A romper va tra i vostri studj, e tutto Sparge in voi suo retaggio; in voi s’ asconde: E lui che gonfio del natio suo flutto ■ < 1 Forza ebbe già d’ingelosir le sponde , Varcai: gl’ ingegni vostri a piede asciutta- ntr. ì-iucaia . m Per V Accadèmia della Crusca . SONETTO LVII. C^ul sua Sede b là gloria, e qninc^ogtiora , Quasi da proprio centro, escon beh mille Gloriose accademiche faville Onde il fosco mio stil s’infiamma e indora . E qual di sotterranee talora Fiamme avvien c’ alto globo arda e sfavìUe, Dalla materia che di sè nodrille, Sforzate a uscir del buio career fuora ; Tal io nodrito di si nobil esca, ' ’ “ - ■” Dal basso fondo mio coll’ altrùi piume' bl’ alzo, e di me maggior sembra eh’ io cresca, Onde se un picciol di virtù barlume f ‘ Dai tenebrosi versi miei par eh’ esca, Mia tutta 41’ombra, e vien dagli altri illuvie, 134 TOESlE TOSCANE In morte di Carlo Dati segretario dell’ Accademia della Crusca SONETTO LVIII. i. jMoristi ! e potè tanto, e tanto ottenne Morte ? é lasciò me di me privo , e ardio. Troncar quel nodo die due cori unio ! E ’l vide , e ’l vide Amor, nè lei rattenne! Moristi, Carlo . Or còme fia eh’ io impenne L’ ali, e m’alzi a ridir qual fosti, ond’ io A te renda giustizia e al dolor mio ; Se al mio voi, senza te, mancan le pennt! Ma soffre il Ciel eli’ io taccia, e reo diventa Della tua gloria! Nè giustizia il vuole, Nè ’l vuole Amor, nè tua virtù il consente! ■ E Febo che al suo crin ghirlanda suole Far de’ tuoi lauri, disdegnosamente M’ apre il labbro, e i sospir cangia in parole; del.filicau . <35 SONETTO LIX. a. E a dir mi sforza , come in te diffuse Tutti eloquenza i rivi, e come piene Di puro latte le castalie'vene Porser sovente a! labbri tuoi le Muse s E cbe sebben qui dell’ Ingegno ottuse Son 1’ armi, e in ceppi la materia il tiene Quanto in terra saper lice e conviene, Chiave d’ alto intelletto a te dischiuse. Parlo dunque : ma che 1 mentr’ io favello, Sceme i tuoi pregi e quei del secol nostro Onde in prò di te stesso a te m’ appello ; E colla voce del tuo puro inchiostro Di te parlo alla Fama, e col tuo bello .Raro stile in bel lume a lei ti mostro. 136 POESÌE toscane In morte del priore Orazio Rucellai. SONETTO LX. Io era in Pindo , e vidi a un tratto ii suoio : Scuotersi, e tremar i' aria , e ’l ciel turbarsi Vidi fiamma lugubre intorno alzarse ; E ’l vederla e ’l gelar fu un punto solo. Pianger vidi le Muse , e tutte in duolo Meste e confuse le bell’ Arti starse ; Secchi gli allori, e fulminate ed arse Quell’ ale onde i bei spirti alzansi a volo. Non so, a tal vista, ove il mio cor sen gisse; Quand’ ecco, in faccia sbigottito e smorto Là giunse Apollo, e sospirando disse : Fiera novella dall’ Etruria io porto : Il tosco Tullio che si alto scrisse, Il gran cigno dell’ Arno, Orazio è morto. T>EL FILICÀIA 1^7 Atti Accademici della Crusca in occasione dell ’ Accademia di s . Zanohi protettore della medesima . CANZONE XIII. Piante che all* Arno in riva L’ alto castalio umor nutre e feconda ; Se a voi fe ingiuria, de’ bei rami a scherno, Misterioso inverno; E se ogni vostra fronda Cadde a terra ; e *1 valor che in voi fioriva, Or neghittoso giace ; Beato il vostro non oprar che appresta Opre più belle, e desta Un pensier c* opra piu, quanto più tace! Anzi quest* ozio e questa Nobil quiete onde vostr’ opra nasce , Altro non è che 1* istess’ opta in fasce \ Opra che in sè romita Quanto più stassi, e quanto più severo* Industre verno l’inchiodò sotterra; Tanto più a fior di terra Dal gravido pensiero Esce allor che all* amabile fiorita i 38 pof.sìf, toscane. Stagion la rea diè loco. Allor dai raggi di miglior Pianeta Entro la più segreta Parte di voi scendendo a poco a poco Virtù più accesa, e lieta , I ben disposti virtuosi umori Pria sfoga in. frondi, e poi rinveste in fiori - Ed ecco al giovine a uno Apre il Tempo la porta : ecco felici Zenobio , il Sol dell* Arno, influssi piove t. Ecco ogni pianta muove, E trae da sue radici Umor di gloria. Su nell* alto scanno Mirate com’ ei splendo : Mirate quanti di virtù dipigne Colori, e quanti attigne Poetici vapor eh* eì purga e accende ; E in quante poi benigne Guise stassi a mirar chi più tra voi Si svegli al colpo de* bei raggi suoi. Vedete quanto ei gode Qualor nel vostro il suo valor ravvisa:. Vedete come dai be* rami a gara Pioggia di fior sì rara Scende , che iii dolce guisa Ne gioisce la terra, e al Ciel dà lode*. Qual fior sui drammi eletti DEL FILICAIA . l3g Qual su! lirici carmi, e qual si posa Su questa o quella prosa ; Qual sui pensier si ferma, e qual sui detti ; Qual per questa famosa Aria girando , sol di voi ben degna, Sembra dir : Qui virtù, virtù qui regna . Vedete poi qual nuova Di subitanei frutti ampia famiglia Sul ricco tronco il nobil ramo allega : Vedete com’ ei piega L’ onuste cime , e piglia Vigor nuovo dai raggi, e sà rinnuova. Anzi qualif ei produce , Un raggio è pur di questo Sol tirreno : Che della vite in seno , Qual corre a farsi viu 1’ accesa luce ; Tal quel di lui sereno Forte ardor che a voi bolle entro le vene, Già spirto in voi di poesia diviene. Nè un solo è ’l guardo orid’ ei Gravido rende il vostro sen ; ma in quante Forme vi guarda, tante in voi diverse Virtuti avvien eh’ ei verse . E come il sole amante Par che in queste e in quell’ uve infonda e crei Varie nature, ond’ àve Altra un sangue raen vivo ; altra il distilla, l40 POESIE TOSCANE Si bel, cbe spuma e brilla; * Austero altra il produce, altra soave > Qual bei rubini stilla , Qual si scioglie in topazj, e qual diffonde Di liquid’ ambra le dolcissime onde: Cosi dal caldo lume Del fiorentin Pianeta in voi si cria Quel vario ardor, quel vario spirto, e quella Varia non men che bella, Mirabile armonia . Là di sciolta eloquenza un latteo fiume Scorre , e qua tra le fronde Allo spirar dell’ aure d* Elicona Lirico stil ragiona, Cui straniera da lungi Eco risponde; Stil cbe à più voci, e suona > Egualmente leggiadro , o i due forbiti Cantor deli’ Arno, o quel-di Teio imiti; Stil che 1* opre più chiare In vita serba. Ma qual nuova luce Or d’ ogn* intorno mi s’ addensa 1 E certo, Se a quell’ oscuro e incerto Lume che all* alma è duce, Pur qualche cosa di lassù traspare ; * Veggio , o veder mi sembra, Cinto Zenobio d’ un raggiante velo Scender di cielo in cielo , ■ br>L riLiCAiA. *4 l E ritornar nelle terrene membra : Veggio ’l suo alto zelo Empier quest* aere che dai guardi sui Tien forma , e prende qualità da lui » Ecco eh’ ei giugne , e siede Umile in tanta gloria , e ad uno ad uno Tutti depon qui di sua fronte i rai. Questi di cui non mai A voto andò pur uno, Ecco vibra quai strali, e *i cor vi fiede ; E par che dica : Io. spargo Con questo i semi del valor ; con quello Fin da radice io svello Dell’ ingegno che donne, il rio letargo; Questo il fa pronto e snello ; Empiei quest* altro di celesti idee ; Che del Ben sommo al fonte , avido ei be«. Ed oh se 1* insolente Fragor dei sensi tra 1* udito e ’l suono Argine non ponesse , udirei cose , • Cose ai mortali ascose ! • Ma quel di eh* io ragiono , È un parlar che si vede, e non sì sente. Parlan cosi gl* immensi Cieli col solo aspetto ; e in simil guisa Miai vista intenta e fisa Scorge in Zenobio le parole e i sensi; r l Muta è forse la cetra Che si al Giordano ascoltator già piacque ! No no : vadano in bando Carmi tessuti di menzogne e fole : Bella onestate il vuole; Il vuole, il vuol ragione ; io s\ comando > Son del mio spirto prole DELFILICAIA. Itjl 1 vostri spirti; e se da voi richiedo Sensi d’ alta pietà, del mio vi chiedo. Chiedo del mio , se chieggio Un santo zelo. Io l’innestai sul vostro Docile ingegno; e coll’ ingegno ei crebbe . Io vi die’ fama ; ed ebbe Questo erudito chiostro Sol da me sovra gli altri e imperio e seggio. Tai cose in bel soggiorno Ode attento il mio sguardo, e appena il crede. Ma che ! più non si vede Zenobio. Il vela già d’ intorno intorno Lucida nube; e riede Con luminosa fuga,!onde partio: Tace il suo volto, e si mi taccio anch’io. Canzon , se tu sapessi Di chi parli ed a chi, teco sdegnata Diresti : Ah foss’ io stata Mutai o fatta mi avesse astro cortese O più cauta, o più bella, o men palese! LI POESIE toscane ■tu Alti Accademici Apatisti. SONETTO LXI. IVTentre sul vago aprii degli anni vostri, . A fior di terra, dell’ ingegno il fiore In voi sorger si mira, e spuntar fuore O ne’ bei detti, o nei purgati inchiostri» E mentre par che innanzi tempo ei mostri Frutta odorose di gentil sapore , Forza è ch’io dica, e mel fa dire Amore: È pur bella Firenze anco a’ di nostri! r Nè per troppo fruttar manca o declina La produttrice virtù vostra interna; . Nè a lei fredda stagion mai s’ avvicina: Che a’ vostri studj , quando ancor più verna, Invariabilmente il Ciel destina Eterno autunno , e primavera eterna. BEL FILICAUf. l'p Per V Arcadia di Roma, in cui P Autore si chiama Polibo Emonio . SONETTO LXH. Misero ingégno , nel eni suolo aprico , Sudor già tanto invali profusi , e invali®’ Tanto poi sparsi con industre mano Seme di gloria, e di valore antico; Qual sotto avaro cielo astro nemico Strugge in erba i tuoi frutti ! o qual villano Vento gli urta ! e perchè ( Fato inumano ! ) Suol non ài men fecondo, o ciel più amico ! Oh se fecondo o seMnfecondo'sei, Ugualmente infelice , e me ugualmente Miser nei parti e negli aborti miei ! Così doleasi Polibo ; e dolente Fermossi a udirlo il Tebro; e sui tarpei Colli le Ninfe 1’ ascoltare attenta . Filic. Tom. I. io POESÌE toscane » 46 . Per l’ Arcadia di Roma » SONETTO LXIIL, Nate e cresciute, sotto Ber pianeta Son le pecore mie pur magre e smunte! Rio qui non èj che scorra, erba che spunte Per loro; e’1 Ciel sei vede, e pur noi vieta. Ed or che i campi estivo raggio asseta, Arse e languenti, e dal digiun consunte, Paion dir: Dove, oimè ! dove siam giunte! Morte o ristoro al nostro duol sia meta., > Io gli occhi abbasso per dolor, nè loco Mutar mi lice; eh’ è destin eh’ io deggia. Esser qui esempio di.Fortuna e gioco., • E vo’ che I’ empia si satolli, e veggiai ■ .vdB Pur una volta ( e lo vedrà tra poco ) ,. • ut Tutta perir col suo pastor la greggia,. ,* nriv fiucaia..' »4r Per V 'Arcadia di Roma .. SONETTO LXIV/ Aure elle a far le pene mie canore , In questa fragri mia zampogna entraste > E quindi uscite, per lo ciel portaste Sui begli omeri vostri il.mìo dolore: Se v’ arse mai di gentil foco Amóre, E d’ Amor foste serve, e in voi provaste Cerne il erudii e superbo arda e devasta Ognor le belle, regTon del core; A* me/tornate ; e‘l musico lavoro* Parte meco a compor, parte s*affretti A temprar la gran fiamma ond’ io mi moro SI di s se A minta , e ili più d’ un faggio i detti Scrisse; e de’faggi col frondoso coro Crescer poi vide e vegetar gli affetti,. MS POESÌE TOSC.tNB Per V Arcadia di Roma .,. SONETTO LXV.. Viyrà 1’ Arcadia. Un di Talia mal disse; Mol disse Apollo, e mel giurò per quella Sempre ostinata gioventù sua bella, E in verde lauro di sua man lo scrisse.. Nò Stoa mai tanto , nè mai tanto visse L’ Accademia e ’l Liceo , di cui favella Dell’ antica non men 1’ età novella, Nel gran bollor dell’ erudite risse > Vivrà 1’ Arcadia; e la fatai congiura' Degli anni edaci che si ratti vanno, Ffa che a lei di far fronte abbia paura. E'fin quando a morir le cose andranno, Nell’ agonia del mondo e di Natura, Arcadia i boschi risonar sapranno. BEL FILICAIÀ, *49 ■Per l' Arcadia di Roma-, SONETTO LXVt. iYJLentre ogni fonte i disperati ardori Bevean di Sirio, sotto un’ elee oscura Che un prato adombra d’immortai verdura, Si disse un giorno il saggio Elpino a Clorì: Donna, del tuo sembiante i vivi fiori Già uccise il verno dell’ età matura ; E in te del ciglio , in me del cor 1’ arsura Tempri) in ammenda de’ miei folli amori. Spezzo dunque del barbaro servaggio Gli aspri legami, e dico a te rivolto : Che non fosti men bella, od io più saggio ! E perchè non avemmo allor che stolto Corsi a mirarti , e ni’ abbagliò ’l tuo raggio', Io questa mente , o tu cotesto volto I POESÌE toscane *i5o In morte di Vincenzio Viinani 0 >C A N Z 0 N E XIV. -Acque infelici del gran pianto mio., Che da si alto e doloroso fonte Scendete ; ah potess* io , io. ‘Potess* io pur con vigoroso rime Voi tanto alzar, quanto 1* origin vostra S’ alza, e di voi far mostra ! Ma come pianger del gran danno a fronte Posso, e’i duoloavvilirche’lmondoopprime Il duol che opprime il mondo, ahi none duolo Nè pianto il pianto. Chi a si-forti cose Nomi si frali impose ? Nel fiero giorno che al natio suo polo Spiegò Vincenzo il volo, Si fe gielo ogni lagrima, e *1 dolore Perdè ogni-senso, e diventò stupore. Quei che di nuova luce il ciel fe bello, »' D* astri nuovi ammirabile immortale Discopritor novello ; 'Quei che volò sugli altrui voli, e fe® DEL FILICAIA • *5l Del ver giudice il guardo, e coi pianeti Commercj ebbe segreti ; Non mori già quando rnorio: ma quale Tutto sotterra si nasconde Alfeo, E corre poi sott’ altro nome, e 1’ acque Porta coll’ acque altrui miste e confuse; Tal ei che tutto infuse In Vincenzo se stesso, in lui rinacque; E si 1’ altrui gli piacque i Spirto al suo spirto unir, che a lui si strinse Con dóppia vita, e sol'con lui si estiuse. Era ei giunto all’ estremo; e duolo e sdegno N* aveau le tre grand’ Arti. Ai volto l’una Fea della man sostegno, Tergeangli l* altre il sudor freddo; e: Oh padre (A lui dicoan ), chi resterà se partii Mancherà 1* arte all’ Arti ; Nè avran la terra e ’l ciel chi ad una ad una Tante ignote disveli opre leggiadre. Parto, e resto ( di ss* egli ) ; e or più che pria, Nel mio partir qui resto. a me succede Un di me degno erede , Erede e figlio di mia mente. Or sia Questi a voi padre. Avria Fors* ei più detto; ma un sospir dischiuse All* alma il varco, e a la favella il chiuse. Morte, obblio de*gran nomi, oh da te quante i5a POESÌE TOSCANE Se’ tu diversa; che del tolto a noi., Tanto rifondi e tanto ! Morto quel grande ; e quasi sparso in tem Frumento che di spighe ampia famiglia Morto concepe e figlia, Tutti insieme in Vincenzo i pregi suoi Spargendo, a Morte nel morir fe guerra. Nè simil tanto mai raggio secondo Dal primo usci, che non più assai simile All’ esemplar gentile Fosse la copia: e ‘1 gran saper profondo, £ le famose al mondo Opre mentr’io rimiro; ivi mi credo Veder la copia, e 1’ esemplar vi vedo. Ch’ Epimenide il saggio, in sogno udisse Colà nell’ antro del cretense Giove Gli eterni Numi, il disse Argiva fola ; or debil suono il dice . Ma oh qual di cose non più intesa e udita Serie, dal tosco Archita Udio Vincenzo ! Ei le più antiche e nuove Dottrine, e quanto ei seppe , e quanto D ce Qui saper , gl’ instillò. D’ aiuolo in segno Condiano il comun cibo aurei precetti; E i saporosi detti Che al sempre pieno e non mai sazio ingeg 110 Fasto porgean condegno, DEL FIHCAI4 . 1Ò3 la lui vera sostanza , e sangue vero, E vero spirto di virtù si fero . Quindi come al tornar del raggio indietro Avvien die vetro allumator s* allume Dall’ allumato vetro; * Così 1’ industro alunno in varie guise I Riverberò nel suo maestro e duce La ricevuta luce, E illustrò lui col di lui proprio lume • Il dicali l* ardue fila ond* ei si mise Tanti a ordir geometrici lavori ; E quella che non cape alta fatica ]Ncl mio pensiero , il dica : Dicanlo , tratti del sepolcro fuori, Gl* illustri alti sudori Dell’ età più remote ; e ’1 non più morto Pergéo lo dica, ed Aristéo risorto. E assai nel mar delle scienze all* onda E ai venti opporsi, ed usar remi e vela, E correre a seconda Dell’ altrui corso , e gir più avanti, e aprire 1 Sentieri al ver uou discoperti unquanco : I Ma il passo ardito e franco ! Volgere a un termin che ’1 suo tormin cela, I Senza via , senza scorta ; e indietro gire I • Per la folta caligine degli anni; , E a forza entrar nell’ altrui menti, e all* opre É ■154 POESÌE TOSCANE Che antico obblio ricuopre , Rinfonder vita , e vendicare i danni De* secoli tiranni ; — Impresa è questa, che ogn’ impresa eccède, E toglie al dir la forza , e al ver la fede. Ma quale il sol, poiché allumò 1* altrui, Sovra il nostro'-emisfero in pioggia d’ oro Diffonde i raggi sui, E ’1 dì raccenda, e ’1 suol colora, e desta Qua fior , là frutti ; tal, degli anni a scorno, Poiché raccese il giorno Sull’ opre altrui Vincenzo, e fe dei loro Pregi a sé pregio; in quella parte e in questa Disnebbiò gl* intelletti; e dove mai Nò stelle apparyer, nè spuntò finora Albór d’ incerta aurora , Fe a noi risplender più del sole assai Di quella mente i rai, V Onde a gallica Sfinge in sì diverse Forme gli astrusi oscuri enigmi aperse. In sì alpestre solingo arduo sentiero Quai terre, oh Dio! quai pelaghi non corse, In sua radice il vero Tutto intento a trovar! Vergine mare Gii si parò davanti, e vergin lito Che non mai dente ardito •D* antica o di moderna àncora morse ; i 9 DF.L FILTCÀIA • 'Ivi diè fondo ; e al folgorar di chiare Ignote verità , di se comparve Sì pregno il ver, che agl* infingardi alteri Geometri nocchieri Quel che già immenso continente apparve, Scoglio a lui picciol parve . Così 1* altro gran Tosco a scherno prese Terra che ferina un tempo altri pretese. f Onde: Chi è questi, e come qua sen venne ( Disser, cred* io, quei solitarj liti )? Chi al grande ardir diè penne ? Questi chi è, che voli a voli aggiunge, E *1 cui intelletto le non tocche cime, Viaggiato!' sublime , Calcai questi chi è I Ma veggia e additi Altri là quant* ei fe ; eh’ io men da lunge , Quanto qui feo , sol mirerò . Chi a tante Pubbliche moli di lor vita in forse, Riparator, soccorse? Chi diè lor polso , e signoril sembiante ? Chi a prò dell*.egre infrante Ripe 1* obbliquo irregolar corresse Corso dell* onda , e 1* energia represse ? Da chi imparò l* indocile scortese Genio de* fiumi a render suolo ai campi? Chi sì discreto il rese ? Chi da riva ora il trasse, or ve i* intruse i A5t5 poesìe toscake L’ oro a deporvi di sue ricche arene! Alle sfrenate piene Chi fu che forti oppose argini e inciampi! Chi tagliò ripe , e strade aprì ? chi schiuse I modi ond’ Arno a non più alzar s’ astrir."» L’ alzato fondo , nè in distorti giri Frenetico 6’ aggiri , Nè a terrà il flutto insultator sospinga ! Come s’ addrizzi e stringa 1 Come al vomer dia loco ì e con quai leggi, Ove 1’ acqua ondeggiò , la spiga ondeggi! Sì bell’ opre in mirar, lui miro , e desso Mi sembra, e vivo il giureria pur anco. A me poi torno , e oppresso Trovo il cor da gran duolo, e pianger veggi» Meco a cald’ occhi le bell’ Arti ond’ ebbe Pregio, e cui pregio accrebbe ; Veggio pianger 1’ Ibero e 1’ Angloe’l Franco E’1 Belgaionde a quest’occhi altr’acque io ciliegi 18. Muti osservo i problemi ; e parlili udire Tutto quest’ aere in suon d’ alto sconforto Gridar : Vincenzo è morto . Morto è 6Ì ; ma il di lui, per vero dire, Morir, non fu morire; Fu deluder la Morte, e d’ aere in vece Spirar la gloria che più vivo il fece. Canzon, se dei gran nomi BEL FIEICAfA'. iSj Vita è la gloria ; e che può ’l Tempo avaro Contr’uom si egregio e chiaro ! Morte che può! Non vive uom saggio e forte Di vita mai, nè muor giammai di morte. ' n. ‘tjtftì: '■ . t'iéé; H i. .-••o 0;lU •• *»| li O q •/J0u»It-’ i" ... It .... : < •* ■ .* -J 5 ti * _t 4 j j , .t .1 .,. • « ' - ^ poesìe toscane i58. In morte del dottor Lorenzo Sellini l' CANZONE XV.. o tu cui trasse fin dagl* Indi estremi Nobil grido a inchinar la gloria e ’l vanto» Di quel grande cui tanto, Suo mal grado, l’Invidia ama ed ammira». Fiero annunzio ti porto* Ascolta, e gemi*. Ah noi potess* io dir! Quei che cotanto Seppe, e di Coo 1* orgoglio e di Stagira Scemò cotanto ; quei che a* corpi frali Dei miseri viventi. Serbò vita, e fe i nomi anco immortali j. Quei la cui fama oltre le vie de’ venti A sconosciute genti Vola e passa, e di se V Occaso e I* Orto Tutto empiei il grande,il gran Lorenzo è morto* Vedi qua il sasso che in lugubre mostra Pone i nostri gran danni i e colà» vedi In quei funebri arredi La mesta pompa onde va Morte alterai Vedi lo scempio della gloria nostra, OELFILJCAIA. l5<) Ch' esser ne feo d’ eterno pianto eredi ; E le piangenti statue che vera Spirali pietate . Di Natura 1’ opre Quella investiga , e questa Dell’ uom 1’ egregio alto edificio scopre: L’altra i morbi, e quell’altra ognor l’infesta Morte e 1’ obbllo calpesta. Visser queste in Lorenzo, e fer partita Con lui, nè fuor che in questi marmi àn vita. Ma vuoi tu qui vederlo e vivo e vero Qual pria! vuoi, tutto, chesossopraio volva Il morto regno, e assolva I duri fati ! Opra è ben dura e forte : Ma che non ponno i carmi ! eterno impero Alino; e pon far che gli ordini sconvolva, E tolga Clio le sue ragioui a Morte. Aprir di Stige la magion segreta D’ Orfeo poterò i:prieghi;. Nè ’l potrò io! Si sì il potrò: chi ’l vieta? Sol ch’io prenda la cetra e ’l canto spieghi, Sol eh’ io comandi o preghi,. Vinta è l’impresa; e se qual soglio io sono, Tremali già 1’ ombre al formidabil suono. Ecco s’ apre la tomba, ecco in piè sorge L’ estinto, e nuova in lui fiorir vegg’ io Vita. Il suo sguardo al mio Già corre; e gli atti, e ’l portamento istesso, v6o POESIE TOSCANE E l’istessa del volto aria si scorge Fiera e torva: ecco i crini, ecco il natio 1 Aspro ciglio severo. Egli egli è desso; Non finta imago-, qual tra nubi e larve All’amator deluso Centauro un di la Dea di Samo apparve.- Ecto che di sè pieno, e in sè racchiuso*- Gran cose o'tre nostr’ uso Volge; e ’l pensiero agitator che ’l muovs; In alto il porta , e non so come o dove. Baldanzosa vegg’ io dall’ un dei lati Gir Natura ; e dall’ altro egra e dolente : La Morte invan le spente- Sue forze, e invano; de’ suoi dritti a scorno, Le sconvolte invocar leggi dei Fati. Mira che in voci la profonda mente Già par eh’ ei sciolga: e come 1’ aere intorno, Pria che fólgore il fenda, apra ed avvampi. Tutto d’ orror si veste , E ingrossa e freme e romoreggia, e in lamp 1 Scoppia ; si del suo dir 1’ auree tempeste Pria che commuova e deste, Par che in volto s’ annuvoli e s’ accenda Lorenzo, e in sè co’ suoi pensier contenda 1 . Nuovo Pericle, ai fulmini eloquenti Già dà fuoco, e mirabili ed eletti- Scocca dal labbro i detti . DEL FILICÀtA. lCl Ma puoi tu dir quanto alto ei tuoni, e come Filosofici strali al falso avventi 1 E come il ver non sotto finti aspetti, Nè in breve detto d’ autorevol nome, Ma in sua radice e nel suo ver sembiante Cerchi ! Alle antiche scuole Oh quanti ei muove alti litigj ! oh quante E quai dal tempo accreditate fole , Col tuon di sue parole Mette in rivolta , onde non più s’ adori L’idol quaggiù di luminosi errori ! Dell’ arte poi ricercatrice attenta Del picciol mondo, e che dirò ! Sott’ onda Qual notator s’ affonda, E grosse perle e ricche merci a terra Ne trae ; tal ei che disasconder tenta Il più astruso , in sua mente ampia e profonda S’immerge , e ’l ver che nel suo ver si serra, . E di cui per brev’ ora un fioco appena Lume trasparve in parte, Tutto apre e svela. Di prodigi piena, Udir di tanti ordigni a parte a parte Ben puoi la serie e 1’ arte ; E udir puoi, nel formar 1’ alta struttura Quel che intese e pensò 1’ eterna Cura . Già corre a udirlo del suo albergo fuore L alma ; e Natura e’1 verch’ ei sempre à seco, Filic. J'om, 1. i ( lGì POESÌE TOSCANE Oh come a lui fanno eco ! Odo odo già come di tanti ei scopra Strumenti ’l genio e 1’ uso, e qual Valor» Abbiano, e come i moti lor con cieco Necessario ubbidir séguiti 1’ opra j Odo, il sovente sregolato e guasto Moto dar moto ai mali ; Odo i lor varj assalti ; odo il contrasto Che or forte or mite i providi e vitali Schermi lor fanno. A tali Voci ’l tuo spirto attonito e smarrito Resta, e sol vivo in te sembra 1’ udito. Ma in quel ch’io parlo, nuove penne e nuovo Intelletto ei si veste ; e ’l punge e ’l fede Estro che ogni estro eccede, E in guisa il parte dal caduco e frale, Che Lorenzo in Lorenzo io più non trovo- Pindaro forse allor che spirto ei diede All’ auree corde, tal mostrossi ; e tale _ Fu forse Alceo. Quanta or gli ferve in seno Pòetica tempesta ! Freme il petto, ardon gli occhi ; e rotto i 1 freno, Per le prodighe labbra alto si desta Fragor di carmi. Appresta L* udito e ’l guardo , e di’ se tanti estolle Tuoni e lampi il Vesuvio allor ch’ei boli*' Di’ se al grand’ urto dei possenti versi del filicaia. i63 Che sver porian dalla radice i monti, E ridur 1’ acque ai fonti, Non tremi, e udir non ti rassembra un Cero Turbin che abeti e faggi urti e riversi, O ferrato monton che un muro affronti ? Tremo anch’. io nell’ udir di lui 1’ altero Canto; anch’io di mirabili spaventi Amabilmente atroci M’ empio ; e nel seno con gagliardi accenti Mi riinbomban si placide e feroci Le già risorte voci, Ch’io mi trasformo in quel che i’ sento e veggio, E al poter de’ miei carmi altro non chieggio. Ma se pur Morte al barbaro possesso Torni un di, lei su’ bronzi altri deluda; Spirto altri infonda e chiuda Per lui ne’ marmi; altri le gemme avvive: Ch’io cogl’inchiostri(emelpromettoiostesso) Torre a forza il saprò da quella cruda. Mirai qui Gso, e giurerai eh’ ei vive, Nacque sull’ Arno , e ’l Cor dell’ arti apprese, E per solinghe strade Sull’ erto ed aspro degli studj ascese, Ove 1’ orme apparian più incerte e rade . Stupio 1’ acerba etade D’intender tanto; e lui che tanto crebbe, Da seguir , benché adulta, ali non ebbe . ifiq POESÌE toscane D’ Alfea sui rostri non ancor compito Videlo il quarto lustro, a prò del vero Con alto magistero Spiegar fisici dogmi ; e ’l vide poi Scorrer con piè felicemente ardito Il più alpestre anatomico sentiero . Bella primizia de’ verdi anni suoi L’ organ del gusto fu , che ili sè 1’ autore, Se nell’ autor fe noto ; F, ’l fer 1’ altre opre ad or ad or maggiore. Le ambi Natura, e a lui le chiese; e voto Non fu d’ effetto il voto ; Nè oprò Epidauro in beneficio altrui Quanto per lei Lorenzo , ella per lui. Onde a lidi approdò strani e remoti L’ alta sua fama, e v’ innalzò trofei ; E al chiaro suon di lei Batavi e Franchi ed Itali e Britanni Fer plauso . Oh che diran gli avi ai nipoti! Da lui diran che dell’ Invidia i rei Morsi, e l’infeste scorrerie degli anni Appreser 1’ opre a rispettar famose: Il crin d’ aonio serto Diran eh’ ei cinse, ed illustrò le prose: Diran che qui dove maisempre aperto Videsi ’1 varco al merto, Servi dell’ Arno al rege, e fu ben degno i65 DEL FILICAIA. Dell’ alto suo sostenitor sostegno . Tal visse , e morto pur vivrà: che quale Nel veloce assai più che vento o dardo, Rodati va pigro e tardo L’ Arari ; tal di Morte in mezzo all’ onda Ei, qual pria, si mantien vivo e immortale. Ecco il ritratto . or tu lo prendi, e’1 guardo Vi afiìsa ; e quanta in lui virtù si asconda, Sappia 1’ indico mar, sappia il nativo Tuo suol ; ma sappia impripia, Che’l men hello è di lui quant’io ne scrivo. Qual si ardente color di prosa o rima Eia che Lorenzo esprima ! Onde , nuovo Timante , illustre velo Oli formo al volto, e con sua lpce il celo • Canzon, se d* ali mal fornita osasti Poggiar tant’ alto; quei che 1’ alte imprese Degl’ ingegni più vasti Vide, imitò, trascese; Quei che in te parla, e sol di cui ragioni, L animoso tuo fallo a se perdoni. »66 POESÌE toscane In morte del marchese Filippo Corsini . CANZONE XVI. Dogliosi affetti che dagli occhi al seno In torrenti di lagrime scendete ; Se insuperbir volete, È questo il tempo. I suoi maggior trofei Morte accusa ; e loi vidi a un tempo istesso Trionfar di Filippo , e voi di lei. Sparso a terra giacea 1’ orribil treno De’ suoi pentiti strali ; ed ella intanto Alla grand’ urna appresso Spargea d’ ignoto pianto L’ aride guance , e parea dir , Son rea ; E in sue pupille ardea Lampo d’ aspra pietà , qual torva luce , Luce crudel che i fulmini conduce . Nel suo più tetro aspetto allor vid’ io Famósi incontro tenebrosa e nera De’ miei pensier la schiera; E tutte allora dell’afflitta mente Le arcane fibre a lacerar si pose * Del filicaia . 167 Un’aspra doglia, un rimembrar possente Che con barbaro ingegno al guardo mio ! Tutti del morto cavaliere i pregi Ad uno ad uno espose , 1 E de’ suoi tanti fregi L’imago in me quanto più adorna e vaga Stampò , più larga piaga Feo 1’ amor che i gran danni a me dipinse Più vivi, e in lega col dolor si strinse. Ed ecco ( oh dolce vista ! ) , ecco i verd’anni: Ecco chiusa in sua scorza, e quasi in erba, Spuntar beltade acerba; Eccola in fiori aperta: ecco il gentilo Tratto, e’1 degno d’ impero alto sembiante. Già le virtù nutrici, al signorile Animo intorno , d’ eruditi affanni Gli porgon latte; e quasi par che all’ arso, Di nuovi studj amante Desio 1’ umor sia scarso : Già di più doti ad or ad or s’ingemma 1 Sua fresca età, qual gemma Che a più facce intagliata, esulta e brilla Non pur, ma in varj lumi arde e scintilla . Cresce il saper cogli anni ; e dell’ attento Volger 1’ etnische e le latine carte Oh coni’ ei s’ empie , e 1’ arte Del ben dir, che degli animi è rema , É i68 poesìe toscane E 1’ altra onde ànno eternità gli croi T Coltiva e nudre ! oh come aguzza e afiina L* ingegno a svolger 1*ampia tela intento) Che or J\ Natura ! ma un più bel lavoro Ei ne compose poi : E come pria che d’ oro Legno si fasci, avvien che or quella or questa Materia il veli e vesta; Si più d’ un’ arte in sè Filippo impresse Pria cho dell’ arti in se 1’ arte imprimesse , Quell’ arte a cui la Sapienza eterna Fidò il governo dei reami ; quella Di Dio ministra e ancella , E consigliera dei gran re , che intende Tutto, e tutto prevede , e in sè rivolge L’ arti ond* ella è composta, e da lorprende Forza, qual mole cui raggira interna / Virtù di ruote c* oprai» tutte, e niuua Scorgesi . A questa ei volge Ogni opra , ed in quest’ una Già tutte impiega; e le diverse idee Che da tai fonti ei bee, Nel ricco erario di sua mente accolte, Muovonsi al di lui cenno agili e sciolte* Pregiasi alcun d’ un solo studio; e sembra ■ Di rozza mano un duro aspro ritratto Che à un solo aspetto , e un atto BEL FiLlCÀtÀ . 169 Sol. Ma Filippo, da qualunque banda Ei si miri, ed a questo od a quel lume; Rai si diversi di virtù tramanda, Che in sè diviso, anzi più d* un rassembra. Splendido poi v'iaggiator , più accresce Suo lustro ; e quasi fiume Che in viaggiando cresce , I costumi de* popoli , e gli arcani Dei regni , e de* sovrani L’ arti comprende in lor medesme ascose, A cui mille fau velo ombre gelose. Quindi copia maggior d* antiche e nuove Notìzie; quindi nell* oprar destrezza, E insolita finezza D’ acre giudicio che non gusta e assaggia Se non del buono il fior , nò ’l buono accoglie Se dell’ ottimo il pregio in sè non aggia ; Genio réal che in lui risveglia e muove, Quai gli diè lo splendor d’ illustre cuna y Alti pensieri e voglie; Cuor più di sua fortuna Ampio, e dell’oro un signoril dispregio, O in tele o in marmi egregio Spirto infonda, o dar senso a bronzi aurati Goda, o vasti palagi erga e dilati. Quindi dell’ arti e de’ licei sostegno Ben saldo, e dei destrier del re toscano *70 POESÌE TOSCANE Moderator sovrano Etruria il vede ; e ’l vedo al saggio e giusto Premiator dei gran merti, a Cosmo il Grande Seder davanti nel consiglio angusto , E ventilar gli affari alti del regno . Ma fuor del regno ancor giusto è eh’ ei port# Le grandezze ammirande Della tirrena corte . .. ) Pel gran Fernando la reai Violante Chiede . Or chi m’ apre, in quante E quai viste mirabili e fastose La mSesth del tosco impero ei -pose ? Se innesto fole al ver, manchi a’ miei carrai Vita . Non con tal fasto al re Peleo La figlia di Nereo C' Scorta fu . Ma in si splendido equipaggio Di gale e pompe a sè mi tragge il solo Filippo , e cura di mirar non aggio Cocchi e cavalli e cavalieri ed armi, E arredi e treni di grand’ oro carchi. Sol che a lui pensi e solo Che ’l guardi , avvien che inarchi Magnificenza il ciglio, e dice: Onora La terra e sè, qualora Fa un re Natura ; ma più in alto sale Quando ai non re comparte alma reale. Ah fosse il mio cantar meli vivo, e meno- BEL FILtCAIA. 171 Crudo il pensier die mi trafigge e sface Colla vista mendace Del ben perduto ! Fu il dolor, mi credo, Fu il dolor che inventò, per farsi eterno, La rimembranza e i carmi: ond’ è ch’io vedo, Lui che veder non posso ? e godo e peno. Vedo 1’ opre , riverberi famosi Del suo splendore intorno : Vedo in sue rime ascosi Lampi d’ alto intelletto; e ’l puro inchiostro, Vedo, che al secol nostro Ed al futuro ancor 1’ ampia e ben degna Serie de’ suoi viaggi apro 0 consegna. E non men poi la messicana io miro ■« Storia eh’ ei dall’ ispan con gloria tanta Nel tosco suol trapianta ; Nè qual sia 1’ esemplar tra me decido . Servile impiego di fallite penne Fu già il tradur : ma in quanta fama e grido, Del tradur le maniere indi salirò ! Qual vergili rocca 1’ orgoglioso Ibero De’ pregi 6 uoi si tenne, Finché dal capo altero Strappò Filippo i lauri, e ’l suo ile cinse . Ma il vincitor poi vinse, E ’l trionfo adornò co’ nostri mali Morte . Ahi Morte, osi tanto, e tanto vali i i 7 * poesìe toscane E aver pon voce i carmi ! e ancor non cuopr# Nera gramaglia e 1’ animo e le rime ! E di stirpe sublimo E di virtù l’innesto , in sua radice Svelto veder ni’ è forra ! e questa mia Non ancor s’ ammutì cetra infelice! Troppo alta ingiuria d’ uom si chiaro all’ opre Fe il Destin che’l produsse e tanto c tale,. Senza produr chi dia Lode al suo merto eguale : Ma fu bella l’ingiuria . Io qui frattanto E plettro e corde e canto Depongo, e chiamo nel dolor più intenso Gli egri spirti a raccolta, e piango e penso. Canzon , de’ rozzi tuoi poveri inchiostri Son si folte le tenebre e si nere , Che di Filippo le cotanto altere Varie doti non so se ascondi o mostri. Tal si confuse e scure Posta in lume non suo dipinta tela ' lr ' Mostra le sue figure , ■■ Che non so dir se le discuopre o cela. - n DEL FIUCAIA. . 7 3 Al dottor Francesco Redi accademico della Crusca . SONETTO LXVil. 1 Aedi, se un guardo a voi talor volgeste, Come a voi tutti ognor gli altrui volgete ; E a voi sembraste un altro, e qual voi siete, E qual Ha ’l mondo senza voi vedeste ; Di sdegno pieno e di pietà, direste : Arti omicide che 1’ età struggete, Perchè tanto, ah perchè tanto piacete , ■ Se siete tanto al viver nostro infeste 1 Di tanti studj sotto ’l fascio antico , Posi ornai stanco, nè più sparga inchiostro Questi amante di sè troppo e nemico . Cosi direste ; ond’ io disvelo e mostro Voi stesso a voi nel vostro inganno, e dico Vostra 1’ammenda sia; che ’l fallo è vostro >74 poesìe toscan* SONETTO LXVirr. 2 . oi tolto al mondo, e elle fia’l mondo! e quali L’ arti saranno ! io, che farò! confuse , Quanto a cald’ occhi piangeran le Muse! Onde voce la Fama , onde avrà 1’ ali ! Chi a’ gran nomi non meli che a’ corpi frali Fia che allunghi la vita, e colle chiuse ò Virtù dell’ erbe, da Natura infuse, l "' i O coll’ alte dei carmi opre immortali ! Ah se del mio, se del comun dolore Morte à cura o pietà, non sia si ardita, Che a voi s’ appressi ; o pur se à tanto cuore; j Forse , ah forse, chi sa ! 1’ empia schernita, Di voi la copia che in me fece Amore, Fia che rapisca, e voi rilasci in vita, •> DEL E1LICAIA . SONETTO LXIX. 3 . c Oe co’ termini angusti di Natura, E coi gran inerti vostri, e colla grand» Sonora fama che di voi si spande , Vostra già scorsa etate or si misura; Assai viveste : ma se pongo io cura A quei voti che al Ciel da tante bande Per desio di vedervi avvien che mande, Pria di nascere ancor, 1* età futura ; Viveste poco, e poco si, che ov’ io Potessi ( e ’l potess’ io , come il farei! ) , Il viver vostro allungheria col mio ; E confusi co’ vostri i giorni miei, Qual brieve stilla che a gran mar s’ unio, Di me fatto più grande, in voi vivrei. 76 POESÌE toscane SONETTO LXX. 4 . l_X dite, udite come ai vostri accenti Lieto risponde ogni antro in Elicona; La Fama udite, che di voi ragiona Portata a voi da tutti quattro i venti: Guardate i lampi luminosi ardenti, Ch’ escou del vostro stil quand’ ei risuona Placido e molle, o quando irato ei tuona Gravido il sen di fulmini eloquenti ; Guardate come i vostri carmi al forte Colpo reggon degli anni, e invali sua li® 3 Usa 1’ Invidia, e 1’ usa invau la Sorte. Or se può tanto ( e che non può la rima ! ) Da voi star lungi la seconda morte, Deh stia lungi altrettanto anche la prima. TVEL VIMCÀIÀ, 1 Al p. f Vincenzio Maria cappuccino suo fratello , in occasione della sua missione al Congo . SONETTO LXXE. O tu che v in fragil legno al nostro mondo Il tergo ài volto, e ’1 viso all* altro; o forte Sprezzator dei perigli e della morte, Sotto altro polo, e in mezzo al mar profondo; Ove vai senza me ! non à ’1 suo pondo Senza me la tua nave : o te non porte, O porti entrambi; ed un* istcssa sorte Ne meni a riva , o ponga entrambi al fondo. Ferma, ferma, ti prego. Ah s’ io pregassi Gli scogli e l* onde, di più molle ingegno Sarian 1* onde, e m* udrian gli scogli e i sassi. Ma vanne pur: che di mia fede in pegno Mentre il cuor mio ten porti, e *1 tuo mi lassi ; Meco tu resti, ed io con te ne vegno. Filic. Tom , /. poesìe toscane *73 SONETTO LXXIL 2 . Vanne pur, passa i.mari, e della, terra E dell’ acque gli spazj ampj infiniti '■>. Gira , e del Congo agl’ idolatri liti 1 Drizza la prora, e ’l suol fuggente afferra: Vanne, e col fulroin di tue voci atterra' .v ^ Idoli e templi, e rei costumi e riti ; • E di salute ai popoli smarriti Le strade insegna, e ’l chiuso Ciel disserra: Che fatto altrui pietoso , a te crudele, t • Mentre ignoto ocean sotto astri ignoti & ) Fia che tu solchi, e ’l lido a te si cele; Io qui coll’ aura di sospir devoti :• ' Empierò ’l seno all’ animose vele, E penne ai venti aggiugnerò coi vot« J J)EL FILIC’AIA . >70 SONETTO LXXIII, 3 . E colla mente più che vento ratta Seguirò te per gli alti gorghi, o in densi. Nuvoli ’l tempestoso aere s’ addensi, O tutto in furia il mar frema e si sbatta; E in te sol fisso, uè pur fia eh’ io batta Gli occhi, e perduto de* miei proprj sensi E’ uso, nè ad altri nè a me stesso pensi, Nè con altri timor pugni e combatta. Temerò per te solo, e te davante Avrò ne’ tuoi perigli, e ’l falso e ’l vero Sempre fia che per doglia il cuor mi schiante E se morte minaccia T Ciel severo , Morrai tu d’ una sola, ed io di quante Einger ne puote il credulo pensiero.. tSo POESÌE TOSCANf SONETTO EXXtV. 4 . -A’-la tolga il. Cielo i tristi augurj^e rieda- L’ alba fatai che deli* Inferno a scorno Dalle contrade d* occidente il giorno A me riporti., ah sarà mai. eh* io *1 veda! E agli occhi appena per gran gioia il creda,; * E. gl' increduli sguardi a te d’intorno \ Volga e rivolga, o teco in bel soggiorno> Molto ascoltando e ragionando, io siedasi si ; deh torna, e rendi agli occhi e al core V oggetto proprio-, À te sol te richiedo» E per te affretto il pigro andar dell’ ore,'. Torna si si : che in tor da me congedo Mei promettesti , e mel promise Amore; E mel giura la Speme, ed io glìeL credo* t)EL FlLlCAlÀ • tS r ffel vestimento delle dae jìglie del duca Sdiviati . SOSK T T O LXXV. I. enera'luce in due T>eg\i astri alzarsi Vid’ io poc’ anzi, e far più adorno il polo, Il polo etrusco che in un guardo solo Aprio mill* occhi, e in lei mirar tutt* arse. Ma non s\ tosto il gran chiarore apparse > «Che quasi lampo dileguossi, e solo Di sè lasciò la meraviglia e ’l duolo A lui che ambia di si bei raggi ornarse. E parve ben, eh’ ei tramontasse in quella Ora che a un tempo tramontar vid’ io In sacro chiostro e 1’ una e l’altra stella. Ma tornando poi queste al Ciel natio, De’ cui danni la terra or si fa bella, Splenderan via più belle innanzi a Dio. poesìe toscane Nel vestimento di nobil dama. SONETTO LXXVT. Tu quella età che la ragion germoglia O nulla o poco, e appena spunta e nasce» Qual verme industre che sol foglia pasce, Bramai sol frondi, e mi nodrii di foglia. Ma or che ’l Cielo a ben gustar m’invoglia Frutti d’ opre celesti, e vuol eh’ io lasco Nel mondo il mondo, e tutti uccida in fase® I van desiri, e cangi affetto e spoglia; Sacra prigion mi eleggo ; e al primo ingresso, D’ atti di Fè, di Carità, di Spene Ricco lavoro a ine medesma io tesso; Lavor che chiusa entro di sè mi tiene Finch’ io , verme felice , a un tempo istesso Rinasca , e voli al sempiterno Bene. DEL FILICAIA. IS5 Alla S. R. Maestà di Cristina Regina di Svezia. CANZONE XVII. •A Ita Reina, i cui gran'fatti-egregi Tacer lia colpa , e raccontar periglio; Se ne’ tuoi illustri pregi Che ne scorgono al Ciel di lume in lume, Per dar luce a’ miei spirti afiiso il ciglio, Dell’ egra vista il non ben forte acume Vinto s’arretra; e s’ io Consento al bel desio Di ritrarne sui fogli un raggio almeno, Mi trema il cuor nel seno , E in man lo stile, e nel pensier 1’ ardire; Che la forza del dife , In si chiara e s\ grande e si suprema Parte poggiando, impiccolisce e scema. Quindi meco in’ adiro, e già cancello Quei che abbozzò ’l desire aiti disegni Con incauto pennello. E quale allor che al secolo malvagio Di sdegno i cieli e di tempesta pregni 9l poesìe toscane Alla Regina di Svezia, per avere scritto all’ Autore, che cantasse in lode d’altri, ma non di lei. SONETTO LXXVII. A acqui, o gran Donna : e non so già se merto’ìp Fosso o colpa il tacer ; so ben, che un giorno .1; Calliope a me, de' miei silenzj a scorno,"' Strappò di fronte il sempre verde serto. *ì 3 : E in qual ( disse ) remoto antro deserto ,v ;• Non suona il nome di Cristina intorno ! E quel gran nome che fa il mondo ad«rno, Ancor non è nelle tue rime inserto ? Al tuon di tai pungenti aspre parole : Vuol così ( le di ss’io ) Cristina. ed essa: Non, se Cristina il vuol, sua gloria il vuole • Ma che? tromba ella (la sol di sè stessa: Che nel mar di sue lodi al mondo sole, Quei che s’innoltra più, men vi s’appressa» BEL FILICAiA. l 9*’ Speranza'terrena . Per la S. R. Maestà ili Cristina Regina di Svezia. CANZONE XVIII. O del Desio gemella, Speme , figlia d' Amor, barbara figliai Di piacevole padre ; o disleale, O dislEal, ma bella Quanto cruda e infedel, nelle cui ciglia Sta la frode in agguato, e I’ alme assale ; O dilettoso malo;. O rea Sirena e fera, Il cui sbave micidiel concento Con barbara maniera N’addormenta e n’ uccide in un momento; Circe ebe a tuo talento In mille strano forme Nostre credule menti ognor trasforme ; *Tu 1’ alma semplicetta Prendesti all’ amo d’ un piacer gentile; E non pria d’ esser presa ella s’ accorse, Che a sottopor fu astretta , Qnal ostia, il collo a un desir basso e vile, 4 ' If )6 poesìe toscane Che me lasciò di mia salute in forse. Rimedio alior mi por se Felicità spergiura : Ma fu il rimedio assai del mal più rio; Che con empia congiura Teco indi a poco la crudel s* unio, E poi trattare ardio Co’ falsi vezzi tui La vaga frode onde tradito io fui, Cosi da te deluso Viss* io molt’ anni ; e germogliare, ahi stolto! Pur ti sentia poc’ anzi entro ’l mio seno. Ma se in natura 1* uso Del penar sempre e del soffrir si è volto, Nè mai vider quest' occhi un di sereno; Delle mie voglie il freno Rendimi, Ah ben m* avvedo Quii sei, qual fosti. a tue lusinghe astute, Perfida , io più non credo: Che il disperar, nei miseri è virtute ; E impensata salute : jt: Nelle miserie estreme ^’r Fu ben sovente il non aver più speme. Con providenza ed arte Diè peso ai venti 1’ alto Fabbro eterno , Perchè non s’ ergati sovra i cieli a volo < Cosi ragione in parte DEL FILICAIA. 1 97 Aggravò le tue piume, onde all* interno Stender non osin temerarie il volo . Spendi or tutte in me solo L* arti onde alletti e piaci; Volgi or, se puoi', del petto mio le dilavi Usa vezzi sagaci ; Usa infinte carezze , atti sbavi . Quest* arme un tempo usavi, Scempio de* miei verd* anni : Or se’ tu senza forze, io senz’ affanni. Che se all* antico giogo Vuoi pur eh’ io torni , ed arrolar ti piace Me , cjual fui già, sotto la rea tua insegna Sovra l* estinto rogo Su su raccendi la già spenta face, E di riporla entro ’1 mio sen t* ingegna j Mostra come convegna Di speranze mortali Ordire i lacci onde ogni cor s* annodi ; Mostra che vane e frali Tue promesse non sono; e se in più modi Spargi menzogne e frodi, Mostra per tua discolpa , Che del fato è bensì, non tua, la colpa: Delle vicende alterne Ferma il flusso e riflusso; e fa* che invano Scocchi la Morte, oyc il diletto abbondo: tqS poesìe toscane Fa’ eh’ io mi creda eterne Durar quaggiù le cose, e che 1’ umano Stato in ben ferma eternità si fonde : E quando immote 1’ onde, E stabili le arene, E quando fiume che al suo fonte rieda, E tenebre serene, E senza luce il sol farai eh’ io veda ; Fia che a te forse i’ creda, E contra ’l proprio senso Pensi di te quel eh’ io di te non penso. Ma iuvan , cruda, mi chiami : Son già fuor del tuo regno ; e tu potere Fuor del tuo regno, e signoria non ài. La tua dolc’ esca e gli ami Disponi altrove, e ’l traditor piacere Semina in petti più felici e gai : Me tra sventure e guai Lascia . Fors’ io non sono Abbastanza tradito 1 ecco ti rendo Il micidial tuo dono ; E ’l gran rifiuto mio, da te fuggendo, A queste mura appendo. Fuor del tuo crudo impero , Di che temer poss’ io , se nulla io spero 1 Canzon, se vuoi eh’ i’ uccida Quest’empia; si, l’ucciderò: ma innante DEL FILICAIA . Cliìedi tu 1* armi a quella Donna reai di sè nemica e amante ; Quell’ armi stesse ond’ ella Coi proprj affetti a guerreggiar si mise E amor di regno in regio petto ucciso. 200 POESÌE toscane In occasione della ricuperata salute di Cristina Regina di Svezia . SONETTO LXXVIII. -Languia Cristina: e qual se discolora •Torbida eclissi al gran pianeta il volto, Langue natura , e ’1 giorno ai giorno è tolto E par quasi del mondo il mondo fuora ; Tal per costei cui 1’ universo onora , Languia tra nubi di mestizia involto Quanto a di bello in sè virtù raccolto, E quanto il mar circonda, e ’1 sole indora Io *1 vidie piansi , e dir volea : Se questa, Libera e scarca del mortai suo pondo Da noi si parte, ai suo partir chi restai Spento il primo splendor, qual fla ’1 secondo Volea ciò dir; ma da si rea tempesta Scampò Cristina, e tornò belio il mondo» i DEL FILICAIA . 201 Alla S. li. Maestà di Cristina Regina di Svezia, CANZONE XIX. O di provincie mille Donna e rèina un tempo , alma Cittade Cui P ampio interminabile Ocèano, E P ampia terra che tra Battro e Gade Giace, adorò; le attonite pupille Se in te fiso qual uom per doglia insano t Te stessa in te non raffiguro, e invano Roma in Roma ricerco. A ciascun passo Prostese a terra di veder mi sembra Le smisurate membra Di tanti regni ; ond’ io le luci abbasso, E piango, e dico : Ahi lasso 1 Chi vuol veder qual serbe Fede il Tempo quaggiù, sol te rimiri, E dell’ alte superbe Ruine tue la incestate ammiri. Poco altro già P erranti Stelle vedean, che i tuoi reami, e poco Altro ferian del biondo Apollo i rai ; io2 poesìe toscane Mancò già quasi a tue vittorie il loco : E pure or tu di tant’ imperj e tanti , Altro che il nudo rimembrar non ài . Nè Ila che lunga età saldi giammai Le antiche piaghe, ancor che ad ora ad ora Nuovi di gloria e di beltà rampolli Spuntili dai setto Colli. Forti eserciti allor ti armaro ; ed ora Che ’l Vatican s’ adora , T’ arma il rispetto ; e appena Bellezza in te rigermogliar si vede, Qual giovane vermena Nata pur or del vecchio tronco al piede. Di tante membra scemo Qualor miro il tuo capo, io di te stessa L’ ombra bensì, ma il corpo tuo non veggio : E qual già Mario dell’ antica oppressa Desolata Cartago il caso estremo E vide e pianse ; al tuo abbattuto seggio Tal io gli occhi volgendo, agli occhi chieggio D’amare stille ampio tributo, e grido: O delle genti domatrice, e doma Sol da te stessa ; o Roma Ove la gloria , ove ’l valor fe nido ; Se da straniero lido Grazia verrà mai tale , Onde all’ cnor primiero apra tu gli occhi > DEL FIL1CAIÀ. ao3 Sotto qual astro, e in quale Secol fia che tal sorto unqua ti tocchi ? Cosi di tue sciagure Doioami alìor che *1 dolce tempo e lieto Mi vestla di lanugine le gote . Ma il gran reflusso instabile inquieto Or delle buone, or delle ree venture , Nel mar del mondo investigar chi puote ! Non lungi la dal gelido Boote Sorse indi a poco imperiosa Stella , Ma fausta si, che se mentir non vuoi, Dire a ragion tu puoi : Antica Roma, a par di te son bella , Cosi maisempre quella, Come è pur suo costume, A^e rivolga la serena fronte; E ’i nuovo artico lume Nell’ italico ciel mai non tramonto.. Dico che a te non pria Di sè feo 1’ alto incomparabil dono Ea gran Cristina, e in sua magion ti elesse, Che « te tornò la mSestate e *1 trono > E in te la gloria rifiorì natia ; E le tue mura , e le tue mura istesse, Quasi che senso ogni lor sasso avesse, Parve che a lei nel memorabil giorno Gissero incontra, e insuperbisse il suolo fi04 POESIE TOSCANE E rispettose il volo Fermasser 1* aure, dei lor voli a scorno t Parve che a lei d’ intorno Nel trionfale ingresso Il sopito valor le luci aprisse, E *1 prodigo Permesso L.* acque più pure all’ arse labbra offrisse. Trionfo mai simile Non vide il Tebro ; e tu mel giuri, ed io Tel credo, o Roma. Sul gran carro altero In atto vidi maestoso e pio L’ augusta Donna alteramente umile, Più c’ altri già del vinto mondo intero, Sè stessa ornar del rifiutato impero E del trionfo di sè stessa. Io vidi Del regio soglio al piè, schiava ritrosa Star 1’ Eresia pensosa , E invan fremer I* Invidia; e tra i piu fidi Festosi applausi e gridi, All* alta vincitrice Tutte inchinarsi le bell’ arti ancelle; K ’1 gran nome felice Per lo cielo portar 1* aure più snelle. Pier voto allora, e voce Ebbero in te le più bell* arti; e nuova Colonia eresser sul Tarpeo le Muse; E tutte i* vidi con mirabil prova 205 f>EL TILICAM . Per lei sudar le penne , e metter foce Tutte in lei del saper 1’ acque confuse. Cetra non tacque allor, nè labbro chiuse L’ istoria; e voce in celebrar costei Mancò alle prose: ma in diversi modi Tradirò il ver le lodi. Onde cotanto, per virtù di lei, Chiara e si grande sci, Che d’ alta fama e loda Chiunque il pregio, viaggiando, merca , Se a varj lidi approda , Sol te nel mondo, e in te costei sol cerca . L quale in mezzo a’ lieti Giuochi olimpici, un tempo, al divin Plato La turba il guardo ammirator converse, Onde soli restar dall’ altro lato Cavalli e cavalier , pugili e atleti Mirò il teatro , e con pietà il sofferse ; Tale in mezzo alle tante e si diverse Tue meraviglie il peregrin non mira Templi e palagi ed obelischi ed archi, Ma il ciglio avvien che inarchi Sol quando in lei pien di stupore il gira: E quei seren che ammira, Tanto sua vista eccede, Che lei, qual lampo che abbagliando alletti, \ ede a un tempo e non vede, 306 poesìe toscane E poi muto rimali se n-’ ode i detti. Di sua statua reale Nicchia se’ tu ben degna ; e sì risplendi. Col lume suo , che oltra le vie del sole Della tua fama i termini distendi, E voli tu del nome sno coll’ ale. Ma , deh , se tardi a questa bassa mole Scese, tardi lassù torni e rivole La grand’ alma, e 1' età cangi natura . Tardi muovansi gli anni, e tardi veglia. Morte a spiegar sua insegna: E come già delle troiane mura Ebbe il Palladio cura; Così la viva e vera Pallade sveca , di lassù discesa, Della romana sfera Sia 1’ alto appoggio e la fatai difesa» Se dell’ augusta Donna , Canzon , sovente in vario stri ragiono., Spero trovar perdono. Tante in costei fuor di misura infuse Grandi egregie virtù son le mie Muse». DEL FILICAIA. 107 In morte della S. lì. Maestà di Cristina Regina di Svezia. SONETTO LXXIX. (Questa che scossa di sue regie fronde , Sol coll’ augusto tronco ombra facea , Gran Pianta eccelsa , e tanto al ciel s’ergea Quanto fur sue radici ampie e profonde ; Questa ove nido fean gl’ ingégni, e donde Virtù sostegno e nudrimento avea, E che di gloria i rami alti stcndea Dal caspio lido alle tiriutie sponde; Ecco cede al suo peso , ecco dall’ ime Parti si schianta ; e ciò che un tempo resse Colla cadente sua grandezza opprime : E come il mondo al suo cader cadesse, Strage apporta si vasta e si sublime, Clic àn maestà le sue rióne istesse. ao8 poesìe toscane Per 1’ Arcadia di Roma , in morte della S. R. Maestà di Cristina Regina di Svezia. SONETTO LXXX. T . J irsi, qui appunto, ove in quest’orno incisa Miri di Morte 1’ alta impresa e Cera , Per cui mano il valor vero e la vera Gloria si vide in un sol colpo uccisa ; Su regio soglio alteramente assisa M’ apparve in sogno quella grande allora Donna eli’ è morta, e che ancor morta imperai Indi ruppe il silenzio in simil guisa : Io son colei che in terra, oggi à ’l terz’ anno, Lasciai’l mio velo; e quanta vissi e quale, Sallo il mondo, e i non nati ancheilsapranno. Ma vissi men di quel eh’ io vissi ; e tale Fui, che sol vissi fuor del regio scanno; Nè colà dov’ io nacqui, ebbi il natale. SONETTO LXXXI. 2 . Sul Tebro io l’ebbi ; e poi cbe gli occhi al vero Aprii , del vero all’ apparir disparve Quel tessuto splendor d’ ombre e di larve, Che l’alme abbaglia, e qui s’appella impero. Stupio Natura , ed inarcò 1’ altero Suo ciglio Roma nel gran dì che apparve Il reai fasto conculcato; e parve Quasi agli occhi negar fede il pensiero. Ma fatto appena 1’ immortai rifiuto, Me sull’ eccelse mie ruine alzai, Nè a me regno mancò mai nè tributo; E me tant’ alto sovra me levai , Che non à mai col regno altri saputo Regnar, quant’io senza regnar regnar. Filic. Tom. T. >4 aio POESIE TOSCANE SONETTO LXXXU. 3. Grrande fui mentr’ io vissi ; e scettro tenne Per me Virtute , e ’l tenni auch’ io con lei E lei cadente sostener potei, Ed un soglio medesmo ambo sostenne : E le latine e le toscane penne, E 1’ aiti tutte che più belle io fei, Mi fur serve ; e dier legge i cenni miei Alla Fama, e ’l mio dir Fama divenne. Onde 1’ erranti stelle appena in parte Potean dall’ alto rimirar quant’ io Stesi 1’ ampio dominio in ogni parte : C’ ove in pregio eran 1' opre , ove all’ obbliO Si fea guerra , e (iorian gli studj e 1’ arte; Ivi era il regno , ivi 1’ imperio mio. DEL FILICUIA. ■■SU SONETTO LXXtrn. 4 . IVta che dissi ? ancor dura il regno, e serva 1/infida Morte ancor fede al mio trono; E qual fui sempre, ancor rèina io sono, E m’ è la terra tributaria e serva . t . Tra i seguaci di Febo e di Minerva, E tra quei tanti che ’l rnirabil dono Àn d’ alto ingegno, e chiari al mondo sono, Qual è che a me non obbedisca e servai Qual è che aspiri a farsi eterno, e imprenda Opre ben grandi, che le mie non mire, O altronde esempio di grandezza prenda? E qual fia che cotanto abbia d’ ardire, Che contra ’l Tempo guerreggiar pretènda Sott’ altra insegna, ed al trionfo aspire ! ai» poesìe toscane SONETTO LXXXIV. 5 . M a più che altrove, qui sul Tebro io regno; E in. questo al par di Pindo e d’ Elicona Bosco a rae caro che si spesso suona Delle mie lodi, ad abitar meri veglio. À qui voce non sol, ma voce e ingegno Ogni tronco; e qui nacque e qui risuona Questa famosa di Pastor corona Di cui mente son io , vita e sostegno.. Si si vivrà finché avranno acqua i tersi Fiumi; e vivrà non pur, ma il Ciel destiti* C’ abbian vita per lei le prose e i versi.* Qui tacque; e biancheggiar 1’ alba vicina Già facea P oriente, lo gli occhi apersi, E più non vidi P immortai Cristina. • ' tifcL FlLICllA . Si3 Per la congiunzione di due mari sotto gli auspicj del Re Cristianissimo Luigi xir. 1 SONETTO LXXXV. Dall ’ estremo occidente o tu che ’l piede Muòvi’1 grande a inchinar Franco Monarca, E qui t’ arresti, dove ’l ciglio inarca, E sè stessa Natura in sè non vede; E ’l mar che pria fu terra, e ’l suol che diede Ospizio all’ onda, e i monti e’l pian cui varca Con vergili remo sbigottita barca , Guardi, e due mar che si giurarmi fede; Se in si grand’ opra le pupille affigi, Lui già mirasti ; c’ ove al gran governo L’ alte cure dispensa , ivi è Luigi : E si ’l mirasti, che s’io ben discerno , Mirali lui men di te Senna e Parigi: Mira Senna il suo frale, e tu 1’ eterno. POESÌE toscane 2T4 Nella partenza delle galere ' *$, del Serenissimo Granduca . O T T AVE. C , ‘. T * Scioglier dal lito, e con un fragil legno Premer dell’ onde il tempestoso dorso., Vanto già fu di temerario ingegno Che osò le selve ammaestrar nel corso. Ma chi le furie dell’ ondo So regno Frenar mai seppe, o porre all’aureil morso! À ben di bronzo il cor chi dell’ infida Fede dei venti , e di' Nettun si fida . il. D’ armate prore, al pelago toscano Gran deposito e raro ecco si presta; E a portar guerra al perfido Ottomano » Gente, armi e vele il Re dell’Amo appresta- Tutto già spira il gran ceruleo piano Fiamme guerriere in quella parte e in questa; E placid’ aura dai tirreni liti Par c’ ogni legno a tor congedo inviti. DEL FILICÀU . 2l5 III. Voi chì 1’ alta ineffabile Bontate Pose a guardia de’ salsi umidi regni, Voi, sacri Spirti, ad or ad or placate D’ Euro e di Noto i procellosi sdegni ; Nè le piovose Pleiadi gelate, Con foschi nembi di tempesta pregni Turbili quest’ aere ; ma tranquilli e cheti Dormano i flutti sul bel sen di Teti » IV. E voi del vero Giove alme figliuole , Vergini Muse che a temprar mia sete , Tutte in atto cortesi, e tutte sole Dal celeste Parnaso a me scendete ; Voi che ’l petto non già d’ attiche fole, Ma sol d* eterne verità m* empiete, Lasciate i carmi, e di pugnar maestre , Anco a voi tosco ferro armi le destre, v. Parte, del mar franga 1* orgoglio; o parte Distenda i lini, e diagli all* aure in preda: Altra osservi le antenne, altra le sarte, Altra i remi; al governo altra presieda, E negli astri s’ affisi, e con bell* arte Sempre a tutto provvegga, e tutto veda: Questa i fondi misuri, e sotto 1* onda Guardi se scoglio traditor s* asconda; 21G POESIE TOSCANE VI. E di Sicilia i mostri, e le mal note Siiti da luiige ai naviganti addite : Quella, quando più forte Austro percuote I vastissimi campi d’Anfitrite, Le vele abbassi, onde d’ effetto vote Vadati l’ire a cader: questa di mite Zefliro ascenda in su le molli penne , Doppiando il volo all’ animose antenne. VII. Ma già s’ appressa il gran momento, e giunge L’ ora che a scior dal lido il Ciel prescrive. Labbro da labbro , e sen da sen disgiunge Del cavo bronzo il tuono ; e fuggitive Volan già in alto le gran navi, e lunge Da lor si scostali le fuggenti rive : Ecco scema in distanza, ecco si cela, Nè scorgesi dal lito arbore o vela. Vili. Ond’ io coll’ ale de’ pensieri adeguo De’ venti il volo, e delle prore i moti; E quei che invan colle pupille io seguo, Sforzomi almen d’ accompagnar coi voti. Cosi anch’ io da me stesso or mi dileguo; E ’l cor che in guardi mobilmente immoti Più non corre, a sfogar suoi caldi affetti Corro sui labbri, e si discioglie in dotti. S<7 DEL TILICAIÀ , IX. Ond* è che alzando, come amor ni’ insegna, Quanto più alto alzar si può la voce, Grido: O di la dal Gange, e dove sdegna L* Arasse i ponti, e dove il Nilo à foce, Temuti Eroi, «ella cui sacra insegna Splende 1* onor della purpurea Croce, Ite, e di voi la Fama alto ragioui, O del gran Cosmo e della Fè Campioni: X. Ite , e con forte braccio incontro agli euipj Rotate il ferro; e di vostr 1 ampia possa Tai sul eretico mar lascinsi esenipj, Che ’l giel ne corra agli Ottomanper l’ossa, E pianga 1* Ebro, e i paventati scernpj Rodop8 aspetti, e tremi Olimpo ed Ossa. Non son forse codeste, ah non son forse Le vie che *1 prisco alto valor già corse! XI. Lepanto il sa, che nel naval conflitto Dei toschi abeti le tremende posse Mirò, stordito, allor che ’l sacro invitto Braccio d’ Europa i MusuJman percosse: Il san di Rodi e 1* acque il san d’ Egitto, D’ arabo sangue ancor fumanti e rosse ; E quei che i mari ad infestar sen vanno, Legni d’ Algieri e di Diserta il sanno. 213 POESÌE TOSCANE XII. Ma se le glorie degli antichi pregi Tanto la Fama in celebrar si stanca, Oh quai saran del valor vostro i fregi, Cui vera norma ed esemplar non manca f Io so che iu Cosmo de 1 grand’ avi egregi La virtù cresce ognor più forte e franca ; Quasi gran fiume che dal fonte ond’ esce,. Quanto si scosta più, tanto più cresce, xnr. Ei nato a far che al secolo presente Invidia porti la futura «tade , Per piaga eterna lagrimar sovente Feo l* affricane e l* idumée contrade : Ai piratici mostri arditamente Ruppe ei P artiglio ; e sull’ ondose strade Si fier pugnò, che predatrice antenna Qui non più 1* ali all’ empie vele impenna. XIV. Ei di giustizia e di pietade armato , Farà tosto ulular barbari lidi ; E a lui sol forse debellar fia dato Tartari, Assirj, Traci, Arabi e Lidi-. Per lui guerreggia la Vittoria e TFato* E a lui prodigo è’I Ciel d’alti sussidi. Ite dunque, e vincete: io qui n* aspetto La gran novella, e *1 pigro tempo affretto. BEL FILICAU. 319. XV. Nè.guari andrà, che voi di gemme o d’ auro. Carchi non già, ma di più altere some, Cento sul tracio mar, quai pria sul mauro, Rocche abbattute, e cento antenne dome Narrando andrete: ond’io d’ aonio lauro, Voi di lauro guerrier cinti le chiome; Voi coll’ armi al gran Cosmo, io colle rime Serto di gloria intesserem sublime . 2-20 POESÌE TOSCANE Dfel ritorno delle galere del Ser. Granduca, dalla Marea . CANZONE XX. In un pensier profondo Lunga stagion mi tacqui, e tacquer meco Le sfortunate corde Che un tempo in suou concorde Al mesto suoli de’ miei sospir fean eco. Ma quando archi e siiette il Re del mondo Tese e scoccò sul popol dell’ aurora , Allor mi scossi, allora Voci alzai d’alto applauso, e sciolse all’etra Sue lingue d’ or mia taciturna cetra. Tal se d’ Austro sonora Ferve sul mar tempesta, al ciel s’ estolle Il mar commosso, e anch’ei risuona e bolle. Ma se già i nomi e 1’ opre Eternai col mio canto, or T opre e i nomi Faccian, del Tempo a scherno, Questo mio cauto eterno ; E ’l Vecchio alato domator si domi Con quello stil c’ ombra d’ obblio non cuopre. 2 . 2.1 I)Ef, Fir.ICAI.i . Cinti d’ allor, già dall’ argiva Teli Riedono i toschi abeti : Già già la Fama gli precorre, e usciti Par che gl’ incontrili fuor del lito i liti. Dunque chi fia che vieti O nieghi al crin de’ guerrier forti e prodi Serto non vii di non caduche lodi 1 0 tu che all’ Arno imperi, Alto Signor, delle cui glorie il lume Con tenebroso inchiostro Invan dipingo e mostro ; Se dir di te lingua mortai presume, Perdona, e soffri che i tuoi fatti alteri Prestili lampi al mio stil. Forse ancor fia Che qual se scolta sia Lucidissima gemma, a debil luce Più distinto il suo pregio altrui riluce; Tale alla debil mia Luce che tua pur è, meglio si scuopra In queste rime ogni tuo pregio, ogni opra. Ma non io già la lunga Storia tesser vo’ qui di quel che i sensi Ed il pensiero eccede , E toglie al ver la fede: Arte con te diversa usar conviensi. Narrisi un fatto sol ; nè al ver s’ aggiunga Fregio alcun , che 1’ adorni. Ah potess’ io ìli POESÌE toscane Saettar sì I’ obblio Colf arco d’ or, còme tu 1’ empie schiere Col ferro apristi ! ah potess’ io le fiero Stragi del popol rio Ritrar con penna, e te nei versi miei Si eccelso far, come in te stesso il sei! Giace da noi ben lunge Penisola famosa, il cui contorno Triplice mar circonda; Penisola feconda, Cui, di Demetrio e di Nerone a scorno, Angusta terra al greco suol congiunge, Qua l’ alto impero a ricovrar perduto, Grande opportuno aiuto Mandasti tu di cavalier feroci Che al mar d’ Abido, e alle nemiche foci Dell’ Ebro impor tributo Parean col guardo altero. Or, che faranno Seimpugnanl’ armi, egiungondannoadannol Già impuguan 1’ armi ; e ’l forte Tuo braccio ohquantoimpiagardeedapresso. Se sì da lunge impiaga ! Orrida insieme e vaga Vista è ’l mirar come tu a uh tempo istesso Reggi in pace 1’ Etruria, e guerra e morte Portando in Grecia, qua col ferro affronti Barbare squadre, e monti 22 5 DEL riLICAIA, Alzi colà d’ eserciti disfatti ; Qua de* due Navarin 1’ orrende abbatti Alte orgogliose fronti; Modo» là cade; e nel cader, mercede Napoli qua di Romania ti chiede. Cosi con ferma pace Mentre che i giorni a suo piacer governa In cielo il sole , in terra Or muove all* ombre guerra , Or pon le nebbie in fuga, or quando verna Col giel combatte*, ed or lo strugge e sface Ma qual di gloria, o qual d* imperio speme Toscano Re, fu il seme De’ tuoi trionfi 1 ab fu l* onor di Cristo L* onor tuo solo, ed il tuo solo acquisto. Quanto di gloria sceme Le glorie son d’ un vincitor, s* ei mosso Per terrena cagion 1* armi e le posse! Tu per la Fè pugnando , x Nulla per te, tutto per lei vincesti. Il crederanno appena I posteri ; ma piena Gli daran fè quando udiran che il lesti, II festi tu che ognor gran cose oprando, Gli altri e te stesso con veloci passi Ad or ad or trapassi. Oh te dunque felice, a cui si raro 1l\ POESIE TOSCANE Pregio col saligne i tuoi guerrier compraro ; E di cui dir potrassi: Gran cose oprando, in tanta fama ei crebbe, Che sembianza di vero il ver non ebbe ! Alla naval gran lega Qual tu polso non desti ! e sovra gli empi Qnal da braccio toscano Scese mai colpo invano ? Qual bomba mai, qual macchina più scempi Eeo, che l’etnisca! Ecco al tuo piè si piega La vincitrice schiera, e a te davanti Le tante rocche e i tanti Popol vinti racconta, e quai le mine E quai fer le carcasse ampie riiine, 1 Quai fur gli assalti e quanti. Tu 1’ alte imprese in ascoltando, applaudì# E adorni poi col guiderdon le laudi. Ma là sul lito. acheo Mentre semini tu stragi e spavento , Qua dall’ ungaro suolo Liete novelle volo Ne portali 1’ aure messaggiere; e sento Che dell’ Austria il terror Buda cade'o, L’ invitta Buda ; nè l’ orribil muro Nè 1’ ostinato e duro Sforzo giovò dei difensor, nè schermo Feo la grand’ oste al di lei fianco infermo. É 225 DEL FIMCÀfA. Dio rimirolla, e furo Fulmin gli sguardi; onde se in lei m* affiso, Nella gran piaga il Feritor ravviso. E se chiave di senso Può giammai disserrar la ferrea porta Degli eventi futuri ; Se penetrar gli oscuri Del Fato abissi a nostra inferma e corta Vista mortai mai si concede ; io penso ( E la credula speme anco mel dice ), Penso che 1* ira ultrice Dell* offeso gran Dio delle vendette, Tutte insieme a spiantar l’indegne sette, E a sver dalla radice Gl* infami tronchi a inaridir vicini, Leopoldo in terra, e Cosmo in mar destini» Canzon che un fatto solo Narri di Cosmo, e taci gli altri; oh quanto Più veggio in quei che celi, Che in questo che al mio sguardo apri e disveli ! Qu\ credo al senso, e qui vegg*io sol tanto, Tanto sol veggio, quant* io qui rimiro; La più m* innoltro , e quanto penso, io miro» >5 Filic» Tom . L POESÌE TOSCANE r ll6 Nel terzo dottorato di d. Annibale Aliano. SOLETTO LXXXVI. Poidio triplico lauro al grande Albano Nel quarto lustro inghirlandò-la chioma,, Opra di sè maggior vide in sè Roma, E altier.ò ando.nne l’intelletto umano: E le bell’ arti ( alto prodigio e strano ! ) Vider lui che l’Invidia oppressa e doma,. Tutta ornai del saper sostien la soma, E stende ai termin del saper la mano ; E disser poi: Se troppo scarsa dote E il gran mondo dell’ arti a lui. che preda. Ne feo, ma preda che saziar noi puote; Giusto è ben che più grandi a sè provveda. D’ arti e di studj e di dottrine ignote Ignoti mondi, ed al gran zio gli chieda. DEL FILICm. tkVp All' Italia, BONETTO L XXXVII- Italia , Italia, o tu cui feo la Sorte Dono infelice di bellezza, onde ài Funesta dote d’infiniti guai Che in fronte scritti per gran doglia porte; Deh fossi tu men bella , o almen più folte, Onde assai più ti paventasse, o assai T' amasse men chi del tuo bello ai rai Par che si strugga, e pur ti sfida a morte! Che or giù dall’ Alpi non vedrei torrenti * ' Scender d’ armati, uè di sangue tintu- * Bevcr l* onda del Po gallici armenti; Nè te vedrei, del non tuo ferro cinta, Pugnar col braccio di straniere genti Per servir sempre o vincitrice o vinta.* POESIE TOSCANE •2aS SONETTO LXXXVIII. 3 . Dov 1 è, Italia, il tuo braccio! e a ebeti servi Tu dell’ altrui! non è, s’io scorgo il vero, Di chi t’ offende , il difensor meli fero : Ambo nemici sono, ambo fur servi. Cosi dunque V onor, cosi conservi Gli avanzi tu del glorioso impero ! Cosi al valor, cosi al valor primiero Che a te fede giurò, la fede osservi ! Or va’; repudia il valor prisco, e sposa L’ozio; e fra il sangue, i gemiti e le strida, Nel periglio maggior dormi e riposa: Dormi, adultera vii, liti ebe omicida Spada ultrice ti svegli, e sonnacchiosa E nuda in braccio al tuo fedel t’ uccida. DEL FILICAIA . 229 SONETTO LXXXIX. 3 . Vanno a un termine sol, con passi eguali, Del verno, Italia , e di tua vita T ore ; Nè ancor sai quante di sua man lavore A tuo danno il Destili siiette e strali. Ma qual per sotterranei canali Scorre ’l Nilo , e improvviso esce poi fuore Tai, schiuso il fonte deL natio furore, Tutte in. te shoccherai! T acque dei mali : E vedrai tosto in si turbata e liera Onda naufraghe andar tema gelosa, Prudenza inerme, e vanitate altera: Vedrai che imperio disunito posa Sempre in falso ; e che parte indarno spera Salvar, chi tutto di salvar non osa. POESIE TOSCANE . •n’k) SONETTO XC. 4 - ono, Italia, per to discordia e morte In due nomi una cosa; e a si gran male Un mal s’aggiugne non minor, che frale Non se’ abbastanza nò abbastanza forte. In tale stato, in cosi dubbia sorte ' Ceder non piace, e contrastar non vale: Onde come a mezz’ aria impennali T ale, E a fiera pugna i venti apron le porte; Tra ’l frale e ’l forte tuo non altrimenti Nascon quasi a mezz* aria , e guerra fanno D’ ira, invidia e timor turbini e venti; E tal piovono in te nembi d* affanno, Che se speri o disperi, osi o paventi, Diverso è ’lrischio, e sempre ugual na ’i danno* TDKL FlUCAU * ‘ **3t SONETTO XCL 5 . Celiando gin dai "rari monti bruna bruna Cade 1’ ombra , un pensiero a dir mi sforza S’ accende altrove il di, se qui si smorza; Nè tutto a un tempo l’universo imbruna. Indi esclamo: Qual notte atra importuna Tutte 1’ ampie tue glorie a un tratto ammorza (Morie di sennò, di valor, di forza Già mille avesti ; or non ài tu pur una. E in cosi buie tenebre non vedi L’ alto incendio di guerra , onde tali’ ardi ? E non credi al tuo mal, se agli occhi credi Ma se tue stragi col soffrir ritardi, Soffri, misera, soffri ; indi a te chiedi Se sia forse vittoria il perder tardi. s3a poesìe toscane SONETTO XCII. Soffrì, misera, soffri. Ecco al tuo foco Temprali l’inverno i Franchi; e s’interpone Sol fra’ tuoi scempj e te rea stagione Che ornai s’ avanza, e al nuovo aprii da loco . Ma pria che tromba micidial col fioco Suo canto accenda la fatai tenzone, Odi ciò che in tuo danno il Ciel dispone. Estremo è il danno; e ’1 prenderai tu a gioco ! Freme il nemico, e ti vuol morta; e giura, Giura di far, pria che ’l terren verdeggi, L’infausta messe de’ tuo’ guai matura . Non oscuro è il linguaggio : ancor non leggi Nelle minacce sue la tua sciagura ! O servire , o morir. Pensa , ed eleggi. L DEL FILICÀIA « » a3J? All* Italia # CANZONE XXL E pure, Italia , e pure Quell* atro nembo eli* io lontan vedea* Nembo gravido d’ armi e di sciagure, Diluviò sul tuo capo ! e pur serbaro La sfortunata mia canizie i Fati A pianger V alta e rea Fiamma ond* ardono i regni, e *1 grande amaro Scempio che i fonti del dolor seccati, Un più doglioso umor dagli occhi elice ! Occhi, pregio infelice Di questa fronte; se *1 veder mi è morte , Ambo le vostre porte Chiudansi al giorno, oh cecità felice ! Falso nunzio foss* io di quel eh’ io vidi, O men credulo il core, o voi men fidi ! Sceser, quaì nevi sciolte , Giù dall* Alpi a inondar gl* itali campi Due gran torrenti poderosi ; e accolte Quant’acque à ristroequanteiiBeti e quante ^34 POESIE TOSCANE La Senna, irati si affrontar. Qual fiero Di guerra incendio avvampi, Sailo il Po, sailo il Mincio, c il san le tante Armi che ree di tanto stragi, al vero Faccia di ver non danno. Il suolo anch* esso, Il suolo, ahi non piu desso ! Ben sailo; e sailo il Ciel che *1 morto stuolo Guarda, en’à sdegno e duolo E piotate; anzi par che ’l ferro -istesso Seco in parte s’ adiri , e in parte scusi Sua colpa, e ’l braccio e ’l feritore accusi. Per sotterranea vena Come ’l Caspio all* Eussin l’ onde marita; S\ di quest’ armi la straniera piena Per profondo canal d* alto accidente Tutte-qua 1’ acque scaricò; nè aperto Sentier veggio all’ uscita , Quale all* entrata il vidi. Oli se all’ardente Spirto che in seu mi bolle , il duol sofferto Aprisse il varco, come or 1’ apre al piauto; Alma ncn fu mai tanto Alpestra e dura , eh* io pietate in lei Or non destassi ; e andrei Gridando: Oh quante gran riiine, oh quanto Costa sangue e dolor quel fregio e quello Gloria che impero e monarchia s’ appella! Gridando andrei : Qual bolle DEL FILIC.VfÀ . 235 Di ragion sotto *1 fumo ira e disdegno? E qual tra 1’ ira e la ragion si estolle 3 Quasi a tnezz’ aria, tempestoso e nero Nuvol d’ affanni ? può desio di chiara Fama, e desio di regno Le due gran braccia del cristiano impero Contra se stesse armar ? può ardente gara, Mentre 1’ un 1’ altro impetuoso assale, Far che del nostro frale Armisi, e bella dei gran danni nostri L’Asia infedei si mostri? Ah se questo non è , qual vento , o quale Altra più interna furia è che l’immota * Terra lin dal suo fondo agiti e scuota?^ D’Italia, oimè ! l’antico * iq Pregio , e P opra che giova , onde Natura, Quasi gelosa di terren si amico, Le diè per fossa il mar, P Alpi per rocca? L’ àn già delusa i proprj schermi ; e- quella Di monti alta struttura , Fede or più non le serba . Ecco trabocca D’ estranio sangue il piano: e a la novella Stagion, qual fia che spunti o fronda o fiore Che da sanguigno umore Vita non prenda ? Ma se’l mesto ciglio Volgo al comun periglio, Al periglio vichi i quanto è maggiore 236 poesìe toscane Or che I* un campo e l’altro arnie arme freme Del mal che Italia soffre, il mal che teme! Cosi ’l dolor profondo Sfogherei col dolor. Ma già nel grande Italico naufragio ir tutti a fondo Veggio i legni minuti , e. veggio stanchi I gran navilj . Qual di sè il governo Lascia; e qual da più bande Cede al flutto superbo : altri co’ fianchi Mezz’ aperti, del mar ludibrio e scherno Erra; e mancangli vele, arbori e sarte: Altri in gelosa parte L’ altrui rischio riguarda, e ’l suo paventa Tema non par che senta Altri ; e si ben del veleggiar sa 1’ arte, Che gli scogli e l’irate onde frementi Schiva , e ’l rispettan le procelle e i venti.. Ma qual tra mare e mare Se interposta talor lingua di terra Vada sott’ acqua, ove fu l’istmo, appare Tutto mar, nè vi è sasso in cui si scriva, L’ istmo qui fu; tal fra litigj e sdegni Tanti, e fra guerra e guerra , Benché alberghi la pace all’ Arno in riva; Se lia che rotti gli argini e i ritegni, Qua e là trascorra il ferro, odio fia tutto,, Tutto fia sangue e lutto DEL FILI CAI A. 2$7 !É incendio o strage e morte. Il suoli dell’ arma Odo , e ’l guerriero carme Di rauca tromba , che ii non anche asciutto Brando al campo richiama, e in voci orrende Gli sdegni e gli odj e le battaglie accende. Donna del Ciel, che ’l puoi, E ’l dei far perchè ’l puoi tu sola; io fondo L’ aita mia speme in te . 'Tu i grandi eroi Che àn degl’ imperj il freno, e ’l cui diviso Voler divide , e tutto in una involve Bulina estrema il mondo ; Unisci e lega. Oh se mirasser fiso I tuoi he’ lumi , e come amor gli volve Soavemente ; oli se mirasser quelle Acque amorose e belle Che dai begli occhi piovono, e ’l bel velo Onde gli asciughi , e al Cielo , Al Ciel fai forza; quai d’ amor rubelle Alme vedriensi or che 1* afflitto ciglio Volgi, e dai voce ai pianto, e preghi il Figlio l Figlio, son figli miei Quei che ’l ferro distrugge ; e ’l sangue loro È tuo sangue, e mio sangue. Alza trofei Contra di te ’l tuo corpo ; e piede a piede, Mano a man, braccioabraccioavventamorti# Vede il crudel lavoro Natura, e a te s’ appella e ragion chiede; rtb' roirsiE toscane E tu *1 vedi, Signor, vedi, e ’1 comporti ! Frutto e lior nel mio seno; c con altero Mirabil magistero Eternitate e tempo, e vita e morte,. E bassa ed alta sorte In te già unisti, e servitale e impero; Nè farai c* or si unisca ia regio core Legge di regno, e legge ancor di amore 1. Signor, 1’ afflitta greggia Mira , e 1* afflitto tuo pastor che genie , E in gran tempesta di pensieri ondeggia;. Mira il Lazio tremante : odi le strida. Delia misera Europa che le vene A te di sangue sceme Mostra, e mercé'ti chiede, e in te confida. Pel grande annunzio che 1’ antica spene Colmò di gioia , e me turbò; pei vari Miei dolci affanni amari, E per quest-’ occhi che sul corpo esangue Pianser del cuore il sangue; Cessin l’arme, ti priego ; e de* miei cari. Se ti offese lo sdegno e *1 dei punire , Abbiali vita gl* irati, e muoiali i’ ire. Ma non che un sol tuo detto , Vergine bella; un sospir solo, ed una Stilla de* tuoi bei pianti al tuo Diletto Toglie i fui ini ii di mano, e a me V impreso- p DEÈ FIUCAIA. 2Ì9 Del mio sperar vittoriose rende. Ecco schiarir la bruna Aria: ecco un’ alba lampeggiar cortese, Alba che , quanto il mio veder si stendo, Tutto a indorar l’italico oriente S’ alza , « col piè lucente Della cieca discordia i nembi e 1’ ombra Preme, calpesta e sgombra ; Alba amorosa , dal cui. seno ardente Par che spunti la pace, e n’ esca fuora, Qual lìor da stelo , il sospirato albóre. Che se immaturo è il giorno, E un profetico sguardo il vede appena ; Verrà quel Sol che in te già feo soggiorno; Verrà ben tosto, e tosto andran disperse Dal telo illustre de’ suoi rai le folte Nebbie ond’ Italia è piena. Pioggia di gioia lia che intanto io verse Pergli occhi ; ed’alto gaudio in suoli disciolte A. te le voci, e le man giunte alzando, Pace anderò gridando. Pace ognor grideran templi ed altari , Pace le spiagge e i mari: E allor che andran gli alti litigj in bando , Dirò a gran voce : Se più bella e viva Tornò in terra la Pace , a te s’ ascriva. Vanne, Canzon , là tra gli armati , e grida : */ 4 o poesìe toscane Sorge più d’ alto, che dal cielo assai, Dei mar la Stella ornai ; E in guerra Itali a, e ’l mondo in guerra è ancorai Di sangue assai finora Forse non bevver le pianure e i monti l Chiudete ornai di tante vene i fonti* Fine dei Tomo Primo % 3 kjl INDICE DELLE POESÌE TOSCANE Contenute in questo primo Tomo . SONETTI. Lcque infide già corsi : or la tenace Pag. ia3 Apri, Fortuna, per un solo instante 64 Aure che a far le pene mie canore r 147 Alto Signor che dall’ esilio indegno 120 Cosi con saggio avviso i giorni e 1’ ore go Così parlommi ; e per le afflitte vene 104 Dai chiari orrori di quel puro inchiostro 111 Da indi in qua nella svegliata mento 122 Dall’estremo occidente o tu che il piede 2^3 Degli aurei detti oh come al suon s’avventa 128 Dell’ Elsa un giorno, come vuol Fortuna , 84 Dietro a questi ancor io, nè so già come, i3o Dov'è, Italia, il tuo braccio ? e a che ti servi 228 E a dir mi sforza , come in te diffuse i35 E ancor fingi, Fortuna , e ancor m’ allette ! 65 E ben potrà mia Musa entro le morte gg Ecco 1’ Anno già vecchio, eccol canuto , 8g E colla mente più che vento ratta lyg Pitie. Tom, I. 16 2.j2 Ed avvi ancor chi pellegrini strali - ivo Ed or quell’ alta sempiterna Idea , 101 • Era già ’l tempo che del crin la neve ioo Foco cui spegner de’ miei pianti l’acque 107 Già stende all’ olmo la feconda moglie SS Giunto quel grande, ove 1 ’ altrui gran torto , 6 Grande fui mentr’ io vissi; e scettro tenne 210 Ih quella età che la ragion germoglia 182 Io era in Pindo , e vidi a un tratto il suolo i 36 Io son si vago dell’ orror natio S6 Italia , Italia, o tu cui feo la Sorte 227 Languia Cristina : e qual se discolora 200 Ma che dirò del si profondo e grave 127 Ma che dissi! ancor dura il regno, e serva au Ma più che altrove , qui sul Tehro io regno; 212 Ma quando Sirio le campagne accende , <87 Ma tolga il Cielo i tristi augurj, e rieda 1-80 Ma tu , Signor, sotto il cui santo e giusto i 3 i Mentre ogni fonte i disperati ardori >49 Mentre sul vago aprii degli anni vostri, i 44 Misero ingegno, nel cui suolo aprico > 4 ^ Moristi ! e potè tanto, 0 tanto ottenne i 34 Morte che tanta di me parte prendi, 98 Muse, o voi che rompeste al doppio scoglio n 3 Nate e cresciute sotto fier pianeta, > 4 ® Nell’ interna repubblica un affetto 69. Non tanta folla : entrate a poco a poco , 7 PI 2Z|3 .«•'Non tei dissi, alma mia, che un dì saresti io 1 Notte d’ ozio e d’ error già stese avea 121 O dell’ Etruria gran Città rcina, 83 Oh da te stesso e dal tuo fin primiero io3 j Oh quante volte con pietoso affetto: 106 O ’l dolce tempo eh’ io di te godei, 71 Or chi fia che i men noti e più sospetti 10S O tu che all’ etra co’ tuoi vanni alteri 114 O tu che in fragil legno al nostro mondo 177 O vinto si, ma non mai vinto appieno 70 Pensier robusto nell’età men forte, 67 Piangesti, Roma, e in te si vide impressa 8 Poiché a gara in far voi di voi maggiore na Poiché triplice lauro al grande Albano 226 Quando al gran corpo del romano impero 9 Quando giù dai gran monti bruna bruna 231 Quando la gloria delle umane cose, 85 Questa che scossa di sue regie fronde, 207 ■Qui del puro natio dolce idioma ia5 Qui’lgreco Autor che andòsl presso al Vero,126 I Qui senza nube riposati e lieti 124 Qui sua sede à la gloria, e quinci ognora , i33 Redi, se un guardo a voi talor volgeste, 173 Sbocca il gran Nilo da sorgente occulta, i 32 Se a chi t’ adora ogni prudenza è tolta, 66 Se co’ termini angusti di Natura, ìyS ■Se grazia il vinto al vincitor verupa 4 Signor che al mondo e alla Natura imperi, io'S . Signor, mia sorte e tuo mirahil dono 109 Signor, se d’inni al reo costume infesti 3 Soffri, misera, soffri. Ecco al tuo foco a3a Sono, Italia, per te discordia e morte 23o Storia, vita de’ tempi, o tu che a Morte G8 Sul Tebro io l’ebbi ; e poi che gli occhi al vero 209 Tacqui, o gran Donna : e non so già se merto 1 g4 Tenera luce in due begli astri alzarse 181 Tirsi, qui appunto, ove in quest’orno incisa 208 Tra il forte Ibero e il Lusitano invitto 5 Tu parti, o cara 1 e me qui lasci, e togli 78 Vanne pur, passa i mari, e della terra 178 Vanno a un termine sol, con passi eguali, 229 Udite, udite come ai vostri accenti 176 Vedovi affetti che costei vedete no Vidila, in sogno, più gentil che pria, 102 Vidi poc’ anzi un torbido e veloce 72 Vivrà 1’ Arcadia . Un di Taira mel disse; 148 Voi tolto al mondo, eche fia’lmondo le quali 174 3 :,5 / CANZONI, TERZINE E OTTAVE. Acque infelici del gran pianto mio , Pag. i 5 o Alma bella rèal, che si repente 1i 5 Alta Reina, i cui gran fatti egregi 2 83 r Cara morte de’ sensi , obblio de’ mali , 74 Dal balzo d’ oriento 55 Dogliosi affetti che dagli occhi al seno 166 E lino a quanto inulti 11 E pure , Italia , e pure 233 Firenze mia, benché miseria estrema 77 Forte Campiou che cingi 3 g In un pensier profondo 220 Le corde d’ oro elette 17 Nevi, del freddo cielo 91 O del Desio gemella, i <)5 O di provincie mille 201 O grande, o saggio , o glorioso Augusto, 23 O tu cui trasse fin dagl’ Indi estremi i 58 Padre del Ciel, che il gemino emisfero 45 Padre del muto Obblio , g 4 Piante che all’ Arno in riva 137 Qual con faconda piena 52 Re grande e forte, a cui compagne in guerra 3 o Scioglier dal lito, e eoa un fragil legno 2>4 ALCUNI CLASSICI ITALIANI, ■Finora stampati da Gl B. VjTARLr.L; : Udizioni in tutto simili alla presente. La Divina Commedia di Dante Alighieri. Edizione formata sopra quella di Cornino del 1727; colla Vita dell’Autore, col di lui Ritratto inciso da Zuliani sopra quello di Mor- ghen , che si trova nell’ Edizione de’ Classici stampati a Pisa dalla Società Leti, e Tipogr. ; e con tre Rami rappresentanti 1’ Infebno , il Purgatorio cd il Paradiso, secondo la descrizione che ne fa lo stesso Dante, i voi. in rG.°, di pag. G02. Suo prezzo netto L. 4:io d’It. Indici ricchissimi che spiegano tutte le cose più difticili, e tutte P Erudizioni della Divina Commedia di Dante Alighieri; e tengono le veci d’ un intero Comento ; composti con somma diligenza da G. A. Volpi, r voi. in 16.°, di pag. 544.L. 3no Le Rime di m. Francesco Petrarca. Edizione formata sopra quella di Cornino del 1732; colla Vita dell’ Autore, e col di lui Ritratto inciso come sopra . 2 voi. in 1G. 0 , di pag. 708.L. 4:10 L’ Orlando Furioso di m. Lodovico A- RIOSTO. Edizione formata sopra i Testi antichi più accreditati, e principalmente sopra quello di Falgrisi del 1556 ; colla Vita del- J’Autore, e col di lui Ritratto inciso come sopra. 6 voi. in 16.°, di pag. 196G. . . . L. i2:3q La Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso . Edizione formata sopra quella di Bar- toli del i5go; colla Vita dell’Autore, e col di lui Ritratto inciso come sopra* 2 voi. in iG.°, di pag. 716.L. 4 ; io La Coltivazione ih Luigi Alamanni . E- dizione formata sopra quella di Cornino del 1718; colla Vita dell’ Autore; col di lui Ritratto inciso da Zuliani sopra quello che si trova nella suddetta Edizione di Coniino ; e con Tavola delle cose più notabili, composta "da G. A. Volpi . ; Le Api di Giovanni RaìCellai . Edizione sformata sopra quella di Cornino del 1718; colla Vita dell’ Autore, e con una Tavola delie -cose più notabili, composta da G. A. Volpi. [•* Bacco in Toscana di Francesco Redi . [.Edizione formata sopra quella di Mulini del i685 ; colla Vita dell’ Autore . Le suddette tre Opere sono riunite in un voi. in 16.°, di pag. 348.L. 2:56 L’ Aminta di Torquato Tasso . Edizione formata sopra quella di Cornino del 1722; col Ritratto dell’ Autore, inciso da Zuliani sopra quello di Morghen, suddetto. Si aggiungono 1 ’Amor Fuggitivo dello stesso 'Lasso; e un Discorso sopra 1 ’ Aminta , dell’ ab. Se- RASSI ; tratti dall’ Edizione in 4- di Bodoni del 1789. . Il Pastor Fido del cav. Batista Guari- ■ni. Edizione formata sopra quella di Ciotti del 1602 ; colla Vita dell’ Autore, e col di lui Ritratto inciso da Zuliani sopra quello che si trova, nella suddetta Edizione di Ciotti. • \ V Le suddette due Opere sono riunite in un' yol. in 16.°, di pag. 462.. . . L. 3:58 Sotto il Torchio . Il Decamerone di m. Giovanni Boccaccio . Edizione formata sopra il Testo Mannelli, tenute a riscontro le più celebri Edizioni antiche e moderne . • . JK ^ " ■. 'wfo/ r Jìtifàì A ÌX' 3 y ! •> Uiì ì.tt. iììiT ». •,*Lr;,b r;* -, wmm *«k»\ M&t -.. « c. *$ f. 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Ma non sol» io che parlo , ed ìq non sono Tal, che osi tanto e che tant’ alto mire: Del gran vostro German le nohil ire Son 1’ alte voci ond’ io con voi ragiono. Vinse egli, è vero, e sue vittorie poi Vinse ancor ; ma di pace infra le calme Guerra or fan vostri pregi ai pregi suoi : Che s’ ei pugnando aggiunse palme a palme Con trionfo maggior s’ aggiugne a voi, Senza pugnar, la monarchia dell’ alme. 1 Filic. Tom. II. 2 POESÌE toscane Al Scr. Elettor di Baviera, in occasione dell * espugnazione di Buda e di Belgrado . SONETTO XCIV. i. V idi sull’ Istro spaventosi alzarsi Nembi d’ orgoglio , e palpitar 1’ arena : Vidi d’ arabe squadre orrida piena Romper fede alla sponda, e dilatarsi ; E si feroce e torbida innoltrarsi Dell’Austria i campi ad inondar, die appena In lei, d’armi e d’ orror gravida e piena , Osò il tremante mio pensier fermarsi. Già indietro volti lo smarrito avea Mio spirto i passi, e tra spavento e lutto A terra il guardo attonito cadea ; Quando il bavaro Alcide all’ empio flutto Tal guerra fe, che al suo furor la rea Onda diè loco, e tornò il lito asciutto. »el nr.icAiA 3 SONETTO XCV. 2 . •Strinse il ferro , e più grande in lui Fusata Coraggio apparve , e più guerrier l’ardire s E urtar falangi, e folte schiere aprire , E tutto abbatter T Oriente armato ; E ad un volger di ciglio, in più d’ un lata Monti alxar di cadaveri, e coprire D’ossa la terra; e collegata unire Seco in battaglia la Vittoria e ’l Fato , Fu quasi un punto. Ma del vero ad onta, Troppo a tanto valor manca di fede O se tace la Fama, o se ’l racconta : Ch’ ei non pur gli anni coi gran fatti eccede ; Ma la sua stessa gioventù, se conta Le tante palme sue , canuto il crede. 4 poesìe toscane SONETTO XCV1. 3 . Sull’ altere di Buda ampie riiine Siede stanco, e mi dice il mio pensiero : Qui le sciagure del pannoino impero Ebber principio , e forse avran qui fine : Qui, come fulrnin che dal ciel riiine, Precipitosamente il gran Guerriero Giunse ; qui ruppe il forte muro altero , E qui pose al valor meta e confine . Mira poi ( dice ) d’incredibil cose Lunga serie , ma vera ; e mira in quante Guise ai gran rischi il reai capo espose : Mira che al volger del suo fier sembiante Tremò Belgrado, nè a’ suoi sforzi oppose L’inespugnahil rocca argin bastante; DEL FILICAU . SONETTO XCVIl. 4 - Ch’ ei circondoUa; e come cento avesse - Braccia, ove ’1 suon dell’ armi era più spesso , Sforzò 1’ armi e i ripari, e a un tempo istesso Batte'o le mura, e i difensori oppresse. Io , qual nell’ alma il mio pensier l’impresse, Veggiolo; e parmel di veder si presso, E vero si, eh’ i’ giureria che desso Fosse , e ’l ferro in battaglia alto tenesse . E ritrar con pbetico pennello Il vorria pure , e colorirlo in parte ; Ma ben poco ne abbozzo, e’1 più scancello : 0nd’ io, di sdegno pien, su queste carte Giito il perinei, nuovo Niialce ; e quello Può ’l caso far, che non poteo far 1’ arte . 6 POESIE TOSCANE SONETTO XCVIII. 5 . M a tanto ei poscia nel valor s’affina, E cresce tanto, che a si alto segno Debile sforzo di mortale ingegno , Quanto s’innoltra più, men s* avvicina . E sebben di sua man tutto in riiina Va della Tracia e va dell’ Asia il regno j A farsi ognor di maggior gloria degno, Con franco piè pur tuttavia cammina. Ed or che stride il verno, e la nevosa Sfagioli 1’ armi cessar fa sulla terra , Cessa ei bensì, ma nel cessar non posa : Che qual, ferma sull’ ale, il guardo atterra L’aquila, e sta sol per ferir pensosa; Tal ei col guardo e coi pensier fa guerra. DEL FIMCÌ.IA. 7 ' SONETTO XCIX. 6 . Nè guari andrà che ad abbassar 1’ altura Del tracio impero, ei tornerà sul campo; Nè fiano al piè di sue vittorie inciampo , Di Costantino e d’ Adrian le mura . Cadrà ( mi dice il cuor presago , e ’1 giura Pel zelo ardenteond’iomaisempre avvampo), Cadrà Bizzanzio: e qual trovar può scampo Chi di sè si fa legge, e ’l Ciel non cura ! Cadrà , cadrà Bizzanzio : alle temute Barbare spade non fortuna o frode , Ma guerriera il riserba alta virtute . Cadrà, cadrà ; ma da guerrier si prode Vinto cadrà, che fian le sue cadute Di pregio al vinto, e al vincitor di lode. 8 poesìe toscane Desiderio di fama. AUa Ser. Violante Beatrice di Baviera , Principessa di Toscana . CANZONE XXII. O Tempo, o tu elle barbari trofei Ergi dovunque passi , E te col moto tuo struggi e rinnovi ; Se a glorie aspiri , se pensier non bassi Nutrì , e invincibil sei , Fermati, o ’1 passo lentamente muovi, Tanto eh’ io schieri e provi Tutte mie rime al generai conflitto ; E a combatter cogli anni e coll’ obblìo Mostri che ò cuore anch’ io . Campimi se’ tu si poderoso e invitto Ch’ esser da te sconfitto Mi sembra onor . Compita Ne fia tua gloria se a por tutto in armi L’ esercito dei carmi, N on chieggio al Tempo i neon tra ’l Tempo dita. Ben sai che spesso nei minor cimenti Felicemente audace, ; DEL FILIGATÀ, t) Te de’ gran nomi domator domai : E potei farlo. Ma che prò , se in pace, Arco ed arder, m’ avventi * Per sbietta te stesso , e a voto mai Pfon scocchi, e piaghe fai, Che 1’ ore abbreviati del mio viver corto ? Vinci fuggendo, e nel fuggir calpesti Questo mio ’ngegno, e questi Versi. Ah così, cosi m’ oltraggi a torto T Ma se in me spento e morto Non è il valor ; s’io sono, S’io son qual fui poc* anzi, e a Febo in ira Non venne ancor mia lira ; Vo’ che a forza ti fermi, e n* oda il sijono » Qual già di Coleo la rèal donzella, Per trattener del padre JL* impetuoso corso , a parte a parte Ruppe e sparse le amabili leggiadro , Fraterne membra, e in quella Guisa il moto arrestò paterno in parte; Tal io spargendo ad arte Quel eh* io tesso sui fogli alto lavoro, Tratterrò la tua fuga ; e lento lento N* andrai tu poscia , intento A raccor del mio spirito canoro Gii sparsi accenti d* oro. 1 Con si leggiadro inganno- i t I0 POESÌE toscane Forse avverrà che divenir si veda Il predator mia preda , Nè più 1’ ale spiegar tenti a mio danno . Ed oh s’ unqua vedrò dal suolo alzarse , Quasi pianta che cresca, La mia giovane fama, e a poco a poco Gir contro agli anni più fiorita e fresca, Senza giammai seccarse; Talché l’ingiurie tue prendasi a gioco, E nulla tema o poco Il grand’ urto de’ secoli ; e quant’ ella Si estolle, tanto si dilati e affond» Sue radici profonde ; Quale allor di poetiche quadrella Scaricherò procella Su la tua fronte ! e quale Mostrerò te superbamente a dito Abbattuto e schernito Campion senz’armi , e volator senz’ ale! Ma dove sono ! e con chi parlo ! Il Tempo ( Ahi lasso ! ) , il Tempo intanto Nuovi figli produce ; indi si spesso E con tal fretta gli divora, e tanto Di quel eh’ i’ era un tempo , M’ invola e fura, eh’ io non son più desso Nè in me pur ora io stesso L’ antico me ravviso; onde sovente DEL FI LICATA » Il Cogl’ ingegnosi miei strani deliri Forza è che pur m’ adiri, E tutta bagni di sudor la mente : Che dell’ etate al dente Cede quant’ io già scrissi ; E la mia gloria che già muore in fasce, Di sè non fla che lasco Tanto che basti ad accennar eh’ io vissi . Che se ad onta de’ secoli tiranni, Di più d’ un nome ancora Parla la Fama , e inanca il loco al grido Io che sull’ etra non m’ alzai finora Con si robusti vanni, E dell’ arte e di me poco mi fido, Romper di Morte al lido Con rotta vela e con sdrucito legno Vedrò i naufraghi carmi, e in mezzo all’onda Invali la sorda sponda Chiamar sovente di naufragio in segno. Nè spero io già nè degno Son di sperar che , come D’ alto cadendo le gran moli annose Ruine alzan famose , Sian 1’ istesse riiine ali al mio nome. Canzon ; dell’ Arno sulla riva augusta , Donna è si grande, che del regio altero Splendor tutto empie il gemino emisfero, 12 POESIE TOSCANE D’ anni non già, ma di grand’ opre onusta. A lei t’inchina, e sol da lei che cribra I chiari scritti, e libra Con giusta lance il merto, alla mia cetra Eternitate impetra. A suo piacer governa Essa 1’ imperio della Fama; ed essa, Più che la Fama istessa , Fa guerra al Tempo, «d i gran nomi eterna. DEL FILICÀIÀ. i3 Per la commedia delia Serenìssima Principessa di Toscana, recitata da S.A. } e dalle sue dame d * onore • SONETTO C. ircene, voi noi sapete. Oh se sapeste Qual piè vi premè, e di quai fila è ordita La gran comica tela, e dond* è uscita L* arte e 1* ingegno che 1* adorna e veste ; D* ossequio piene e di stupor, direste : Oh arte, oh ingegno, oh maestria 'rifinita D* un dir che col non vero al yer da vita, E fa che *1 vero nel non ver si deste ; D’un dir che in se trasforma e rende immoto Altrui non pur, ma, di Natura a scorno , Toglie all’ occhio , alpcnsiero e al core il moto ! Voi sì direste . Io, che dirò, se intorno Alla grand* opra ammirator devoto Smarrii me stesso, e a me non fei ritorno l poesìe toscane i4 Per la commedia della Serenissima Principessa di Toscana , intitolata : L’Impegno stravagante > SONETTO CI. IVuova d’ire e d’ amori aurea struttura Su regie scene un dì mirando, alquanto Fra sè pensosa dubitò Natura Se suo pur fosse, o pur dell’ Arte il vanto. Oh mirabil ( poi disse ) alta orditura ! No, non può 1’ Arte e non poss’ io cotanto. Più d’ alto assai, che da terrena cura, Muove un lavor che del divino a tanto. Di reai Donna è 1’ opra : ella vi espresse Di me il'più bello ; e ’l bello al forte unito, L’ Arte affinò coll’ arte, e me corresse. Ond’ io che al mondo ammirator 1’ addito, Fo legge a me delle sue leggi istesse, E la mia grande imitatrice imito . DEL FILICAIA. lì Per la nascita della Serenissima Granduchessa Vittoria . SONETTO CII. lba illustre felice, alba foriera Di quel gran di che le mie notti aggiorna; Bell’ oriente di Colei che adorna Di mille glorie , al suo bell’ Arno impera} Se giusto priego in Ciel s’ ascolta, e intera Do fede al cor che mel promette ; ah torna, Torna cento e più volte, indi ritorna, E giunga tardi ai giorni suoi la sera : Nè i rai che uscir dalla tua fronte io miro, Pareggili gli anni onde al mortai suo velo Splendida i Fati e lunga serie ordiro » Cosi pregò 1’ Etruria ; e i preghi e ’1 zelo, Della Fede sull’ ali al Ciel salirò , E balenò da man sinistra il cielo. t6 poesIe toscane V Allegrezza ; mascherata del Calcio nel giorno natalizio della Ser. Granduchessa Vittoria . OTTAVE. .A-l moto, al guardo, agli atti , a la favella , Qual io mi sia, dii non ravvisa ! io sono Figlia dell’ Ozio , e del Piacer gemella , Di quel Piacer che d’Innocenza è dono : L’ Allegrezza son io ; ma non già quella , Quella non già eh’ ebbe qui sede e trono . Fui tale un tempo; or dal mio regno sgombra , Altro non son che di me larva ed ombra. II. Di forze quindi e di consiglio priva, E del mio soglio e di me stessa in bando; Di sentiero in sentier, di riva in riva Me altrove andai lunga stagion cercando : Nè dov’ io pur mi trovi, ancor m’ arriva Indizio certo, e vo tuttora errando. Il desir vago , in desiar più cresce ; E al conteso desir forza s’ accresce . DEL FILICAIA. 17 III. Cresce il desire. Or quando Ila eh’ io trove La mia perduta dolce forma vera , E a me stessa mi renda, e me rinnuove, Quel eh’ io son trasformando in quel eh’ i’ era! Voi, reai Donna, dal cui ciglio piove Alta virtù che dolcemente impera ; Donna in cui regia stirpe e titol regio Sono il men bello ed ammirabil pregio; IV. Fate voi si, che nome e sorte io cange ; E pria che in me del piangere il costume Passi in natura, del dolor che m’ auge, Si stempri alquanto il ben temprato acume ; E se d’ odor sol visse altri sul Gange, fo sul bell’ Arno del sOave lume Viva sol de’ vostr’ occhi, e Ve mal vive Egre speranze e la mia morte avvivo. V. Opra ciò Ira d’ un vostro sguardo : i’ muovo Già i passi ; e mentre in di si lieto io veglio Ad inchinarvi, eeco nriracol nuovo , Torno in me stessa , e qual già fui divegno; Ecco che in voi 1’ antico me ritrovo : Ardono in me gli spirti, arde 1’ ingegno, E ’l cuor mi brilla, e riede a me il natio Vigor degli occhi, e 1’ ardimento e ’l brio. Fìlic. Tom. IT, 2 iS POESÌE toscane VI. E con questa mia turba il gran natale Di voi festeggio; il gran natal cui s’ ode Con carmi eletti, e in suon più che mortale Cantar 1’ Arno e '1 Metauro inni di lode. Turba è questa ingegnosa , e in pregio sale, E degna è ben che ’l suo valor si lode , O sciolga il canto, o ’l piede in aria libri Con gentil danza, o ’l pallon batta e vibri. VII. Ben so che altr’ esca di piacer vi ciba., E i fior più sacri di lassù discesi Vostra grand’ alma, ape amorosa, liba Coi pensier saggi alla dolce opra intesi: So che i terreni fior più non deliba; E’1 provo anch’io, perchè da voi 1’ appresi. Uom che terra sol prezzi e terra brami, In voi si specchi, e’l Ciel, se può, non ami. Vili. Ma terreno gustar nobile oggetto Non Ca pertanto ignobil voglia e bassa; Che torbid’ acqua di mortai diletto Non vi stagna nel sen, ma corre e passa: E come il raggio , ancor che puro e schietto, Fere il vetro bensì, ma intatto il lassa; Cosi saetta di piacer non giunge Dentro il cuor vostro, o leggiermente il punge • BEL FILI-CAIA* 1$ IX. Forse avverrà che alla superna sede Io per volar, da voi prendendo i vanni,. Di quel piacer che ogni piacere eccede* Parte vi rechi un d\ dagli alti scanni » Lieta intanto vivete , e serbi fede Al viver vostro il trapassar degli anni » Trapassin 1* ore; e con bei rari esempi* Senza invecchiar la vostra et'a s* attempi* X. E propizio maisempre ai vostri voti Arrida il Ciel, nè sia per voi vicenda: E lo stuol de* magnanimi nepoti Via più s’ accresca, e da voi senno apprenda; Altri al Tebro comandi, altri ai remoti Popol dia legge, e ’1 patrio impero estenda; Altri a eternar de* vecchi eroi la lunga Antica serie alto imeneo congiunga • XI. Giuro pei rai di questo illustre giorno-, Che mai nessun tanto e sì lieto visse, Quanto vivrete voi del Tempo a scorno* Dianzi a me Febo, a me Calliope il disse. Questa pugna frattanto, e questo adorno Campo mirate, e queste amiche risse. Spirto àn di foco i miei, veste &n di focoi I© più gli accendo, e ’L vostro nome invoco» POESÌE toscane 20 Sopra il giuoco del Calcio . Al Serenissimo Signor Principe di Toscana , SONETTO CIIL (Questa, eccelso Signor , c’ arder qui vedi, NobiI pugna , in si fredda aspra stagione , Tal chiude in sè di guerra arte e ragiono, Che, mal grado del ver, guerra la credi,. Qui suon guerriero, e qui guerrieri arredi, E qui guerriera maestria che oppone Colpo a colpo, arte ad arte, e in uso pone Vigor di braccio, agilità di piedi. Al batter della palla ecco azzuffane L’un campo e l’altro: ecco in leggiadre e fiere Guise avanzarsi 1’ un, 1’ altro ritrarse j E di vero valor tante e si altere Prove in finta battaglia indi mostrane', Che sembran finte al paragon le vere. rat, tiucata. ■at ■In morte della Serenissima Granduchessa Vittoria della Ho vere . SONETTO CIY. o regio Sole, al cui cader s’imbruna Dell’ orba e sconsolata Etruria il giorno, E a cui de’ mari cbe 1’ Italia intorno Bagnan, diè tomba 1’ un , 1' altro diè cuna; Io pur ti cerco , uè trovar pur una Orma so del tuo chiaro alto soggiorno; Che quanto fosti all’ apparir più adorno, Tanto è quest’ aria al tuo sparir più bruna Ma fra tenebre tante, al mio pensiero Torna il giorno, e di gloria empie novella Questo ciel che poc’ anzi era si nero: Che quel di te lucido avanzo , e quella Gran luce augusta che à sull’ Arno impero D’ Arno la riva or più che mai fa bella. POESÌE TOSCANE Per la nascita della Ser. Elettrice Palatina Anna Luisa di Toscana . SONETTO CV, Sensi di gioia T Apennino algente Spanda , e sudi ogni pianta arabo umore ; Corrà latte il bell’ Arno, e ’l mondo indore Alba di raggi più vivace ardente ; A questa oltre nostr’ uso alma lucente , Natura e ’l Ciel, beltà , grazia e valore , Come a lavor di coraira pregio e onore , Volgan le luci a sì grand’ opra intente : Che mai non lampeggiò con sì be’ rai Spirto immollai sotto mortai divisa; Nè s’ aprir sì begli occhi in terra mai. Non sa com’ arde il sol, chi non si affisa In lei ; nè sa , nè può saper giammai, Che cosa è ’l Ciel chi non mirò Luisa. DEL FILICÀIA. Il Nel giorno natalizio della Serenissima Elettrice Palatina . SONETTO CVI. IVfcntre per man degli anni, alta Signora, Nell’ oscura del Tempo atra fucina L’ arme de’ santi bei vostr’ occhi affina, E vostr’ alte bellezze il Ciel lavora ; Ecco a noi toma la fatale aurora Che in voi diè lustro al mondo j e la divina Vostra beltà pur tuttavia cammina Verso il suo verde , e sempre più s’ infiora. Nè sfiorirà giammai: che al vostro bello Cresce regia virtù di voi ben degna, Coi crescer dell’ età, pregio novello; E a militar sotto la vostra insegna Par che, fatto a voi fido , a se rubello, Il Tempo istesso ambizioso vegna. =■! POESÌE toscase Per lo nuovo porto di Pipetta cretto sotto gli auspicj di Clemente XI. SONETTO CVII. jNlentre di Piero il glorioso Erede, Del gran governo l’ampia mole immensa Volge, e più di quelc’ opra, è quel eh’ ei pensa, E ognor sò stesso coi gran fatti eccede ; Ecco che un porto apre sul Tebro, e sede AH’ acque, ai legni ed ai nocchier dispensa; Porto onde Roma i danni suoi compeusa, E con piacer 1’ antico sè rivede . Ma in quest’ opra il disegno a noi si svela D’ opra maggior: che qual pittore accorto L’ alta idea nell’ abbozzo adombra e vela; Al già naufrago mondo e quasi assorto, Cui rupper due gran venti arbore e vela, Tal ei disegna ili questa ripa il porto. DEL TIL1CA1A . La Poesia . Alla S. li . Maestà di Cristina Regina di Svezia . CANZONE XXUL Nel più alto silenzio, alior che amico Sonno , col dolce ventilar dell* ale, Gli occhi del mondo affaticato serra; Grave in vista , e di stirpe alta immortale, Donna m’ apparve di sembiante antico, Ma di valor non conosciuto in terra; E disse a me: Dall’ implacabil guerra Ch’ io già sostenni, e dal crudele strazio Che di me fero i secoli tiranni, Respiro ; e de’ miei danni O impietosito o stanco forse o sazio È il Desti» , Ben sai tu quai serti e quante Ài crin ghirlande in varie guise avvolsi Quando, uscita di Grecia, in Campidoglio Tenni d’ Augusto il soglio; E quante poi strane sciagure accolsi In quella età che tutte a poco a poco Tacquer le cetre, e roco Si fe ogni cigno, e del castalio impero a6 poesìe toscane Le pompe e ’l fasto al mio cader cadero. Caddi ; e d* oscura fama in me si scorse Qualche incerto baglior, finché ’l malvagio Riiinoso barbarico torrente Inondò Roma , e nel fatai naufragio Le bell’ arti perirò. Oh qual mi corse Giei per 1’ ossa in mirar naufraghe e spente Le mie glorie, il mio nome! Egra e dolente, Porsi a vii ferro il piede, e in ceppi stretta Piansi ; e tra genti barbare e feroci, Barbari accenti e voci Fui dal Destino a profferir costretta. Ma com* aspro incivil tronco selvaggio, Se avvien che ramo a lui gentil si unisca, Ringentilisce, e si marita poi A frutti o fior non suoi ; Sì 1’ ausonia gentil favella prisca S’ innestò sul barbarico linguaggio, E dal comun lignaggio Nacque il dolce idioma onde 1* egregia Tua patria illustre a gran ragion si pregia* Cosi, poiché l’imperio alto di Roma Cadde di seggio, e del regale aspetto E del parlar la màestà perdéo ; Itale rime io d* intrecciar diletto Presi, e d’ un tosco allor fregiai la chioma, D’ un tosco alloro che del lauro acheo CEIi TILlCAIA • 27 E del romano a par crebbe, e si feo Illustre serto all* onorate fronti. Il san quei due che all’Arno in riva il chiaro Lor canto all* etra alzaro; E ’l sa chi tutti d* Ippocrene i fonti Bevve, e cantò del pio Buglion l’imprese; E quegli altri’l cui stil sembra che muova Lite all’ antico, e gli s* agguagli in parte. Ma quai veggiam le sparte Semenze in rio terren far trista prova; Tai le mie rime in secolo scortese Poco allignaro ; e intese Con laude fur, ma strinse il vento, e visse Di magri applausi sol quei che le scrisse . Cosi di rose ogni donzella il seno E *1 crin s* adorna ; e sconosciuto intanto Stassi *1 povero stelo infra le spine . Quindi le carte con livor poi tanto Sparsi ognor di satirico veleno ; E quindi ( oh tempi ! ) qual novella Frine, D* edera vile e di vii mirto il crine Cinsi, e mille cantai lascivi amori. Ah foss* io stata ( è forza pur, eli* io *1 dica ) Men bella, o più pudica 1 Fiamma piova dal Ciel, c* arda e divori Gii empj volumi ; e *1 cenere profano Spargasi al vento. Io che sull’ arpa ebrea <58 poesìe toscane L’ opre grandi e ’l mirabile governo Cantai del Re superno , io di tal fallo, io di tal fallo rea ! Tutte 1’ acque dell’ indico ocèano Non laverian l’insano Sozzo ardimento, avvegnaché pur sia Colpa questa de’ tempi , e non già mia. Tal io fui ; ma le tante e si diverse Gravi sciagure, al trapassar degli anni Punto alfin terminò d’ alta ventura , Allor che scesa dai superni scanni Gli occhi tutti del mondo in sè converse ( Nuovo eccelso miracol di Natura ) La gran Cristina che le glorie oscura Dei più famosi , e dal cui cenno pende, E per cui vive e si sostien la Fama. Lei che suo regno chiama Quanto pensa e quant’ opra e quanto intende , Vidi un di dal gran fondo inch’iomigiacqui. Trarrai a riva. Il suo spirto indi mi porse, E : Spera ( disse ) ; il tuo Destin son io . Qual chiuso fior, s’ aprio Al dolce caldo di quei detti, e corse L ’ alma dei labbri al varco ; ond’ io non tacqui, E dissi : Oh , dacch’ io nacqui, Sfortunata felice , in cui di paro Tutte lor forze ambo le Sorti usarol DEL FiniCAlA'. 09 Da indi in qua, del poco men che spento Ingegno mio le moribonde faci Coll* ingegno di lei desto e ravvivo ; E di pensier felicemente audaci A lei dall* arco del mio plettro avvento Dardi ben mille, e di lei canto e scrivo : Che come al forte scintillar di vivo Raggio, vestite di color le cose, All’ erbe il verde torna, e tornar suole Il bruno alle violo, Ai ligustri *1 candor , l* ostro alle rose Cosi del regio sguardo in me i* acume Si vivo e forte balenò, che quanti Color varj adunai d* eccelse doti Nei secoli remoti-, A me tornaro. Onde gli antichi vanti’ À far più illustri, con più altere piume M* alzo di lume in lume ; E la grand' alma in vagheggiar, novella Virtude acquisto , e forami ognor più bella.. Nè di Giunon la Messaggera in-tante Guise si varia, di quant’ io diversi Lumi d* alte dottrine ognor mi fregio ; Eorl*unaor l’altra infondo entro i miei versi Sotto splendido velo , e in un sembiante Che asconde e mostra del suo bello il pregio. Nè questa già più di quell* altra io pregio: 3o POESÌE TOSCANE Che qual maiseinpre indifferente ed atta La materia, or di quelle ed or di queste Forme si adorna e veste, Ed a ciascuna in modo egual si adatta; Tal di lattea facondia ora ni’ aspergo , Or vibro al falso acuti strali, ed ora Il ver fuggente afferro, or delle cose L’ alte cagioni ascose Spiego; e se un raggio di lassù talora M’ appar, si alto mi sollevo ed ergo, Che tutta in Dio m’immergo . Si m’insegna costei, costei eh’ è vera Di sè reina, e senza regno impera . Ma oh come impera e quanto ! àn da lei sola Spirto gli studj , e sol da lei s’ infonde Vita e luce agl’ ingegni e polso e lena. Ond’ ella in me tanto del suo trasfonde, Che vive e spira e sol risuona e vola Per lei ’1 mio nome . Oh qual, per lei, serena Pioggia di carmi con faconda piena L’ donie sponde allaga ! oh quali e quanti, Da lei trascelti a saettar 1’ obblio , L’ arco scoccar vegg’ io Sacri di Pindo arcier mai non erranti ! SI avvien che ad onta dell’ età rinnuove Col suo spirto sè stessa, e all’ etra poggi: Sè più vive Cristina, ov’ elia spira, 3 DEL FILICAIA. Che dove all’ alme inspira Valor che a farsi eterno , in lei s’ appoggi. Dove più fervon le bell’ opre, e dove Fia che virtù si trove , Dove in pregio è ’l saper, dove s’,affina Ognor 1’ arte coll’ arte , ivi è Cristina . Ella del grave suo dolce costume Vestemi, e vuol che mdestate io spiri, E negli atti e nel volto aria le renda; Nè vuol che tra i pbetici deliri- Fiato m’infetti di lascivia , e fumé Vapor che saglia, e in folgore tremenda Converso, i cuor men casti arda ed incenda. Il sai tu , figlio, più degli occhi miei, Figlio diletto , alla cui sete i tersi * Fonti di Pindo apersi. Tu che torbido umore unqua non bei, Nè stilla impura di profano inchiostro Versasti mai; tu, nel cui stil rimbomba Il valor vero , e che con vere laudi Alle grand’ alme applaudi ; Tu lascia il plettro, einsuonpiùchedi tromba Costei prendi a cantar del secol nostro Grande ammirabil mostro < Pregi ella in te quel che da lei deriva, E ’l tuo difetto alle sue glorie ascriva. Solcasti, è ver, con fortunate antenne 3» I'OESÌE TOSCANE L’ acque di sue gran laudi, e sull’ arena Sciogliesti ’l voto ; e ne gioir le rive, E appena i venti lo crederò, e appena Il credè 1’ onda. Ma chi fia che impenne L’ ali a varcar tant’ altri mari, e arrive Dell’ acque al termin , d’ ogni termin prive ! Quanto,ohquautopiùampio, e d’ampie ignote Glorie ignoto ocèano in quella e in questa Parte a solcar ti resta ! Se potrà la mia Stella ( e che non puote? ) Quel mar che mai non vide arbori e sarte, Scoprirti ; oh come attonite le sponde Gir vedran le tue vele al gran cimento, E al nobile ardimento Strade insolite aprir le vergini onde ! Sciogli dunque dai lito : a parte a parte Quanto ài d’ingegno e d’ arte Qui mostra , impiega qui, qui tutto adopra : Fia 1’ opra istessa il guiderdon dell’ opra . Si disse ; e uu verde alle mie chiome intorno Giovane lauro avvolse. Allor disparve Gon essa il sonno, e apparve Di maggior luce adorno Sulle pendici d’ oriente il giorno . DEL F1LICAIA 33 ■Purificamento della poesia . SONETTO CVIIL Simile al fonte che, se ’l ver n’ ascolto, Col riso in bocca fa morir chi ’l bee, Era Ippocrene, e di profane idee Ebro correa tra sozzi carmi avvolto. Morian 1’ alme ridendo ; e ’l popol folto Bevea pur 1’ onde di sua morte ree ; E sciolte in pianto le Donzelle ascree, Coprian per duolo e per vergogna il volto . Ma poi che in parte a divertir l’immonda Acqua si aperse , del gran danno a fronte, In più e più varchi l’ una e 1’ altra sponda ; Quel tetro umor che con lasciva fronte Bevean gl’ inchiostri , si disperse ; e monda Si fe ogni vena , e tornò puro il fonte . Filic. Tom. IL 3 34 POESÌE TOSCASE Ad Serenissimum Burguudiae Ducem Cupido cursor. ELEGIA comitis de Creci. Parce meta, Princeps : venia tibi cursor incr- tnis ; Non pharelram mccuni, non mea tela gero. AbslulitAdelais.-placidum exarmavit Amoretti; Tanto tela odio, signaque Marlis habet. Alma Ulani libi Pax, cinctuque Hymenaeus iti aureo Deducunt alacri laeta per arva gradii. Circumstanl currum populi, Dominamque fre- quentes . Invitata, Jines vìsere quisque suos. Illaquidempatr'ias vixdum bene transiit Alpes, Et/ranci tetigit litnina prima soli ; • Ecce diu impatiens, et dulcibus anxia curis, Me jubet ingressus nuncia ferro tibi: Vade, Amor, antevola, trana liquidata aera pennis ; 1,petcBellaqueum: Thtxtneus ( ìnquit) ili ° st. DEL FILICAIA. 35 Traduzione della di contro Elegia. CANZONE XXIV. (-thè temi, o Prence 1 io yegno A te sen/.’ armi. 1’ arco e le ([uadrella Tolsemi, accesa d’ un gentile sdegno, Adelaide la bella ; Adelaide si tenera di cuore, C’ odia i segni di Marte anco in Amore. Due Numi, Amore e Marte , Disarmò coi begli occhi ; ed or sen viene A te superba umile, e sfoga in parte Con me sue dolci pene. Le fan gli omaggi delle genti scorta; E pace seco ed imeneo ti porta. Giunta sul franco suolo , Gode e langue la misera felice ; Langue, e doppia coi voti al Tempo il volo E a sè mi chiama , e dice : Vanne al mio Caro, e di’ eh’ io vengo : ah corri E se puoi tanto, i pensier miei precorri. *56 POESIE TOSCANE Agnosces facile : augusto spectabilis ore, Ingentcm ingenti cwn Patre reddit Avanti Bcddit Avum vultu; sedet alto pectore reddet; Estquetuus,Lodoix ,hac quoque parte JYepos» Ergo age: seu saltus pulcher Venator amoenos Las trabit, celerem seu reget aìtus equum , Seu per magnificos solus spaliabitur hortos, Sive aderii Fratri Frater uterquc comes; Accedes . nostro tum nomine multa rogabis -, Ffec nisi de nobis multa rogatus ahi. Si, quidagani, quaeret; lupectoris intima nosti; Tu sensus animi, qua potes arte, refer . Ire viam dices, cursuque venire citato; Jleu tamcn, heu votis lentius ire nwis; DEL FILICAIA'. 37- Tel’mostreran 1* altera Statura, e gli atti signorili, e ’l vago Suo fier sembiante, del gran Padre vera E del grand’ Avo imago; Dell’ Avo il grande, ond’ei l’alto e sublime Spirto non men che la sembianza esprime. E o sia checon maestri Giri audace destrier volga ; o le selve Qua e là scorrendo, a saettar s’ addestri Le fuggitive belve ; O sia che alle bell’ ombre in regio prato Solo ei passeggi, o coi Germani allato ; A lui t’ accosta , e molto A mio nome gli chiedi : e s’ ei ti chiede Di me ; quando e in qual guisa il cor m’ài colto , Digli. A te la mia fede, A te gl’ intimi sensi, e le devote Amorose mie Camme a te son note. Digli che ai venti 1’ ale Chieggio, e di lui sol parlo, e a lui sol penso: Digli che a’ colpi del tuo dolce strale Anticipato senso Provo, e già sento agli amorosi affanni Matura in me 1’ acerbità degli anni : 33 poesìe toscane Interea missam efjìgiem in soTamen amoris Usque fovere oculis, usque tenere sinu . Jlla viete comes est; hanc osculor, huic loquor absens .• Ecquul et absenti mutua cura sumus l Ilaec sunt Adeìais quae me optima diccre mandai ; His ego, quae vidi, subdere panca veliin. Scire aveas, Princeps, nascenlis gratin formac Quae sit ! qui tenero fulgeat ore decor ! Par species frontis, superis par forma Deabus; Hoc olim vultu Juno decennis erat ; Talis erat Palias, talcm sese ore ferebat Maternos linquens parva Diana sinus. 33 m:r, fiucaia . Digli che cara effige Vivo mel finge in bei color vivaci, Ed or dagli occhi ed or dai labbri esigo Sguardi, parole e baci ; E risponde si ben quaud’ io lo chiamo, Che se 1’ error durasse, altro non bramo . E digli poi , che quando A me ritorno , lusinghier m’ alletta Un pensier nuovo, e dico sospirando: Chi sa ! fors’ ei m’ aspetta ; Di ine forse ragiona; e , come vuole Amor, fors’ anco il mio tardar gli duole. Queste che la tua Cara Cose m’ingiunse , a te riporto. A queste Quel eh’ io vidi, s’ aggiunga. Una ben rara Vidi beltà celeste, Beltà che appena del suo stelo fuore, Pareggia ogni altra: or, che farà sul fiore! Cosi d’ Opi la Figlia L’ aria del volto nell’ età bilustre Avea dolce, e ridenti ambo le ciglia : Tal forse era l’industre Pallade , e tal Diana in sul gentile Primo fiorir di giovinetto aprile . fy > POESÌE toscane Sed quid ego haec ! praesens aderii modi Videris ipsam. Fisa meis faciet vocibus ipsa jidem. Videris hanc, Princeps; tunc et mihi deni- que dices ; Caudibus est, o Amor, pulchrior illa tuis,. DEI, nl/ICHA. 4* Ma che ? vedrai pur ora, Vedrai le belle sue sembianze auguste Che faran fede alle mie voci ; e allora Dirai che troppo anguste E scarse troppo fur le lodi, e al vero • Troppo alta ingiuria ed ingiustizia fero «• ifl POESÌE toscane Per la fondazione del convento e della chiesa de' PP. di s. Pietro d’ Alcantara all’ Ambrogiana, Al Ser. Granduca di Toscana, OTTAVE. ^ io presto fede al proprio sguardo, c fede Pur anco a me fresca memoria serba ; Qui dove umil religiosa sede Giace accanto a reai mole superba, Premea poc’ anzi solitario piede Aride zolle, e nuda arena, ed erba . Par dubbio ancor nell’ evidenza il veroy E attonito , col ver pugna il pensiero. n. Crebbe i'1 sacro edificio ; e col sovrano Saggio voler che dell’ Etruria è fato, Pien di splendido zelo il Re toscano Gli diè principio, accrescimento e stato y E nel suolo tirren, di propria mano, Fin dall’ispane region traslato Arbor nuovo piantò, eh’ entro e di fuore Spira gentil di santitate odore ; 43 - T>EL FIEICAU. III. Arbor die in Umbria, e poi inEtrurianacque, Là dell’ Alvernia sul gran giogo alpestre), Come d’ Assisi al Serafin già piacque Di povertate e d’ umiltà maestro; Arbor ebe tutta poi la terra e 1’ acque Adombrò co’ bei rami, e nel cui destro E manco lato il piè fermaro, e in tante Guise fer nido le virtù più sante . IV. Ma dove scorre il nobil Tago, e dove L’ aurato dorso Alcantara gli preme , Più s’ alzò la gran pianta, e più che altrove Rinnovellò de’ frutti suoi la speme ; Però che Pietro in vigorose e nuove Forme non pur la dilatò, ma insieme Spuntar sul vecchio tronco alta ed austera Vermena feo di santità severa. v. Ond’ è che Cosmo con quel suo si pio Gran cuor che al soglio nuovi fregi aggiunse, L’ispan germoglio al tosco arbor natio, Qual tronca parte al tutto suo, congiunse; E ’l rampollo a nudrir si grato a Dio, ’ Cultori eletti a suo talento assunse, Di cui tra tutti di Francesco i figli, Non vi à chi meglio il genitor somigli * 44 POESÌE TOSCANE VI. Col triplice nemico in campo aperto Pugnar sovente, e riportar la palma ; Vincer, sè stessi, e far che premio certo Sia 1’ opra sempre al forte oprar deli’ alma; Far che nel oorpo incrudelir sia merto; Far che fuora in tempesta, e dentro in calma Stiasi lo spirto, e in quel che a’sensi spiace, Trovi conforto e compiacenza e pace; vu. Ruvide vesti, e breve sonno , e vitto Usar semplice e parco, e parchi accenti; Aitar 1’ oppresso , e consolar 1’ afflitto; E insegnar come Dio s’ ami e paventi, E qual torto sentiero e qual sia dritto, E quai dietro al piacer vengan tormenti ; Son di questi di Dio servi ed amici. L’ opre men belle, e i più volgari offici.. Vlir. Da questi esempio di virtù perfetta Cosmo non so se più riceva o dia; Cosmo che sol per buon 1’ ottimo accetta , E per calle non trito al Ciel s’invia. Questi ei mira ; e mirar forse il diletta L’ imago in lor di sua bontà natia. Ma reciproco è ’l guardo; e in simil guisa Eglino in Cosmo, e Cosmo in lor s’ affisa. 45 t>EL riLICAli . IX. II mirati quegli ; e veggion di Natura L’ alto e nuovo miraeoi che a’ di nostri È tocco in sorte, e che all’ età futura Forse un giorno avverrà eh’ i’ adombri e mostri: Veggion com’ ei, più che le regie mura, L’-ombre gode abitar de’ sacri chiostri; E dalla sola maestà difeso, Ivi depor dell’ alte cure il peso. X. Veglia ivi Cosmo in un beato sonno ; E da’ sensi disciolto , a Dio sen vola : Ivi obblia sè medesmo ; e di sè donno, Tai cose apprende in quell’ eccelsa scuola, Che sollevar sovra le sfere il ponno ; E voci ode , il cui suon 1’ alma consola, Interne voci di lassù discese, A lui dirette , e da lui solo intese . XI. Quindi apprende le forme onde con tanta Giustizia e pace il tosco impero ei regge, E sterpa i vizj, e le virtù vi pianta, E i buoni esalta, e i trasgressor corregge: Quindi 1’ alta pietà , quindi la santa Dritta ragion che alle sue leggi è legge, E la severa gravità che in fasce I vezzi uccide del piacer che nasce : 46 POESÌE toscane xir. Quindi il coraggio ond’ ei d’ Etruria il nerbo, Ben mille a prova cavalieri eletti, A trar 1’ orgoglio all’ Ottoman superbo Spinge sui toschi legni, e par che affretti Le vele e i venti, onde ’l gran giogo acerbo Scuota il Giordano , e libertade aspetti ; E apprenda 1’ Asia, che del tutto spento Non è ’l prisco tirreno alto ardimento . XIII. Che se dai liti ove 1’ Eussin risuona, E bagna il suol cui Costantin già tenne , Col premio eccelso di murai corona Eia che un di tornili le toscane antenne ; Di nuove edere colte in Elicona Adorno il crin , vo’ con robuste penne Alzarmi all’ etra, e mille poi devoto Appender carmi a queste mura in voto ; XIV. E dir che qui del Re d’ Etruria il zelo, Alla pietà sacro edificio eresse ; Qui segreti commerej ebbe col Cielo, Ed orme qui d’ alta bontade impresse ; E qui fiorir, come in lor proprio stelo, Feo le virtudi, e qui spuntar la messe Delle bell’ opre altere, il cui giocondo Aspetto illustra e fa più bello il mondo. 47 DEL FI LI CAI A. XV. Io qui, frattanto, del più (ino e ardente Stil farò scelta, onde 1* obblio noi dome ; E a questi poggi risonar sovente Insegnerò del tosco Rege il nome ; E quando a lui del barbaro Oriente Cederà» I* armi o rintuzzate o dome, Porterollo fors’ anco in tutte quattro Parti del mondo, • Tile udrallo e Battro . 4 « POESÌE toscani Sopra i terremoti di Sicilia-, SONETTO CIX. Qui pur foste, o Citta ; nè in voi qui reste Testimon di voi stesse un sasso solo, In cui si scriva: Qui s’ aperse il suolo, Qui fu Catania, e Siracusa è questa 1 Io sull’ arena solitaria e mesta Voi sovente in voi cerco ; e trovo solo Un silenzio, un orror che d’ alto duolo M’euipie, e gli occhi mi bagna, e’1 piè m’arresta. E dico : Oh formidabile, oh tremendo Divin giudizio ! pur ti veggio e sento ; E non ti temo ancor, nè ancor t’intendo ! Deh sorgete a mostrar l'alto portento, Subissate Cittadi ; e sia 1’ orrendo Scheletro vostro ai secoli spavento. DFX filicam .. 4sr Riflesso alla vecchiezza femminile . 5*0 N E T T 0> CXk. j y Ilio i superai sclieletri, all’ altura Dei grand’ imperj spaventoso esempio; E del foco e del ferro il grave scempio, Col piè , col guardo il passeggier misura; • E dice : Ilio qui fu ; su queste mura Sali il fatai destriero ; e questo è ’l tempio Dove Priamo ricorse ; e qui fe 1’ empio Pirro la man del di lui sangue impura. Tal chi nel volto di costei rimira Guasto e disfatto il vago fior degli anni,. Di gran beltà 1’ alte riiine ammira; E dice : Il premio de’ suoi duri affanni Qui veggia, e qui, chi per amor sospira , Ad esser saggio impari, e sè condanni.. Elie. Tom. IL. Ai i 5o poesìe toscane- In occasione delle nein . SONETTO CXL JN^evi caduche , veritieri specchi Di nostra vita, oh come in voi discerno Quelle cui sparse anticipato inverno Sovra ’l mio crine, ond’ ioper tempo invecchi Forza è dunque ch’io pensi e m’apparecchi A cambiar tosto il fragil eoli’ eterno: Che chi, trafitto da gran duolo interno , Muore pria di morir, non fia che pecchi. Ed oh quanto h sìmil nostra sciagura ! Un sol fiato disfa , stempra e dissolve Ambo, ed ambo il disfarsi Su per natura : Che mentr’ io parlo, il ciel s’ aggira e volve ; E un moto istcsso , con egual misura , Voi strugge in acqua, e me riduce in polve TEL FILICAIA. 5 * Sopra lo stesso soggetto . SONETTO cxrr. 1 erchè 1’ uomo al suo fin pensi, e trapasse Ognor morendo del suo viver T ore, In varie tele il sommo alto Pittore Nostra caduca umanità ritrasse. Ma snello rio che fugga, aura che passe , Ombra che si dilegui al primo albóre, Parvero a lui d’ aspetto e di colore .<• Sembianze al ver troppo ineguali, e basse. Ond’ ei color più vivi altri costrusse ; E perchè ognun del suo mortai s’ avveda, Sparse in terra le nevi, e poi le strusse. Tremi ( poscia esclamò ) chi m’ ode ; e creda Che se in acqua un sol di 1’ acqua ridusse, Cosi (ia c’ uom di polve, in polve rieda . poesìe toscane 5s IVel mirarsi allo specchio . SONETTO CXìil. IVJentre , rotto dal Tempo, il piè ritiro, E già suono a raccolta, e’1 campo cedo Al vincitor superbo, e ben m’ avvedo Che gli anni a me 1* antico me rapirò ; Nel fido specchio attentamente io miro I miei danni, e me stesso in me non vede ì, Nè al cristallo però nè agli occhi credo , E'in un cogli occhi e col cristal m’ adiro.. Ma 1’ eterne vertigini del cielo Poiché cangiare in me forma e colore; Che non cangio pensier, s’io cangio pelo ! Fammi, o Tempo, giustizia ; e se dell’ore h’ ingiurioso inesorabil telo M’impiagò ’l volto, almen mi sani il core.. BEL FILtCAU. 5 * Nel mettersi la parrucca . SONETTO CXIV. (Questa , più clic di crin , d’inganni ordita dii Olii a che è morta, e par si viva ; e quest® Di- mendicata gioventute innesto Che alle vecchie mie tempie or si marita 'Per Contraffar la fresca età fiorita , Forse forse ( chi sa ! ) da Morte in presto Tolsi, ed a Morte il renderò hen presto ; E 1’ usura sarà questa mia vita . Cosi mentr’ io di richiamar procuro II’ tempo scorso , e invai» per ciò m’ adopro; Perdo il presente , e 1’ avvenir trascuro . ■E mentre ( ahi stolto ! ) del mio crin ricuopro Ee nevi sotto crin falso e spergiuro, ■li' età nascondo, e la follia discuopro. POESÌE toscane $4 In occasione d' uno stranissimo temporale venuto di notte . CANZONE XXV. Nella profonda notte, E nel commi riposo, ahi qual tremendo Di tuoni alto fracasso in ciel si desta l Qual dall’ colie grotte Scagliasi agitator turbine orrendo A intimar guerre, e suscitar tempesta 1 E questa forse l’ombra , è forse questa L* ombra foriera del gran giorno estremò Che sì la mente di“!udor mi bagna l Sulla buia campagna Scocca ultrici saette arco supremo. Ma sì gran suòno ad agguagliar col canto, Chi mi dà voce e mi dà stil che basti ? Notte, tu che mirasti L* orrido scempio, e col pietoso manto Poscia il copristi ; a me discuopri e svela Quel che agli occhi del giorno invan si cela» Non sia più mai benigno Apollo a me se intesso fregi al vero, DEL FILICAIA . 55 O se pur tingo di menzogna i versi . Gii! per 1’ aere maligno Scendon diluvj ( ahi duro caso e fiero ! ) In ruinosa grandine conversi. Già pietre urtar con pietre, e già dolersi Odo la terra , e fin dall’ ima sede Gemere al colpo de’ gran sassi algenti Che agli antichi portenti Poco o nulla creduti, acquistan fede. Già strage e danno, e guasti campi ed arsi, E biade scosse già veder mi sembra, E fulminate membra D’ antiche selve , e tronchi rami e sparsi : Coso che finge il duol di tema onusto, De’ proprj danni estimator non giusto . Ma quale il vecchio Egeo Svenne, cadde , gelò , qualor dall’ alto Scoglio mirò le non cambiate vele ; Tal divenir mi feo La cruda vista del notturno assalto , Che d’orror m’empiè l’alma, e ’l cuor di fiele. Quanto misero , allor, quanto crudele L’ uso fu di quest’ occhi ! orrida scena D’ alte ruine e d’ infelici avanzi Mi si parò dinanzi , Tal, eh’ io credetti a me medesmo appena: Qua le bell’ uve infrante, e là trafitti % POESIE TOSCANE fX)a saette di gielo e semivivi I pacifici ulivi, E vedove le querce, e i boschi afflitti, E dei be’ prati le natie verdure Oltre lor uso tramortite e scure . Ahi matrigna del mondo, Anzi che madre ; e come puoi tu cose Far si belle, e disfarle in si brev’ ora ! Vago dianzi e giocondo •Ridea dell’ erbe il volto , e rugiadose Perle, piangendo , vi spargea 1’ Aurora. Or s’ attrista ogni fronda e s’ addolora ; • E la misera vite invan si duole , E priega invano, e s’interpone, e abbraccia E’ olmo, perdi’ ei pur faccia Schormo all’ amata e mal difesa prole ; Ahi noii più prole no, ma fusto inerme , E tronco ignudo cui mostrando a dito L’ agricoltor fallito, Sospira, e dice : Oh nostre vane inferme Speranze ! oh van disegni ! or pianta e pani, E le pergole in vago ordin disponi. Ma dove , oimè ! trabocca II duol, destriero indomito che verga Non cura , e sprezza di ragione il freno ? .Tronchi l’indegna bocca Gli.sconsigliati accenti, o gli sommerga ' DEL FILICAU . "97 ’ Oblilo profondo a cieca notte in seno. Padre del Ciel, se non è sazio appieno, Se non è sazio appien tuo giusto sdegno, ‘-Raddoppia il colpo, e questi afflitti e frali Egri miei spirti assali Con quel rigor che di pietade è pegno, Anzi è vera pietà di.padre amante: Che in purgato ce fiamma atra fucina L’ oro assai meno affina , Che’l flagello i tuoi figli ; e quei che in tante Strane guise tormenta , a tutta prova Buoni e perfetti e di te degni ei trova . Pioggia i miei campi fiera Scosse , e rada or da’ tralci uva è che penda, E rada spiga che la. falce aspette. Ma non è di tua schiera Chi non sa come investa e come fenda Il tuo fulmineo brando. Alte vendette Piombar fai tu sovra le teste elette : Nè supplicio è già questo; anzi è perdono ; Che i tuoi più cari amici e più devoti, Son quei che più percuoti ; E i mali ancor , di tua bontà sop dono ■ Dorman pur gli empj , ed infortunio amaro I lor sonni non rompa : io dagli avversi Casi che in sen mi versi, ■F ede, umiliate e sofferenza imparo ; 53 poesìe tosca.-ve E ’l ferro e ’l colpo che di me fa strazio, E la man che mi fere , amo e ringrazio. Canzon dogliosa e lieta , Che due volti appresenti al cuor non sano, Carco 1’ un di doler, 1’ altro di fede ; Vanne a Colui che acqueta Ogni aita doglia ; e in atto umile e piano Digli che s’ io 1’ offesi, e s’ ei mi diede Qual sì dovea mercede ; Quasi ferro al tonar d’ aspro martello, Ogni suo colpo mi farà più bello . BEL TTLICAIA 59 Gloria mondana - SONETTO CXV. f alai colori, dipintor bugiardo , Stemprò il mio affetto, e di menzogna tinse Le tele; e viva tela ov’ ei dipinse, Fu questo core , e fu pennello il guardo. Gloria dipinta in un chiaror gagliardo Vìd* io in quel punto, e sua beltà mi avvinse, Beltà che un lampo a idolatrar mi astrinse, A sparir frettoloso , a giuguer tardo . Ma or eh’ io veggio il tenebroso e vero Suo volto, e cieco error più non ni’ingombra, Spezzo il ritratto che i miei sensi fero. Che fo ! poi dico tra me stesso. Adombra La copia in sè dell’ esemplare il vero : Ombra è la copia, e l’esemplare è un’ ombra. fio POESlETOSOtSE Cantra V ipocrisia. SONETTO CY.Vi. Che degg’ io far se d’ un color conforme ‘■Vestonsi i vizj e le virtù ! Chi fia Che a distinguere entrambi occhio mi dia, Se indistinte d‘ entrambi appaion 1’ orme ! Sotto aspetti simil si varie forme 1 Sott’ onesto sembiante alma si ria ! Qual furia è questa che al difiior si pia , Nel didentro è si cruda, empia e deforme! Ah che fregi non suoi nel volto inserti Porta il vizio a tradir le incaute genti! Fregi, oimè! che son colpe, e sembrali merli. Cosi sgorgali dall’ indiche sorgenti Quei rami d’ acqua che dal mar coperti, Paion bracci di mare , e son torrenti. DEL FIL1CAIA . 6f La tribolazione è medicina dell' anima . SOLETTO CXVH. IVIostrotwni niv giorno il mio pensier le tante Che scolpite ò nel cor barbare note D’ odj e d’ire e d’ amori , a cui fur cote Beltà frale , onor falso , e stima errante. Ma qual cristallo che all’ nman sembiante Mostra il difetto , ed emendar noi puote ; Ei bensì le mie colpe a me fe note , Ma colpevol restai qual era innante . Crebber poi gl’ infortunj ; e come 1’ onda Cortese , a un volto cui vii fango asperse, Pria specchio fassi, e poi lavacro, e’lmonda; Cosi ’l sembiante delle cose avverse Da me mirato , pria del cor l’immonda Faccia in sè discoprimmi, e poi la terse. poesìe toscane i'. Ritiramento in sè stesso . CANZONE XXVI. Stanco e gi'a saxlo di soffrir la dura Gran tirannia di quella speme a cui Suddito un tempo io fui , Dal di lei regno mi ribello j e intento A romper fede a chi la fè non cura, Fuggo , e da me discorde oso e pavento , Coi dubbj a fronte , e coi perigli allato. Ma , non so come, d’ improvviso appare A me davanti un mare Di van rispetti ; e dietro a me schierato Stassi empio stuolo armato Di ree speranze : onde in si dubbia sorte , L’andar m’è rischio, e ’l rimaner m’è morter Quand’ ecco il cor mi dice : Alza repente La verga tu del disinganno ; e fatto L’ acque divorzio a un tratto, Larga via t’ apriran converse in valli. Alzo la verga; e qual veggiam sovente Folta d’ uomini schiera e di cavalli HF.L FILICAIA . C3 Nel mezzo aprirsi ad un sol cenno , a un solo Alzar di manoso qual nel gran viaggio Di passeggierò raggio Si fende in lungo e chiaro solco il polo ; Al fuggitivo stuolo De’ miei pensieri tal vegg’ io quell’ onda Fendersi, e farsi strada , argine e sponda . Quasi del suo maggior, l’antica etade Portento ammiri. Sul palustre fondo Di questo mare immondo Aura spira di Fede, aura che asciuga Le infedeli al mio piè lubriche strade. Ecco asciutto il seutiero ; ecco alla fuga, Alla fuga, allo scampo aperto il varco. Ecco fugge di me gran parte, e resta L’altra che a tergo infesta I pensier fuggitivi ond’ io son carco . Pur sotto ’l grave incarco Fuggir 1’ antico me tento in me stesso ; E me fuggendo , a me son sempre appresso. Ma non si tosto , come ’l Ciel mi detta , Volgomi ’ndietro , e su quell’ empia e fera Turba insolente altera Dei proprj affetti, la gran verga io stendo , Che scender veggio la fatai vendetta , E riunirsi 1’ onda , e con orrendo Scempio naufraghe andar per 1’ alta piena 65 POESÌE TOSCANE Leingiuste brame; e quelle, ahi lasso! e quell»- Speranze che si belle M’ apparvero, altre sull’ Ignuda arena Di sè mostrare appena Lo scheletro insepolto, altre alle rive Stendere invan le braccia, egre e mal vive. D’'orror , di’ gioia e di stupore un misto , Tutto a un tempo m’ assalta; e con tal folla:- Entro ’1 mio sen s’ affolla , Che al gran torrente del piacer, che allaga Il cor , m’ oppongo invano e invan resisto-. Giro gli occhi frattanto , e di si vaga Strage gli sazio/, e mostro lor le uccise . Speranze ad una ad una : ecco là quella.» Che nell’ età più bella M’ adescò, mi rapi: di me si riso Quell’ altra : in varie guise Per man di quella il credulo desio Rrodi a me prima, e poi miserie ordio .. Lode al gran Dio, che da un più crudo Egitto Trassemi, e diè per guide al core, al piede, Ubbidienza e Fede: Lode al gran Dio, che per si duro e ignoto Sentier mi scorse nel fatai tragitto Ch’ io fei da me a me stesso. 11 piè devoto Qui fermo ; e qual rotto dai venti, e infranto Sì eU’ Ocèàuo il mar fugge dal mare 65 T>EL FILICAIÀ . Inver 'lo stretto, e pare Che colà dentro si ripari alquanto ; Tal dai desir che tanto M’ afflisser dianzi, nel più chiuso ed ermo Angolo di ine stesso a me fo schermo. Questo è ’l deserto , entro le cui serene Ombre alpestri m’interno;e quanto all’ aspro M’ accosto più, in’ inaspro Più co’ mici sensi. Ed oh quaì balze e rupi E fiumi e monti a me varcar conviene ! I’ non credea che ’l mio pensier si cupi Antri abitasse : ed or tant’ alto ei poggia, Ch’ io ’l perdo, e qui mi resto arido e solo ; Sol, se non quanto il duolo E’1 rimorso e 1’ orror qui meco alloggia: Nè di piacer mai pioggia Qui bagna il senso ; e son qui scarsi e rari Fonti, al guardo inameni, al gusto amari. Che se d’ un legno alta virtù poteo Addolcir 1’ acque al gran Mosò ; fa dolce A me 1’ amaro , e rnolce Ogni mio duol quell’ adorato Legno Ove il gran Sacerdote ostia si feo . Nè altr’ acqua io porgo all’ assetato ingegno, Che ’l pianto, e quella che di sangue mista Dal fonte uscio del trapassato fianco • Questa un vigor si franco Filic. Tom. IL 5 60 rOESXE TOSCANE Nell’ alma infonde sconsolata e trista, Che di sua dolce vista Se un picciol sorso in me giammai ricevo, L’ odio e ’1 disprezzo e ’1 disinganno io bevo; Odio di me, del mondo odio , e disprezzo Di quel suo sempre acerbo ben che tutto In fior si sfoga, e frutto Mai non allega o tardi ; odio che 1' onte Di lui mi scuopre a tesser frodi avvezzo, E fa veder che come in mezzo al fonte Mirò le verghe ingannatrici e ree Di Giacobbe la greggia , e di diverse Macchie i suoi parti asperse; Cosi la mente, se terrene idee Dei sensi al fonte beo, Affisa si nel reo piacer le ciglia, Che macchiati desir concepe e figlia. Avess’ io tante a ragionar parole, E stille a pianger, con quant’ arti, ein quante Maniere a me davante Dipinse il mondo le sue grandi e vane Pompe , e faccia di ver diede alle fole, E corpo all* ombre ! Per si folli e strane Larve d* onor passò ’i mio affetto, e prese Color da quelle, come avvien che *1 prenda Raggio che passi e scenda Per tinto vetro. Oh gran pietà cortese l 6 ; DEL FILICAIA . Pregò ’l mio pianto, e intesa Fur le sue voci allor che a me fu aperto Questo mio dolce interno aspro deserto* Canzon che all’ ombra d’ un pensier sei nata , Piangi , e rimanti meco Vergine romitella in questo speco • 6S poesìe toscane Raccoglimento in sè stesso. SONETTO CXVIII. In quella età che suol di sè fidarsi, E creder sempre a consiglier non fidi ; L’ alma , in più parti dissipata, io vidi Di piacere in piacer sempre avanzarsi . Pur mi piacque 1’ errar ; nè fin eh’ io sparsi Di neve i crini, dell’ error m’ avvidi : Meco allora mi strinsi, e me rividi Altr’uom da quello che gran tempo apparsi. E quanto invecchio più, tanto più dentro Al cuor ristringo le virtù smarrite, E in me stesso via più mi riconcentro: Che le sparse poc’ anzi e disunite Linee de’ pensier, di Morte al centro Quanto s’ accostan più , più vanno unite • DEL FIUCAIA. 6g Vittoria di sè medesimo. SONETTO GXIX. Far potess’io di quei piacer vendetta , Che preso e morto a tradimento m’ ànno Sotto la fè d’ un lusinghier tiranno Che ognor tradisce, e nel tradir diletta! Ma sparver si, che non con tanta fretta D’ alto a terra le folgori sen vanno : Sparvero, e guerra di lontan mi fanno ; E già morto è ’l mio cor se ’l colpo aspetta Nè cedo io già ; ma il perfido desio Fabbro d’ inganni, a nuocer sempre accinto Quai non reca sconfitte al campo mio ! Ah se in me stesso il naturale instinto Non vinco, è frale ogni riparo ; e s’io Vinco me stesso, ogni nemico è vinte... 70 poesìe toscane Vittoria delle passioni. SONETTO CXX. (Quando dell’ empia idolatria le sparse Memorie un santa e pio disdegno uccise , Mirò Alessandria e Palladi recise , E smembrate Giunoni, e Veneri arse; Là Nettunia , e qua Giovi al suol gittarse ; E d’ Apollini e Bacchi, e di derise Ben mille Deità tronche e divise Monti confusi d’ cgn’ intorno alzarse . Tal io disfatti e diroccati e infranti ( Opra d’immortai braccio ) un di mirai Gl’ idoli del mio cor si varj e tanti i Nè tacqui allor ; ma su quell’ empie alzai Statue distrutte aitar devoto, e santi Inni di lode al grande Iddio cantai. 6EL FILICAIA. 7 l Ritìramento interno , OTTAVE. ■Del picciol mondo sul gran giogo altero Chea sotto ’l piè le nubi, e al ciel s’appoggia Sorge alta rocca, alle cui cime il nero Vapor basso de’ sensi unqua non poggia: Ivi è 1’ aere più puro e più sincero , Nè‘1 (lede vento mai, nè’l bagna pioggia j E dalle guerre degli affetti esente Regna, come in suo trono, ivi la mente, li. Colà , dappoi che al giovenil desio Fur maestri del ver gl’ inganni istessi, Fermai mia stanza , e , come in suol già mio Nuora colonia di pensier vi eressi; E mi scostai dal volgo , e del natio Costume in parte le follie corressi : Qual fu poscia mia vita e qual divenne Nel mio solingo esilio , altri T accenna. 72 poesìe toscane III. In questo esìlio le più alpestri e sole Balze co’ passi del pensier misuro ; E agli occhi asconder mi vorria del sole E star nel mondo, ignoto al mondo e oscuro. Altro schermo non trovo , che m’inrole A tanti lacci ; e tanto più sicuro, Quanto incognito più, la fama e ’l grido. Soffogo in fasce, o pria che nasca , uccido. IV. Giace colà tra i regni dell’ aurora Quell’ ampia terra che datai si dice , Sovra quante il mar bagna , e ’l sole indora, AUor-che ignota fu , lieta e folice . Felice fu mentre fu ignota; cd'ora Gli odj o le guerre , d’ ogni mal radice, E le sue genti soggiogate e dome Nota la fanno, e le dan fama o npme. V. Tal mentre ascoso e senza nome alcuno, Sotto 1’ ombra perpetua degli anni Corre ’l mio nome tenebroso e bruno , Pace mi godo, e non pavento inganni. Nè mill’ altri piacer vaglion quest’ uno ; Nè Sa eh’ io brami da’ miei proprj affanni Trar fama, o che del cor l’interna guerra Chiaro mi faccia e rinomato in terra. DEL FILI CAIA. ?3 VI. Per tal guisa fin qui maestro e duce Mi fu ’1 celar me stesso ; e con tal arte Questa d’ ombre tessuta infausta luce Che onor s' appella, ò già fuggita in parte , E ancor la fuggo : e come più riluce Focoso lampo allor che il di si parte ; Cosi nel buio de’ pensier, 1’ interno Divin lume assai più scorgo e discerno. VII. Nè perchè il di dell’ età mia decline Itaver 1’ occaso , e’1 Tempo a poco a poco Di nevi sparga ingiuriose il crine, Oso vagar fuor di me stesso un poco : Ch’ io so ben come 1’ anima cammine Dietro agli oggetti, e come , ancor per gioco Mentre amaro piacer dai sensi attigna, Giovane voglia in vecchio petto alligne. Vili. ' Eran già i lidi sovra 1’ acque apparsi , E già il legno fatai che della rea Terra notò sui gran naufragj sparsi, Acque su cui notar, più non vedea : Ma il gran Noè che non però fidarsi Di quel fangoso infido suol volea ; Nè allor dell’ arca usci, nè pria che fosse Tutt’ asciutta la terra, indi si mosse. 74 poesìe toscane ix. Scemaron certo e si abbassaro-alquanto Quell’ acque, oimè ! che mi allagaro il cuore ; E 1’ alta piena dei desir, che tanto Crebbe, già passa al trapassar dell’ ore : Passò la piena, è ver; ma non pertanto Esco dell’ arca de’ pensier miei fuore ; Che questa terra mia, del vano e folle Antico affetto è ancor bagnata e molle, X.- E temo , lasso ! non il cuor tra queste Onde si anneghi, com’ è pur sua usanza ; O al suon d’ un vento lusinghier si deste Quella che or dorme un poco, alta baldanza » Che fia di me se con sue dolci oneste Voci, e con dolce latte di speranza Qualche larva d’ onor, qual altra infida laele, m' alletti, e poi m’ uccida ! XI. Sovra l’interno mio deserto piove Un cibo tal, che si può ben sentire Quanto piaccia il suo dolce , e quanto giove; Sentir si può, ma non si può ridire. Or fia eh’ io ’l perda, e da me parta, e dove Più s’ affollano i sensi, erri e m’ aggire ! E ’l perdo pur se da me parto, e cibo Di terreno sapor gusto e delibo . BELFILICAIA. XII. Interni orrori, dal cui fosco un lume Spunta di Fede, che è del sol più chiaro ; Se i cupi orror de’ boschi empio costume Adorò già degli altri Numi al paro, Voi non adoro io , no ; ma’l vero Nume In voi ben meglio ad adorare imparo ; E fatto a me delle vostr’ ombre scudo , Esule fortunato, in voi mi chiudo. 7 6 poesìe toscane Mutazione di sè stesso . SONETTO CXXL i. Come, oh come pensier, costumi e voglie Cangiai col pelo ! Di speranze il Seno Gonfio , qual arbor di rigoglio pieno , Mi sfogai in fiori, e mi vestii di foglie. Poi fatto accorto che sol pianti e doglie Frutta radice di desir terreno , Sterpai le bramo , ed atterrai, qual fieno , I folli affetti onde dolor si coglie. Ed or, com’erba che depon 1’ amaro Entro 1’ acque , a purgar vie più me stesso Nei chiari gorghi dell’ etate imparo : E mentre all’ ora del morir m’ appresso, Ne’ miei pensier mi specchio, e veggiochiaro Che di dentro e di fuor non son più desso» J>EL FILICAIA . 11 SONETTO CXXII. 2 . Di fuor l’aureo mio crin farsi d’ argento Veggio ; e di dentro il già superbo e folle Cuore, orche’lsanguee ’l fier desio non bolle, Divenir saggio e mansueto io sento. Già pronto audace , or pauroso e lento Qual cui rea sorte ogni baldanza tolle, Sempre pien di sospir , di pianto molle , Cangio in savia umiltà stolto ardimento» Cosi cedo al mio fato : e qual si vede Lanoso fascio all’ ariete orrendo Tanto resister più, quanto più cede ; Tal mentre a’ colpi del Destin m’ arrendo, Dal forte braccio suo che ognor mi Sede, Quanto contrasto men, più mi difendo • ?8 poesìe toscane SONETTO CXXIII. 3 . M a donde avvien che si repente io passi Dall’un contrario all’altro! e donde avviene Che ’l grande orgoglio dell’ antica spene , Di sè vestigio entro ’l mio cor non lassi ? Forse, siccome con occulti passi Gli atomi errando, ad alterar si viene La testura onde all’ un 1’ altro s’ attiene, E molle il duro, e duro il molle fassi ; Cosi 1’ odio e 1’ amor nei nostri petti Forma e loco mutando, in noi si cria Nuovo instinto a seguir novelli affetti ; Onde mutato il cor da quel di pria, Quél che amò già, sotto diversi aspetti Mira , odia e sdegna ; e quel che odiò, desia ! DEL FILtCAIA ■ 79 SONETTO CXXLV. 4 - IVTa , folle ! indarno a ricercar mi muove Sovrumane cagion sotto la luna ; E per colpir nel vero, ad una ad una L’ arnie invan dell’ ingegno affino e provo. Cosi mentre i pensier purgo e rinnuovo , Nè speme ò più nel falso mondo alcuna ; Della nuova eh’ io godo, alta fortuna, Sento gli effetti, e la cagion non trovo. Quando ecco , in vista maestosa e lieta L* Onnipotenza, di ragione in vece , Mi si fa innanzi, e l’intelletto acqueta. Che quando in terra rintracciar non lece D’ alto portento la cagion segreta, È forza il dir : L’ Onnipotenza il fece . 8o POESÌE TOSCANE Debolezza di Fede. SONETTO CXXV. C tJiccome foco su nell* aere acceso, Se occulta estrania forza indi lo svia , Scagliasi a terra , e per contraria via Laggiù discende , ond’ era in alto asceso ; Cosi mia debil Fè vinta dal peso Di fidanza mortai che lei disvia, In giù ricade , e ’l primo calle obblia, Che si duro le parve, erto e scosceso : In giù ricade, e ’l suo cader le duole; Ma infrante e rotte al bel desio le piume, Non à forze onde s’ alzi, ali onde vole . E se mai di ragion le apparve un lume, Vorria seguirlo; e nel voler disvuole ; Che assai più che ’1 voler, puote il costume- DEL FILICAI.V, 3 » Forza de’ sensi . SONETTO CXXVI. Ahi quanti strali di terrena stampa L’ arco de’ sensi entro la mente scocca f Di ciò eli’ eli’ ode o vede o gusta o tocca-, Tenace impronta in lei s’ imprime e stampa.. D’ amor quindi e di sdegno arde ed avvampa^ E spera e teme, e nel desio trabocca ; E come intorno a combattuta rocca, Folta schiera d’ affetti in lei s' accampa. Or come fia che a tanti oggetti esposta, S’ alzi-da terra , e su nel Ciel s’ affissi, Se d' altro intende, e dal 'suo ben si scosta 1 Ahi che nel centro degl’ interni abissi Tanta fra 1’ alma o Dio terra è frapposta, Che ognor 1’ adombra un’ infelice eclissi! Filic. Tom. Ih. 6 Sa poesìe, toscane Al Pensiero SONETTO CXXVIR Pensier che voli, stand’ io fermo, e in parte Da me diviso, e in parte a me congiunto ; Quanto ella è grande in sè, tutta in un punto Del Ciel trascorri la più interna parte. Io, qual campion che con prudenza, ed arte, Di nemica cittade a vista giunto, Mandi a spiar, da bella gloria punto , Mura e fossi e ripari a parte a parte; L’ eterna Reggia dell’ eterno Bene Dentro e di fuori ad esplorar t’invio, E ’l calle angusto che ’l salir trattiene ; Onde armato di sè T alto desio, Con batterie d’ Amor, di Fè , di Spene S’ alzi a espugnar la gran Città di Dio». BEt FILICAIÀ . SI Pensiero di morte . SONETTO CXXVIII. Pensier di morte, che poc’ anzi al core In voce mi parlavi alta e fremente ; Dove andasti! ove sei! chi si repente Mi t’involò sul mattutino albóre 1 Tutta ò già ricercata entro e di fuore La region de’ sensi e della mente, Nè ancor ti trovo ; e le reliquie spente Già sento in me del tuo si fiero orrore. Se il vero aspetto de’ gran falli miei Mirar potessi, forse in quello il vero Sembiante di mia morte , e te vedrei. Ma invan soccorso aver da Morte io spero; Poiché quivi è la Morte, ove non sei; E dov’ ella non è, quivi è ’l pensiero» 34 FOESlB toscane Memoria della monte. SOLETTO CXXIX. Poichè i begli anni miei vid’ io repente. Spariti, al termin delle umane cose Mi volsi, e piansi; e come il Ciel dispose, Morte mio senno fu, mio senso e mente. Meco udì, meco vide; a me sovente Dubbj sciolse, diè leggi,, e dogmi espose. Oprò, discorse, consigliò, propose, Pia consigliera, esecutrice ardente. Ella, ella oprò che al ver le luci alzai; Ella oprò che Natura il cuor più forte Femmi, e la Grazia il fe più forte assai.. Cosi del viver mio vita e consorte, ' Opra sempre ; e d’ oprar sazia non mai, Pi quell’ alma ond’. io vivo, alma èia Morte.. DEL FILICATA. ss Riflessi -morali alludenti all ’ alluvione . SONETTO CXXX. Tra le due Vite mie del Tempo I’ onda Scorre quaggiù, quasi tra proda e proda-; E con tacito dente avvien che roda ‘Questa mia frale e disarmata sponda. Ecco 1’ urta e 1’ abbatte , ecco T affonda , Nè T occhio più nè piti ’l pensier v’ approda: Ma di là nuove arene alza ed assoda A poco a poco, e nuovo suol vi fonda, Suol di vane composto opre fangose Che la rapida età di fango piena, Di tempo in tempo nel mio cuor depose, Onde alla riva che all’ eterno mena , Miseri acquisti di caduche cose -Sol fia oh’ io porti, e poca terra e rena. 86 POESÌE toscane Sopra lo stesso soggetto . SONETTO CXXXI. Qui dove fiume di mortai diletto Nuove da ria sorgente acque traea, E giane gonfio de’ miei danni, e avea Per fonte il senso, ed il mio sen per letto ; Or'che per 1’ alveo del cangiato petto Più non corre a inondarmi acqua si rea, Nè questa terra mia, qual già solea, Bagnata è più del folle antico affetto ; Scopro i fondi dell’ alma ; e si gli vedo Guasti e corrosi da quell’ empio flutto, Che a me ragion contro me stesso io chiedo. Ma un di ( chi sa 1 ) da si arenoso asciutto Ingrato suol, se alla mia Fede io credo , Forse trarrò d’ eterna vita il frutto. BEL FIL1CAIA. $7 Avvertimenti, all'‘Anima . OTTAVE. /a Ima, tei dissi pur ; troppo è -sospetto Quel c’ odi e miri: in quel che miri et odi, Chiuso è l’inganno ; e con mentito aspetto Per le porte de’ sensi entran le frodi. Troppo in te contro te 1’ uso e ’l diletto Ponno, e san troppo del tradire i modi ; Nè degli oggetti al grande armato stuolo Può il core opporsi e disarmato e solo. ir. Ahi qual fallo è mirar ciò che mirato Desta il desire,. e col desir tormenta ! Le stelle indarno , indarno accusa il fato, Chi del proprio suo mal fabbro diventa . Stassi al varco del ciglio in dolce agguato Amor dolce nemico ; e mentr’ ei tenta Nel cuor l’ingresso, con felice inganno Ospite ▼’ entra, e vi riman tiranno. fS POESÌE TOSCA MS 111 . Dolce amaro diletto, e dolce pena È la beltà che con sbave forza Occupa il regno degli affetti, e appena Mostrasi al còr , che ’l signoreggia e sforza; Mal che uccide piacendo , e peste amena Che ’l senno infetta, e la ragione ammorza; Luce crudel che ’l fulmine precorre, E con lucido assalto agli occhi corre-; IV. Luce che corre agli occhi, e di sè vaghi Gli rende si, che 1’ anima meschina D’altro non par, che del suo mal, s’ appaghi, Ed al suo mal pur tuttavia cammina. Ah se tra suolo e suol gran mari e laghi Stese Natura, ed aspra siepe alpina Di monti alzò ; perchè tra ’l ciglio e ’l seno Via non fe meno aperta, e agevol meno! v. Troppo dal ciglio al sen brieve è ’l tragitto, Troppo aperto il sentiero : in un momento S’ ama ; e destin l’ amar siasi o delitto , Puro è ’l duolo in amor, misto il contento. Il sai tu, miser’ alma , e ’l sa trafitto Pria che assalito il cor; sallo il tormenta, E quel falso gioir lo sa, che nasce Di dolor vero, e di dolor si pasce. DEL FILICAIA. YI. Ma non meli largo insidioso calle Al piacer lusinghiero apre 1’ orecchia, Quasi all’ insidie nata occulta valle Ove occulte il nemico armi apparecchia. Chiuda il varco , chi può , volga le spalle A quella , oimè ! che per usanza vecchia Col canto uccide empia Sirena , a quella Empia che voce fomiuinil s’ appella ; VII. Musica voce femminil, che altrui Calde saette dai be’ labbri scocca , E co’ dolci canori assalti sui Ogni petto più saldo apre e dirocca ; Musica voce, al dolce suon di cui Va spesso a terra d’ onesta la rocca , Più che di mille trombe al suon guerriero •Di Gerico le mura alte non fero . Vili. Di vena in vena per le orecchie al core Un non so che d’ amabile discende , Che non so «’ è diletto, o pur s’ è amore, Non so se molce, o se tormenta e offende: So ben, che quanto è in lui polso e vigore Contro di noi da noi medesmi ei prende : Moto infermo peraltro e senza possa, Che tanto può ; quanto vogliam eh’ ei possa ()* J-OESÌE TOSCANE IX. Noi stessi ’l mostro del piacer chiamiamo Ai nostri danni ; e sebben nulla ei puote, L’ armi ond’ ei ne ferisce, ognor gli diamo; E ad aguzzarle, il nostro assenso è cote. Alma che corri alla dolc’ esca, e 1’ amo Ascoso in sen d’ armoniose note Non vedi, ah ferma, e con miglior consiglio, Mentre ancor tua se’ tu, fuggi il periglio. X. So che col dolce del piacer condire Nostra vita mortai volle Natura, Ond’ ella in mezzo al gemito e ’l martire Sembri al difuor men travagliosa e dura: So che ’l mal uso e ’l buon fan che ’l gioire Or sia dell’ alma infermitade, or cura ; Quasi velen che con mirabii prova, Da sè stesso discorde, or nuoce, or giova, xr. Ma chi può ’l guardo mai, chi può 1’ udito Dispor si, che per essi entri a sua voglia Il tradimento, e non sia ’l cuor tradito ! Ch’ entri ’l nemico, e non riporti spoglia ! Prima ondeggiar vedrò di spighe il lito , E uscir da sterpo fior, da selce foglia, Che da radice di mortai diletto Desio non spunti, o non germogli affetto. 9 ' DEE FIUCAIA. XII. Dei sensi dunque a custodir 1’ entrata , Timor, senno e ragion per guardie poni ; E di coraggio e d’ onestade armata, Vieta il passo agli oggetti, e lor t’ opponi. Quel Dio cui fosti ad obbedir creata , Quel Dio 1’ impon. Di quante altre ragioni Propor ti puote o 1’ altrui zelo o ’l mio, .Questa sia la maggior: L’impone Iddio,. POESÌE toscane gs Infelicità de ' beni del mondo. SONETTO CXXXU. -Ricco legno stranier, c’ ài d’ oro i fianchi-, E d’ or sei carco ; al cui servigio i venti Xnipennan T ale, e per cui mille ardenti Ognor Fan voti i lidi ispani e i franchi; Se mai con remi sitibondi e stanchi Povere, e ricche sol d’ erbe e d’ armenti Spiagge deserte ad afferrar t’ avventi, Onde acqua dolce a’ tuoi nocchier non manchi; Rassembri tu quei si felici a cui Empie il mondo la vela, e che sen vanno Di sè gonfi a solcar 1’ onda di lui ; Quei che con remi d’ oro un mar tiranno Varcano, ed a cercar vanno in altrui Acqua dolce d’ un ben che in sè non inno • PEL FJEICA/A 93 fforza.de' mali abiti . SONETTO CXXXIII. O altri non m’ode in terra, odarnni almeno E a me rispondali le spelonche e i sassi. L’ uso fatto aL peccar, natura fassi ; E in chi più pecca, il buon voler può meno . E se a? sensi ragion por vuole iL freno, Vuole a un tempo e disvuoi ; si tardi e lassi Muove costei contra ’l mal uso i passi, Nè li atterra ella mai nè ’l vince appieno • Salir veggio un vapor d’ acqua fumante ; Ma se avvien poi, che amico freddo ei senta, Acqua il veggio tornar, qual era innante. Tal se a peccar sempr’ uso un cor si penta > Non pria 1’ usato amico fallo avante Gli vien , che pecca, e, qual già fu, diventa. 94 toesìe TOSCANE Perìcolo di chi si mette in occasione di peccare. SONETTO CXXXIV. U acque ricco il Ci or dall -vergini e ciliare, A mezzo il corso le bellissime onde Sposa d’ un lago; e si le sue confonde, Cbe lago il fiume , e fiume il lago appare . N* esce poi qual v’ entrò vergine ; e pare Ch’ ei non paventi altro periglio altronde, Si baldanzoso e di sè pien le monde Acque porta in tributo al Morto mare.. Ma colà giunto, con quel tetro umore Tanto s’invischia , che ’l bel piede arresta Entro a quei gorghi, e prigionier vi muore. Tal chi di rischio in rischio or quella or questa Onda trascorre di piacer; se fuore Una volta n’ usci, poscia vi resta.. DEC FIIìICAIA » &5 Pericoli dell' amore onesto .. SONETTO CXXXV. Amor cui forte il nostro fral già rese, Di piè fermo t’ attendo. In campo scendi , E in bel viso t’ accampa , onde l’impreso L’ imprese tue trionfatrici rendi ; E or guardi accorti, or parolette accese Vibra, or vibra la face, or 1’ arco tendi, Or sotto manto di pietà cortese Tenta l’ingresso, e me, se puoi, sorprendi: Non temo io, no. Ma da onestate in presto Se un volto pigli, che a tradir mi viene ; Più ti tem’ io, quanto più. sembri onesto : E già tutta in fuggir pongo mia spene ; Che più del male apertamente infesto, Nuoce quel mal che più somiglia il bene. poesìe toscane 9 & Forza degli sguardi femminili . SONETTO CXXXVIÌ -A quei tenaci femminili sguardi Cui d'‘incorporea mano altri diè nome, E ch*>del cuor fan preda , e ( non so come A giugner presti, ed a partir son tardi, Alma mia , se le porte a chiuder tardi , Già già sei presa; e tue virtù-già dome, Di vii servaggio le gravose some Porti: or, che fia se ’l passo arrestile guardi Ahi che la brama nel guardar più intensa Fassi ; e ’l pensier cui l’occhio apre il sentiero Pasce gli oggetti, e con lor siede a mensa! Del gran'patto di Giobbe odi il mistero. Vede 1’ occhio non pur , ma vede e pensa Sempre; e gemelli son vista e pensiero.. DEL FI LI CAI A. 97 Pericolo di chi conversa con donne • SONETTO CXXXVIf. Oimè ! quel riso, oimè! quegli atti e quella Più che mel dolci parolette accorte Passan dell’ alma incauta entro le porte, In sembianza d’ amiche, e son rubelle. Della memoria nelle occulte celle S’ appiattan poi, come in agguato; e assorte Vi restan s\, che moribonde o morte Sembrano, e più che mai son vive e belle. Ma se nuov’ aura di parole accese Svegliale ; non cosi del career fuore L’ acqua ebrea che fu foco, arse e s’accese; Come quei detti che fur zolfo e ardore, Ardon tosto ; e d’incendio alto e palese Già fuma e stride, e va in faville il core. Filic. Tom. IL 7 ,98 poesìe toscane Stabilimento nell’ amor di Dio , in occasione di sentir le commedie in musica. SONETTO CXXXVIH. Se vaga scena, o musico sospiro Di pianti asperso, a sè mi tragge alquanto ; L’ udito e ’l guardo indifferente ò tanto , Che odo e non odo allor, miro e non miro: E tutte incontro al traditor desiro , Armo dell’ alma le virtuti ; e quanto Egli di fuor m’ alletta , entro altrettanto Con lui m’inaspro, e poi con me m’ adiro. Anzi come addivion eh’ estivo ardore Quanto più'asciuga la bagnata terra, Più in sen le chiude il già bevuto umore ; Cosi la fiamma del piacer, che guerra 1 Fa colla pioggia del celeste amore, Di fuor 1’ asciuga, e dentro al cuor la serra. DEL l'ILICAlA. ■99 Vanità degli onori mondani. SONETTO CXXXIX. Fuochi notturni, che al defunto giorno Fate la pira, e di sotterra uscite, E pria dell’ ombre e poi degli occhi a scorno, Da lungi ardete, e da vicin sparite : Stelle coniate, che raggiando intorno, De’ gran pianeti a par belle apparite , E siete ( o il credo ) d’ un sottil contorno Di luce tenuissima vestite; Di quegli onor ch’ io sospirai si spesso TJn tempo, ed or possiedo alti e supremi, Voi mi sembrate un simulacro espresso ; Di quegli onor che di sostanza scemi, Paion soli da lungi, e son da presso Di moribonda luce aliti estremi. 100 poesìe: toscane Gli onori del mondo non s’acquistano senza perder la libertà . SONETTO CXL. Di gloria sterilissima terrena Bel pomo il mondo alla mia vista espose, Pomo funesto che gustato appena, Il regno interno mio sciolse e scompose; Perocché stento e servitute e pena ( Nomi infelici d’infelici cose ), E amara vita di gran rischi piena, E vie peggior che morte, il piè vi pose. Dissemi allor mia libertà : Non vuoi Regnar qui meco 1 dal mio regio scanno Parti, e meco a.regnar torna se puoi: Ch’ io te non pur, ma per maggior tuo danno, A sempremai servir, de’giorni tuoi L’ universal posterità condanno. DEL FILICAIA . 101 Dai pravi affetti si genera ogni peccato . SONETTO CXU. Dai cupi fondi della terra ognora , Di leggerissimo alito sull’ ale, Sulfureo spirto si sollieva, e sale Ver le parti porose ond’ esce fuora: Esce, e dell’ aria i varj semi allora Tutti aduna in sè stesso, e divien tale, C’ ora in allume , or si trasforma in sale, Talora in tiitro , e in vetriuol talora. Cosi dal fondo degli umani affetti Un’ aura sorge, che a sè tutto tira Il rio velen di pólle esterni oggetti; E i velenosi fiati allor che spira, Mostrasi a noi sotto diversi aspetti, Or di lussuria, or di superbia, or d’ira. 103 POESIE TOSCANE Che dai peccati vengono le avversità .. SONETTO CXLtl. No che non furo i tuoi rigor, nè sono,. Nè di tanti miei strazj uucjua fiati rei : A te , Fortuna , i rigor tuoi perdono ; Nè ingiusta tu, nè tu spietata sei. Io Io scopo, io 1* arcier, lo strale io sono ; Io la folgore accesi, ed io la fei ; E 1’ atra nube onde scoppiò il gran tuono Fu 1’ oscuro vapor dei falli miei , Reo vapor che dal fondo uscio del core, Indi qual fumo tenue salio, Fulmin tornando onde parti vapore , Allor di me mi dolsi, e allor fu eh’ io Vibrai contro me stesso il proprio errore,. E punii col mio fallo il fallo mio. " DEL FILICA1A. io3 Lauda da cantarsi dai fratelli della Compagnia di s. Benedetto di Firenze p nell’ andare a Roma l’anno 1700. CANZONE XXVII* Nell’ apparir dell’ alba «• Sullo spuntar del giorno Spuntan due belle aurore . L’ una, dell’ ombre a scorno , Par che raggi più illustri al sol lavores L’ altra , dall’ oriente Sorge di nostra mente ; Alba che splende, e vede Via più, quanto è più cieca; alba di Fede, Alba di Fè, che muove I peregrini passi A penetrar là dove Più trito è ’l calle onde all’ Esquilio vassi. In un pensier devoto L’ alma già scioglie il voto; E i celesti tesori Veder le sembra nei nascenti albóri, • 1t>4 POESÌE TOSCANE E nell’ aurata porta Ond’ esce il giorno infante, 'A rimembrar si porta Quella che s’ apre al Vatican davante . O Tempo, o tu che porte All’ opre ingiuria e morte ; L’ opra c’ or si ravviva Dal quinto lustro, al tuo volar si ascriva , Tu 1’ ore ancelle e gli anni Chiamasti al gran lavoro ; E ’l batter de’ tuoi vanni Tutto strinse in un anno un secol d’ oro, Secol che n’ empie il seno Dei merti ond’ egli è pieno, E va con piè veloce Nei gran secoli eterni a metter foce. Dunque, dal patrio Egitto Alla reggia di Pietro Mentre facciam tragitto, Patria, iigli, consorte , indietro indietro. D’ umani affetti un mare Naufragi a noi prepare j Che in mezzo all’ alto flutto, La Dio mercede, andrem col piede asciutto. DEL FIUCÀU I0§ A levata di sole ■ Già il sol dal Gange è sorto, Che ier caddo sul Tago; £ 1* der nero e smorto , Sol perch’ ei ’l guarda, è luminoso e vago. Nostri oscuri desiri, Se avvien che Dio gli miri, Quanto fian chiari ! e quanto Sarà bello quel Sol, se questo è tanto ! Ecco, mercè del sole, Veste il color le cose , E ’l bruno alle viole Riede, ai gigli ’l candor, 1’ ostro alle rose. In somiglianti forme Santo pensier che dorme, AH’ apparir di questa Bella luce di Grazia, in noi si desta. Quel verde che riluce SI vago, e fronde appare, Altro non è che luce ; Ed è luce quel fior che fior ne pare, Cosi se valle o monte O rio s’ incontri o fonte, Sembra che in fonte o in rio L' occhio s’ affisi, e pur s’ affisa in Dio. Ib6 TOESlE TOSCANE E ’b sol dà lode a lui ' Colle faconde ardenti Lingue dei raggi sui ; L’ onda col corso, e col susurro i venti» L’ ama ogni tronco ; e quello Armonioso augello ? i Che va di ramo in ramo, Sembra pur che a lui dica: Io t’amo, io t’amo Cosi da ogni pendice L’ alma di passo in passo Sensi amorosi elice, Ed ora in pianta ed or gl’ incide in sasso Poi piange ; indi respira, Mentre al perdono aspira, Al gran perdon che ai sette Colli ed al mondo il Vatican promette, Innanzi desinare . p. VJTià il piè digiuno e stanco, Cibo e riposo brama: Dunque s’ adagi il fianco A quest’ ombra ospitai che a sè ne chiama, Sorgi ( ad Elia fu detto ) Sorgi, e di questo eletto Succinericcio pane Prendi su su; che a te gran via,rimane »• DEL FIL1CAIA. *67 All’ Orebbe divino Noi pur n’ andiam , di Roma; Nè in si lungo cammino Giammai dell’ alma la virtù fia doma* Se avvien che ne conforti Quel sacro pan de’ forti, Quel che in ogni sapore Si trasmuta, e dell’ uom conferma il cuore Gon guardo passeggierò Vedrem 1’ alta cittade Che stese il grande impero Tra quanto scalda il sol da Battro a Gade;. Quella gran Roma, quella Cui fu la terra ancella; Quella c’ alto sostegno Fu già dei regni, ed or di Cristo è regno,’ Vedrem l’ illustre piena Del glorioso Sangue Che della Fè ogni vena Parve quasi lasciar vota ed esangue.' Di morte i (ieri arredi Vedrem , che mani e piedi- E 1’ amoroso e caro Divin costato al Redentor passaro.. Ma quella che ai martiri Colonna il termin pose, Occhio non fia che miri;. lo8 POESÌE TOSCANE E mirarla il pensier fia che non ose. Pur se in un guardo solo Forza d’ acerbo duolo Il cuor non ci apre e spezza , Lei fe marmo Natura, e noi fierezza , Dopo desinare. Dov’ è la pargoletta Luce che ’l dì condusse ! Perchè con tanta fretta Figlio dell’ alba il dì 1* alba distrusse ? Ma non con fretta tanta Vai., "ne fi sol, con quanta Di nostra vita il giorno Passa e tramonta, e non fa mai ritorno, Pria che la notte giunga , Senno e virtù s’ adopre : Col ben oprar s’ allunga Il tempo ; e ’l tempo è tesorier dell’ opre. Se a mense lusinghiere Seder ne feo ’l piacere ; Or di celesti brame Ne invita il Tebro a disbramar la fame, Fame amorosa e santa Di riformar la vita DEL F1LICAIA . «og Col buon dolor che schianta Dal cuor la colpa, e a Dio ne rimarita. Alma , se sol ti penti, Di’ pur : Quei che le genti Con un guardo dissolve, Guardò il mio fallo, e ’l dissipò qual polve. Quanto più a Dio s’ accosta L’ anima pellegrina, Tanto più ancor si scosta Dal frale e basso , e più si purga e affina. E non godr'a l’istessa Gran sorte, or che s’ appressa A quel Pastor che in terra Sostien di Dio le veci, e ’l Ciel disserra! Dalle spiagge latine Aura celeste amica Già spira , e con divine Forme al cor ne ragiona, e par che dica : Figli di Benedetto , Venite ; io qua v’ aspetto : Le vele al desir vostro Empio, e ’l porto vicin v’ addito e mostro. Nel giorno che Roma si scopre . lacco l’invitta Croce ; Ecco gli augusti Colli. l'io POESÌE toscane Qual fia sospir veloce , Che là ne porti, e ’l gran desio satolli^ Troppo, ahi troppo in amore Dure son le dimore . Il passo è troppo tardo : L’ alma voli colà tutta in un guardo. O della Fè colonna , Roma che pur , qual eri, Del mondo ancor sei donna , E ai gran monarchi disarmata imperi ; Quei c’ or da noi riscuoti Pianti, sospiri e voti, Son voci onde si chiede Perdon de’ falli, e del fallir mercede . Dalle tue sacre mura Muove, ed in noi si cria Spirto di Fè si pura, Che a Dio l’alma da’ sensi esule invia. E se avverrà che immerga In lui sè stessa, e terga Le macchie sue ; si bella Diverrà poi, che non parrà più quella . Del dolce suolo a fronte, Che latte e mel porgea, Morio sull’ erto monte Il Condottier della gran turba ebrea. Noi te non pria dappresso DEL FILI CAIA. All Miriam , che a un tempo istesso Inteiiso duol recide Noi da noi stessi, e in noi l’uom vecchio uccide «Cosi più mondi e tersi, Speriam che a piene mani Sovra di noi si versi L’ erario sacro dei tesor sovrani. Al duolo, al pianto , ai prieghi Speriam che il Ciel si pieghi; Onde ai toschi soggiorni Di merti onusto il pellegrin ritorni, IH POESIE TOSCANE J: Amor di Dio . Al Serenissimo Granduca di Toscana • CANZONE XXVIII. ideila più fresca e più fiorita etade Clie a’ folli affetti e ai van desiri è cote; Amor che tanto puote , Quanto si vuol eh’ ei possa, il cuor mi accese D’ una gentil beltade . Ei che sa tutte del ferir le strade, Non femminili sguardi Onde a voto maisempre il colpo scese, A me vibrò per dardi ; Ma una saetta gloriosa ei prese Di bel veleno aspersa, e illustre piaga Fernmi e si cara e vaga , Ch’ ebbi a grado invaghir de’ proprj danni, Finché al passar degli anni . M’ accorsi, oimè! che quant’io vidi e quanto Amai quaggiù, fu sol miseria e pianto • Lasso ! i’ volea contra lo scaltro audace Pormi in difesa, e dal gran colpo ai tarme; Quand’ ei le mie stess’ arme, ftEL FILICAIÀ • u3 Armi fe sue : che sol di fuga schermo Trovasi al mal che piace. Cosi di quella che innamora e sface, Colpa innocente e bella , Cui diè nome di Fama il mondo infermo, Restò mia mente ancella : Ond’ io per calle solitario ed ermo Lei cercando; qual rio che picciol esce^ Poi d’ acque ingrossa e cresce , Mille tra via ben duri affanni accolsi ; E s* alcua frutto io colsi, Nacquer ben tosto d’ un ben falso e frale, Sozzi aborti di duol , mostri di male. I* non porla, non che narrare appieno , Immaginar quel eh* io soffersi e fei Per arrivar costei, Costei che i venti avanza, e ’l pregio tolla Al fólgore , al baleno ; Costei che al voi quanto più allenta il freno , Più infatigabil vola, Del ver nnnzia e del falso, e d’una folle Opinion figliuola: Grido sonoro che i gran nomi estolle, E inisce a un tempoeinvecchia,edilipoc’ora Cresce , declina e muore , Nè di sè lascia che silenzio ed ombra , ■ Quasi lampo che sgombra me. Tom, TT. g 114 ; poesìe toscane Con sue splendide fughe, ovunque ei passa; Di nebbie il cielo, e poi più oscuro il lassa. Ma chi mi scuote or dal mio sonno 1 Io miro > Me stesso, e in me non rafiiguro il mio Cor che da me foggio Esule dal suo regno, e tornò poi : Schiavo d’un vii desiro. Ove , lasso ! i miei spirti, ove sen giro ■ Dietro a fama terrena Che in sè morta, sol vive inquanto a’ suoi i Fòlli amator dà pena ! Chi tai leggi mi diè? Può tanto in noi, Può tanto in noi vii signoria di senso, . Che involontario assenso Prestisi al proprio mal ! può un grave sonno, Di nostra mente donno Farsi ! e più in lei dormente un lusinghiero Falso ben può , che in lei vegghiante il vero ! Ogrande, eterno, e di te amante amato Amor che tante in si leggiadri modi Varie nature annodi Con pace tanta ; o tu che ’i mondo reggi, E la cui voglia è fato; Che solo imperi , ed à cui solo è dato > Dallo nemiche corde Degli elementi con perpetue leggi.! Trarre armonia concorde ; , DEL FILICAIA . H5 Tu non bell’ arte accorda , e tu correggi Le dissonanze del mio cor che parte Di sè ti presta , e in parte Altrui si dona) e par che seco ei pugni. Lui per pietà congiugni A lui stesso. Ah so ben, che amante sdegni Tiepido, e in cuor diviso unqua non regni. Ma, tua mercè, già si rintegra e salda L’alni a, e ’l primier, non più contusa e mista, Puro esser suo racquista : E qual più lieve e più sincera tassi Acqua fumante e calda, Però che il foco che la purga e scalda, ■ Sue particelle scioglie In caldo fumo ; tal de’ miei si bassi Pensieri, affetti e voglie L’umor che un tempo avidamente attrassi, Tocco da fiamma di beltà suprema, Sciogliesi in fumo, e scema. Ond’ io da’ folli antichi amori astratto , Al sen mi stringo e allatto, Qual parto amato, il caro ardor che nasce D’amor celeste , e sol d’amor si pasce. Ei della Fede coll’ oscura luce Il vero ben mi mostra : io c’ amo e credo, ■ Senza vederlo il vedo ; > - E’’! vedo si col di lui proprio aspetto , ‘ n6 poesìe toscane Che quel che in lui non luce, Col suo falso splendor notte m’ adduce ! E come a noi più imbruna Qualor tutta si volge al suo diletto Illustrator la luna ; Così mirando nel su’ eterno Oggetto, Scura fassi quest’ alma inver la terra ; Però che gli occhi serra Per non mirarla ; o s’ unqua in lei gli gira, Sguardo è sol d’ odio e d’ ira , Sguardo che in sè dalla nemica esterna Parte fuggendo , in Dio via più s’interna . Amando intanto , e di più amar ben vago, Il chiuso ardor per le pupille io versoi E in lagrime converso , Miro 1’ incendio che dei dolci pianti Nell’ amoroso lago Fa specchio a sè della sua propria imago. Ma il caldo umor che piove Mosso dall’ aura dei sospir miei tanti, Desta in me fiamme nuove . E se quell’ onda in cui gran tempo avanti Il sacro foco d’Isdritel cangiossi, Tocca dal sol mutossi In foco assai maggior; forse ancor fia Che quest’ ardente mia Fioggia, se ’l divin Sole unqua la guarda , DfiL FILI CAIA . 117 In foco forni, e più in’ infiammi ed arda * E oh come tutto di celeste ardore Avvamperò se di terrena fiamma Non passerà in me dramma ! Muoion le perle allor che beve amaro Umor la conca ; e muore Il sacro amor se di profano amore L’ alma s’imbeve . Or quando ( Qual ferro in foco che ’l penetra, e a paro Di sè 1’ accende ) , amando, Fia ch’io trapassi in te! Largo od avaro Siami il Destin ; sulla fatale incude Sorti benigne o crude Stampinsi : non ingiurie , odj e disprezzi) Non lusinghe, non vezzi , Nè armata forza , nè dolor tiranno , Me separar dall’ amor tuo potranno. Nè se ora tutti sul mio capo accolti Piovan di sorte rea gli oltraggi e 1’ onte, E veggia starmi a fronte Miseria estrema, e povertate e stento j Nè se sossopra volti Sè stesso il mondo; ed in me sol rivolti, Fuor de’ tartarei chiostri, Spietatamente orrendi, a cento a cento Escan d’ Averno i mostri ; L’ alto e nobil tuo foco in me fia spento • f f 118 POESÌE TOSCANE Anzi qual più nel cupo suol s’interna L’ardor, quando più verna; Tal de’ miei guai nella stagion più algente , Più addentro in me 1’ ardente Tuo amor penetri , e giù di vena in vena , Purch’ io t’ ami , Signor, corra ogni pena. Purch’io t’ ami , Signor , v lo strale incocca, E per ben mille piaghe apri 1’ uscita A questa fral mia vita : Purch’ io t’ ami ancor più, ponimi tra i rei ■ Nella gran valle , e scocca Dalla tremenda formidabil bocca La sentenza feroce : Pommi nel centro degli eterni omei, Ove per gli empj atroce Sempre viva immortai morte tu crei ; Ch’ ivi dell’ ombre la perpetua stanza , S’io t’ amerò , sembianza Avrà di Ciel : ma s’io non t’ amo, Inferno Pia ciò eh’ io penso o scemo ; Che pena il non amarti è la più cruda Che il disperato regno in sè racchiuda. Ma se pur piace a tua bontà , che torni A te quest’ alma, e in te sue voglie acqueti ; Umile a’ tuoi decreti M’inchino e prostro, e co’miei voti aggiungo Penne al volar de’ giorni : 1 DEL F1LIC3U. ttO f Che se fra questi oscuri atri soggiorni Tanto di te m’invogli ; < Che ila se al fonte di tua luce io giungo ! Sciogli, Signor , deh sciogli Quest’ odiosi lacci, e questo lungo Mio viver tronca ; e come in pietra viva Scultor , levando, avviva Statua che cresce ove più scema il sasso ; Cosi ’l mio frale e basso Leva, e forma quel ben che ad ora ad ora Tua bontate amorosa in me lavora. < Canzon , le immote riverenti ciglia Fisa in quel Grande che all’ Etruria impera, E digli : Un che alla sfera Volar tentò de’ tuoi sovrani ardori; Un che dentro e di fuori M’infiammò del tuo zelo, e di non mia iLuce m ’accese ; a te, Signor, m’invia. poesìe toscane tao Al divino Amore . CANZONE XXIX. Amor , superno Amore , Tu me creasti amando , Pria che rapido piè muovesser l* ore E pria che al gran comando Il divin labbro aprissi, E sull’ informe scolorita faccia Dei tenebrosi abissi Alzassi tu le onnipotenti braccia , Nel fecondo amoroso Gran seno era io de’ tuoi pensieri ascoso. Ma poiché 1’ alta voce Che le cose distinse , Nel creato gli abissi a metter foce, Imperiosa, spinse ; Per me 1’ erranti stelle , Il ciel per me , per me I’ immobil terra , E l’ altre ancor si belle Cose che la gran mole in sè riserra, Creasti; ond’io dir posso; DEL EILICAIA i 121 Di me pensò Chi 1‘ universo à mosso . In questa poi mia vile Creta il tuo spirto impresse L’ eterna impronta al gran Fattor simile, Nè a rinnovar l’istesse Grazie a mio prò , 1’ attento Sempre acceso tuo zelo e sempre amante, Fu mai ritroso o lento : Che quante volte a me ti volgi, e quaute I frali spirti miei Reggi e conservi tu, tante mi crei, E qual bontà fu quella , Che tra gli eletti tuoi A me splendesse di tua Fè la stella ! Potevi ( e che non puoi ! ), Potevi tu sul Gange , u E sotto ’l mauro cielo, o là d’ Abido Sull* empio mar che frange Barbare spume a scellerato lido, Far s\, che anch’ io spirassi Aure infedeli, e infido suol calcassi. In braccio a vii servaggio Por mi potevi ; e dato M* ài di beni un si largo ampio retaggio. Ma che ? sleale e ingrato A’ tuoi favor , la mano Non pria degli anni sul bel fiore io stesi, lai POESIE TOSCANE Che dispietato e insano, Coll’ armi ancor de’ doni tuoi t’ offesi ; Anzi ( oh dolor ! ) godei Qualor, peccando, a ine servir ti fei. Ed io non t’ amo ? e in quale , In qual barbara scuola Tal arte appresi ! e chi mai giunse a tale! X’ ama 1’ aura che vola , E ’l rio che corre ; e t’ ama, T’ ama quel dolce rosignuoi che in versi Or ti ringrazia e chiama : X’ aman le fiere ; e in tanti lor diversi Linguaggi, a chi ben gli ode, Narrali 1’ alte tue glorie, e a te dan lòde. E gli astri che son lingue Del cielo , e 1’ ombra e ’l giorno, E ’l sol che 1’ ore e le stagion distingue, E i mari ond’ è si adorno Il suolo ,- e 1’ erbe e i fiori, E le pruine e ’l giel, se per brev’ ora Gl’ interni loro ardori Scior potessero in voci, e mandar fuora Sospir, paròle e pianti; Dirian, rivolti a te: Noi siamo amanti. Io sol non t’ amo ; io solo Resisto alle tue voci. Ma s’io non t’amo, a che mi sgridi, e duolo ■ DEL FI LtCAIA . lJ43 Eterno, e pene atroci Ognor m’ intimi ? ah parti, Parti, oimè! poca pena, e lieve interno Tormento il non amarti ! Mille Inferni ,• Signor , quest’ uno Inferno Non vagliono ; e senz’ esso Non saria Inferno anepr l’Inferno istesso. Or , che farò ! di scoglio Il cuor non ò; nè mai Costò 1’ amor più che ’l volerlo. Io voglio, Si voglio amarti. errai Qualor miseria e pianto Sotto una larva di beltà e d’ onore Amai quaggiù cotanto. Amore or voglio ; amor chieggio ad Amore Il voglio e ’l chieggio appena , C’ arde già d’ alto incendio ogni mia vena . Se div'in foco è questo, Canzon, deh cresca, e dramma In me non resti di terrena fiamma. poesìe toscane ia4 L’ amor celeste raffina l' ingegno , SONETTO CXLIII. Arsi di nobil foco, e ’I foco mìo Fu santo influsso d’increata stella; Foco che spense qual più rea facella Sovente avvampa in giovenil desio ; Foco che quel mio rozzo aspro natio .Ringentilì genio selvaggio, e a quella Mente schiva e d’ amor sempre rubella , Diè grazia e spirto e gentilezza e brio. Che come industre agricoltor sagace Gli arsi sterpi sotterra entro il rivolto Suolo, e ’l rende dimestico e ferace ; SI nel mio ’ngegno , qual terreno incolto , Il sommo Amor dell’ immortai sua face Versò gli ardori, e ’l feo gentile e colto. ymm-. PEL FIL1CAIA. Ia5 SONETTO CXLIV. 2 . Onde s’io spargo inchiostri, e carte vergo Lungi dal volgo, e di quel fonte beo, Che di sè, non so come, ebro mi feo, Nè il labbro pur, ma tutto il seti v’ immergo E se insolite piume adatto al tergo, E già da terra sul gran giogo ascreo Dove rado altri giunse , altri caddo, Quanto più posso mi sollevo ed ergo ; E se per tornii al basso mondo in parte, Qualche scintilla di celeste ardore m'accendo talor su queste carte ; D’ alto assai più, che da terren valore, Muove 1’ impresa; nè terrena è 1’ arte ; Ma 1’ autor ne se’ tu, superno Amore, ■ V-, 'Il te 136 ' POESIE TOSCANE Forza dell' amor celeste . • S-ON ET T 0 CXLV. Oome da occulta simpatia di corde ‘ E di voci diverse, un sol concento Esce, opra industre di canoro vento , ■ E d’ un stiave discordar concorde ; Ond’ è che a quel pacifico e discorde Suon, con passo invisibile e non lento Corron pe’ varchi dell’ orecchio attento ' ( E lo perchè non san ) 1’ anime ingorde : Cosi ’l celeste amor bell’ armonia Trae dal discorde degli affetti umore, Al cui suon tutta $è 1’ anima invia : E o speri o tema, o rida o s’ addolore, Ama ella sempre ; e s’ odio in lei si cria , Nell’ odio istesso ancor chiuso è 1’ amore I JDEE FILICAIA . 127 Conformità al divino volere . ■ SONETTO CXLVL I Peno , e in Lui eh’ è dell’ alme alma e riposo , | Conlido , e ’l mio col suo penar consolo ; 1 E fatto già di due voleri un solo, Pien d’ umiltate al voler suo mi sposo: Nè più col senso alla ragion ritroso M’infiammo all’ ira, o mi risento al duolo; Ma quale immoto è nel suo centro il suolo, Immobilmente in Dio mi fermo e poso: E se muovesi 1’ anima non sorda, Moto è d’ amor che al suo divin Fattore Con simpatica forza ognor 1’ accorda . i Così si muovon per virtù d’amore Le corde amiche , inver la tocca covda , Non tocche ; e fansi al par di lei sonore. I I ! POESIE TOSCANE is8 Consolazione di spirito nelle avversità . SONETTO CXLVII. Piango di gioia se ’l divin rigore Amabilmente mi flagella ; e pace Tal sento in me, che ogni altro ben mi spiace, E per dolcezza mi si schianta il core. Tal chi d’ un finto comico dolore Ode il racconto , in lagrime si sface , E piange più, quanto T udir più piace ; E fa il piacer la doglia sua maggiore. Or mentre un lieto e dolce pianto ió verso, L’ usato arbitrio del tacer ni’ invola Forza occulta, ed esclamo, al Ciel converso : Spirti celesti, se la gioia sola Voi fa nel gaudio entrar, me con diverso Maggior portento anco il dolor consola, TEL FILIGAIA . IT> 0 A* suoi Figliuoli , CANZONE XXX. F. JL *igli che agK atri e al viso L* aria mostrate del mio spirto istessoj Figli, da cui diviso , In voi pur vivo, e quanta più mi parte Aria e terra da voi, più a voi son presso; Se in voi non spargo ad arte Pensicr d’ onore infra gli scherzi e ’l riso ; Se ne’ teneri petti Con accorto parlar ben mille e mille D’ alto valor faville Io non accendo ; e se a’ paterni detti A si grand’ opra eletti, Non à di voi chi per suo ben s’ appigli ; Nè padre io son , nè siete voi miei ligli. Vivacitade e brio Vi diè Natura ; e avvedutezza in voi Con avvenenza unio. Ma qual dei Cor lo spirto , se in liquore Vien che si stilli, e mal si chiuda poi, Fiìic. Tom. Il, 9 i3o poesìe toscane Sfuma , svanisce e muore ; Tal poi fia che ’l gentil vostro natio Spirito esali e sfumo Se in voi noi chiude il senno: ond’ io dipinto. Un picciolo indistinto. Talor vi mostro di ragion barlume, Perchè ogni bel costume Quanto in altri fiorir giammai si vide, Come in suo dolce albergo, in voi s’annido.. So che alla vostra acerba. Mente, il cui suolo ancor non tocco, appena, In fior si sfoga e in erba, Intempestivo è di prudenza il seme. Non pertanto, tradir vogl’ io Ja piena. Di voi concetta speme: Forse a gran cose alto destili vi serba.. Insegnamenti onesti Dal vostro ingegno pargoletto ancora, Suggansi ad ora ad ora;. Onde poi tra ine stesso in dubbio io resti,, Se questi sensi e questi. Pensier che semi son d’ opre onorate, Dall’ arte appresi o da natura abbiate. Nè vogl’ io già con fiero. Sguardo il fiore aduggiar de’ bei vostr’anni;, Nè al supplicio severo Nè. alla rea degli studj aspra tortura, TIT-r, FIUC.tlA. l3h Vostra tenera età fia eh’ io condanni: Lungi si strana cura . Ma poiché il senso , empio tiranno altero, Tutto si usurpa il regno De’ nostri affetti, e a sè ne tira e sforza ; Convien eh’ io pieghi a forza Ver 1’ altro lato il puerile ingegno. Cosi di là dal segno Piegasi tutto alla contraria parte Giovane ramo , e s’ addirizza in parte. Sa ignoranza felice ^ V’ ascose i mali onde quaggiù s’ abbonda; Or 1’ alta lor radice • Scuoprasi, e ’l Nil de’ coimin pianti ornai A voi non più le rie sorgenti asconda. Quasi da tronco , i guai Sorgon dal vizio: che ( se’l ver mi dice. Esperienza molta ) < Pecca, ed àve ogni età suoi vizj in dote. Scerncre il ver non puote La puerizia j ed è si varia e stolta, Che in mille voglie involta , Vuole e disvuole, e si di sè s’ appaga , Ch’ erra maisemprc, e d’errar sempre è vaga • Qnd’ è che qual sormonta- L’ edera i tronchi } e vi si pianta e annidasi Tal, de’ miei detti ad onta, l5l POESÌE TOSCANE Fia die non sano affetto in voi germogli* Se il senno i germi non a tempo uccida Delle malnate voglie. Del ben la forma oh come ben s’impronta Nell’ età molle! in questa , L’ anima semplicetta che dà fede A ciò che ascolta e vede, Oneste cose udendo, aneli’ ella onesta Seni’ avvederseli resta ; Come chi stassi al sol, bendi’ ei noi senta Nò vi fermi il pensier, fosco diventa. Destinvi dunque i chiari Escmpj; e or questi in ascoltando, or quegli Egregj fatti e rari, Stimol di bella non gustata lode Il giovinetto cor vi punga e svegli . Da me cui strazia e rode Ingiuriosa sorte , ah non s’impari. Che sofferenza e zelo : Prendete altronde di fortuna esempio . Se non vi fe ’l mio scempio Abbastanza infelici, amico Cielo Almen sospenda il telo : AH' innocente etate almen perdoni ; Poi, se sazio non è, fulmini e tuoni. Si, tuoni pur ; ma pria Negli anni acerbi , anzi stagione adulto i35 DEL FILICAIA. Si veggia il senno, e sia Incontro a’ colpi di- Fortuita scudo . Velenoso piacer, qual angue occulto, Con dolce morso e crudo Ah non v’ impiaghi. Per solinga via Se all’ ingannevol fischio Correr vago augellin di faggio in faggio Sul mattutino raggio Unqua miraste ; all’ amoroso vischio Cosi di rischio in rischio Corre l’incauta gioventù che presa , Nè può quindi fuggir, nè far difesa. Chiuse al piacer P entrate Saran se, aperto alle bell’ arti il varco-, Fia che gran cose opriate. Morte del vizio è 1’ opra. E come accinto Esser puote ad oprar chi d’ozio è carco ! I’ prego ’l Ciel, eh’ estinto Del piacer 1’ empio mostro , il- crin cingiate Di non caduco serto : Pregol che un giorno alle paterne rime Bella da voi s’intime Guerra; e penda tra noi si dubbio e incerto Della vittoria il merto , Ch’ io non sappia, in mirar vostre alte prove, Se d’ esser vinto o vincitor mi giove. Nè dell’ aringo vostro I *34 poesìe toscane Sia questo il fin. Le immagini degli avi Mirate là . Quei d’ ostro Splendido ammanto , c quei guerriero arnese Vestirò : altri sudò sotto le gravi Pubbliche cure ; imprese Altri egregie forni. Mentr’ io vi mostro E toghe o insegne ed armi, Veggio che qual ardente e generoso Destrier dal suo riposo Svegliasi al-suoli de’bellicosi carmi, Già vi svegliate j e panni Che vostr’ alma i piaceri e 1’ ozio sprezzi, E i prischi onori a meritar s’ avvezzi. Ma poi 1’ età robusta Che stagiona il giudizio, e i sensi acqueta, E con amica e giusta Temperie il foco giovenil corregge; Degli onori al desio che 1’ alme asseta, Modo prescriva e legge. Poco ritien chi troppo assaggia e gusta, Non vo’ che ’l troppo ardito Legno in mar c’altra vela uuqua non corse, Il freddo Plaustro e 1’ Orse Perda, e i naufragi suoi mostrinsi a dito ; Nè vo’ che presso al lito , Ove più bassa e inen superba è 1’ onda, Rada 1’ un remo il mar, P altro la sponda.. DEL FILICAIA . ‘j35 Oh che avverrà se quando Sparso di nevi è ’l cria, le brame e 1’ ire E le sperarne in bando Poste, e repressa la natia licenza, Suddito alla ragion serva il desire ! ♦ Colla senil prudenza, Qual di virtù concerto alto ammirando , Quale armonia perfetta In voi farassi ! Dell’ età passata Dai turbini agitata La mente , allor Ila più purgata e schietta ; Come percossa e astretta Dai venti a romper tra dirupi e sassi, ' Più chiara l’ onda e cristallina lassi. Gli altrui perigli e i vostri Vi faran cauti appien; tal che nè il troppo Timor vi scuori e prostri, Nè 1’ ardir sia soverchio . all’ alte imprese , Di precipizio è 1’ un , 1’ altro è d’ intoppo. N elle più gravi offese , ^ Sempre uguale a sè stesso il cor si mostri; Nè avara voglia e vile Che 1’ estrema canizie afferra e striglie, Ne’ vostri petti alligne . Qual follia , che degli anni in sull’ aprile Abbiasi 1’ oro a vile; •Poi nel giel dell’ età quel che in poc’ ore 1 36 poesìe toscane Pur è forza lasciar, s’ ami e s’ adore T Credete a me che scorso Tant’ oltre son, che già soli presso a riva Del naturai mio corso ; Credete , o Figli, a me : 1’ amore e ’l ver® A queste voci che gran zelo avviva, Spirto e baldanza diero . Saggio chi striglie alle sue brame il morso! Saggio chi, mentre il Fato Ogni cosa mortai sossopra volve, In sua virtù s’ involve , E a lui resiste di sè stesso armato} E quando il Cielo irato Le caduche gl’ invola, egli 1’ eterne Sparge sui fogli ampie ricchezze interne ! Ma fiano al vento sparti I miei sani consigli, e sparti al vento Vostri bei studj ed arti , Se non gli offrite al Ciel. dal Ciel si prenda Principio all’ opre ; e quel che Dio talento Vi diè, per Dio si spenda. Con tersi accenti d’ onestà cosparti Vostro alto stil risuone; E tal di zelo e di Fè viva e forte Impeto il muova e porte, Che a’ vizj sferza, e alle virtù sia sprone. Rado o ncn mai s’ oppone »EL FILICAtA. * \$f Ai costumi la penna; e non si scrive Se non co’ sensi onde si parla e vive. Dall’ infima lacuna Dell’ universo lino al Ciel sovrano Le cose ad una ad una Vide per saggia scorta, e in sè tesoro Ne fe ’l gran Tosco < Or se a mirar lo strano Vario erudel lavoro Che ©gnor qui fanno Amor, Fama e Fortuna-, Pe’ gradi dell’ etate Di passo in passo io vi condussi , e fei A voi ne’ versi miei Chiaro quel ver da cui non lungi andate; Fate voi sì, deh fate Che un dì non frutti de’ miei detti il seme A me sconforto, a voi miserie estreme i. POESIE TOSCANE <38 Fede in Dio nelle disgrazie. SONETTO CXLVIII. Sorda dell’ aure al lusinghiero invito, Movea guardingo il piè mia fragil nave ; E non credendo a venticel sòave, lladea 1* un remo i flutti, e 1’ altro il lito': Quand’ ecco in mar d’ affanni alto infinito , Turbo mi spigne impetuoso e grave. Fugge ogni sponda, e 1’ arte arte non àve Sotto povero ciel di rai sfornito . Onde qual se-di là dal nostro suolo Perde 1’ Orse il nocchiero, altro già vede Astro nuovo apparir sotto altro polo ; Tal poiché raggio di mortai mercede Più a me non luce, in Dio m’ affiso, e solo Guida e regge il mio corso astro di Fede. BEL F1LICAIA « «9 SONETTO CXLIX. 2 . So pur , so pur, che sull’ eterea mole , Del di ristetter le carriere immote Allor che al suon d’imperiose note Fermossi a un tratto ubbidiente il sole; E so che al suon di semplici parole ( Forza d’invitta Fè che tutto puote ! ) Ossa spirto animò di spirto vote : Tanto sa, tanto può chi Dio ben cole. Perchè dunque arrestar del Cielo irato Anch’ io non posso i moti, ed impedita Far che la mano almen sospenda il Fato ? Perchè, perchè con voce anch’io più ardita Gridar non posso , di gran Fede armato s -Morte speranze mie , tornate in vita ! poesìe toscane Ma Il primo Sacrifizio . TERZINE. Poichè la speme disleale a dura Guerra mi sfida-, e collegato è seco L’ amor di me , che a’ danni miei congiura; Io , per tormi da entrambi e viver meco , Fuggo, e vommene in parte ove m’asconda A un amor eh’ è tutt’ occhi, un odio cieco, Odio di me, che sull’ afflitta sponda Vuol eh’ io segga dell’ Elsa, epianga, e accorde Il suon de’pianti al mormorio-dell’ onda. Dei duri affetti le ostinate corde Temprar, chi può! troppo son queste, ahi lasso! A ceder lente, ed a risponder sorde. Pur se con ciglio addolorato e basso Le miserie mie tante avvien eh’ i’ adocchi, Non vi affiso il pensier, ma guardo e passo: E se in pianto addivien che il cuor trabocchi, Reliquia è forse di pietà natia, i Che dal mio sen cacciata, esce per gli occhi. I Tif,Ti TfLTC'ÀfA.. l4t ^ Ma s* 5o vi miro , o Figli, ah non più mia Gioia, ma pena e dilettoso affanno; Uom tutt’ altro sernbr’ io da quel di pria. Piango in voi la mia sorte, e ’i vostro danno Nel mio rimembro: e qual, se Borea freme, Va il tronco a terra, c i rami a terra vanno; Tal io cadendo, con voi cado ; c preme Tre vite a un tempo una sciagura istessa ; Ed i miei guai de’ vostri guai son seme. Miseri Figli ! a che voler eh* io tessa A voi l’istoria de’ miei casi amari? Voi la portate in voi medesmi impressa : Ed io vi móstro in me , quai vi prepari Fortuna oltraggi, e come al piè dell’ uno Tosto a spuntar l’ altro infortunio impari ; E come ognor, mentre in me tutti aduno Delle miserie i rivi, a voi gl’ invie Per segreti canali ad uno ad uno. Ond’ è che qual per sotterranee vie Mischiasi Alfeo con Àretusa , e ’l nome Con lei confonde e I’ acque sue natie ; Tal, mescolato de’ martlr le some, E fatto di tre petti mi petto solo, Avvien che vostro il mio dolor si nome. Lasso! i* piantai su non inculto suolo Di mia man propria un verde lauro, e crebbe Si, c’ altri n’ ebber meraviglia e duolo* i4» poesìe toscane Vomcr di penna i suoi be’ rami accrebbe ». E vi fer nido i miei pensier; ma frutto Altro che d’ ombra e di beltà non ebbe • Ond’ io meco m* adiro ; e 1* opra, e tutto Lo studio e l* arte, e me in giudizio chiamo; A tal m* à 1* ira e la pietà condutto . Amo voi, perchè miseri; e più v* amo, Perchè miseri misero vi fei : Che somiglianza è d’ amor 1' esca e I’ amo. Io vi ò tradito, o Figli ; e questi miei Studj sempre infelici e sempre al vento Sparsi, del vostro e del mio mal son rei. Io^mi credea che un debile alimento Dovesse 1’ ombra de* miei lauri amena Alineti fruttarvi, e non fruttò che stento. Cosi , di fame e di sconforto piena , Roma un tempo credè eh* egizia nave Grano al Tebro portasse, e portò rena. Dunque è pur ver ( ahi troppo è ver ! ) che grave Acerbo fato ad infinite ambasce V’ aprio la porta, e eh’ io gli die’la chiave. Deh perchè a vita si crudel si nasce ? Perchè son padre ? e perchè voi miei figli Morte non spegno, anzi non spense in-fasce? Forse perchè sol dal mio sangue pigli Alimento il dolore, e in voi disbrami Crudel Fortuna i sitibondi artigli?' DEL FILICAIA. l43 Forse, ali forse perchè più si dirami Nel mio petto 1’ angoscia, e in voi dilate Con crudo innesto i dispietati rami ! Tal che in dispregi c in povertà viviate , Sempre morendo ; e da’ vostr’ alti guai L’ età presente e la futura empiate ! Vivete pur ; ma del meriggio ai rai Pria che giunga il di vostro, e'Imi 0 tramonte, Fato udite da me più fiero assai. Udite il fato che già stavvi a fronte, Fato infelice : udite , o Figli ; e poi Chinate, a terra per dolor la fronte . Deh pria eh’ io parli, ahi lasso ! o ’l Ciel co’ suoi Fólgori ini sàetti, arda e disfaccia ; O m’inghiotta la terra, o ’l mar m’ingoi. Ma che! Dio vuol eh’ io parli, e fiach’io taccia! Vuol eh’ io non v’ ami, ed amerovvi ! Ei fece Di Natura le leggi', ed ei le sfaccia. Anzi vuol eh’ io v’ uccida . Or, che non lece A chi può tutto ! Ubbidienza e Fede Morte daranvi, e sosterran mia vece. Al fiero annunzio, in voi da capo a piede Treman le membra, e corre il sangue alcuore, Al cuor che offeso, in sua difesa il chiede. Ma non tanta di voi pietà v’ accuore: Sol morrete ai diletti, e sol cadrete Qstie incruente all’ increato Amore; 1.11 POESÌE TOSCANE E in quest’ erma campagna i di trarrete Spettri di viva morte, ombre spiranti ; E 1’ alma in sen sol per penare avrete . Già stringo il ferro ; e benché il choc mi schianti Amor di padre, al crudo officio e pio Lieto m’ accingo, e più non cerco avanti. Calo il colpo; e col colpo un voto invio, •Ch’ ei cada in fallo, o come ’l suo ritenne D’ Isacco il Padre, anch’ io ritenga il mio. Ma non vien ora a voi, come allor venne, Angel che gridi, e ’l riiiuoeo ferro Rattenga a me, siccome a lui rattemie. Or mentre scende il fatai colpo, io serro E indietro i lumi per pietà rivolto ; Poi lo scempio a mirar gli apro e disserro. Miro voi, quasi foste o poco o molto Da fulmin tocchi, nel dìfuora intatti ; Ma non illeso è ’l cuor, se illeso è ’l volto. Gl’ istessi al moto , al portamento e agli atti Siete, è ver; ma dal primo esser diversi In voi gli affetti ed i pen6Ìer son fatti. Secca è la vena della speme ; e fersi Vostro retaggio il gemito e ’l martire, E ’l penar sempre, e ’l sempremai dolersi. Onci’ io che fei lo scempio, ed or lo miro ( Ahi quanto può la tirannia de’ sensi! ), Col braccio e poi cogli occhi anco m’ adiro. DEL FILICAIA • l45 Ma se a un tal sagrilìcio avvien eh* io pensi, For?:a è che ’1 biasmo dei parer crudele, Col mei'to poi d' esser fedel compensi. A voi, Figli, fui crudo ; a Dio , fedele : E saria stato il contrastar inio , vano-.- A che dunque iterar pianti e querele? Obbedì il servo , e comandò il Sovrano: Ei mi vi chiese, ed io v* offersi a lui; Ei mi diè ’i ferro , ed io n* armai la.mano. Vittime offersi i vostri affetti, e in vni Sagrificai me stesso; onde in.voi stessi Vittima insieme e sacerdote io fui. Anzi tanti a punir miei ’ndegni eccessi, Doppia in me stesso uccisimi commisi, E a me die’ morte anzi che a voi la dessi. Le brame allora e le speranze uccisi; Mi sposai colla doglia e colle pene, E-’i nuovo me dal vecchio me divisi ; E svenai l* amor proprio, e ’1 falso bene Di quest’ egra infedei misera vita, Che assai promette, e che poi nulla attiene Ecco dunque, al dolor sede gradita, L\ alpestre balza nel cui sen godremo Ignobil ozio, e libertà romita . Non so se 1* Arno, o se mai più vedremo La città regia che tutt* altre avanza ; Iddio ben sa quel eh’ io ne spero o temo. Filic. Tom . IL io l46 POESÌE toscane Quand’ ei noi voglia, del soffrir 1’ usanza Cangerassi in natura ; e ’l duol sofferto Cambierà nome , e diverrà costanza . E 1’ aver già nostri voleri offerto A chi rende assai più eh’ ei non riceve, Farà che cresca in sofferenza il merto . Mirate , o Figli, che d’ un viver brieve Femmo a lui dono , e che immortai si è quello Ch’ ei ne promette e che sperar si deve . Chi porla mai compor 1’ alto modello Di quel ben cui ritrarre unqua non puote Scalpel di senso, o di ragion pennello? Io d’ amorose lagrime devote Bagno la pena che al gidir ne guida, . E ringrazio la Man c’ ama e percuote. Inventi pur nuovi supplicj, e fida Del nostro esilio la crudel Fortuna, Crudel se affligge, e se accarezza , infida ; E 1’ onda de’ nostr.’auni bruna bruna Sotto 1’ ombra perpetua dei mali Scorra, nè raggio mai di speme alcuna Splenda sovr’ essa, nè mai quindi esali Vapor che saglia e si condensi, e piova Un sol conforto ai sensi afflitti e frali ; Nè alcun si trovi, che a pietà si muova Di nostre tante avversità; che alfine Assai più che ’l gioire, il pianger giova. '>47 niX FTLiCAU. Là nel gran di che 1’ ultimo confine Sara del mondo , e in cui vedrassi a qualo Termin la vita di ciascun cammini? , Cambieransi le sorti ; e in forma uguale , Miser chi lieto, e chi rneschin già parve, Sara felice, in ben cangiato il male. Sparite allor le ingannatrici larve, fn noi vedrassi a chiare note scritto Che premio fu quel che gastigo apparve . Nè fia stupor : tesse quaggiù 1’ afflitto A sè gloria immortai ; ma in sè rimira Il rovescio dell’ opra , e non il dritto ; Mira quel che di qua 1’ ange e martira t Ma svolta un giórno la mirabil tela, Vedrà di là quel eh’ ei veder desira;’ 1 Vedrà la gloria; e mentre a lui si svela : Quanto (dirà), quanto è quebben che in terra Sotto scorza di mal s’ asconde e cela ! Ma chi si am noi, che pria d’ andarsotterra, Veder tanto vogliam ? tal nostra sorte Sia , qual vorrà chi nel voler non erra. Dappoi eh’ io diedi ai nostri affetti morte, Non siam più nostri, o Figli ; e ih noi già chiuse Son del volere e disvoler le porte . Or quali addurre in suo favor può scuse Nostra inferma ragion , se un si grand’atto Già tutte in Dio nostre ragion trasfuse ? Non siam più nostri ; e ’l sagrilicio è fatto * POESÌE toscane >48 Il secondo Sacrifizio » Alla S. R. Maestà di Cristina Regina di Svezia. TERZINE.. Era già fatto il sagrificio , e fiso 10 pur mirava le incruente morti Di me in me stesso e ne’ miei figli ucciso. Quei miravanmi aneli' essi ; e benché morti,. Pur mi fean guerra di pietate al core Con guardi esangui, e con sembianti smorti. E di tal forza m’ assali il dolore , Che in pensando tra me se fatto fosse 11 sagrificio, un non so quale orrore Presemi, e grande nel peusier si mosse Dubbio se Fede o se pietà fu quella Che col mio'braccio i figli miei percosse. Ma vidi ( ahi quante m’ avventò quadrell» Tal vista ! ) , vidi alla ragion la mano , E alla Fè la pietà fatta rubella : Vidi che scese il debil colpo invano Sul maggior figlio ; e che d’ amor fu falle L’ crròr del braccio ingiustamente umano. '«Et,nocAiA. ' t/j$ Qual mi divenni, sallo il core, e sallo ’L’ira onde ’l ferro rimirai caduto, Sol per mancanza di mia Fede , in fallo , Oh fallo ! oh Fede ! oh mio non ben compiute Sacrificio infelice ! i sensi fero Di te 1’ offerta, e ne fe ’l Ciel rifiuto. Volli ’l colpo iterar; ma un lusinghiero Pensier si oppose di pietate accenso; E ’l dritto e ’l giusto a sua ragion cederò : Finche dal senno disarmato il sento, a* Comparve in campo altra ragion si forte, Che a lei m’ arresi, e le donai 1’ assenso. Già offrendo il figlio alla seconda morte, Basso lo sguardo , e ’l ferro alto io tenea, Com’ uom cui sacro zelo arda e traporte . Già ’l braccio alzato, qual vapor che in rea Vampa converso ,-onde partio sen riede, Precipitosamente in giù cadea ; E già svenata da coltel di Fede, La tremante languia vittima esangue; Quand’ ecco voce che i miei sensi eccede': Viva ( disse ) la Fè che in te non langue ; Viva l’invitta Fè cui ’nvan s’ oppose Veemenza d’ amor , forza di sangue. Mirò Dio si grand’ atto ; indi ni’ impose Che di tua Fede in premio, a prò del figlio Nuova ordissi quaggiù serie di cose. l5o POESIE TOSCANE Lui di Fortuna dal crudele artiglio Trar degg’ io : cosi vuoisi ( e non tei celo ), Colassù nel supremo alto Consiglio . Tocco allor quasi da invisibil telo , Io mi riscossi ; e di tai voci al intono , Non so se in terra o se formate in Cielo, Ben conobbi Colei che feo del trono L’ alto rifiuto , e di cui spesso in rima Coi più remoti secoli ragiono . Trar ( diss’ ella ) il degg’ io dal patrio clima, E ’1 Destino scolpar di quel eh’ è colpa Dell’ uso, e colpa del Destin si stima. Legga in quest’ opra mia la sua discolpa L’innocente Destino , c in me si veda Che quanto ei pecca meli, vie più s’incolpa,. Vuol Dio, che alla sua man la mia succeda; E che mentr’ ei, da gran bontade astretto, A te rende il tuo figlio, a me tu ’l cedas Vuol che dall’ ombre del paterno tetto Io per sua gloria il tragga; e come suole Nascer simile alla cagion 1’ effetto, Vuol che dell’ Arbia le famose scuole Io gli disserri, ond’ ci che oscuro giacque, S’ alzi da terra , e in fama poggi e vote . Ma quel che oprar per le mie man gli piacque, Siasi a tutt’ altri occulto , a te sol noto: Taci tu quanto udisti. e qui si tacque. r>EL FIMCAIA . tòt Qual se talor soverchio cibo al voto Corpo infermo s’ appresti, oppressa pere In lui la forza, e colla forza il moto ; Tal di quel forte insolito piacere Che 1’ egra e stanca mia virtù soccorse, Non ressi al colpo ; e se non che il sapere Onde ’l colpo venia, baldanza porse All’ alma, e ’i cor che già cadea , sostenne, I’ rimanea della mia vita in forse . Quel che di me, quel che dei figlio avvenne, Ridir noi so.: ma sarà mai eh’ io ’l taccia ! Soffra in suo danno il ver, che almenl’accenne. Dico che , in atto d’ obbedir, la faccia Chinai prostrato, e: Quel (diss’io) chedianzi Di me ’i Ciel decretò , di me si faccia. Ma ta r gran Donna, qual di me poc’ anzi Pietà mosse a raccor con man cortese Di tante morti,mie gli ultimi avanzi? Dio che a condur le sue più eccelse imprese Te par che elegga , e in te sè stesso onori, Di pietose faville il cor t’ accese; E de’ suoi non compiuti alti lavori ( Onde ’l suo grande oprar tuo merto fosse ) Il disegno animò co’ tuoi colori. E in te la gloria dell’ eterne posse Tanto allor folgorò, che ’l sommo Nume Te le sue veci a sostener promosse. lòti POESÌE TOSCANE Ma qual di vista ben temprato acume Può l’altera soffrir luce amorosa Che l’opra illustra oltre ’l mortai costume! L’opra è si eccelsa, che ’l pensier non osa In 6è stesso adombrar quant’ io ne scorsi, Nè ’l può mai pareggiar verso nè prosa. Non sa il figlio, che a te vittima il porsi ; Che altier n’ andria del suo morir: ma quale, Qual vita debbe al suo morir preporsi ! Noi sa, nè’l dee saper; ma se opra tale Tacer m’ è forza, è forza pur eh’ i’esclamo: Qual fu mai dura legge a questa uguale 1 Ah non soffrir che a rigoroso esame I contumaci miei silenzj cito L’ età futura , e me in giudizio chiame : Non soffrir che o mal dette o non udite Le tue lodi, Cristina , or da me sieno Col dir depresse, or col tacer tradite. Che se fra i pregi onde già ’l mondo ài pieno, Perderne un sol non curi, e te non muove Si picciol danno ; il mio ti muova almeno . Troppo perdo s’io taccio : e se le nuove Glorie tue far palesi a me non lece , Nel tuo dono il tuo don chi fia che trove ! Sperar che deggio, se di gioia in vece Trovo pena in quel dono il cui più chiaro Pregio asconde il non dir : Cristina il fece ! •nei. fìml.ua . 1 5? Dono igrfsto alia Fama, e tanto avaro Di sè , che rii’ empie d’ un gentile sdegno , E m’ affligge vie più , quanto è più caro. Io non fui nrai d’ ambizioso ingegno; Ma se ora il sono , tal mi sforza e punge , Che un si onesto fallir di scusa è degno. Svelin dunque il segreto, e ’l portin lunge Miei carmi alati per le vie de’ venti, Fin dove ignoto è’1 giorno j e ’l sol non giunge : E le remote sconosciute genti, K Battro e Tile, e i più deserti adusti Lidi dell’ arsa Libia , e i lidi algenti Sappiali, gran Donna, che colei tu fusti, A cui piacque con nuovo alto portento Dar loco a me fra’ tuoi pensieri augusti; Sappiati che il lume ravvivar, già spente, Di mia speme potesti : ond’ è che parve Poscia il Destino a’ danni miei più lento; E che del figlio al disparir, disparve L’orrido aspetto di mie gravi ambasce, Nè di me stesso in me vestigio apparve. Ma se pur vuoi che incelebrato io lasco Fatto si grande, e che silenzio il copra.; Coprasi, e ’l mio desir s’ uccida in fasce . Forse avverrà che 1’ ammirahil opra Si ribelli a te stessa, e, come avviene Delle grand’ opre ognor, sè stessa scuopra. j 54' poesìe toscane Ma. di lagrime aspersa ecco sen viene Senza il figlio la madre. Ah mira come Pallida esangue per pietà diviene; E come , sparsa per dolor le chiome , A me fa forza coi sospiri , e intanto Va empiendo 1’ aere dell’ amato nome, Del nome amato e sospirato tanto ! Deh se al mio dir non cedi, alta Reina , Se non cedi al mio dir., cedi al suo pianto Soffri almen che la misera meschina Ch’ è felice e noi sa, le sue future Glorie che a,lei regio, favor destina , Sappia , e sappia che al figlio entro le oscure Officine del Tempo il Ciel lavora Per le man di Cristina alte avventure. Pianser le madri di Betlemme allora Che. strappò dai lor sen fiera masnada Coi, cari figli lor 1’ anime ancora ; E ferì anch’ esse del dolor la spada : Che non sapean quelle infelici , a quanta Gloria il ferro agli estinti apria la strada. Tal si affligge costei : ma se con tanta Forza voci e sospir dal petto elice, E amorosa pietate il cuor le schianta ; Giusto è ben ; che non sa questa felice Misera , ond’ escali del suo pianto i rivi IJè qual de’ suoi martir sia la radice;. DELFILICÀIA. l55 Non sa chi il figlio le rapisca, e ’i privi Di morta vita; e come un colpo istesso Morte gli rechi , e la sua morte avvivi. Oh se ’1 sapesse, e fosse a lei concesso Pure un poco il veder quanto alto ascenda Quei che aver può ne’ tuoi pensier l'ingresso E qual nuova da te vita si prenda, Da te, di cui non feo I* alto Motore Opra quaggiù più altera e più stupenda; E in che mirabil guisa entro e di fuore Splenda il ciel di tua mente, e quanti rai Sparsevi di sua man 1*eterno Amore; Dina forse, pentita: Oh quanto errai! Mora il figlio a trovar più nohil vita Nel regio petto: e che si tarda ornai! Mora , mora il mio figlio; ed impedita Gli usati affetti nel materno seuo Trovin 1* entrata , ed i sospir l* uscita. Ma tu non parli ; ond’ io mi taccio, e freno Le chiuse voglie che di fiore in guisa , Aprirsi ai rai del tuo parlar vorrieno. Che se dal figlio rimirar divisa Puoi tu la madre ; nè veder t* è grave L* un dalla fè, 1* altra dal duolo uccisa ; Al figlio almen , c’altro desio non àve, Aprasi *1 chiuso incognito mistero; E perch’ ei s’ apra, il tuo voler sia chiave 1 56 rcrESÌE‘TOSCAr«: D’alto comando esecutor severo Già parve Abramo ; e pure al figlio el disse Tanto, che parte gli scoprio del vero; Tanto almen , che bastò perch’ ei capisse li gran segreto, e martir di desio, Senza morir pria di morir morisse. Perchè dunque al mio figlio, or non più mio^ Nel giorno estremo soffrirai eh’ io nieghi Gli estremi ufficj, e non gli adombri anch’io Quanto-più posso il ver 1 Deh se i mie’ preghi Non odi, e invan per me perora il duolo; Odi te stessa , e tua bontà ti pieghi, Tacqui, ciò detto, e mi prostrai sul suolo. BEL FILICAU . 157 II testamento ai Figliuoli . CANZONE XXXI, Figli, se di mia mente Figli non siete , udir di padre il nome Sdegno ; e dal dritto degli affetti esente, Rendo a Natura i doni suoi. Ma pria Ch’io’lfaccia-, eimbianchile attempate chiome Stagion più fredda e ria ; E pria che in voi la giovenile ardente Baldanza il fren ricuse ; In semplice parlar, liberi sensi Convien che a voi dispensi : E se fian disadorne, aspre e confuse Mie voci , Amor mi scuse , Amor che nel pensiero a me ragiona , E in rozzi accenti a favellar mi sprona. Teneri e in latte furo Vostr’ ingegni fin qui ; uè ancor 1’ incolta Vergine terra della mente , il duro Vomer sentio di verità maestra ; Ala il sentirà se ’l mio parlar s’ ascolta. • . j58 poesìe toscane Saggio chi a far s’ addestra Contra sè di sè stesso argine e murò, Signor di sè! Voi siete A voi nemici , o Figli, e a voi nemica È questa madre antica , Fiera madre ; e quel suol c’ ora premete, E 1’ aere che bevete , Sono aperte officine ove in più modi Mille 1’ uom contro 1’ uom fabbrica frodi. Nè soffrirò che deggia Tener voi sempre alta ignoranza involti : Che ignoranza è rea cosai e più danneggia In uom gentil, che in un del volgo, in questo Fa rider pochi, e in quel fa pianger molti. Fè giura il mondo, e presto Rompe fè itna chi ’lcrede, ancor che’lveggia! Cangia 1’ empio in natura , ' Del tradir 1’ empia usanza ; e fama e onori E pompe ed ostri ed ori Mentre da lunge in bei color figura , Con infedel pittura Un bel misto di frodi orna e compone ; E perchè inganni, al non suo lume il pone. E dice : Io son che in preda Offro me stesso a chi m’adora: io sono Che bear posso j e quanto posso , il veda Più d’ un, del cui gran fasto idol già fui • DELFJUCAIA. l5i) 'Così favella : e de’ suol detti al suono Chi mai sarà , che lui, Non qual egli è, ma qual si fa, non creda 1 Al ligure Nocchiero Gran continente , contra '1 ver, già parve Quella che pria gli apparve Isola ingannatrice ; e contra’1 vero, Crede Rumati pensiero, C* ampio e infinito il ben sia della terra Cui bYcve spazio c circoscrive e serra. Ed oh raffini ornai Piu adulta etate in voi prudenza e senno; E, senza velo , della mente i rai Rispiendan sì, che negli altrui perigli Tal ei v’ appaia un di, qual io V accenno; E come inveschi e pigli Veggiate, e quanti di superbia e quai Vapor che un vento sface , Alzi; veggiate coni’ ei fugge e passa, * E tal vestigio lassa, Qual sull’ alto Océ&n prora fugace ; E com* è poi fallace E scarso e vano; e quanti affanni, e quanti Costa ogni suo favor delitti e pianti 1 Vedrete allor, vedrete Disperate speranze a lui d’intorno, E glorie infami , ed allegrie non liete, ifio poesìe toscane Scheletri di potenza, e sconci aborti . Di gran fortune, e pentimento e scorno E danni e insidie e torti, E splendidi naufragi ; e poi direte : Chi è costui che tutto Offre, e nulla poi dà ? chi è costui Che d’ ombra i servi sui Pasce , e di fronde in suol bugiardo e asciutto Abbonda, e scarso à il frutto; Che odia più chi più 1’ ama, e nel soggetto Stuolo ama sol degli odj suoi 1’ effetto ! Costui chi è, che conta Più furti assai, che doni; e di cui nuoce Più ’l don, che’J furto, e più’l favor, chel’onta! Costui che regna, e nel cui regno- è morto L’ignoranza , e ’l ben pigro, e ’i mal veloce, E ’l salir dubbio, e certo 11 precipizio 1 la perfetta impronta Dov’ è, dov’ è , che in esso Stampò ’l gran Fabbro ! Oh perfido e deforme Genio dell’ uom ! difforme Tu il mondo festi; ond’ei non par più desso. Gran duolo il Fabbro istesso Già punse, e duolo il punge or più profondo. D’aver 1’uom fatto, che à disfatto il mondo. Cosi direte allora , Figli; e in passando per le umane ambasc® fjEL FILICAIÀ . Itli Tra scoliforti e piacer, vedrete ognora, Che come bagna si, ma non disseta Salso umor; cosl’l mondo empie, eiionpasce. Nè se crudel pianeta Non mai v’ appresti riposata un’ ora; Nè se iniplacabil sorte Faccia di voi quel che di me fe sempre, Vii doglia il cuor vi stempre. Rende il verno le piante egre, e si smorte Di fuor, che sembran morte; Ma il gielo istesso che le uccide, in loro Forma occulto di vita alto lavoro; E si di pomi àn grave Poi ciascun ramo, che del caro peso Paion quasi pregar c’ altri le sgrave. Cosi se ingiuria d’indiscreto verno Quelle onde T verde tronco era difeso, De’ vostri'rami a scherno, Foglie vi tolga, e ’1 suo furor più aggrave ; Forse avverrà che nuova Mirabil trama in voi di frotidì e fiori L’ aspro destili lavori : Che qual sè stesso il suol varia e rinnuova Con portentosa prova , Tal, come ’1 male , il ben muore e rinasce Che altro il mal poi non è , cheun bene ih fasce Pur se è destin che ignuda Filic. Tom. II. 11 l6a PpESil? TOSCANE Vostra umil pianta le fallite cime Mostri, e lei sempre il passeggier deluda ; Vinca, vinca il destino. In voi faranno Le glorie del soffrir, vie più sublime La dignità del danno : E della sorte più rabbiosa e cruda Tra le più ree tempeste , Vera invitta umiltà de’ suoi dispregi Fia che s’ adorni e fregi ; Onde affetti non frali Amor celeste In voi trapianti e deste, E quella Fè produca e quel desio. Che in Dio si ferma, e Dio sol chiede a Dio . Figli, all’ estremo passo Già già m’ accosto; e non leggier mi punge Cura di voi, di me : di me che passo, Di voi eh’ io lascio. Un amoroso strido Or alzo , e quanto il suono andar può lunge: Udite , udite ( io grido ) : Gran patrimonio alla mia prole io lasso; Odio ; disprezzo e obblio Dei ben caduchi, e degli eterni zelo. Questo che a voi disvelo, Ultimo testamento è del cuor mio. Se genio in voi sì pio Resterà; di chi parte e di chi resta Ben degna, o Figli, eredità fia questa. BEL FILICAIA. l6Ì 2Yel guardare il Crocifisso . SONETTO CL. \ ostre piaghe a mirar mentre in un guardo, Siguor, quest’ alma desiosa corre, Di vena in vena un freddo orror mi scorre. Ahi so pur eh’ io v’ uccisi, ed or vi guardo? Guardovi ; e punto d’ amoroso dardo, Già per man del dolor la vita torre Sentomi : e frettoloso invali soccorre Il sangue al cor j c’ ogni soccorso è tardo. E già trafitto, e pien di morte il viso, Caggio a terra ; e nel duol tanto m* accoro, Ch’ io non so se uccisor sembri od ucciso : Nè moro io già ; che fia maggior martóro Se in si barbaro scempio ognor ni’ affiso, Che s’io ’1 miro una volta, e poi mi moro. ì64 poesìe toscane SONETTO CU. 2 . Da. core agli ocelli, e poi dagli occhi al core Se in reciprochi sguardi è ver che passi Di sangue un tenue spirto, e in petto lassi Tempre uniformi, e somiglianza e amore; Ben fia, Signor, che dei vostr’ occhi fuore Virtù del sangue vostro in me trapassi, E ’i senso affreni, e T alterezze abbassi, E purghi e sgombri ogni mio antico errore. E in voi pur fia che dai miei sguardi esali Il mio spirto ; e pietà stringa dappoi, Me de’ vostri dolor, voi de’ miei mali. Onde amanti ed amati ambo da noi, Ilestiam poi sempre inegualmente eguali ; Voi in me trasfuso , io crocifisso in voi. BEL FIMCÀTA» l95 Al Crocifisso. SONETTO CUI. iVJio Dio, per gloria del tuo sanfo amoro, Se nel divin costato i miei pensieri Abitai! sempre , onde ritratti veri Sembrali del tuo si fiero aspro dolore > Possa' pur io quel d’ ogni duol maggiore Duol che crucia i rubelli Angeli alteri, Sentir; nè gioia di goder mai speri, S’ altro duolo quaggiù fia che m’ accuore . Ma gioie mai non fur si dolci e care, Come a me caro r è il mio dolor ; nè voglio Anzi altrove gioir , che qui penare. E dir tra me nel maggior duolo io soglio: Quanto puote la gioia in Ciel beare, Se qui tanto bear puote il cordoglio ! i66 poesìe toscane Nel guardare il Sangue di Cristo Signor nostro . SONETTO CLIII. (^uel Sangue è questo , che trattar potéo Con Dio I’ accordo, e 1’ offensor difese ? E ’l cui gran merto e ’l cui valor le imprese Della mia Fè vittoriose feo ? Questo è quel Sangue, nel cui mar cade'o Naufrago il fallo dell’ antiche offese ? Oh amor d’ un Dio che dall’ altezza scese Di sue ragioni, e un Dio fe servo e reo ! Quando al suon d’un sol detto il mondo nacque, Creatrice virtù che mai non langue , Di Dio lo spirto feo notar sull’ acque. Ma quando al mondo pe’gran falli esangue , Donar salute al Redentor poi piacque , Spirò ’l suo spirto, e ’l feo notar sul Sangue. DEL FILI CAIA . 167 Al Sepolcro di Cristo Signor nostro . SONETTO CLIV. Pien d’ un alto acutissimo cordoglio Che’l cuor mi schianta, intorno alSasso amato, Al par del sasso immobile insensato Mentre tutta in sospir 1’ anima io scioglio : Miei lumi (esclamo), ah non piangete : io voglio Che alle lagrime il varco in voi serrato, Dall’ interne onde mie spinto agitato Rompa il naufrago cuore in questo scoglio ; E qui viver vo’ morto, ove già preda Fu di Morte la Vita; e qui desio Che in me, d’ anima in vece, il duo! risieda. Mentr’ io parlo in tal guisa, un doppio rio Piover da voi si largo avvieu eh* io veda, Che voi scuso, me incolpo, e piango anch’io. i6S POESIE TOSCANE Sopra quelle parole A' Isaia 43, 24 '• Servire me fecisti in peccatis tuis . SONETTO CLV- Signor, che ascolto! a me ne’ falli miei Tu servi ! o servi, e il soffri ! e ’i fallo mio Potè in me tanto, che a servirmi un Dio , Peccando, astrinsi! e potei farlo, e ’l fei! Io sono , io son che in usi indegni e rei Valsimi ognor de’ tuoi gran doni ; ed io Con questi ai mal fui pronto, al ben restio : Tal io mercede al donator rendei. E ancor dorme il tuo sdegno ! e ancor noi destiJ Non più , non più si soffra ; e la proterva Mia baldanza impunita unqua non resti.. Ma pietà sia la pena; e sol ti serva, Se ne’ miei falli a me servir potesti, Far cho a te sol nelle tue glorie io serva. t BEE FIUCAL4-. Sopra la divina Provvidenza , SONETTO CLVt Cattai madre i figli con pietoso affetto Mira, e d’ amor si strugge a lor davante, E urv bacia in fronte, ed un si stringe al peto ) Uno tien sui ginocchi, un sulle piante ; E mentre agli atti, ai gemiti, all’ aspetto Lor voglie intende si diverse e tante, A.questi un guardo, a quei dispensa un detto ; E se ride o s’ adira, è sempre amante: Tal per noi Provvidenza alta infinita Veglia, e questi conforta, e quei provvede , E tutti ascolta, e porge a tutti aita: E se niega talor grazia o mercede; O niega sol perchè a pregar ne invita, O negar finge, e nel negar concede . rOESlE TOSCANE 170 . Tfel mancar della vista «_ SONETTO CLVII. IVIcntrc del viver mio tramonta il giorno ^ \ E già s’ annottali di quest’ occhi i rai t ~ Scemali dì molo, e più di pregio assai, > Le frali cose di che ’l mondo è adorno. Ma T egra vista, di tant’ ombre a scorilo, Gli oggetti eterni a cui finor pensai Poco , e che poco scorsi, e meli prezzai, Via più sempre ingrandisco a me d’intorno .. E come a debil lume assai più luce Di sculta gemma il raggio, e più si scerne, Che al forte incontro di sfrenata luce ; Cosi il debile sguardo alle superne Parti mi scorge ; e 1’ ombra sua m’ adduce Meglio a scoprir 1’ alte bellezze etetne. DEL FILICAIA . » 7 * Alla Beatissima Vergine nel Presepio . CANZONE XXXII. Al fortunato Speco Eccoci giunti, Amore. Tu che a’ miei passi, Amor, compagnoeduce Fosti per l’iier cieco, Tu qui rimanti meco. Qui si pieghi ’l ginocchio, e qui s’ adora La pargoletta Luce. Che da vergine Aurora Spuntò poc’ anzi, ed ora Sparge più chiaro a queste mura intorno Di veri tate il giorno . Ma tanti a prima giunta Vibra 1’ infante Nume Lampi dal ciglio, che degli occhi miei La mal temprata punta Ne’ forti rai si spunta Del nuovo apparso-in terra estranio lume., Dunque adoriarn Costei , Amor, che al mondo sola, Tyì poesìe toscane Del Parto suo figliuola, Il chiaro sol de’ suoi begli occhi adomb*» D’ alta umiltà coll’ ombra. Mira quanta onestale Spirali le vive rose >, -r Dell’ angelico volto, e quanta insieme Tra ’l gaudio e la pietade Giù da' bei rai le cade Pioggia di perle lucide amorose ! Mira che il riso geme Tra le serene ciglia, E quivi ( oh meraviglia ! ) , Come in soggiorni al lor diporto eletti,, Spazian gli eterni affetti. In un pensier siiave S’ adagia il suo bel viso. Chi sa, chi sa l forse rimembra, o quando L’ Angel che a lei disse Ave , Con amorosa chiave Il cuor le aperse; o quando all’ alto avviso . Del gran Parto ammirando Turbossi ; o quando fede Al grande annunzio diede , E al sacro eterno onnipotente Foco Nel casto sen diè loco . f Qual ramicel da ramo, Tal da pensier pensiero- DTX FIUCAIA . 17*3 In lei germoglia; e tra se forse or dice: Oh quant’ io debbo , Adamo , Al tuo non so s* i* chiamo Fallo, o pur mio destili ! Forse or 1' altero Dell* i'essea radice Rampollo, e l’incombusto Rogo di fiamme ouusto , E T amica sul vello onda cadente Or le ritorna a mente* Di gioia ecco vien meno, Mirando il Figlio ; e pasce Gli avidi sguardi del bel volto adorno: Di sr^rfl ambrosia pieno Ecco gli porge il seno , E al senio stringe. Ali soffri, Amor, eh* io lasco Gli occhi vagar d’intorno A vista si gioconda Che *1 cuor di gioia inonda; E a lei rivolto, in somiglianti modi L’ umil mia lingua io snodi, O fra tutt* altre eletta A far di te fattura li tuo Fattore ; o nella Mente eterna Ab eterno concetta, Vergine benedetta, In cui ripose ogni su’ estrema cura Colui che ’l Ciei governa; 174 POESÌE toscane Che gentil cosa mai Son de* begli occhi i rai, Di qué* begli occhi che d* eterno affetto A Dio scaldavo il petto ì * Dell* antico servaggio L* ombre a fugar, nel puro Cristallo entrò del tuo virgineo chiostro, Senza pur fargli oltraggio, Del divin Sole il raggio : Per te nel centro della terra oscuro Piombò *1 tartareo Mostro : Per te cessavo i mali Dei miseri mortali, E in dolce gioia trasmutò il profondo Suo lungo affanno il mondo. Qual dai venti sospinto, Dal mare il mar fuggendo, Trova in placido seno e porto e calma ; Tal d’ amoroso instinto Dai dolci fiati spinto, Amico porto in questo Speco io prendo Nel naufragar dell* alma. Tu che *1 desio precorri , Vergine, a me soccorri; Soccorri a me che tra peccati e guai Dal ver si lungi errai ; Soccorri a me cbe sono DEL FILICA1A. 175. ''Già del mio corso a proda, E sto sull’ orlo del fatai conline. Se dal tuo giusto e buono Figlio impetrar perdono A me ti degni , oh qual n’ avrai tu loda ! Tu parole ài divine, Tu celesti maniere : Del parlar, del tacere Tu sai 1* ore opportune ; e tu coi preghi Sforzi, convinci e leghi. Bella del Ciel Reiua, Del caro Figlio se a’ begli occhi credi, Non par eh’ ei dica : Chiedi ! Ah cinedi dunque, e dimmi poi se guerra O pace avrò sotterra. Dalle tue labbra impaziente io pendo > E’l gran decreto attendo. j "Itn ...il me : (ito n-fii. :àC ' POESÌE tOSCASE r;5 Alla Santissima tergine* SONETTO CLVIH. ergine Madre, a cui tremante e fioco Alzo le strida ( ed è ben tempo ornai ) , Deh vieni, e volgi de' begli occhi i rai A me che afflitto e peccator t’invoco. Vieti’ : che mi resta ornai da viver poco, Da pianger molto , e da temere assai ; I Poiché i’ ottavo tra peccati e guai 1 Lustro già corsi, e muoio a poco a poco. E forse al duolo ed al mio viver fine Avria Morte già dato, ed avrian posa Queste mie tribolate ossa meschine ; Se non eh’ ella in veder 1’ alta amorosa Tua luce impressa in me, le tue divine Sembianze ammira, e me ferir non osa . BEL FILtCAfA 177 SONETTO CU£ 2. "Vergine , i’ penso quanto stadio ed arte Mi costa un. grido passeggier, che giunto-, Empie si, ma- non sazia; e poi in un punto, Qual tenue fumo, si dilegua e parte. Ma sull’ etruscbe 0 sull’ ausonie carte 7 Il fioro aver degli anni miei consunto, E un picciolnome al proprio nome aggiunto, E alla schiera volgar me tolto in parte ; E udir la Fama che di me favella, Troppo, ahi purtroppomenzognera;ohquanto, Vergine, oh quanto a lagrimar m’ appella! Avess’ io scritto meno, e assai più pianto; E stil men terso avessi, alma più bella , Men chiaro ingegno, e cuor più puro e santo! 12 Filic. Tom. II, poesìe toscane >73 SONETTO CLX.. 3. V v ergine, tu ben vedi a me davante ,, In atto di ferir, col braccio alzato Starsi la Morte, e vedi il Tempo alato Doppiar le pennq alle veloci piante ; E vedi quante in varj modi e quante Piovon tempeste a me dal Cielo irato C’ or di rigore, or di pietade armato, Finge cuor di, nemicoe 1’ à d’ amante. Tu al gran bisogno accorri, e tu la fida Destra mi porgi ; e dei tu farlo , e ’l puoi A te drizzo i miei passi, e tu gli guida. Ma i dolci accenti de’ begli occhi tuoi Odo ; e dicemi un guardo : Ama e confida », ' Il Ciel t’ aspetta, e tuo sarà se ’l vuoi. BEL FILICAIA». !79ì Alla Beatissima Vergine . SONETTO CLXL Tenero latte di devoto amore, Versine Madre, al tuo bel sen cortese ° . . ''i L’ affetto mio bambin piangendo chiese; E pasciuto d’ ardor, crebbe 1* ardore « Poi, fatto adulto-, dilatò il suo cuore, E a più forte alimento abil si rese; Ma nuov* esca irritò ie brame accese Del famelico incendio, e *1 feo maggiore* Tài fur ie fiamme del mio affetto : ed'ora ^ Ch’ei vecchio e stanco, dell a morte il ghiaccio Sente , e vita e sostegno e cibo implora ; Tu al sen materno con pietoso laccio Stringil, tu’! reggi e ’I pasci, ond’ei non mora;. Q fa* eh* ei mora a te sua vita in braccio., POESÌE toscase U?o Nel guardare in punto di morte un ritratto della Madonna . SONETTO CLXII. Langue mia vita; e qual da irato gielo Percossa geme la bell’ uva, e scudo Fa de’ tralci e del fusto al fianco ignudo,. E ai colpi oppone il pampinoso velo ; Tal io , di Morte il formidabil telo Euggendo,in qué’begli occhi entro e mi chiudo, E in qpel dipinto asilo al colpo crudo, Quanto più posso , mi sottraggo e celo. E se non fosse che a me torno, aprivo < Me del mio schermo, e moro a poco a poco Disarmato , indifeso , egro e malvìvo ; Morte, vieni pur ( direi ), vien’ pur; che a gioco Prendo i tuoi strali, ed immortai qui vivo, Per mia non già, ma per virtù del loco.. 1ÌEL FIUCAfA. vS» Sopra lo stesso soggetto . SONETTO CLXin. Dal sen lo spirto, e da quest’ocelli il giorni Prendean congedo, e sovra me scendea Di Morte il braccio riiinoso, e fea La mia polve in sua polve ornai ritorno ; Quando alla vista di Colei die adorno Fa il Cielo , e ’l cui ritratto in me tenea Fisse le luci, s’ arrestò la rea, E gittò 1’ armi, e 11 ’ ebbe sdegno e scorno ; Però ebe tanta dai begli occhi uscio "Virtù in quel punto ad apprestarmi aita , Che suo decreto il Ciel pose in obbìio. Morte non vidi io più. De’ sensi uscita, Non so in qual parte fuggi 1’ alma, o s’ io -Morii di gioia , o se rimasi in vita-. poesìe toscane S8i Nel mirare un ritratto della Beatissima p'ergine . SONETTO GL XIV. Speranza mia, che di te priva, e fuore Di me , te stessa in qué’ begli occhi santi Trovi, se prestar fè voglio ai sembianti Che soglion esser testimon del core ; Per virtù de’ bei lumi ove or dimore , Deh nel mio sen, tuo dolce albergo innanti, E or solo albergo di sospiri e pianti, Un raggio accendi dell’ eterno Amore ; E in quelle luci a Dio si care arridi SI a me , eh’ io prenda nel morir baldanza, E tema si, ma nel temer conlidi : E armato poi d’ una gentil fidanza, Dirò : Sperate, o miei timor ; eh’ io vidi •Nei begli occhi di lei la mia speranza. del VILIGAIA • 1 / a $3 1 Mistcvj dolorosi . ^4/ Serenissimo Granduca di Toscana • SONETTO CLXV. (Questi che in te col lume tuo mirai, - —i Lumi d* alta pietate, in me ritrassi Pittor devoto; e questi oscuri e bassi Versi, o gran Cosmo, e questi pianti ornai: E s* io mi dolsi con pietosi lai, : ’ Col tuo dolor mi dolsi ; e co* tuoi passi Giunsi al gran calle onde al Calvario vassi, Ov* io giunto per me non fora mai. Ma se grandezza e maestà il mio pianto À da te solo , e sol per te risplende; Quanto puòin teil tuo duol,sein me pnò tanto! E se il mio petto a s\ bei'rai s’ accende , ' ar Ch'esco» da te, qual rio da fonte; oh quanto •Più acceso è T tuo che sol da Dio gli .prende! >84 POESÌE toscane Cristo nell’ Orto. SONETTO CLXVf. Se al mesto sguardo testimon del cuore , Se agli atti , al saugue ed ai sospir do fede Presso è Questi alla morte, e morte chiede E qui, pria di morir, più volte muore . De’ miei falli s’ attrista ; c al suo dolore, Al suo dolor c’ ogni dolore eccede , Niega la terra, e niega il Ciel mercede. Ahi giugne a tanto, e può mai tanto Amore A tal vista che in pianto il cuor mi spreme, Tutte 1’ acque del duolo avvien eh’ io vere» Pel ciglio afflitto , e tutta 1’ alma insieme . Oh di quell’ orto che al prilli’ uom s’ aperse, Orto assai più funesto ! in quello il seme Tralignò d’innocenza , in te si perse. DEL FILICAU . •J85 Flagellazione alla Colonna. SONETTO CLXVII. Sei di marmo, Colonna ; e pur men dura Sei di costor che àn di durezza il vanto ; E a te simili anch’ essi sono, inquanto Lor fe marmo fierezza, e te Natura : E marmo è Quei che si resiste e dura Ai fieri colpi, e sofferir può tanto; E di marmo son io se ognor di pianto Larga non pago a tanto sangue usura. Ma il cuor che marmo per gran duol si feo , Agli occhi avaro è dell’ usata vena ; Ond’ io non men dei feritor son reo : Che se quei fan le piaghe, io con serena Fronte le miro, e quando mai pote'o Altri mirarle, e non morir di pena ! POESIE TOSCANE lSG Coronazione di Spine. SONETTO CLXVI1I. Chi dal tronco vi svelse, e chi v’ impresso Nel di vili capo, e di voi,.Spine, ordio L’ aspro Diadema ! Al duro ufiicio e rio , La sorte voi, me la mia colpa elesse. Con queste man, con queste mani istesse L’ empio Serto io composi ; e questo mio Petto fu ’l tronco ond’ io vi svelsi, e ond’ io Porsi alimento alla malnata messe. Cosi col crescer de’ gran falli miei Cresceste infette di crudel veleno, ♦ ' Finché ministre al mio furor vi fei. Ma se, d* insania e di barbarie pieno, Passar le tempie al Redentor potei; Qual ila di yoi, che a me non passi il seno! .DEL FILICAIA. J87 Il portar della Croce al Calvario • SONETTO CLXIX. Gì i omeri sacri, a cui s’ appoggia il mondo Signor , tu curvi al dispietato incarco ; E se or di straz.) e di martir sei carco , Sarai pur or del tuo gran pondo il pondo. Ma dei falli la soma , ond’ io si abbondo, Più assai t’ è grave, e n’ ài tu solo il carco Io ’l fei, tu ’l porti ; tu anelante , io scarco Per me tu afflitto, ed io per te giocondo. Ma sebben io son di pietate ignudo, Pur sottentro al tuo peso, e teco il porto, E di lui contra Morte a me fo scudo. Nè da tanf acque di peccati assorto Sarò se nave in mar si fiero e crudo Mi fìa la Croce, e le tue braccia il porto. ) 88 rOESÌE TOSCAVK La Crocifissione e Morte . SONETTO CLXX. Signor, che veggio ! ahi fiera vista! e in questi Occhi miei, per gran doglia , il d\ non muore ! Tu muori ; e’1 Cièlo il soffre, e’1 soffre Amore ! E tal braccio à la Morte, e tu gliel desti ? Tu muori, e iuver la terra ove nascesti, Il guardo affisi, o più del guardo il core, In lei par che tu spiri, e’1 tuo migliore Spirto, morendo, in lei trasfonda e desti. Già col primo spirar d’aura gradita, Poca polve animasti e limo immondo} Ma non fu 1’ alta impresa allor compita . Si grand’ opra a fornir manca il secondo . Dallo spirar tuo primo ebbe sol vita ; Da questo avrà vita e salute il mondo. DEL FtLlCUIA . tot) Elevazione dell’ anima a Dio. Alla S. fi. Maestà di Cristina Regina di Svezia. SONETTO CLXXI. o tu che i vanni generosi alteri Spieghi al Cielo anzi tempo, Alma divina ; E di te stessa e d’ogni cuor rcina, Sull’.alto soglio di virtude imperi ; Mentre vere grandezze ed onor veri Al gran rifiuto in premio il Ciel destina,. Deh ferma il volo, e’1 reai guardo inchina Su queste carte, al voi de’ miei pensieri. Forse avverrà che ’l divin foco ond’ ardi, Fiamme aggiunga al mio foco-, ali al desio, Tal eh’ io le sfere a sormontar non tardi : Che se mancan le penne all’ ardir mio , Basta solo, o gran Donna , un de’ tuoi sguard A far eh’ io voli, e mi sollevi a Dio.- igo ♦ POESIE TOSCANE SONETTO CLXXU* i. Sovra la bassa region de* sensi , Ver la parte più eccelsa e più sincera, Ove al giorno giammai non giugne sera, Nè 1’ aere ingrossa in vapor neri e densi A contemplar degli attributi immensi La serie incomprensibile, ma vera, E Dio mirar con sua lucente altera Vista ( se Dio mirar lice e conviensi ), Su su vieni, Alma mia : 1* ardite piumè Spieghinsi all* aure di pensier celesti, Nè più t’ aggravi empio mortai costume « Amor, 1* Immenso a misurar, t’ appresti Nuovo compassoe 1* invisibil Nume Cieca Fede a veder gli occhi ti presti a, DEL FILICAU SONETTO CLXXIII. Tenebre illustri, aridità feconda, Dotta ignoranza , e timido ardimento, Speme che dal digiun prende alimento, Nell* ozio attiva, e nel tacer faconda ; Fè che non vede j e allor di lume abbonda, Quand* ogni lume di ragion sia spento; Fiamma che di se vive, e in un moment© Consuma i vizj, e le virtù feconda; Sensi abbattuti, umiliato ingegno, Intelletto senz* armi e senza impero , Cbe a Dio s’arrende, e se par c’abbia a sdegno; E amar solo il Ben sommo, e ’l sommo Vero, Son le scorte piu fide a cui in* attegno In quest* arduo solingo erto sentiero. 192 POESIE TOSCAHIi SONETTO CLXXLVv 3 . G ià, da me lungi, e tutto in me raccolto, Sto davanti a Colui che tutto muove; E in dolce pace non goduta altrove, Odo assai, poco parlo, e veggio molto» Veggio un lume infinito; e quel eh’ i’ ascolto Tanta e si nuova in me dolcezza piove, Ch’io ne intendo assai mendiquelch’ioprove; E quel ch’io provo, altrui ridir m’ è tolto. Ma quai penne abbia 1’ alma, e con quai passh Corra 1’ alto a sbramar suo ardente zelo, Saper non curo, e come in Dio trapassi. Lui sol miro ; e si chiaro e senza velo Mirol, che se cosi sempre il mirassi, Io rimarrei per pura gioia in Cielo.. 40EL FILICAIA• i^3 SONETTO CLXXV. 4 - Vosi mi dormo , e per me veglia il Cuore, QuelCuor che alberga in me più che’lcuor mio In Dio mi dormo, ed in me veglia Iddio ; Amor me assonna, e lui tien desto Amore. Io dormo ; e uscito de’ fantasmi fuore , A lui 1’ alma dai sensi esule invio, Tanto di me maggior, eh' io son più ch’io Tanto maggior, quanto di me minore. Dèh se in braccio a si grande alta fortuna È si dolce il dormir, non vegli io mai, Nè mai rompa i miei sonni alba importuna Finché spuntando ( ed è ben tempo ornai ) Per me quel di che non tramonta o imbruna Gli ocelli non apro ai sempiterni rai. '>94 poesìe toscane SONETTO CLXXVI. 5. Cz"odan pur somma pace, alta ventura Gli eterei Spirti al gran Fattor davante; Che d’ emular quaggiù 1’ anima amante Con bella gara ai Comprensor procura. Fiammeggia il sol nella maggior sua altura Con più sincero e signoril sembiante; Ma qui sua luce infra i vapori errante, Varia e leggiadra è più, quanto è men pura. Ella qui 1’ ombre illustra ; ella col vago Pennel dell’ ombre qui l’iri colora, Ed i parelj, e la lunare imago : Qua brilla in gemme, e là nei Cor s’inCora; Là biancheggia sul Gange, e quà sulTago Del morto di l’ampie rùine indora. DEL FIUCÀU. 1£>S SONETTO CLXXVII. 6 . Per simil guisa nei celesti petti Chiara , eterna , immutabile e vivace Arde d’Amor l’inestinguibil face; Tempra si forte àn colassi! gli affetti. Ma qui vàrj produr leggiadri effetti La Fè ben può felicemente audace; Parelj di speranza, iri di pace , Lucide impression d’ alti concetti, Amorosi vapor che a poco a poco Scarchi e leggieri al ciel poggiando, aspetto Prendon di stelle, e tra le stelle àn loco. Onde se anch’ io non ardo, e se ricetto Nel cor non porgo a si beato foco ; O non ò Fede , o non ò core in petto. POESIE toscane 196 SONETTO CLXXV1H. 7 - Forte , invitta è la Fede ; e clii seni’ essa Volar presume alle superne soglie, Quasi senz’ ale di volar s’invoglie, Quanto s’innalza più, men vi s’ appressa : Invitta e forte, perocché ih sé stessa Tutte non pur 1’ altre Yirtuti accoglie; Ma in Ior si cangia, e di lor varie spoglie Tanto s’ adorna , che non par più dessa. E qual ne’ sensi è 1’ anima , che vede, Gusta, ode e tocca , e varj affetti prende ; In ciascuna virtù , tale è la Fede . Esca quindi à ’l mio foco, e qui s’ accende; F, ’l cuor eh’ è già tutt’ arso, e non sei crede Da maggior damma il refrigerio attende. KEL flUCAU’. >97 SONETTO CLXX1X. 8 . Seultor che in marmo il vital ferro a-dopra, E gli dà senso, e con piacer lo avviva; Tosto che al termin desiato arriva, Con atnor lo riguarda, e più non opra. Tal posa 1* alma in Dio, se in Dio discuopra Lassù quel ben che qui sua Fè scolpiva; Onde se in Ciel d’ alcun diletto è priva, Il diletto a lei sol manca dell* opra. Ama ella, è ver , con carità più intensa, E possiede quel ben eh’ io non possiedo; Ma viva speme i danni miei compensa. E se gode assai più, perocché, Vedo, Vedo , dir può, 1‘ alta Beltade immensa; Merta piu chi può dir: Non Veggio, e credo. poesìe toscane igs Ritratto d’un’ anima contemplativa , SONETTO CLXXX. Se d' orologio che non parla, e gira, Le ingegnose talor viscere d’ oro Siccome dentro io veggio, e quel sonoro Popol di ruote , che di fuor 1* aggira ; Cosi d’ alma che prega e non respira, Veder 1* alto invisibile tesoro Potessi, e ’l sacro della Fè lavoro In lei che spera e crede, ama e desira ; •• Vedrei le sante impazienze, e i voti, E i deliquj amorosi, e del desio E dell’ amore e della speme i moti ; Vedrei in qual guisa il carcere natio Rompe, e con vanni mobilmente immoti A Dio 1* alma sen vola, e passa in Dio • DEL FILICAJA... »99 Desiderio d' avanzarsi nel lene . CANZONE xxxnr. Ejra morta 1* età che nascer vide In me 1’ uso al peccar, fatto natura; E morta la verdura De’ miei frese’ anni, il gìovenile aspetto Io già cangiava; quando il cor s’ avvide De’ suoi danni, e chiamò 1’ antico affetto, E me stesso in giudizio a me davante • Io , pallido e tremante, Ben mille avea segrete furie in petto ; Nè far difesa nè fuggir potea : E se gridar volea Giudice e testimon del fallo mio, E accusator di me medesmo era io. Qual nell’ aria col fulmine il baleno Nasce a un parto; tal io, in un tempo isfeis* Reo dannato e confesso , A un parto nata col fallir la pena In me vedeva ; e pur non sazio appieno, Sentia correre al cor di vena in vena aoo poesìe toscane L’ empie reliquie del diletto antico i. Ed dr di me nemico Volea ’l mio male, or noi voleva; e appena» Tocche de’ sensi le contrarie corde, Vario e cfa me discorde Era io si, che appo me vario ben poco E 1’ orizzonte al variar del loco, Tu che sai tutto, e tutti ad uno ad uno Del capo i crini annoverar ben puoti ; Tu sai, Signor, quai voti Nel pertinace interno aspro conflitto , E quai ti porse ognor zelò importuno Sospiri e prieghi, onde in si dubbio afflitto- Stato dita e consiglio a me tu dessi. Il san quei moti istessi Che da te mosso , per sentier diritto A te fece il mio spirto ; e ’I sa la bella Mia viva Fede , e quella Grazia che ’l buon voler desta e mantiene ,, E a te ne guida, e sol da te ne viene . Ma come il raggiò sul romper del giorno, Tra il confin della notte e della luce Incerto a noi riluce, Nè si distingue se rischiari o adombra ; Si nel suo primo albóre, a me d’intorno- Tenebrosi chiarori e lucide ombre Sparse la Grazia ; nè qual buona o rea *«* BIX FltlCAfA. Via fosse, ancor vedea , Finché, le nebbie d’ ignoranza sgombre,. Spuntò sull’ alma il di, nè più le mie Volli, ma le tue vie : Che ’l voler nostro , se noi muovi 8 pungi, Pigro al bene, e dal ben maisempre è lungi. Volesti tu , che ’l ben volessi ; e ’l volli : Ma steril d’ opre, qual terreno asciutto, Fu ’l mio voler, nè frutto Prodiir giammai si vide . Or tu per questi Pianti eh’ io spargo e spargerò sui folli Error miei giovenili, e per codesti Chiodi , e pel Sangue che dal banco aperto Sgorgando , a me fa merlo, Nuova aita mi porgi ; e se volesti Ch’ io ’l ben volessi, or per pietà ti piaccia Che insieme il voglia e ’l faccia. Come mai, se a volerlo ahil non sono, A fare il ben senza di te son buono ! Signor, che voce è quella Che al cor mi dice da mattino a sera : Piangi, confida e spera 1 Se tua voce non è, parla una volta, Parla , Signor ; che ’l servo tuo t’ ascolta-. POESIE TOSCANE so a IYel giorno delle Ceneri* ^ SONETTO CLXXXL Dal sen più cupo di profondo avello Vi cito ogni anno al tribunal del vero , Ceneri sacre, e con parlar severo Contra me stesso a declamar v* appello » No ( mi dite ), non sei, non sei più quello Che fosti. Ov’ è ’l tuo giovenile altero Spirto 1 il vigor dov’ è ! dove il primiero Brio 1 dov’ è l’ondeggiante aureo capello ! Io , convinto, mi taccio; e quasi senza Moto e senso, in pensando all’ ultim’ ora, Tremo, e m’ accingo alla fatai partenza: Quand’ecco in suon tremendo odo uscir fuora, La grande inappellabile sentenza, Ch’io son di terra, e sarò terra or ora.. BEL FILI CAIA , aoS, Ai Peccatori . SONETTO CLXXXIL Verrà., verrà ben tosto; udite , udite; Verrà ’l tremendo amaro giorno, o stolti,. Quando ila che i cadaveri sepolti L’ orribil tromba al gran giudizio invite; E al proprio spirto poi si rimante La già vedova salma ; e al Ciel rivolti, Di vita il giusto , e ’l reo, di morto ascolti La gran sentenza in voct alte e scolpite. Deb pria che la fatale alba si svegli, Fate con Dio ragion de’ falli vostri ; Donna in Dio vostra Fede , e 1’ opra vegli : Che qual nelle gramaglie atra , e negli ostri Chiara la luce appar ; tal fia che anch’ egli Fosco agli empj, e sereno ai buon si mostri.. POESÌE toscane So/| S. Maria Maddalena piangente nella Grotta di Marsilia. SONETTO CLXXXIH. -Antro, in cui visse incognito il rigore Di’lei che tanto errò, pianse poi tanto; Di lei cui letto il suol , bevanda il pianto*, Cibo il cordoglio fu, gioia il dolore: Antro , dall’ onda di quel sacro umore, Più che dagli anni, logorato e infranto; E voi , silenzj alpestri, che d’ un santo Orror m’ empiete, e mi parlate al core; - Io col guardo v’ ascolto, e udir mi sembra , Ch’ ella qui giunse, e qui ritenne il passo, E qui posò le affaticate membra. E risponder vorria ; ma ’l pianto ( ahi lasso ! )' M’ abbonda si, che ’l volto mio rassembra Per doglia un fiume, e per stupore un sasso. DEL TILICAIÀ * 103 Per S. Filippo Neri . SONETTO CLXXXIV. iVIesta il cìglio, e nel guardo aspra e severa E selvaggia ecl alpestre un tempo apparve E rozza si la Santità, che parve Dalle fiere apprendesse ad esser fiera. Ma poiché 1* aria del suo volto austera Si fe dolce in Filippo ; in lei disparve Quel torvo ispido aspetto, e a noi comparv D’ amabil genio, e di gentil maniera. Onde se or tanto co’ dolci atti adesca , E se dolce parlando, aura che bea, Dalle dolci parole sue par ch’esca; E se.nei freddi petti eccita e crea Celesti amori onde tant’ alme invesca ; Zi fabbro ei fu, che ne formò 1* idea. rOESlE TOSCANE ao6 In lode del Beato Torello eremita, SONETTO CLXXXV. Torel qui visse: ah ben sent’ io più pura Spirar qui 1’ aura, e ben mel dice il core Mei dice il sacro taciturno orrore Di questa selva, e questo suol mel giura. Torel qui visse; e qui si larga usura D’ amarissimo pianto e di dolore Pagò in ammenda del suo folle amore, “ C’ util fu il danno, e fu 1’ error ventura. O colpa, o colpa, se da tua radice Spuntar si eccelso di virtù germoglio Dovea pur su quest’ aspra erma pendice; E se poi fe corona al divin soglio ; N’ è pur forza esclamar: Colpa felice!... Bella sei, fui per dir; ma dir noi voglio. DEL FILICAIA. so? Il tàdavero diS. Maria Maddalena de 1 Pazzi guardato da un lascivo giovane , si volge in altra parte. SONETTO CLXXXVI. O tu che al guardo di pupille impure Anco morta t’involi, e in forme nuove Cauta e guardinga il casto ciglio altrove Volgi, e sicura più, men t’ assicure; Ferma : e che temi ! se impudiche arsure Giel di morte non cura , ond’ è che dove Non a loco il periglio, ivi ritrove Loco la tema , e scampo a te procure 1 Ma benché i lidi eterni or la tua prora Tenga , pur tu di colpa rea 1’ artiglio Temi , di vita e di timor già fuora. Onde apprenda ciascun , che bel consiglio E il paventar maisempre, e dove ancora Il periglio non è , finger periglio. poesìe toscake ao3 £a Beata Umiliarla, de' Cerchi fa voto a Dio di non pianger mai . SONETTO CLXXXVII. 3 Figlia e Sposa infelice, al cui gran duolo, ( Vinte l’idee del duol, mancò l’ esempio , ^ Allor che a’ danni tuoi si crudo ed empio Fu 1’ amor, eh' ei di sò fu esempio solo; Se tue gioie gl’ insulti e l’onte solo Furon , se fosti degli affetti scempio, E sofferenza fe ’l tuo cor suo tempio Per abbellir delle tue pene il polo; Ti ammiro, e taccio. Ma se il tristo umore, Balsamo amico che addolcir può alquanto Dell’ anima il dolor, togli al dolore ; Io grido e griderò: Chi oprò mai tanto ! * Tolse ai martiri ogni confin, chi al core Toglier pote'o la libertà del pianto, IlEL I- iMCAH . Ih lòde della Beata Umiliarla de' Cerchi . CANZONE XXXIV. -rlntica età elle nell’ oscuro seno , Le altrui grand' opre, e i furti tuoi nascondi ; S’io fissar posso almeno Un poetico sguardo entro i confusi Abissi tuoi profondi, E a poco a poco diradar le folte Tue caligini antiche; io le sepolte Prede vo’ trar dal sen dell’ ombre , e i chiusi 1 Tesori tuoi, mal grado tuo, mostrarle: E quale il volger della luna i fondi Del mar ne disasconde Collo scemar dell’ onde ; 'Palio scemando al ver sua lode in'parte; Vo’ scoprir di tue spoglie almen quell’ una Che ’l pregio in sè di tutte 1 ’ altre aduna t (Scoprir vo’ quella che da te si vela Colle tenebre tue, ma dentro i suoi Raggi assai più si cela ; Quella gran Donna, di cui giugne appena 1 Bìlie, Tom, II,- 141 aio poesìe toscane Un debil suono a noi ( Colpa e vergogna de’ toscani inchiostri ) !. E pur d’inclita stirpe in questi chiostri Nacque , e su questa del bell’ Arno amena Riva crebbe , e qui visse , e qui morlo. Ah rea patria so ’i soffri., empia se ’l vuoi !. Forse siccome i foschi, Sagrati orror dei boschi Folle culto mirar mai non ardio; Cosi de’ pregi di costei 1’ ascosa Divina parte alcun mirar non osa ! Ma tempo è ornai, che ’l tenebroso velo. Antico io squarci, e la sepolta luce Mostri all’ aperto cielo, Ecco 11 aere devoto i suoi vagiti ,'J Accoglie: ecco riluce '• In lei lo spirto de’ grand’ avi egregi. Oh come par che a sè dia legge, e spregi L’ oro e le pompe , e ’l suo Fattore imiti », E con piè generoso il duro ed erto Poggio sormonti , che a virtù conduce 1, Come del mondo ai vezzi , Magnanimi disprezzi Par ch’ella opponga; e qual non anco esperta. Campione, in finta pugna or s’ ammaestri, Onde poi in campo a ben pugnar s’addestri ! Chiusa in sè stessa , e d’ umiltade armata, DELFILICAIA. 211! Gjà ’l reo consorte a tollerar s’ appresta ; E amante non amata, Già dell’ ingiurie sue s’ adorna e fregia, E con gran cuor 1* infesta Sua sorte affronta, e del suo duol si pasce. Già dell’un male al piè l’altro rinasce, Ed ella il vede , e i suoi dispregi spregia, E soffrendo, il soffrir, cangia in natura. Misera sposa e figlia , a cui. non resta Conforto altro nel duolo-, Che ’l suo sconforto solo ! Misera Sposa e figlia , in cui con dura Legge cangiato in tirannia l’impero, Lo sposo e ’l padre incrudelir poterò ! Egco in vedova gonna, al patrio tetto Torna ; e tutte tornar l’istesse pene Mira , sotto, altro-aspetto s : Ecco in Dio piìr si interna.; e appunto quali Del mar lungo le arene Fan le alcióni al freddo tempo il nido; Tal ella in quel che non à fondo e lido, Mar d’ aspri affanni e d’ angosciosi mali,. Santi pensier concepe, e santi elice Atti di Fè, di. Carità , di. Spene . Chiusa in solinga torre , Ecco già schiva e abborre Il cieco mondo ; ecco in prigion felice »ia- POESÌE toscane Sprigiona 1' alma, e con servii catena, - Dell’ alma i moti obbedienti affretta > Sacro furor non spiri a me dall’ Etra Celeste Apollo mai, nè mai risponda A' me quest’ aurea cetra ; S’io men del ver non scrivo, e qual fiatimi D’ alto parlar faconda Copia cbe basti a divisar coni’ ella) Di sè gentil nemica, iu sè flagella Colpe non sue ! come a’ diurni rai L’ ombre, orando-, congiugne, e le più sante Virtù tra i fior d’'alta umiltà profonda, Ape amorosa liba ! Come d’ ambrosia ciba I famelici spirti a Dio davante; E come amor , di cibo in vece, ai lassi Membri sostegno ed alimento fassi ! Non s’io tutto nel dir m’ accenda , e tuoni- Con cento bocche , e fulmini eloquenti Dal petto mio sprigioni, Dir porla con quai forze il gran Nemico Di tutte umane genti A.lei fa guerra. Con sembianze orrende Or le s’ avventa, or si ritira e tende Occulte insidie ; qual sagace antico Guerrier che adopri ora quest’ arte, or quella-, B dèi- nuocer.le vie tenti e ritenti. ‘ Quindi all’ estreme prove Tutto l’Inferno ei muove . Quanto può vecchio sdegno , ira novella, Quanto invidia e dolor, qui tutto impiega; E rabbia seco e crudeltà fan lega. Ma chi m’ apre, a mirar I’ aspra tenzone, Gli occhi dell'alma ! Io veggio, o veder parine, Dall’ eterea magione Scender campion celesti : odo in sonoro Armonioso carme Cantar belliche trombe. Altri 1’ avversa Oste assalta , sbaraglia , urta e riversa: Altri serto di palme, altri d’ alloro Porge all’ invitta Donna, e in suoli di laude Narra che ’l senno e l’umiltà fur 1’ arme Ond’ ella in varie guise DelL’ ombre il Re conquise, •Dell'ombre il Re che al gran trionfo appi amie, E con affetti or di stupore or d’ ira La sua gran vincitrice odia'ed ammira. Ristrignetevi tutte in un sol guardo, Virtù dell’ alma, or che 1’ eterno Sole Si dà vicino io guardo . Non di sè stesso alteramente adorno , Nè già , qual esser suole , Cinto di rai ; ma sotto umane formo Gentil fanciullo, ed a fanciul conforma 2l4 poesìe toscane L’ abito, i passi e ’l volto, a lei d’intorno Placido ei scherza, e le fa vezzi, e mille ■Dolci d’ amor le porge atti e parole, Dolce ridendo : ed essa Che al suo desir s’ appressa, Più langue e brama, e par che in pianto stili* Suoi puri affetti, e sol di pura gioia Nella sua vita immortalmente muoia. Ma in atto langue sì gentil, che pare Lieto in essa il dolor, 1’ affanno dolce. Ah se udiss’io le care Voci onde lei la gran Reina e Donna Del Ciel consola e molce ! Udirei cose da far gire i monti, E stare i fiumi , anzi tornare ai fonti. Ella il pianto le asciuga, ella colonna Le fa del braccio, ella il febbrile ardore Tempra, e lei di sua man sostenta e folce. Indi a smorzare un poco Di sua gran sete il foco, Tazza le porge d’iinrnortal liquore, Celeste manna che adempir sue voglie Può sola, e in sè tutti i sapori accoglie. Quanto se’ ricca, o prisca etate, e quanto Invidiosa o noncurante 6ei, Che te celar puoi tanto ! Ma non vogl’ io, c’ appo 1’ età futura , 215 DEL FILI CAIA * Sian di silenzio rei Questi mie’ carmi. Oda ogni secol quanti E quai già fur di si gran Donna i vanti : Oda quanto a Dio piacque , e quanta cura E quanto studio in abbellirla ei pose, E quai virtù le aggiunse allor che a lei Nel Sol che in Umbria nacque, Fissar lo sguardo piacque : Oda poi 1’ ambasciate alte famose Dei sacri Spirti, ond’ ei de’ più sovrani Misterj occulti a lei svelò gli arcani : "E dell’ alma i mirabili divorzj, Per man d’ Amor dal mortai nodo sciolta , Sappia, e gli alti consorzj Ch’ ebbe anzi tempo col suo Amante eterno, In saliti lacci avvolta: Sappia che qual di fuor traspira e fuma Odor che bolle, e ’l vaso suo profuma; Tal sempre a lei 1’ odor celeste interno Traspirò fuori ; e come a noi traluce Entro le nubi il sol, si a lei talvolta Della bell’ alma il lume Oltre 1’ untali costume Mille intorno spiegò linee di luce , Raggi forse di quella onde 1’ oscuro Dei pensier vide , e presagi ’l futuro : Sappia che pronto altrui sussidio porse *t6 PGE3ÌE TOSCANE Nei casi estremi, e con veloce Sita I preghi altrui precorse : Sappia che a tor le sue ragioni a Morte., Non pur ritenne in vita , Ma rinverdir sul secco tronco feo Di vita i rami, e ravvivar pote'o L’ estinta figlia. Or chi mi dà si forte Spirto canoro , che per tanta via Porti ai di che verran ,.l’ ampia infinita Storia di quel eh’ io lasso , E sol trascorro e passo 1 Altri la porti, e tutte a’ venti dia L’ ampie vele del dir ; eh’ io di si vasto Pelago i flutti a valicar non basto . Altri diran con più robusto metro L’ opre più illustri ; e a guerreggiar cogli anni, Arme, com’ io , di vetro Non avranno. Dorransi altri, che bello Si feo de’ nostri danni / II Cielo allor eh’ invida Morte acerba Svelse costei che ancor fioriva; e in erba Nostra speme recise. Estro novello Sveglierà tutte allor le Muse al canto ; E sospir mille della Fè sui vanni, Tra i caldi preghi e i voti De’ popoli devoti, Al Ciel n’andranno. Io per mia gloria e vanto,; •1>EL FI LI CAI A., ai? 'lì tributo (dirò) primo a lei porsi , E in si gran campo il primo arringo io corsi.. ‘Futura età, mentr’ oggi a te consegno Queste mie rime ond’ io gran Donna onoro., A lei 11 suo dritto, a te la fè mantegno. Ma se le corde d’ oro Morte non rompe, e se di vita indegno Non è ’1 mio stil quand’ io di lei ragiono; -Vo’ che tu.n’ oda in altra lingua il suono,. POESÌE toscane •218 Rimordimento di coscienza» - SONETTO CLXXXVIà iYè fera tigre che dagli occhi spire Rabbia e terror ; nè sotto il sol più ardente Angue celato che fischiando avventa Sè stesso , e in piè si vibri alto, e s’ adire; Nè accesa folgor che i gran monti aprire Odasi ; nè superbo ampio torrente Che , gli argiu rotti, baldanzosamente Scorra, e pel non suo letto erri e s’ aggi're, Paventali si l’impaurito armento E ’l timido arator, cotn’ io 1’ ignuda Mia coscienza e gli error miei pavento: Nè Furia ultrice, di pietà si nuda Sta negli Abissi, che di quel eh’ io sento 'Crudo interno dolor non sia men cruda-. ' 1)EL FILICAIA. ■319 j Dolore d' aver offeso Dio . SONETTO CLXXXIX. (jTrave d* anni e di colpe, al doppio incarco Cedo ; e col braccio alzato a me davanti, Doppio stipendio de’ miei falli tanti , Stanno due Morti, eia me. già teso àu l’arco Onde se quante di Cariddi al varco Frange il inar tempestoso acque spumanti, D’ acque tante quest’ occhi, e d’ altrettanti Sospir fosse il mio sen gravido e carco; Talché portasse ogni aura il mio cordoglio, E all’ alte voci de’ gran pianti miei Rispondesse ogni riva ed ogni scoglio ; Duol del mio duol più fiero io non avrei : E pur dogliomi ognor , eh’ io non mi doglio ■Nè mi posso doler quant’ io dovrei. poesìe toscane Dolore dei peccaci. $ O N ETTO CXC. Della nebbiosa fantasia sul campo Posermi assedio i miei gran falli un giorno, E mi strinser -si fovte intorno intorno, Gh'e il cuor mi cadde, e disperai lo scampo. Pianger volea ,. volea gridar ; ma inciampo f Fu al grido il labbro, e de’miei lumi a scorno, 'Fe 1’ attonito pianto al cuor ritorno, E ogni mio spirto sen luggio qual lampo . Già preda era io di sempiterna morte, Quando l’istessa mia nemica schiera Al «occorso fatai m’.aprio le porte ; Peroecliè in lei mirando, una si vera Pietà mi strinse e un duol si santo e forte, Ch’ io mi volsi all’assedio, e piùnou v’era. DEL'FILICAIAV 2*1 Desidèrio di pianger le colpe . S 0-N ETTO CXCIi Occhi, piangete-, o almen ridite al core- Chi stagna il pianto-, o chi da voi ’l devia. Giustizia-è pur, che in vostra pena e mia, Indi ove entrò la colpa j esca il dolore , Se a voi sali d ! alta beltà un vapore , E si fe nube alia ragion) deh pria di' ei più T adombri, per l’istessa via In pioggia scenda di doglioso umore , Vostro fu il fallo ; e forse ancor di tanti Miei falli a fronte , per orror si feo Di pietra il ciglio, e in sen gelaro i pianti. Mà qual fallo fu il vostro ! e qual potéo Citar voi giusta legge a me davanti ! Ah che in voi "fcerco e in me ritrovo il rea. aai poesìe toscane Sopra l’istesso soggetto SONETTO CXCII.. Mio cor che ’l ciglio di perpetue stille» Bagni, e in due rivi ti dirami e frangi ; L’ ampio umor degli Eridani e de’ Gangi, Deh chiedi, e tutto in te T Indo si stille J, Chiedi acque ai mari, ed ai sospir faville, Ond’ arda il petto, e in Mongibel si cangi j. Chiedi a Natura un cuor più vasto , e piangi. Mille gran falli miei con occhi miller. Poi quando i fonti del dolor fian tutti Ornai secchi, e ’l mar voto e quasi esangue,, E falliti i torrenti, e i fiumi asciutti ; Qual reo che ’l fallo in sè detesta, e langue, Non pianto no, ma sanguinosi flutti Chiedi a queste mie vene, e piangi il sangue». DEL FILICAIA. j a»3 Desiderio, d' abbellir l'anima . SONETTO CXCIII. (^)ual donila in terso e fedel vetro legge Del volto i danni, e la fatai riuna Dell’ età fresca che a sfiorir cammina , Restaura in parte, e quanto può corregge; E agli atti norma, e al biondo crin dà legge; E come in dolce e barbara fucina, Gli ottusi strali de’ begli occhi affina, Ed or questo rigetta, or quello elegge : Delle vane opre mie tal io nel puro Specchio il guasto dell’ anima sembiante, Quanto più posso, d’ emendar procuro. E faran forse un di lagrime tante, Che se non bello, men deforme e impuro Io m’ appresenti al mio Signor davante . poesìe toscane 334 Alto di Contrizione. SONETTO CXCIV. Signor, peccai: ma se tremante e fioco Chieggio aita e mi pento, s se d’ amari Fonti non son questi miei lumi avari ; Poco è questo, e se '1 cuor fo in pezzi, è poco. FeiT uom ( dicesti ), e ’l disfarò. nè a gioco' Il dicesti ; e gli ostacoli e i ripari Rotti' allor furo, e cavalcaro i mari Gli eccelsi gioghi, e mancò all* acque il loco- Forza è dunque , che ’l ferro del dolore Il cor mi franga, e tanto il triti e pesti -, Che non possa altri dir: Fu questi un cere- Ed uom novello, allor fia eh’ io detesti li’ uom vecchio; e figlio dei tuo santo Amore , Caor nuovo e nuovo spirto in me si des t®< "DEL filicaia . Ili Atto di Contrizione , TERZINE. ! Padre del Ciel, che con pietose braccia Ti stringi al seno i figli ingrati ed empi, Purché gli occhi sien fonti, e ’l cor si sfaccia; Le gran follie de’ mici passati tempi Mira con guardo di pietà cortese, E di tua grazia il mio difetto adempi : Ch’ io veggio, in rimembrar le antiche offese, L’ arco eh’ io tesi, incontro a me ritorto; Nè fuggir posso, oimè ! nè far difese . Te dunque invoco; e s’io t’ offesi a torto, A te la soma' de’ gran falli miei, Pien di dolore e di vergogna, io porto: E pria che reo di colpa, esser vorrei Nel cupo centro de’ tartarei abissi, Tra ’l pianto eterno e tra gli eterni omei; O che Morte cortese, anzi eh’ i’ aprissi Quest’ empie luci al sol, m’ avesse spento, Onde ver fosse il dir : Non fui nè vissi. >S Filie, Tom, II, ■526 POESÌE toscane Ma vissi, oimè ! pur troppo, e troppo io seni» 1/ acerbo giogo e 1’ insoffribil pondo Di quelle colpe ond’ io mi doglio e pento. Nè porla '1 Gange, o 1’ Océàn profondo Con tutte 1’ acque del suo giro immenso Far 1’ impuro mio cor candido e mondo: Tu sol puoi torre all’ egra vista il denso Velo, e tu render luminoso e terso ■Quanto à d’ oscuro e di fangoso il senso ; E dall’ antico me vario e diverso Farmi ed altr’ uom da quel eli’ io sono edera, E unir lo spirto in vanità disperso. Signor , di me t’incresca anzi eh’ io' pera ; Che ’l fin s’ appressa del mio viver brieve, E già vedo imbrunir 1’ ultima sera . Nè perchè fredda età sparso di neve Ancor non m’ abbia il crine, ò men paura ; Che ad ogn’ ora esser può quel eh’ esser deve. I’ veggio ’l Tempo traditor che fura Celatamente i mesi e i giorni e l’ore, E scioglie in polve ogni mortai fattura: Veggio secche le frondi, o veggio il fiore - De’ miei verd’ anni calpestato , e sfatto Il color fresco e ’l giovenil vigore , E l’ingegno e ’l valor guasto e disfatto; E veggio Morte più che mai feroce, Col braccio alzato di ferirmi in atto. TEI. FILfCAl'A . *27 ■Onde‘rotta dal pianto alzo la voce, E priegoti, Signor , per quello strazio Che , morendo per me , soffristi in Croce : Toglimi al gran periglio, e dammi spazio Di tanto lagrimar, quant’ io t’ offesi; Cli’ io son del mondo e di sue frodi sazio. Ahi quanti lacci a me medesmo ò tesi ; E quante notti senza sonno, e quanti D\ senza posa inutilmente ò spesi, Dal fascino siiavc e dagl’ incanti Vinto e dai vezzi di bugiarda fama , D’insidie piena e di travagli tanti ! Questa fu , lasso ! l’ingannevol trama , Del mio viver la tela ond’ empier volli ; E a tal cote aguzzai l’incauta brama . Oh malnate speranze ! oh pensier folli ! Oh mie’ stndj infelici al vento sparsi, Per cui 1’ alma ò si trista, e gli occhi molli ! A che scriver sull’ onde ? a che fondarsi In debil aura di fortuna infida Che tutta in fior si sfoga, e i frutti à scarsi! Oh quanto erra colui che ’l mondo in guida Prendesi ! ed a che strazio; ed a quai pene, Ed a qual morte va chi in lui si fida ! Prima ondeggiar sull’ infeconde arene Le bionde spighe mireransi, e prima Fian de’ fiumi e del mar secche le vene, POESÌE TOSCANE E ’l cielo in fondo, e *1 basso centro in cima', E mobile la terra, e 1’ onde immote, E T alta parte obbediente all* ima ; Ch’ ei non sia qual fu sempre , e le sue note Arti non usi, e non sian finti i vezzi, E le promesse sue d’ effetto vote . Il san quest’ occhi a lacrimar sì avvezzi, E sallo il core, e i mie* pensieri il sanno , Che trovaro in lui sempre onte c disprezzi, E falso riso, e lusinghiero inganno, E puri affanni, e piacer brevi e misti, Ed incerti guadagni, e certo danno ; Perdite amare , e tormentosi acquisti; Inquieto riposo, e fiera pace * Notti confusele dì turbati e tristi; Mal che sempre sta fermo, e ben fugace ; Liberta serva, e lealtà infedele; Speme che pasce, e in un distrugge e sface; Desire a se rubello, altrui fedele ; Infami onori, e gloria oscura e tetra, E in dolce assenzio attossicato mele. Non se voce di tromba or questa cetra Dal mio duolo impetrasse, e votar tutta Potessi io la pòetica faretra, Dei ciechi affetti la terribil lutta Dir sapria, nè i pensier fastosi c vani Che ànno 1* alma mia folle a tal condutta: DEE FILIGAIA . lag Nè se con lingue cento, e cento mani, O parlassi o scrivessi, un sol porla De’ miei danni ridir tanti e si strani. Scorgimi dunque a più sicura via , Padre e Signore ; e se gran tempo errai , Vinca i miei falli tua pietà natia ; E dopo affanni tanti, e tanti guai, Me disviato stanco peregrino A te richiama : ed è ben tempo ornai ; Che al gran passo fatai son già vicino, E già varcato ( ahi rimembranza acerba-! ) Ò più di mezze il naturai cammino . Questo misero avanzo a te si serba., Misero avanzo di fallita etade C’ ogni suo frutto à consumato in erba . Ma se asciutto non è di tua pleiade Il vivo fonte , e se maieempre aperte Son di salute al peccator le strade; Queste mie tarde, ahi troppo tarde ! offerte, Non sia, Signor, che tu rigetti o adegui , Benché mercede il mio pregar non inerte. Ecco che i desir vani, e i folli sdegni Qui depongo a’ tuoi piedi, e qui gli uccido Vittime de’ tuoi giusti alti disdegni ; E del mio cuor le chiavi a te sol lido, Fuggendo il mondo, e le reliquie estreme Dei gran naufragi miei tritando al lido, i3o POESIE TOSCANE Ecco recisi dell’ incauta speme I rinascenti capi, e fin dall’ime Radici svelto il velenoso seme y E rintuzzate le taglienti lime Che mi rosero il cuore ,'e di man tolte Al senso vincitor mie spoglie opime. Già si diradan le gravose e folte Nebbie che ’l divin Sole apre e saetta; E già in fuga ne van rotte e sconvolte. Nell’ armi sue Ragion chiusa e ristretta , Già pugna e vince , e fa di mille oltraggi E di ben mille offese alta vendetta. Ond’ io più saldi e più devoti omaggi, Signor, ti rendo , e con più ardenti passi La scorta seguo de’ tuoi santi raggi : Nè di sonoro grido aura che passi, Nè bel fumo d’ onor più mi lusinga ; Che questo è ’l calle onde a la morte vassi. Nè vo’ eh’ edera o mirto il crin mi cinga , Nè che profano inchiostro il nome mio Alla futura età mostri e dipinga. La tua Croce, Signor, sia la mia Clio; E celeste Ippocrene alla mia sete, Del Sangue sparso il prezioso rio : E del Calvario le funebri e chete Ombre apran si della mia mente i rai , Che quanto a te fur meste, a me sian liete . ire ) DEL FILI CAIA. ailt I* benedico 1’ ora in eh’ io mirai, Mercè d’ un dolce tuo possente sguardo, Con odio e duol quel eh’ io si forte amai; E benedico 1’ amoroso dardo Che con piaga vitale il cuor mi sana; 1 E ringrazio la fiamma ond’ io tutl’ ardo. Segua pur altri fuggitiva o vana Ombra di ben , che se talor si accosta , Dopo un finto apparir più s’ allontana : Che da lei quanto più l’alma si scosta, In Dio vie più s’ immerge, e più non vuole Pentimento comprar, che tanto costa . Chi sparge al mondo i semi, altro non suole Mieter, che stento ; ma chi t’ ama e serve, Di scarso guiderdon mai non si duole . ' Mente’ io sono ancor mio, mentre ancor ferve Entro le vene il sangue ; alla tua voglia Sian le mie voglie ubbidienti e serve ; E del mio petto la guardata soglia Altro amor non ricetti, e ’l varco chiuda Rimembranza, timor, vergogna e doglia. *■ Quando al gran di mia coscienza ignuda A te starà davanti, e coutra 1’ uso La tua pietà d’ ogni pietà fia nuda ; E quando scampo il peccator confuso Cercando invano , e invan chiedendo Sita , Vedrà gli Abissi aperti , e ’l. Citi già chiuso; poesìe toscane Che mi varran della passata vita I lunghi errori, e l’insaziabil fame Di speranze amarissime nodrita, E i van disegni , e le ventose brame Che su questa mia fronte a note chiare Porterò scritte e senz’ alcun velame l Deh mi vaglia il tuo sangue, e queste amare Stille, Signor, eh’ io verso, e’ipriegouinil# Che al tuo giusto rigor forza può fare; Ond* io non oda la gran voce ostile Dell’ orribil sentenza , e uve non veggi» Fuor del tuo dolce fortunato ovile , Membro infelice,d’infelice greggia, Irne d’ alta mestizia e d’ orror pieno, Qual uom che morte aspetti, e morte chieggi». Ma ornai lentato a maggior doglia il freno, Tal sorge vena di perpetuo umore, Che la voce m’ annega in mezzo al seno : Onde 1’ anima tutta, e ’l buon dolore Che a Dio ne rimarita , unisco o serra In un sospiro messaggier del cuore ; E in silenzio che parla, i lumi atterro Tra speme e tema ; e di tua grazia i fonti Sol con chiave di Fede apro e disserro. Oh quai sussidj al gran bisogno ài pronti Se di te mi fo scudo, e intera e salva Servo mia Fò finché ’l qiio di tramonti ! Tu, Signor, mi creasti, e tu mi salva. DEL FILICAU . a35 La Confessione. CANZONE XXXV.. Un lagrimoso sguardo, Signor, s’ io volgo a quei prim’ anni, allora C’ arde il sangue , e sen va tutto in rigoglio Di baldanza e d’ orgoglio ; Se i detti e i fatti ed i pensier talora Con amaro cordoglio Nel profondo del cuor guardo e riguardo; ( Ahi fiera vista! ) un tenebroso e nuovo Di follie, di furor, d’ odj e d’ amori, D’ ignoranze e d’ errori Profondissimo abisso entro vi trovo . Il non pensar chi fossi Tu, chi foss’io, nè quai del ben, del male Fosser le pene e i premj ; e il non sapere Che ai fonti del piacere, Dolce amaro si bee tosco mortale, E ridendo si pere ; Fer si, che l’empio di me stesso armossi Contra me. Dall’un canto ei m’uccidea, S34 POESIE TOSCANE Ed io dall’ altro colla Morte allato, Infelice assetato, Com’ acqua, ognor l’iniquità bevea.. Tu , dal cui (iato rotta Va in pezzi e in polve ogni mortai baldanza; Tu, del cui sguardo un colpo, un colpo solo Pareggia i monti al suolo ; Tu la trilustre mia folle arroganza Che in te peccò, dal ruolo Lieva degli anni, e ’l muto obbllo l’iughiotta-. Vissi men ch’io non vissi. Ah pera, pera - Quella di me si morta parte ; ond’ io Dir possa: Il fallo mio Cercai dentro me stesso, e più non v’ era. Gol duolo, è ver, l’uccisi; Ma qual fa grandi e rigogliose messe Morto frumento , tal sul cuore un tallo Mise il mio morto fallo , E sfogò poscia in velenosa messe. Il san quei sguardi, e sallo Quel pentimento disleal eh’ io misi Dell’ alma in guardia, e quel si folle amore Che mi tolse a me stesso. Ah non mai nato Io fossi, o fossi stato Cieco negli occhi, come il fui nel core! Nelle celesti Cene Pur. diceami la Fè: Quest’Infinito DELFIL1CAU. 235. Che in breve giro la sua grande immensa Bontade a te dispensa ; Questi che a te, convitator, convito, E cibo fassi e mensa, È il vivo Pan che ogni sapor contiene. E ancor noi muti in tua sostanza ! e puoi., E puoi farti divino, e ancor noi fai 1 L’ avrai bensì, 1’ avrai Nemico un di, se tuo pastor noi vuoi. Cosi diceami; e ’1 sacro Cibo i’prendea.Main quello (ahìlasso!)in quello. Istesso di sul rinascente mio Delitto il sol morio. Si dai falli primier fallo novello, Qual rea vermena , uscio: E s’io piansi, e fei nuovo al cor lavacro ; Chi sa, chi sa se ’l fei perfetto e intero! Chi sa se dietro alla promessa un roto Non usci poi, che a voto Andasse il detto ; e se il dolor fu vero ? D’ un peccator si cieco, Pietà , Signor , pietà. Cener divegno S’ entri in giudizio meco ; Ch’Io so che d’odio, e non d’amor, son degno. a36 POESIE toscane Alla Beatissima Vergine*. TERZIN E. O dì Figlio maggior gran Madre e Sposa, Vergine Madre, e del tuo Parto Figlia, A cui non fu nè fia mai simil cosa; Vergine bella, in cui fissò le ciglia L* eterno Amor per far di se un esempio Che più d' ogni altro il suo Fatfcor somiglia Dolce vivo di Dio sagrato Tempio, cinico scampo dell’ afflitte genti-, Vita dell’ alme, e della Morte scempio; Tu innamorar co* bei pensieri ardenti Sola potesti, e coi begli occhi il Cielo, Con quei begli occhi più del sol lucenti. Non sàettavan col raggiante telo Ancor la notte i giorni, e non ancora Facean le notti al morto giorno velo; Nè dall’ aurato suo balco» V aurora Vergini rai piovea, nè alate piante Area quel che i suoi figli e »è divora; DEL FILICATA . 2^7 Nè circunfuso in tante parti e tante Era il grand’aere che la terra abbracci»/ Nè movea 1* ocèano il piè spumante/ Nè degli abissi sull* oscura faccia Alzate ancor 1* alto Motore ayea Le creatrici onnipotenti braccia; E vivo già nella superna Idea Era il tuo esempio, e già faceanti bella I rai di quell’ Amor,che amando crea . E quand* ei mos&e i cieli, e la novella Tela ordio delle cose, e in mezzo al polo Accese gli astri e la diurna stella ; E quando all* acque il corso, all* aure il volo, E alle piante diè vita; e quando appese Le fondamenta dell’ immobil suolo, E i varj genj e le natie contese Temprò degli elementi, e ad un sol moto Tanti altri moti obbedienti rese; Tu , pria di nascer , 1* alto fonte ignoto Delle cose miravi, e le bell’ orme Di quel valor che ne’ suo* effetti è noto. Ma fra tante leggiadre altere forme Che ad un sol cenno del gran Fabbro eterno Fer di se bello il basso mondo informe ; E fra* bei Spirti che del suo più interno Lume prenderò, e a cui più larga parte Feo di sè stesso il Facitor superno ; s3S TOESlE TOSCANE Qual fu che a te s’ assomigliasse in parte, Prima grand* Opra dell’ eterna Cura Che in te tutta impiegò l’arte dell’arte ! Mirabil luce, più che altrove pura , Fea di te centro a’ suoi hei raggi, ed era Fosco il sol presso a te, la luna oscura. Onde rivolti a si lucente sfera : Chi è Costei ( dicean gli Spirti eletti ) Che Reina ne par di nostra schiera ! O Cielo, o Ciel, se gli onor tuoi perfetti Senza costei non son, che più si cessa ! Il tuo lento girar sue ruote affretti. Quando , quando fia mai che a lei si tessa Il mortai velo, e suo bel volto santo Porti in terra di Dio l’imago espressa ! E scinta poscia del corporeo manto , Torni ai nostri soggiorni alta Reina? Quanto Ga bella allor, se adesso è tanto! Cosi diceano; e qual sulla supina Faccia dei monti estivo raggio piove, Tal piovea in te 1’ alta beltà divina. Erasi intanto alle nemiche prove L’ antico Serpe accinto ; e già distrutto Il gran divieto di Chi tutto muove, Censo infelice di perpetuo lutto, E d’ infiniti mali ampio retaggio Lasciato avea quel sempre acerbo Frutto. DEL EILICAFA • 33j Ma solo a te l’universal servaggio, Vergili bella, non giunse, e non osaro Far l’altrui colpe al tuo gran nume oltraggio» Tacque il pubblico pianto, e si asciugaro DeL mondo i lumi allor che di tua sorte Le profetiche trombe alto cantaro. Chi troverà ( dicean ) la Donna forte Che trapassate il termine vetusto , Venga de’ Cieli a disserrar le porte ? C’ altro mai volean dir dell’ incombusto Mosaico rogo le innocenti arsure, E di vergine terra il germe augusto 1 E le bell’ acque che tranquille e pure Sovra T vello scendean soavemente. Ad irrigar tutte 1’ età futuro ! | Nascesti, alta Donzella ; e immantenente Ne’ tuoi begli occhi, dell’ eterno Sole Si ri'acceser le faville spente . Quei che vuol quanto può, può quanto vuolej Mirò sè stesso con amor più intenso , I Nel formar tue bellezze al mondo sole; | E al vago spirto di sua luce accenso , Diè quel velo leggiadro in cui trasparve ; Sua bontà, suo valor, suo zelo immenso. Tosto che in terra il divin volto apparve, Disparver 1’ ombre, e si feo lume al vero 1 Nascoso pria sotto confuse larve ; 1 poesie toscana: E ’l profondo ineffabile mistero Sulla tua fronte a chiare note scritto-,- Diè di pace e d’ amor pegno sincero. Or chi sarà che pel sentier più dritto Scorgami a dir dell* opra alta e gentile, Di cui fu seme il primo uman delitto l Tu , se *1 priego d’ un cor supplice umile, Vergili, ti muove, tu la stanca cetra Reggi, e tu infiamma 1* agghiacciato stile : Che mai non sorse a viaggiar sull’ Etra Furor più sacro, nè più santo strale Usci mai da pietica faretra , Era ornai giunto il termine fatale, Ed avea 1’ ira in carità cangiata Delle cose 1* Artefice immortale ; Quando in terra a portar l’ alta ambasciata Scese un Messaggio, dal cui volto uscia Tutto il seren della magion beata. Un nuovo Cielo , in rimirar Maria , Gli s* aperse d’intorno ; e $1 gli piacque, Ch* esser forse pensò , dov’ ei fu pria. Poscia: O Vergine ( disse ) a cui non nacqua Altra simile ; o degna in cui s* asconda Quel sommo Spirto che correa sull’acque; Qual torrente di Grazia il sen t’inonda 1 Oh fortunata, che del vero e vivo Gran Padre e Sposo tuo sarai feconda 1 nELFti.icAiAi a^t Qaal aura molle al caldo tempo estivo Le fresche rose rugiadosa allatta, Ostro accrescendo all’ ostro lor nativo; Tale, o Bella , a quel dir la neve intatta Di tue guance s’accese ; e tal sembrasti, Qual chi fra sè co’ suoi pensier combatta. Egli allor : Di che temi ! ancor contrasti ! Madre sarai senza viril contatto , E fian sempre i tuoi lior vergini e casti ; Anzi il tuo sempre inviolato, e intatto Sempre, e maisernpre invi'olabil Chiostro, Via più puro sarà, fecondo fatto. Odi d’ alta virtù mirabil mostro 1 Aura divina, onnipotente , eterna , Non mai descritta da mortale inchiostro; Aura dolce che ’l Ciel muovo e governa, Sol delle caste orecchie tue pel varco Strada farassi alla magion più interna; E di sacro vigor tumido e carco, Crescerà ’l ventre . Incognite quadretta Già Iddio t’avventa; ed il mio labbro è l’arco Spirto d’invitta Fede , a tal favella , Pien d’ un’ alta umiltate al sen ti corse ; E poi dicesti : Ecco di Dio 1’ ancella. Ambo le labbra per dolor si morse Il Re dell’ ombre ; e non più stette il mondo Come fn già, di sua salute in forse . Jfiiic, Tom. II. iG S4l POESÌE TOSCANE Ed ecco ( oh quai portenti! ) entro ’l.fecondo» Tuo sen 1’ Incomprensihile celarsi , E ’l gran sostegno tao farsi a te pondo, E stupir la Natura., ed avverarsi. ( Le antiche Carte, e dell’ Inferno a scorno, La dubbia speme in sicurtà cangiarsi. Miro un Astro lucente a par del giorno, Scorta e forier di peregrini passi, Nuovo insolito di sparger d’ intorno ;. E pianger di dolcezza uomini e sassi Miro, e Re grandi T al-to Re dei regi, Stesi a terra , inchinar cogli occhi bassi,». Miro 1’ Armento che i celesti pregi D’infante Dio tra rozzi panni avvolto Par che conosca, e d’ adorar si pregi. Quinci angeliche voci, e quindi ascolto. Sacri vagiti ; onde dal gaudio rotte , Liete lagrime a me piovon.sul volto. Non usci mai dalle profonde grotte, Per dar cambio a colui.che ’l giorno rende, Splendida più riè più beata notte; Notte che d’ ogni giorno assai più splende, Mirabil notte ond’ è quel Sole uscito , Che al sol dà luce, e tutti gli astri accende» Uom vero e vero Dio, Lume infinito D’ eterno lume immortalmente grande , Picciol fatto per noi, frale e finito. DEfJ FIUCATA . Ria tn , Donna rèal, d’ opre ammirande Illustre vaso, alle cui lodi invano Argenteo fiume di parlar si spande; Vedi ben, che ogni sforzo è fiacco e vano A tanta impresa ; e che a risponder, sorde Le tempre soli dell’ intelletto umano . Del tuo gran Parto le sagrate corde Tocchi angelico plettro in maggior tuono, E due Nature in un Soggetto accorde; Ghe a sè mi chiama un lamentevol suono D’ urla e di pianti e di materne strida, Senza trovar pietà, non che perdono. Ecco dell’ empio Re 1' ira omicida : Ecco piange Betlemme; ecco si lagna Che ’l ferro i figli, e ’l duol le madri uccida: Ecco che in mezzo-d’ infedel campagna Offre scampo e riparo al gran periglio Quella terra che ’l Nil feconda e bagnai E già in un dolce riposato esiglio Povera vita , ma tranquilla , meni Col vecchio Sposo e col tuo picciol Figlio-. Ma 1’ iter sacro de’ be’ rai sereni , Qual nube adombra d’improvviso affanno Che gli fa d’ ampio umor gravidi e pieni ! Se ’i tuo Figlio smarristi, è bricve il danno;. Che tosto il trovi, e di sua vista sazj. La luci che desio d’, altro non anno. 4,|4 poesìe toscane A più crudeli e tormentosi strazj Il Ciel ti serba ; e più che mai veloce , Già varca il Tempo i destinati spaz.j . Spine veggio e Flagelli e Chiodi e Croce : Veggio il suol che ^cadaveri sprigiona; E de’ rotti macigni odo la voce : Nera gramaglia che ’1 gran di corona, Veggio , e la vera immortai Vita uccisa , Che a Morto in braccio, agli uccisor perdona. Quanto , oh quanto da te fosti divisa Quando la bella, scolorita e cara. Faccia mirasti del suo sangue intrisa! E quando il sen ti trapassò 1’ amara Voce.del Figlio esangue , allor eh’ ei disse: Altro figlio in mia vece a te prepara ! Nel Tronco, a par del tronco immote e fisse Tue pupille inchiodasti ; e ’l cuore aperto., Crudo coltello di dolor trafisse . Qual tortorella che con passo incerta Va la sua dolce compagnia cercando, ET piano assorda e 1’ aspro poggio ed erte; Tal non ben viva, e di te stessa in bando , Givi tu coi sospir, fatti già tromba, Il dolce amato nome invali chiamando. Ma poiché ’1 terzo dì tolse alla tomba Ogni suo dritto, e in pioggia poi di foco Scese a te T alta ed immortai Colomba ;... TfEL FILICÀIA . 2 fi Vera martir d* Amore, a poco a poco All* Alma di se donna il volo apristi: C* arder da lungi, a chi ben ama, è poco» Pianti sereni, e sospir lieti e tristi, E dolci-amare dilettosc pene, Ed affetti di gioia e di duol misti-; Fede arnìata di zelo, e viva Spene, E Carità fervente oltre nostr* uso, Che d’ alto e nobil'foco empie le vene, Tal fatto avean di te desio lassuso, Che s\ lungo aspettar piti non soffriva , E parea dal sue cielo’il Cielo escluso^ Ma già la nave tua, correndo a riva Con vele d* oro e con gemmate antenne, Al felice naufragio i fianchi apriva . Morte alzò *1 braccio; ma tantosto il tenne Riverenza e timor; poi disse: O Donna , Torni pur tua grand* Alma, onde sen venne. Che poss*io teco ancorché inerme e in gonna ? Non ò io signoria fuor del mio regno ; E *1 tuo alto valor di me s’indonna . Amor, ministro assai di me più degno, Amoro, Amor sottentrera in mia vece ; Che ferir non poss* io s\ eccelso segno. Volea piu dir ; ma incontro a lei si fece Un de* tuoi sguardi, che con dolce forza , Qual densa nebbia , il suo,parlar disfece-* sJ6 -POESÌE tosca-sf. Or tu la defili voce in me rinforza, Signora e Madre; che di pianto molle, Pietoso affetto a dir di te mi sforza. : Era già ’l tempo che divampa e bolle Il gran pianeta , e sugli eterei poggi L’infiammato Leon sua chioma estolle; ■Quando discesa dai superni alloggi Luce a te venne , non so quale o quanta ; Ch’ io non ò sguardo che tant’ alto poggi. E quanto più bevea 1’ Anima santa Del caro lume, più spedita-e lieve Trasparia per lo vel che P alme ammanta. CanJjda falda di non tocca neve Era ’1 volto ; e i begli occhi : Avrem pur pace (Dirparean con un guardo),eavremla in breve. Così a guisa di bella e chiara face -Che a poco a poco, quando l’aere è cheto, Soavemente si consuma e sface ; Esente affatto dal cemun decreto, Senza morir moristi; e i nostri danni Morte fer bella , e ’I Ciel più bello e lieto . Vedova sconsolata in neri panni Piangea la Terra, ed i celesti Amori Facean teco ritorno agli alti scanni. Sull’ ale intanto de’ beati Cori Correa giù per quell’ aere luminoso Dolce armonia di Spiriti canori DEL FILICAIA . Che lusingando il tuo gentil riposo, Fcan corona e concento alla bell’urna Ov’ era il pregio d’ ogni pregio ascoso . Ma non si tosto alla finestra eburna S’ affacciò la terz’ alba , e col piè d’ ort> Calpestò la fuggente ombra uotturna, 'Che i tuoi begli occhi a far di sè tesoro Si riaprirò , e sulla fronte augusta Ristampò 1’ Alma il suo primier lavoro; E del bel velo dolcemente onusta, Fe poi quindi tragitto a quella vita Che di Morte 1’ assenzio unqua non gusta-. Parlate , o Cieli ; e tu che al Ciel salita , I sensi del mio cuor penetri e intendi, Ai dolcissimi accenti apri 1’ uscita . Tu con lingua di luce a spiegar prendi Del gran trionfo tuo 1’ alta memoria, E tua facondia il mio difetto ammendi. Tu la gran pompa e l’ineffabil gloria Del Ciel mi narra , e ’l trionfale ingresso , Di cui quel giorno ancor si pregia e gloria: Narra i plausi festosi e ’l dolce amplesso Del Figlio, e quanto all’ apparir tuo crebbe Del trino Lume in te 1’ alto refiesso, E quanta luce di beltà s’ accrebbe Alla parto più interna e più sublime Del Ciel, che in sorte "per sua gloria t’ebbe. roEsir: toscast: Ma in quella guisa che de’ fior le cimo Piegansi al colpo di siiave vento, Già si piega il tuo spirto alle mie rime; Spirto che in suoli d’ alta pietate io sento Dirmi sovente al con Confida, e taci; Un di (la forse il tuo desir contento. Or perchè queste misere tenaci Fasce non scioglie il Tempo, ede’mié’ giorni Non vanno a tramontar 1’ ultime faci? Deh venga il di che le mie notti aggiorni ; £ sciolta 1’ alma dal mortai suo laccio, A la sua bella libertà ritorni. Forse ( oh che spero ! ) a vera gloria in braccio, Vedrò 'I vero adombrato in questi versi; E ’l più bel mi parrà quel di’ io ne taccio. I’ benedico 1’ ora in eli’ io t’ offersi L’ arte e l’ingegno, e al sol di tua bellezza Le disviate mie pupille apersi. Vergine, tu ben vedi a quale altezza Poggia un tanto sperar; ma, s’ io non fallo, Nacque dal peccar mio la tua grandezza. Or se dei tu cotanto all’uman fallo ; Che non potranno in me grazie divine? Non fu mai ( sallo’l Cielo, e’1 mondo sallo ) Nè mai fia posto ai tuo poter conline. ■flEL FIL1CAU . »4a Giudizio dell' Autore sopra le sue Poesie . SONETTO CXCV. inetto 1’ Orse colà ( se dice il vero Antica fama ) quel selvaggio inculto Orror de’ boschi un tempo ebbe dal fero Popol dell’ Istro e sacrilicj e culto ; Nè osò mai ferro irriverente altero Scuoter fronda, e troncar pianta o virgulto; Nè impura greggia nè pastor mai fero Con piè profano alle bell’ erbe insulto. Cosi la mia , benché selvaggia e oscura, Musa ( il perchè non so ) rispettan gli anni; E più d’ un 1’ idolatra , e fè gli giura. Ma degli altrui troppo amorosi inganni Fatta giudice un dì 1’ età futura, fia che si folle idolatria condanni. 300 poesìe toscane CORTESE LETTORE . (*) Tutti i Componimenti che in questo Libro ti contengono , sono stati fasciati dall* Au- i tore nella guisa nella quale ora ti si presentano ; solamente la seguente Canzone che egli aveva compita pochi giorni avanti la sua ultima malattia , s* è ritrovata dopo la sua morte , fuori dell ’ ordine da esso prescritta . S* è creduto di dover porre questa ancora sotto i tuoi occhi , e di dover darti questa notizia . Vivi felice * (*) Questo avviso al Lettore si legge a pag. 664 dell* edizione originale firentina del 1707. del rinicAiA. s5i A un ritratto della Beatissima tergine, quando sarà in punto di morte . C A N Z O N E. Pensier vestiti a bruno, Pensier che pieni d' atre idee di morte , Meco di morte ragionando andate : Malinconiche e smorte , Faci che al mio morir 1’ esequie fata Sotto quest’ aere tenebroso e bruno : Sospir che ad uno ad uno Norj già , ma in folte schiere a cento a cento Uscir vegg’ io dagli angosciosi petti : Pallidi e muti aspetti Ove alberga il dolore e lo spavento : Pianti, singhiozzi e affetti ; Or che i di miei tramontano , e si parte Quest’ alma, ite , vi priego , ite in disparte; Che nel buio soggiorno , Ver me da due begli occhi un lume i’ veggio Muover si dolce , che i miei casi obblio ; Lume ove tien suo seggio E sue delizie quell’ Amor che aprio poesìe toscane Dei neri abissi sulla faccia il giorno. À'questo lume intorno Vola-il mio spirto, e mi rimembra impunto In eh* io preda d’un mal che uccido e alletta, Da tua gentil saetta , Vergine Madre, in mezzo al cor fui punto; Amorosa vendetta De’ tuoi begli occhi che con Dio trattaro Il grande accordo, e Dio coll’uom legaro. L* antiche mie riiine Mostrommi allora un bel chiaror dipinto, Fatica illustre di pennel devoto. Vero dolor da un finto Sguardo in me nacque , ed un celeste ignoto Pensier che pose al vaneggiar confine ; 'E due stelle divine Tal fero allor nel nuovo me lavoro , Che in quel cui vidi, ma ridir non oso, Sacro incontro amoroso, Quelle di me fean preda , ed io di loro : Io di mirar bramoso Nei lor moti sbavi un Ciel ristretto ; E quelle, in me di lor virtù 1’ effetto. Ahi come tardi apparve Alba «\ bella ! -a- quanto nien viss’ io Di quel eh’ io vissi ! ma pur troppo i’ vissi. Non foss* io nato, o ‘i mio DEL FTLICAIA * 2$3 Oiòvenil foco anticipata eclissi Spento avesse d’ un Sol che a me già parve Si chiaro, e poi disparve Oscurato dagli anni ! Amai finora* E che amai se non terra ! Oh del nemico Folle diletto antico Fiera memoria che mi strazia e accuoral Oh crudelmente amico Van desio che i suoi passi avido spinse Dietro un fango animato, e 1* aria strinse ! De* tuoi be’ lumi i giri, Vergine, che a ben far guide mi furo , Da indi in qua sol cerco. Anno i miei giorni Luce da quegli, e oscuro Senz’essi è quantoio scorgo: ond’è ch’io torni A spirar 1* aria del tuo volto, e *1 miri Fiso , e talor m* adiri Colle palpebre che tra me e ’1 bel lume Invida nube d’interpor son use ; E i tradimenti accuse D’ un rio pensier che, com*è suo costume, Dell’ alma entro le chiuse Porte , quando a lui par, vola e rivola, E lei disturba, e ’l suo piacer le invola. Magia di vena in vena Scorre invincibil gielo, e già mi sfaccio Come tenera neye che si strugge . »5| POESIE TOSCANE Tu 1’ amoroso braccio Cui s’ appoggia’! mio spirto, a lui che fugga; Stendi ornai per pietate, e teco il mena. Onda di scogli piena E di naufragj , paventoso e solo, Mira eh’ io varco; nè so quai procella In queste parti e in quelle Sian: tu la sponda e tu m’ addita il polo. E voi, del sol più belle, Luci, alla morte mia vie più splendete; Se pur esser può morte, ove voi siete . Ove voi siete, e dove Giugne un solo tuo sguardo, alta Rèina,. Ivi è conforto, ivi è salute e vita; E alla luce divina Che in me percuote, non è forse ardita Far Morte oltraggio, e’1 braccio e’1 piè non muov*. Ma forza è pur, che altrove 1 Or or men vada ; e forse il doppio Sole Che folgorar sulla tua fronte io scemo, Quasi vapor, V interno Spirto (la che a sè tiri; o s’ ei pur vuole Che a me suo raggio eterno Per b rev’ ora si celi e me non tocchi , Sarà mia morte il chiuder de’begli occhi*- E allor, qual di sue frutta Sgravato ramo all’ etra erge lo cime; DEL FILICÀIÀ. ^55 Tal io, deposto il fragile nman.velo, Di me la più sublime Parte alzerò , Dio ringraziando , al Cielo • Ma nell’ orribil di che in un ridutta, Contro di me ben tutta Fia che l’ empia si scagli oste tremenda ; D’ un dolce sguardo contrari colpo crudo, Vergine , a me fa’ scudo; E quanto puoi, e qual tu sei $’ intenda. San io di forze ignudo:. . IVI a se le lue saran quai so», quai furo; Vinto, vinto è 1* Inferno, io sop sicuro. E già veder in’ è avviso In tue sante pupille il mio destino : Veggio che armata di sospiri e pvieghi, Ai Giudice divino Togli ’l fulmiu di mano, e ’l cor gli leghi; Tal piove grazia dal celeste viso: Veggio il sOave riso, Veggio i begli atti onde ogni cor si spetra Più duro ; e sento tra rubini e rose Aure spirar pietose D* un dir si dolce, che mercè m’impetra Da Lui che in te s’ ascose ; D’un dir gentile che innamora c sforza, E che da legge ai Fati, e al Ciel fa forza. Giugner d,’ Orebbe ai monte a56 POESÌE TOSCANE Sol poss* io co’ tuoi passi. E che non posso Vergine, in te che tutto puoi ì Per questo Da* tuoi he’ rai percosso Aere, per questi aneliti, e pel mesto 1 Pianto che scende dalla morta fronte ; D* un che de* sensi al fonte Bevve, gli estremi accenti odi, ti prego. Ah non soffrir che dispietato artiglio Giù nell* eterno esiglio Il cuor mi sbrani. Peccator, noi niego,. Sono ; ma son tuo figlio . Oh beato morir se a te dir deggio : Vidi la copia ; or 1* Esemplare io veggio L Fine delle Poesie Toscane.** INDICE Delle poesìe toscane Contenute in questo secondo Tomo . SONETTI. hi quanti strali di terrena stampa Pag. St Alba illustre felice, alba foriera i 5 Amor cui forte il nostro fral già rese, g 5 Antro, in cui visse incognito il rigore 204 ^•A quei tenaci femminili sguardi 96 Arsi di nobil foco, e ’l foco mio 124 Che degg’ io far, se d’ un color conforme 60 Ch’ ei circondolia ; e come cento avesse 5 Chi dal tronco vi svelse , e chi v’ impresse 186 Come da occulta simpatia di corde 126 Come , oh come pensier, costumi e voglie 76 Cosi mi dormo, e per me veglia il Cuore, 193 D’acque ricco il Giordan vergini e chiare, 9 4 Dai cupi fondi della terra ognora, 101 Dal core agli occhi, e poi dagli occhi al core 164 Dal sen lo spirto, e da quest’ occhi il giorno 181 Dal sen più cupo di profondo avello aoa Fììic. Tom. II. 17 I *53 'Della nebbiosa fantasia sul campo 22$ Di fuor 1’ aureo mio crin farsi d’argento 77 Di gloria sterilissima terrena 100 D’Ilio i superbi scheletri, all’ altura 49 Falsi colori, dipintor bugiardo , 5g Far potess’ io di quei piacer vendetta, 69 Figlia e Sposa infelice, al cui gran duolo, 208 Forte , invitta è la Fede ; e chi sensi’ essa ig6 Fuochi notturni, che al defunto giorno 99 Già, da me lungi, e tutto in me raccolto, 192 Gli omeri sacri, a cui s’appoggia il mondo, 187 Godali pur somma pace, alta ventura ig4 Grave d’ anni e di colpe, al doppio incarco 219 In quella età che snol di sè fidarsi, 68 Langue mia vita; e qual da irato gielo ìSo^ Ma donde avvien che si repente io passi 78 Ma, folle! indarno a ricercar mi muovo 79 Ma tanto ei poscia nel valor s’ afliua, 6 Mentre del viver mio tramonta il giorno, 170 Mentre di Piero il glorioso Erede, 27 Mentre per man degli anni, alta Signora, 23 Mentre , rotto dal Tempo, il piè ritiro , 5a Mesta il ciglio , e nel guardo aspra e severa, 2o5 Mio cor che ’l ciglio di perpetue stille 222 Mio Dio, per gloria del tuo santo amore, i 65 Mostronnni un giorno il mio peusicrle tante Ci fiè fera tigre che dagli occhi spire 218 k 'afa) . Nè guari andrà che ad abbassar 1* altura 7 Nevi caduche, veritieri specchi Ho No che non furo i tuoi rigor , nè sono, ioa Nuova d* ire e d* amori aurea struttura 14 Occhi, piangete, o almen ridite al core 221 '"■‘Oiinè! quel riso, oimè! quegli atti e quelle 97 Onde s* io spargo inchiostri, e carte Vergo 125 O regio Sole, hi cui cader s* imbruna 2t O tu che al guardo di pupille impure 207 G tu che i vanni generosi alteri 189 Peno, e in Lui ch’è deU'aìme alma e riposo , 127 Pensier che voli, stand* io fermo, e in parte Sa Pensier di morte , che poc’ anzi al coro 83 ^ Perchè P uomo al suo fin pensi, e trapasse 5i Per simil guisa nei celesti petti 195 Piango di gioia se *1 divin rigore 12S Pien d’ un alto acutissimo cordoglio, 167 Poiché i begli anni miei vid’ io repente 84 Qual madre i figli con pietoso affetto 169 Qual donna in terso c fedel vetro legge 223 Quando dell* empia idolatria le sparse 70 Quel Sangue è questo , che trattar poh-o i€G Questa , eccelso Signor , c* arder qui Vedi, 20 Questa , più ebe di orili, d* inganni ordita 53 Questi che in te col lume tuo mirai, i83 Qui dove fiume di mortai diletto 8G Qui pur foste, o Città ; nè in voi qui resta ■tìGo 'Ricco legno stranie?, c’ ài d’oro i fianchi, c/5 S J altri non m* ode interra, odanmi almenoy3 Scene , -voi noi sapete. Oh se sapeste i3 $ Scultorche in marmo il vital ferro adopra, 197 Se al mesto sguardo testirnon del cuore, i84 Se d’ orologio che non parla, e gira, 198 Sei di marmo, Colonna; e pur men dura i85 Sensi di gioia 1* Apennino algente 22 Se vaga scena, o musico sospiro 98 Siccome foco su nell’ aere acceso , 80 Signor, che ascolto 1 a me ne* falli miei 168 Signor,cheveggio lahifiera vista ! e in questi 188 Signor, peccai: ma se tremante e fioco Simile al fonte che, se’l ver n’ascolto, 33 So pur, so pur, che sull 1 eterea mole, 189 Sorda dell’ aure al lusinghiero invito, *38 Sotto P Orse colà ( se dice il vero 249 Sovra la bassa region de* sensi, J 9° Speranza mia , che di te priva, e fuore 182 Sposa rcal, se appiè del regio trono 1 Strinse il ferro, e più grande in lui P usato 3 Sull’ altere di Buda ampie riiine 4 Tenebre illustri, aridità feconda, J 9 l Tenero latte di devoto amore, >79 Torel qui visse: ah ben sent’io più pura 206 Tra le due vite mie del Tempo 1* onda 85 Vergine , i* penso quanto studio ed arte 1 77 2en vedi a me davante, 178 ^ Verrà , verrà ben tosto ; udite udite; ao 3 Vidi sull’ Istro spaventosi alzarsi a Vostre piaghe a mirar mentre in un guardo, t G 3 CANZONI, TERZINE E OTTAVE. Al fortunato Speco 171' Alma , tei dissi pur ; troppo è sospetto 87 Ai moto, al guardo, agli atti, a la favella, 16 Amor, superno Amore, reo Antica età che nell’ oscuro seno 209. Che temi, o Prence ? io vegno 33 Del picciol inondo sul gran giogo altero 71 Era già fatto il sagrificio, e fiso 148 Era morta 1* età che nascer vide igg Figli che agli atti e al viso. lag Figli, se di mia ménte iSj Nella più.fresca.e più fiorita etade ila Nella profonda notte, 54 Nel più alto silenzio, allor che amico 25 O di Figlio maggior.gran.Madre e Sposa, a 36 O Tempo, o tu che barbari trofei 8 Padre del Ciel, che con pietose braccia 225 Pensier vestiti a bruno, 25 l Poiché la speme disleale a dura i4o 263 S’io presto fede al proprio sguardo © fede /jz Stanco e già sazio di soffrir la dura 6a Sullo spuntar del giorno jo 3 Un lagrimoso sguardo, a 33 CARTEGGIO DEL SENATORE VINCENZIO DA FILICAIA, RE L A TIFO ALLA DEDICAZIONE E CORREZIONE DELLE SUE POESÌE. ■ ' ■ *‘#>1 fi 0 : JUu)i ‘ iiii AjI 3TT3, l |ls£i wloi-flj.inósnfir) ?l/fi jsctftnoj -IT ni ojjKjftifii? fènt'rfFf ìb,òfT?i.vns^iI o «>ib 6i9tl*4 or! t ni. omig^£»xti$t.. -bii* ol ò&^'nhiii.ir i 'iah *1 iljìop ?>niftj£ì' r: 4 jrtoiraft oo5f.« 'àiiv t Tv>yW.^S> i r 1 **<^w£ 4 ÌÌBb i: -ritooq t?im hènup ìitffò dnoe '-vifogiigoii i5inf<0 -£«$13 alio? jJ^rtft<4#MiA9’aìffoq#io?}' ?s> «-riiU.oJnsttoiJlfi «od t r-i/xiìl r b uf^otil *ninj òqqóìJ fifa, ; £«tnta$màd e fin noi ( . ■ . i ViiìUWoV'Ub-^^h^'uli}! d 1 .- - £10 y hfir t*; ÌV: **$*• * i. iorofiftuort ih aoti or < è.?:r?yrf , l i «■-Soifl -nsJnw^ '-! noi^ir» t.iiqonq, ili iris , « mQ *»/?: t oiii2aioK :-jb uiufi-wq* ^ ■-.-: 7 :Cfl **7jfg ’lfeirp 7,^ f* , fitti ii}.r,7 • ’-J iiJìir Wìr tCT » jf* 3{ *'■ :• *hijgr;;U]4'fn*3 lu»p. , értotrrt IO ^*1? ' 1 ^ ÙJMlUKi.^ u. ‘•'unq 7tioiv:>ii>7i| »#. ■ Mj» :«£;'> . *M3 '»H éÌlÌni:r .<- '.’ . -f-iìp. ', fi. 1 : ', i..-i " i.*U difilli' .L-- 5Ì imj itoti tjp-U,»'*- '• ’ ■'■ ■ •;tfo7*6 Olf'-U6:v* ,- ’.• LETTERA DEDICATORIA premessa alle Canzoni in occasione dell' assedio e liberazione di Vienna, stampate in Firenze l’anno i683 in 4«°; con le tre Lettere latine, colle quali l’Autore indrizzò le suddette Canzoni ai Principi, in lode de’ quali, furono composte. Serenissimi? Granduca , mio unico Signore *. Tradirei la pietà delle proprie viscere se con quanta negligenza sono stati questi miei poetici Componimenti deformati e guasti colle stampe in più luoghi d’ Italia , con altrettanto sta-, dio non procurassi io di restituirgli alla pri-. miera lor forma e sembianza ; ma troppo più tradirei la giustizia dell’ obbligo che mi corre , se determinando ora d’ esporgli alia pubblica luce in Firenze, io non gli consacrassi a V. A. S., a cui di propria ragion s* appartengo!^ e per la. sovranità del dominio cha Dio Le à dato sopra di me, e per quell’ altro non nien sovrano, che le di Lei eroiche virtù Le ànno aggiunto. Oltreché, qual più splendida ed amorevole protezione potré’ io giammai procacciare a queste umilissime Poesie , che quella di V. A. , la quale più e più volte , quasi scordatasi della propria maestà, noti pur le à accolte con gradimento , ma eziandio ascoltatele con tenerezza, e, quel eli è più, con in^ S66 LETTERE credibile umanità divolgatele per molte parti d’ Europa ! Eccomi dunque a’ piedi dell’ A. V. con questo non dirò dono, ma debito; rendendomi certo che siccome è proprio di chi benefica 1’ amar nel beneficato, non tanto le di lui qualità , quanto i suoi medesimi benefici ; cosi la generosità di V. A. amerà nelle mie Rime non quel eh’ elle sono , ma quel che le à fatto peravventura parere la di Lei magnanima approvazione. Supplico intanto reverente- mente 1’ A. V., che con lieta fronte si degni d’ accoglier questa rozza sì , ma incontaminata e vergine Musa, la quale assai più intenta a maturar frutti d’ eterna vita , che a procacciarsi fronde ^di caduchi applausi, altra dote non cerca, per isposarsi alla Fama , fuorché 1’ amore di Dio, e quello di V. A. S. a cui con profondo ossequio umilissimamente mi inchino . Di V. A. Serenissima Umilissimo e Fedelissimo Servo e Suddito Vincenzio daFilicaia. DEDICATORIE. 267' LEOPOLDO I. Romanorum Imperatori invictissimo semper augusto Vincenlìus a Fìlicajct fclicitaùcm Triumphum vere admìrabilcm et ante liane diem inauditum, qui sumnio Christiani Or- bis discrimine res lapsas ac pene profligatas divinitus restituit, instauravit, erexit; injurius profecto sim , Invittissime Cacsar, ac de tuae amplitudine felicitati^ et gloriae pessime me- ritus, si Caesareae tuae Majestati prò dignità- te non gratuìer. Et gratular! quidem honestum est, cum Othomanicus ensis ab ipso pericli- tantis Austriae Christianaeque Reipublicae ju- gulo sit depulsus . Veruni in tanta celebritate, quantam superiora secula nunquam vidisse compertun» est, Musas gratulationi testes ac socias adbibere multo honestissimutn . Hanc igitur Odam Iletruscis vinctam numeris, quae mea est audacia , Tibi Principum Maximo nettuni scrihere, sed et mittere non svini veritus. Et quanquam longe infra tuammagnitudlnem sit quicquid non modo dici, verunietiain excogita- ri potest; incredibilis tamen hmnanitas quatti Tibi supra tam ardui Principatns fastigium vin- dicas , ne ad baec humilia pauxilium descendere dedigneris, nisi failor, efliciet. Adsacros. itaque Caesareos pedes Kumillime provolutus > dum et audaciae veniaro, et obsequii gratiam iuppliciter petoj prò tuorum armoruni non in-- s63 LETTERE" termissa in Turcas prosperiate , prò orthodo* xae Fidei, prò sacri Imperii, atque augustissi- uiae Domus incoUnnitate, propagationa, incremento, juges ad Deum Optimum Maximum j»reces effondo. J O A N N I IH. Poloniac Regi invictissimo Vìncenlius a l 7 dica] a felicita lem . JN^uHus profecto, invictissime Rex, in toto orbe terrai uni tam dissitus, atque a soiis iti-? «ere tam sejunc-tus locus est, quo non incre- dibiiis Victor-iarum tuarum fama pervasene Cui ergo mirum sit, si ad tantnm , ac tuia plausibilcm , «eque unquam hacteuus auditam Triunipbi celebntatein ipse quoque erectus atque excitatus , et attonito sitmlis, vocem atque oculos attollere ausati l Quod si hoc mei «ominis obscuritati non satis congruero, nec longe abesse videtur a crimine temeritatis i scio, Rcx, culli esse me, quo nemo fortasse alius. in l ui adinirationeni, tuasque pene di vi- nas laudes concclebrandas et in posterum us- que aevum traduccndas protiior sit, aut esse possit ac debeat. Hanc igitur, qualiscumque ea sit, Iletruscis mnneris alligatam Odam quani ego nunc Sacrac ac Ilègiae tuae Maje6tati vc- nerabundus offero ac dico, patere tuis oculis paulisper subjici. Id si , ut spero , feceris , quid 'l’ibi Christiana Respublica debeat, quid Tu Deo qui in le cxornantlo > re^iisque virtù- ìyrcniCATOiwtv. 2^ tihus affatim cumulando totus propemoduvn fuisse visus est, et facile senties, et novas ingenio meo faces , novum calcar adjicies . Me interim ad regios pedes liumillime provolutum, ut, qua soles humanitate , cxcipias , enixe ob- secro ; Tibique ortbodoxae t'idei acerrimo Propugnatori a Deo Optimo Maximo inoffensum in Turcas Victoriarum cursum ex animo precor atque ominor. CAROLO V. Lotbaringiae Duci invictissimo x Vincentius a Fìlicaja felicitatemi (^uod in magna Triumpborum celebritate plerumque contingit, ut infimae quoque sor- tis homines, una cum primatibus unanimi ac- clamatione, indiscretisque prae gaudio voci- bus Triumpbatori festivissime plaudant ; id Kiihi, Serenissime Princeps, in isto Victoriarum Tibi subinde renascentiuni inoffenso atque admirabili cursu evenisse sentio. Nani, cum disertissimus fjuisque ad hunc dìem prò sua facultate grandia Tibi et magnifica honoris causa sit modulatus , ego quoque, etsi tenuitatis nieae conscius, proletario carmino obstrepere non dubitavi ; maluique , ne officio deessem , indiserti, quam inofficiosi bominis notam subire . At vero quis tacere citra piaculuin pos- sit, cum et Urbs Austriae princeps obsidione solata , et sacri Impcrii majestas in libertatem asserta, et profligati toties Turcarum exerci- ■^7*> lettere dedicatome . tus , et arces captae incensaeqtte, et munitisi sima oppida , qua expugnata , qua in deditio- uem redacta , ad Te iniris in caelum iaudibus cxtoUendurn unumtjuemque compellarit 1 Hanc igitur Hetruscam Odam quam ego nuuc Sere- nissimae tuae Celsitudini veuerabundus nuu- cupo ac sisto , ut in obsequii erga Te mei perenne monumentum accipias , etiam atque eti- ain rogo. Magnus profecto rebus a Te gloriose gestis accedet cumulus, si exteras Musas Tui admiratione plenissiinas, et in sinum tuum confugientcs, non modo benigniter excipiendi, sed etiain bumaniter fovendi cupido incesse- rit. Ouod si Te fecisse cognovero, prout ar- ìnoruin aeque atque literaruni gloria llorentis- simum Principein decet, neo Te fortasse cullati benefica poenitebit, neque ego ( ita me Deus adjuvet ) abntar accepto , Vale interim, Serenissime Priuceps, ad sacri Imperii tute- lam , et Christian» nominis IJostium intcrne- cionern ; et si quid amplius a 'Te llagilare fas est, patere ut Serenissiinae tuae Celsitudini perpetuili! obsequium , famulatumque devo» •vearn . LETTERE SCAMBIEVOLI tra il sig. Francesco Redi, ed il sig, Vincenzio da Filicaìa , tratte dal tomo IV, dell’ O- pere del suddetto Redi stampate in Firenze I’ anno 1724 * u 8 .° I. Al sig, Vincenzio da Filicaia . In Villa+ lermattìna sabato presentai al Serenissimo Granduca mio Signore la maestosa religiosissima Cannone di V. S. lUustriss. per 1 * Assedio di Vienna. Volle S. A, Serenissima,che io gliela leggessi; ed ascoltolla tutta, non solamente con somma sua soddisfazione, ma ancora volle lodarla , interrompendo a luogo a luogo molte volte la lettura . Ma non contenta di queste giuste iodi, la fece di nuovo leggere pubblicamente alla sua tavola mentre desinava ; e di più cornando ebe fosse copiata, e ne à mandata la copia in Francia, siccome un’altra copia ne à mandata a Roma. Tutti gli amici letterati che Uno ad ora 1 ’ inno sentita , ne dicono cose grandi , le quali, perchè so la somma modestia di V. S. Jllustriss., non voglio qui accennane. Non posso già contenermi dallo scriverle quel che ne dico io; ed è che se uno de* più nobili profeti dei vecchio Testamento avesse oggi dovuto parlar con hho per un affare simile a quello dello assedio di Vienna, non avrebbe potuto farlo nè *7^ LETTERE più maestosamente, nè con più decorosa ft santa umiltà di quella con la quale V. S. 'II- lustriss. à distesa la sua Canzone . Ne ringrazi Dio benedetto , perchè altri che il di lui divino Spirito, non può avergliela dettata. Io me ne rallegro Con vera tenerezza di cuore a- moroso ; e la supplico a terminar quell’ altra Canzone della Vittoria , assicurandola che il Serenissimo Granduca la desidera; e ini à comandato che io dica a V. S. lUustriss. il suo sommo aggradimento ec. E supplicandola delia continuazione de’ suoi comandi, le fo devotissima riverenza. Firenze 26 settembre iG83. -II. ALMedesimo . La Canzone di V. S, Illustriss, per 1* Assedio di Vienna uvea di tal maniera ripiene di maraviglia le menti di tutti i buoni letterati» che si credea comunemente, non potersene da chicchessia farsene un* altra simile ; ed io stesso avea questa medesima opinione. Ma affé ch’ella è «tata falsa; imperocché la seconda sua Canzone per la Vittoria, non solamente è sorella della prima, ma di più parmi ancora più robusta. Me ne rallegro con V. S. H' lustriss. con tutto il cuore, e da vero cordia-* lissimo amico e servo. La presentai al Serenissimo Granduca, il quale non solamente volle da me sentirla recitare, ma ancora, co- i me la prima, 1*à mandata in Francia: 0 &- vellaudosi intorno ad essa, si concluse che J III. * V AM JLI ARI. 275 non sarebbe adulazione se si dicesse cbe fosse stata cantata sulla stessa lira di David. Io la mandai sabato al Serenissimo Signor Principe Francesco Maria, e oggi la mando a Milano al sig. Maggi, a Roma al sig. Pignatclli , e a Bologna e a Venezia e a Parma. Sii nomai Domini benedictum. ór legga ella 1’incinsi cbe iersera il Serenissimo Granduca con u- manissimo e gentilissimo scherzo mi mandò in un vigUetto , acciocché io giudicassi se poteva paragonarsi a quelle del sig. Filicaia. Oh sig. Vincenzio mio caro , si son lette le scempiate cose) Ella se ne stupirebbe. Mi rassegno suo servitore verissimo -, e facendole riverenza, lo rammento il farne avere una copia alla Serenissima, per quella stessa strada per la quale ebbe la prima ; avendomi detto S. A. Serenissima , che la desiderava» III. Al Medesimo * Ogni animo meno composto di-quello di V. S. Ulustriss. si sarebbe insuperbito per la nobile, gentilissima Lettera che le à sciitta il gran Re di Polonia. Veramente ella è una Lettera degna di chi la scrive, e degna di colui acbi è scritta. Me ne rallegro cou V. S. II- lustriss, di vero cuore. 11 Serenissimo Granduca a cui ne ò presentata la copia da V. S. Illustriss. trasmessami, 1* à voluta sentir leggere da me ; e le dico che ne a avuto compiacimento e contentezza : e significato da me a S. A. Serenissima il desiderio di V. S* lllu-< Tilic, Tom, IL i3 2 7 4 LETTERE striss. di sapere se ora ella dee fare o scrivere cosa alcuua ; mi à risposto con somma umanità, che stimerebbe bene il fare un atto di riverentissima civiltà , che ella scrivesse di nuovo a Sua Maestà in rendimento di grazie per 1’ aggradimento fatto alla sua Canzone; e che di pili dicesse che*ella si prepara a celebrare le nuove glorie, di Sua Maestà nella prossima campagna contro il nemico del Cristianesimo. Scriva. dunque V. S. Illustriss, un Letterone degno della sua impareggiabile penna ; c scritto che lo avra , me lo trasmetta qui alla corto , che il Serenissimo Granduca, conforme fece dell’ altra sua Lettera e della Canzone, la manderà al Re. Qui mi sorprende un entusiasmo, o grido: E perchè non è oggi vi* yo Traiano Boccaloni ? Se egli fosse vivo, e avesse veduta la Lettera del Re di Polonia scritta al mio amatissimo sig. Vincenzio da Filicaia, e avesse considerato che l’altezza della sua Canzone avesse necessitato quel Re a darne un giudizio cosi giusto -, mentre scrive che tra le poesie tutte pervenute a Sua Maestà nelle passate congiunture , la Canzone di V. S. Illustriss. può con ragione pretendere il primo luogo tra le più giudiziose ed eleganti ; potrebbe il Hoccalini dirne cose grandi ne’ suoi Ragguagli , e potrebbe giustamente esagerare la forza della poesia, quando veramente ella sia alta , nobile e giudiziosa . M* rallegro di nuovo con V. S. Illustriss. ; e caramente abbracciandola con vero amore, le 1° divotissima riverenza . Pisa i marzo i(>S3 ab Tue. T A M I I. I ART. ^75 IV. Al Medesimo . In Villa . c VXrandissimo favore mi à fatto V. S. Illu- striss. coll’ inviarmi la sua nuova e nobilissima Canzone per le Vittorie deci’ Imperiali e de’ Veneziani contro il Turco . io 1’ ò letta, e P ò ammirata con intera soddisfazione dell’ a- niino mio ; e sebbene, per obbedirla, 1* ò guardata con occhio di severissimo, anzi indiscretissimo critico ; contuttociò non vi ù trovato cosa di considerazione da poterle apporre. Solamente quel pensiero del tignersi al sole non mi piace. Io Pò comunicata coi sig. avvocato Gori, il quale ancora è venuto nel. mio parere. Esso sig, Gori manderà a V. S. lììn- * striss. una noterella di alcune altre pochissime bagattelle che ò osservate più per istitichez- za, che per ragione. Accetti ella da me il mio buon animo; siccome resti certificata da me, che questa Canzone , a mio giudizio , è la più poetica e la più piena di nobili fantasie , di quante ella ne abbia mai fatte. Oh quanto mi piace ! oh quanto , oh quanto è bella! oh che nobili pensieri.! Iddio benedetto sparge le sue benedizioni sopra la penna di V. S. Illustriss. Da lei imparino i poeti moderni. Non mi e- stendo di vantaggio; ma con tutto P affetto del cuore le bacio caramente le mani. Addio, caro il mio sig. Vincenzio . Firenze 11 settembre i685. vj 6 LETTERE V. Al Medesimo > In questo punto torno colla corte dall’ Ambre* giana ; ed in questo punto scrivo a V. S. Illustrisi, per dirle che sabato sera in quell’ anticamera deli’ Ambrosiana il Serenissimo Granduca senti da me leggere la sua veramente nobilissima Canzone, Piacque sommamente al Serenissimo Granduca , e ne fece in pubblico grandissimi encomj con mia somma consolazione. Domenica mattina osso Serenissimo Granduca disse al Serenissimo Principe Gastone suo Figlio, di averla da me sentita, e gliela lodò, e l’esortò la sera a farsela da me leggere , conforme segui. Non ò da dir. altro a V. S. lllustriss. se non die stia pur sicura che non ne ò data copia a veruno di questi cavalieri della corte, e nemmeno la darò fmoattantochè ella non ini manda quelle mutazioni. Ò veduti gli otto bellissimi Epigrammi per la Festa di s. Zanobi. I quattro per la rjsuscitazione de* quattro Morti mi piacciono più di tutti: ma tutti son belli, ma belli bene. Mene rallegro con V. S. Illustrisi. E senza cirimonia veruna le rassegno il mio ossequio , baciandole affettuosamente ie mani, Firenze 18 settembre i685. VI. Al Medesimo *, P . .. J-J già qualche tempo che nell’interno pj l ‘ se ' greto del mio cuore ò sempre meditato di dare FAMILIARI, 277 ìiiw tacita sentenza intorno al primato de* poeti lirici toscani del nostro corrente secolo; ma non son mai venuto all’opra, ancorché potentissimi ed incontrastabili motivi avessi di farlo a favore di un Cavaliere mio riveritissimo padrone ed amico. Veramente non l’ò mai fatto perche tino scrupolo superstizioso di amore m’ ingombrava talvolta 1’ animo con un certo apparente dubbio di giudice amoroso ed appassionato , e per conseguenza abile a commettere qualche involontaria ingiustizia. Ma ieri, dopo aver letta.più volte la Canzone di V. S. Iliustriss. per la Beata Umiliana de’ Cerchi, svanitami ogni superstizione di scrupolo, non solamente pronunziai la sentenza nel segreto deJ cuore, ma la palesai ad atta voce in presenza di numeroso popolo; e Yolli'che ne fosse presa una giuridica testimonianza da molti valentuomini, tra’ quali nominerò solamente il sig. conte Lorenzo Magalotti, ed il sig. priore Luigi Rucellai, che per fortuna si trovarono presenti nel solito tribunale della mia casa. La sentenza è data, e data con giustizia; nè importa se qualche spirito di contraddizione vorrà sgridarmi col dire: Or Ut chi se 5 , che vuoi sedere a scranna, Per giudicar da lungi mille miglia Colla veduta corta di una spanna ! perchè non ne farò conto ; e se vorrà sapere i motivi , gli darò molto volentieri. Mi rallegro dunque con V.S. Iliustriss. della Canzone; e supplico la sua modestia a non isdegnarsi meco invece della critica impostami, io le mando ^7'3 LETTERE una giustissima favorevole sentenza. E che voleva ella, che io criticassi ? Per obbedirlaò iin cercato ( come si dice ) il pelo nell’uovo, ma non è stato possibile il trovarvelo. Due sole cose mi ànno fatto sentire un non so che all’orecchio, cioè la voce num monosillaba nella seconda strofe; e la voce ambasciate nella strofe undecima , ancorché tal voce prosastica sia consolata da due nobilissimi epiteti, .altee famose. Ma queste.sono solite mie stiticaggini da non farne conto. E qui rassegno a V. S. lllustriss. il mio riverentissimo ossequio, e.le bacio devotamente le mani. Di casa 25 luglio 1G86. VII. Lettera del sig. Vincenzio da Filicaia al sig. Francesco Fedi. lo non so se la sentenza ultimamente data da V. S. lllustriss. sia giusta o ingiusta: so bene, che chi 1’ à data , è un giudice di si alto grido, che colla sua autorità può canonizzarla per giusta, quantunque in effetto ella non sia tale. Ma io per la infinita riverenza e venerazione eh’ io porto ai di lei giudizio , voglio creder di lei tutto quel eh’ ella vuole , purch’ ella creda di me tutto quel eh’ io desidero ch’ella creda; ed è che tutto quel lustro che apparisce nelle mie coserelle, è opera dell’ approvazione e deJI’au— torita di V. S. lllustriss. che può far apparir per buono quel che non è. Il Signore Iddio le ne renda merito. Per ubbidire a V. S. lllustriss. levai nella seconda strofa della Canzone per la FAMILIARI. 2-C) Beata Umiliarla la voce niu.ii monosillaha, che veramente non rendeva buon suono ; mutando quel luogo cosi : Forse siccome i foschi Sagrati orror dei boschi Folle culto mirar mai non ardio ec. E ringrazio V. S. Iliustriss. del prudentissimo avvertimento. h* altra voce ambasciate non mi è bastato l’animo di mutarla; onde 1* ò lasciata star come stava . Ma che dira ella della mia impertinenza ? Questo verno passato mandai al nostro sig. Benedetto Gori alcuni Sonetti sopra 1* Elevazione dell’ Anima a Dio, secondo la forma dei Quietisti; ed il medesimo sig. Gori mi scrisse dovergli mostrati a V. S. Iliustriss. Ma perchè io glieli mandai tali, quali m* erano allora usciti dalla penna ; ora di’ io gli ò rivisti e limati, prendo ardire di mandargli a V. S. II- lustriss., acciocché mi faccia grazia, siccome umilmente ne la supplico , di correggergli e dirozzargli, avendo io poi pensiero

Venezia 1754»> pag. 145 e segg. XX. Del sig. Vincenzio da Fdicaia al sig, Benedetto Gori . edendo io, che vi contentate di gradire le mie bazzecole , non mi fo scrupolo dimandar- vele , non tanto per vostro diporto , quanto per mio ammaestramento. Anzi non yì avendo inan- ^ A M I t, I A R T. 2 q3 dato la volta passata il qm accluso Sonetto-, Piangesti , Roma , per avere già serrata la Lettera , e avendolo mandato al Conte ; sono a far- vene scusa , pregandovi a prendere in buona parte questa casuale omissione. Con questo riceverete anche il compagno; e voi e'l Conto sarete i primi a vederlo. Quanto al primo, non posso dirvi quanto sia piaciuta la novità dell’i- dea, T armonia delle parti, e la forza dell* e- spressione. Vorrebbe il Conte, eh’ io mutassi il quarto verso nel modo che vedrete in piè del Sonetto, parendoli che quei mettere il ferro nel petto non esprima quella gran violenza con cui una donna si caccia un pugnale nel seno. E benché il Pulci, anche fuor di rima , abbia usato la stessa frase in questo medesimo sentimeli*, to, con dire : Che gli mise nel cuor proprio la lancia , F mostrò pur , eh* è paladin di Francia ; tntiavolta m* atterrei alla mutazione del Con», te, come più robusta, se non mi desse fastidio quella voce intrise , la quale mi fa e sempre mi a fatto una bruttissima specie. Credo bene, che sia questa una di quelle sciocche delicatezze che sena* alcuna ragione s’ imbevono dai primi anni , e fanno poi tal presa nell’animo , che non so ne possono.più distaccare. Comunque sia , ditemene il vostro parere ; eh’ io soli sempre pronto a ritrattarmi. Quanto poi al Sonetto, yfpri. Fortuna, dovete sapere che il Conte non mi à lasciato mai ben avere, con dirmi che il raccomandarsi alla *94 lettere fortuna negli ultimi tre versi dopo di averla* così terribilmente rimbrottata nei primi undici, è una vigliaccheria insoffribile; e che bisogna a tutti i patti abiurare il Tansillismo, e fare un* altra chiusa di nuovo, corrispondente al primo concetto : onde, per quietarlo , m’è convenuto farla , siccome vedrete . Non so poi quello che ne parrà a voi e a lui. O preteso di dire molte cose in tre versi; ma perché il panno è stretto , è bisognato ricorrere ai laconismi, avendo voluto in sostanza dire che la fortuna con tante stranezze e strapazzi à ben potuto far conoscere la sua ingiustizia, ma non le è già riuscito di farmi misero, perchè miseri veramente sono coloro che le credono, cioè i suol favoriti; noti* già coloro che essendo sempre stati straziati e tribolati da lei, non inno motivo alcuno^di averle a. credere, come appunto è intervenuto a ine . " Vi prego del Santo del mese, e di mille ossequiosi saluti per la sig. luditta (t) e per i vostri sig. Figliuoli, a nome di tutti. E vi re- verisco-di cuore. Pregate Dio per me ec. Ricevo in: questo punto 1 ’ umanissima de* 2.4 stante; e quanto alla Canzone per la Beata U- miliana . in due parole vi dico che non concorro nè alla Lettera nò all’Illustrissimo* Addio ec. Villa 16 settembre ifr)'}. ( 1 ) Moglie di Benedetto Gore, TAMIL TARI 395 XXI. Dello Stesso al Medesimo • Cjonsuonano le altre Lettere colla vostra intorno al peggioramento di Braccio mio figliuolo , e portano di più, che mercoledì sera dopo l’emissione del sangue per il piede, cessò quello del naso, e parve che lo infermo pigliasse qualche miglioramento il quale poi si avanzò col riposo della notte, e colla diminuzione del calore e dell’affanno. Fino alle ore 9 e mezza del giovedì arriva la cronica. Il seguito da indi in poi, spero sentirlo colle Lettere di stasera. Se porteranno buone nuove, bene; se altrimenti yjìat voluiitas Dei . Già ò messo l* a- ninio in pace, e non voglio più di quel eh* io debba volere. Quanto al Sonetto , mi pare che il Conte abbia ragione per quello che riguarda V ultimo verso della prima quartina; e mi ricordo che quando feci il Sonetto , intoppai in questo luogo , e volevo dire, punir coll * ostracismo, 0 non dar bando coll* ostracismo ; ma non ne trovai mai la vìa. Adesso mi par d’averla trovata , e dico così ; Oh* io gelosia, ne prendo ; e per sospetto, Punirlo un dì coll ’ ostracismo io penso • Quanto poi alle due parole ( repubblica e stante mi scrive una molto cortese ed obbligante Lettera in occasione d’ aver letto, coni* e- gli dice, alcune mie celebri Poesie, e specialmente la Canzone in educazione de’ Figliuoli sopra la quale mi à favorito di mandarmi 1* ingiunto Sonetto. Voi che avete parentela eoa questa casa , saprete benissimo chi egli sia , e che figura faccia in Guastalla. Eccovi il Sonetto immagini dell’ alma ardenti e vive Sono i dogmi onorati , e ì bei consigli Che in voi , gran Padre , ai generosi Figli 9 Dettando esperienza , Amor già scrive - 5 bO LETTERE Onde ciò che virtute in voi prescrive, Prontezza in loro a praticar si appìgli / Pai c' alla fonte il nobil rio somigli, E quinci al mar di sua grandezza arrivo'. Sebhen , la penna a-che stancare e il vostro Spirto , quand 1 egli parla ai Figli suoi ColV opere assai piu , che coll inchiostro ! Fuor d' ogni altro esemplare imitili voi ; E aperta si vedrà nel sccol nostro La scuola ove s ’ impara a far gli croi « E obbligante il Sonetto, ma la Lettera molto più. Anche quest' anno mi è bisognato presentare alla Signora Principessa il solito tribur to poetico , cioè la Canzone intitolata : Desiderio di Eama, ch'io feci più anni sono per Ja Serenissima Granduchessa ; ma non Pò mai data fuora , e P avete solamente veduta voi e il sig. Francesco Redi. È ben vero che P ò mutata in.tanti e tanti luoghi , che non par più quella ; e ci ò perduto sopra molte ore-di sonno , giacche dell’ ore diurno non si può far capitale. Gran remore à fatto in corte , e ora lo fa grandissimo in Pisa; e la Signora Principessa me ne fece in pubblico un encomio si grande , e un ringraziamento cosi prolisso e distinto, che non mi lasciò dire una.parola; e ribattè quel poco ch'io dissi, con espressioni di somma stima, e con dirmi più e più volte, che non meritava un Componimento si degno, Che ne dite di questa miuchionatura l Addio, Gorino. Riverite tutti, e pregate Dio per me ec. Pisa i.S gennaio 170©. "FAMILIARI. XXV. Dello Stesso al Medesimo . (Quando mi tornerà in mano una delle due copie che ò fuora, vi manderò la Canzone, la quale , paucis mutatis , ò tagliata al dosso della Signora Principessa ; e il taglio è cosi ben fatto , che meglio non avrebbe saputo fare Allegrante (i). Quanto poi all’ alterazione de'Te- sti, bisogna che abbiate pazienza, perchè non si può far di meno ; c si vede chiaramente che la lima ò una gran putt.. . * Se mi torneranno mai quei Testi di Roma, vedrete in alcuni di essi le mutazioni che vi sono. Il sig. Cardinale bada a dirmi che gli riaverò, e che sono in buone mani; ma per ancora non vedo nulla . O veduto il vostro Epigramma il quale mi piace assaissimo e per il pensiero, e per la felicità con cui 1’ avete espresso. Ma s’ io ve io rimandassi, non mi credereste che mi fosso piaciuto. Risposi al sig. Pegolotti, e lo trattai da cavaliere; e voi mi par che abbiate ragione a non vi curar di stuzzicare il vespaio. Ierlaltro il Granduca fece la prima caccia grossa, e secondo il solito mi favori d’un porco cignale non molto grande, ma grasso. E ben vero che i cignali ài questo paese non sono saporiti come quelli di Volterra. (t) Maestro Allegrante era cosi chiamato in Firenze un bravo sarto della corte di Toscana , 301 tETTERE Il Sonetto sopra la Seta mi fu portato in taffettà verde dai Vandersi genovesi, ed è molto bello e gentile , come voi dite; ma non so 1* autore. Qui si dice che il padre provinciale dei Cap* puccini predicherà nella chiesa de’ Cavalieri, e non par che si metta in dubbio. Considerate se questo avviso mi à tocco il cuore . Oh che gusto? direbbe Albertino. Porterò i vostri saluti al sig. commendatore del Bene, al sig. commendatore Montani, e al sig. commendatore Canigiani ; e .voi portate i miei alla sig. luditta . K qui vi riverisco, e vi abbraccio con tutta la cordialità dell’animo. Addio ec. Mi rallegro dell’applauso riportato dal sig. Giovanni nell* allocuzione militare fatta ai Cai* fcianti ; e lo riverisco . Pisa 28 gennaio 1700. XXVI. Dello Stesso al Medesimo, % O ricevuto li due Elogj ebe mi paiono molto belli e molto bene adattati al defunto He di Spagna, di cui poco altro si può dire, che l’eroica sofferenza delle sue continue malattie. Vorrei però, che voi gli faceste la giustizia di dire che il vigor dell’ animo suo non è stato punto snervato dalla multiplicità e violenza dei mali sofferti; il che non pare che voi diciate. £ però direi : In auo celsitudinem animi , ac mentis robut Conjurata morhorum scries I T A MILIARI* 3o3 lYequaquam corporis imbecillitaleprostranti. 1 i invece di dire : Qui magnimi suae sanitatìs damnum ; direi : Qui magnimi santiatis dispendhtm Maximae fecit lucrimi esse virtutis. Nel secondo Elogio mi à dato negli occhi quel perennanti che ò sempre creduto esser neutro, e non transitivo. Ma può essere eh*io m* ingannii e però soddisfatevene . Che è quanto mi occorre dirvi intorno agli Elogj , ai quali con ogni giustizia si può fare l’ imprimatur . • Quanto poi al quarto verso del secondo EpU gramma, voi dite benissimo: è ben vero che mi piacerebbe più in quest’altro modo: Et non fdta suo Genuine sceptra jacent . li sig. conte Magalotti è costì : onde potrà rivedere gli Epigrammi e 1 * altre Composizioni a suo bell’ agio . Vi ringrazio della memoria che avete di me nel nostro santo luogo, e non lascio di corrispondervi al meglio che posso. Addio. Pisa 14 marzo 1700. LETTELE 3o4 XXVII. Delio Stesso al Medesimo • oi mi date molte e molte nuove ; maio non posso dirvi altro , se non che questa mattina è morto finalmente il povero sig. Soldani rettore di Sapienza, dopo di esserli cascata la gocciola quindici giorni sono; e la sua carica proiii- terim 1’ esercita il sig. dottor Migliorucci che facilmente sarà dichiarato rettore in capite , ma senza la lettura de’Feudi, stante l’essere ordinario canonico. Ieri fu fatto vicerettore dello Studio un tal Pandolfi del Pontadera , giovane dì basso Iegnaggio, e di non molte facilità ; e la funzione passò con tutta quiete. Qui si dà per fatto il papa , e i corrieri passano a tutto andare ; ma del come non se ne sa nulla. Aspetto che voi me ne scriviate qualcosa ; e mi raccomando di cuore alle vostre orazioni . Mille saluti alla sig. luditta , e a tutta l'illustrissima Casa. Addio. Pisa 26 novembre 1700. XXVIII, Dello Stesso al Medesimo . Ieri fui a fare un accesso vicino a Cascina fuori della giurisdizione pisana in una causa di divisione di beni delegatami dai Granduca tra Santerini e Santerini^. Sono questi, uomini di contado, e posseggono più e diversi capi d’ effetti sparsi per il Val d* Arno, e distanti l'uno dall'altro due, tre e quattro miglia; e ogni TAM1LIAR?. SfeS oapo à la sua controversia. Onde si consumò tutta la giornata in girandolone or qua or là, e sentire e notare i chiaiti dell’ una e dell’ altra parte; a segno tale, die digiuni digiuni arrivammo al luogo della refezione a ore 23 o mezza , e a ora i\ ci partimmo per tornarcene a Pisa. Le differenze sono molte e molte, e dependono da divise mal fatte. Onde se mi. riuscirà di metterli d’ accordo, non sarà poco. Compatisco il povero sig. marchese Vitelli ; e se andate a visitarlo, favoritemi di riverirlo a mio nome . Stiamo attendendo il Signor Principe, ma. non si sa per ancora il giorno del suo arrivo. Tutti stiamo bene , e vi salutiamo di cuore , come ancora la sig. Iuditta,. Pregate Dio per me , e vogliatemi bene ec. P. S. Ricevo 1 ’ altra vostra del di n stante, e godo di sentire il miglioramento del nostro sig. marchese Vitelli, confermatomi questa mattina dal sig. pagatore Malegouelle che. passa a Livorno per pagar le milizie. E veramente non potevo aver nuova miglior di questa . In occasione di visita esprimeteli questi miei sentimenti, e riveritelo per mia parte. Buona Pasqua e buone Peste a tutti voi altri signori e signore . Addio ec. Il conte Montani mi chiede due Ode che passeranno nella vostre mani, se pur mi risolvo a mandargliele» Pisa 12 dicembre 1700. Me. Tom. IT: 30 3 o 6 LETTERE' XXIX. Dello Stesso al Medesimo. Una dolorosa nuova ci portò iersera il Signor Principe, o voi sapete qual è j ed io vi confesso eh’ io rimasi stordito in- udirlo. Non ci è che dire. Ce n’ andiamo tutti uno dopo 1 ’ altro ; e quel che ora si dice del marchese Vitelli , tra poco si dirà di noi. Vero è che abbiamo perduto voi ed io un ottimo e degnissimo amico-. Preghiamo Dio per lui , e facciamogli questa giustizia, perchè veramente la merita. La Signora Principessa iersera fece tutta la veglia colle dame della camera , e cenò a tre ore : nè si può dire che avesse male, se non che diceva di sentirsi dolere una spalla-, mediante lo scuotimento della carrozza. Ma stamattina le ànno trovato un poco di febbre, e s’è cavata sangue. Spero che non sarà altro, e Dio lo voglia. Tutti vi salutiamo di cuore ; ed io sono al solito tutto vostro, e reverisco la tig. Iuditta ec. Pisa 17 dicembre 1700. XXX. Dello Stesso al Medesimo . D ue sole parole , perché affogo nelle Lettere e nelle faccende. Domenica sera veddi a palazzo il sig. marchese Clemente Vitelli, e lo abbracciai senza parlare, perchè il vero dolore non à parole. Mi dette buone nuove di voi, e la mattina seguente si partì di ritorno a l i- FAMILIARI. S©7 renze colla relazione in corpo del miglioramento della Signora Principessa, la quale non è ancora netta netta di febbre, ma va migliorando a momenti, e stamattina so che à desinato con buon appetito. lersera vcddi nell* anticamera del Signor Principe il padre Negri che à fatto le missioni a Volterra, e poi è stato non so quanti giorni a Montefoscoli ; e mi disse che il padre Buonapace sta benissimo. In casa del sig. Generale di Livorno uno schiavo à ferito malamente un altro schiavo; e 1* auditor Moclii traballa per -aver fatto catturare un Inglese • Orsù, addio, Gorino : riverite tutti, e vogliatemi bene col pregare Dio per me ec. Il sig. cavalier Cerretani che va a Vienna col zio a 6pese del padre, si addottorerà V ultima festa di Pasqua, e il dottor Giuseppe Avcrani gli farà la laurea ec. Pisa 22 dicembre 1700. XXXI. Dello Stesso ai Medesimo , IN^on 'mi è punto dispiaciuto questa dilata fino a novembre , perchè veramente mi sarebbe tornato molto scomodo 1’ avermene adesso a partir di qua , non avendo in Firenze nè casa nè rimessa nè provvisioni d’ alcuna sorta; e veggo che questa mia conferma, Dio laudato, è stata di consolazione a tutta questa gente alta e bassa . Vi ringrazio del pensiero cne avete , di far gente al Sale per me ; e vi prego di salutare e ringraziare a mio nome il sig. Giusto •Sugheri. Io non so chi sia il mio mazziere ch« ‘L'ETT V/RT. da far la spedizione dell’uffizio . Favoritemi "d* intender chi sia , e ordinateli che la faccia speditamente, giacché essendo pagate le decime anticipate , non par che si possa incontrar difficolta ; e per lui ci sarà la solita mancia di sei giulj ; e al sig. Simone scriverò che paghi il solito giulio al Sale per 1 * approvazione dei mallevadori. Molto poco si è ricuperato delle mie Composizioni finora; e voglia Dio, che si recuperi ■il rimanente. Mi raccomando al sig.' torzoni, dal quale mi vieti promessa ogni opera per tal effetto . Eccovi a buon conto un Sonetto. Il conte Magalotti me né* seri ve gran cose; ma di grafia ditemene il vostro parere, e rimandatemelo . Il sig. conte Montani mi à mandato V Elogio ’istorico del sig. Salvini con quattordici suoi Epigrammi che non tutti mi paiono fatti col medesimo buon gusto. Riverite la sig. luditta, -e i sigg. Figliuoli; e Dio vi dia ogni bene ee. Vi raccomando questo Letterino per 1 * An- «dreini eo. Pisa 29 aprile 1701. XXXII. Dello Stesso al Medesimo . M i fanno una gran gola questi vostri Motti itile Morti; e però bisogna mandarmeli in ogni maniera , godendo di sentire l’applauso che àuro riportato. E se potessi aver sotto gli occhi i’ Orazione del «ig. canonico Mozzi, 1 ’ avrei Fa MILIAUT. 3 oO 'carissima , e la restituirei fedelmente e con tutta celerità; ma non intendo per questo, die ve ne abbiate a prendere alcuna briga. Se verrà fatto , bene ; se no , pazienza. Avrete ricevuta altra mia Lettera, per la quale vi ringrazio de’ mallevadori procacciatimi al Sale. Ve ne ringrazio dì nuovo , e vi mando il solito giulio per l’approvazione dei medesimi. Vi scriverò ancora del nuovo mazziere che à da fare la spedizione dell’ ufiizio; giacche -stante la mutazione della casa c del quartiere, non posso più servirmi del Becatti- ni . Sopra di che scrivo al sig. Sitnone Alessandri , che paghi a detto nuovo mazziere la detta spedizione quando sarà fatta , e ne sia con voi per sapere chi sia questa bestia incognita da due piedi. Il Meuzini mi à mandato di Roma una sua Orazione latina stampata in lode di Leon X., e una Canzone pure stampata iti commendazione del regnante Pontefice . Vi -manderei Pura e 1’ altra; ma nonne veglio far altro, perchè non abbiate voi a mandare un canchero a me per avervi fatto buttar yia tre o quattro giulj di porto. IVIi avete dato la vita colla speranza che à il sig. Forzoni di ricuperare le mie Poesie. Riverite la sig. Iuditta, e dite un’ ave maria per me al santo luogo e in congregazione , conraccomandarmi all* orazioni del padre Sotto- -maior e di tutti i fratelli. Addio . Pisa 2 maggio 1701. 3io LETTERE XXXIII. Dello Stesso al Medesimo+ (guanto alla tutela de’ sigg. Rossemiìni , ò inteso il tutto ; e me ne scrive anche il sig. se- jiator Buondelmonti, al quale non porto incomodo di nuova replica, per non l’infastidir di vantaggio. Vi prego bene di riverirlo e ringraziarlo a mio nome, siccome ringrazio infinitamente anche voi. Vedrò volentierissimo 1* O- razione del sig. canonico Mozzi, per mirare in essa il ritratto del suo hello spirito . Aspetto i vostri Motti ; e per pungolarvi a mandarmeli, vi mando quest’altro Sonetto (i), inviandone contemporaneamente due altre copie, una al sig. conte Magalotti , e 1' altra al sig. conte Montani. Non vorrei però, che voi vi deste a credere che io mi sia messo qui a fare il mestiere del poeta ; perchè siccome il sig. abate Brandaligio Venerosi, e il sig. cava- lier Luca degli Alhizzi mi ànno tante e tante volte investito >e concio .male con più Canzoni e Sonetti, a segno tale, che io me ne sento ancor dolere per tutta la vita; cosi avendo corrisposto al primo, mi è parso conveniente di corrispondere anche al secondo il quale veramente sa molto più che non si averebbe a sapere in età di z3 anni. Al primo ò già mandata la sita pietanza sulla relazione vostra e degli altri due ; e cosi la manderò o non la man* (i) Comincia: Poiché a gara in far voi ec # %*edi tomo /. png» 112 # 1 T A M I L I A R I , 311 •derò al secondo , come più e meglio parrà ai tre Giudici della Ruota poetica, alla correzione de’quali mi rimetto . Vi ringrazio del Santo del mese, e della-carità che mi avete fatta in congregazione . Dio ve ne renda merito. Sono tutto vostro e della sig. luditta ; e mi raccomando più che mai alle vostre orazioni. Addio . Pisa 9 maggio 1701» XXXIV. Dello Stesso al Medesimo* jNfon ò ancor veduto 1 * Orazione del sig. -canonico Mozzi , al quale ne mostrerò tutta la riconoscenza e tutto il gradimento che devo. Il conte Magalotti che quanto è sottile nelle sue speculazioni, tanto ancora è miràbile nell’interessarsi per le convenienze degli amici ; mi à scritto una lunghissima Lettera sopra il particolare del mondo dell’ arti , e della domanda de* nuovi mondi, studiandosi di trovare il modo di salvare il mio impegno, e di medicare questa mia bua, o vera o immaginata che sia, con qualche impiastro : e per ora vor- t rebbe che nella mia terzina io dicessi che il * mio eroe è vicino alle metedei mondo vecchio j parendo a lui, che non basti il dire che tali mete siano scoperte , attesoché un si fatto scoprimento non porta seco di sua natura una tal vicinanza, che possa onestamente aversi il cor* so per quasi finito ; tanto più, che un certo dettame naturale fa immaginar la grandezza ♦ delle mete con una tale quale adequata pro- 3:2 LETTERE porzione alla lunghezza de* corsi : anzi pare al Conte, che quell’ istesso dire che già si scoprono , ecciti la spezie d* una somma distanza , e che quello scoprirsi sia il primo passaggio dall’invisibile al visibile, non correndo più «il* istesso modo che corre quando il rima- i «ente occulto non nasce da lontananza , ma da uno qualche ostacolo che si trappolila tra l’oggetto e la vista. In somma crede il Conte, che un tale scoprimento porti seco distanza, e non vicinanza; e che sia però necessario il dire a lettere cubitali , che 1’Àlbizzi è presso alla meta, per coonestare la domanda che si fa ella Natura , dello scoprimento di nuovi mondi , e perchè non possa essermi dotto : Se il vostro eroe vuol vedere nuovi mondi di -scienze, ditegli uu poco, che {ìuisca prima il vedere il vecchio. Cosi la discorre il Conte, e mi scrive che raggiustata la prima terzina nel modo accennato, gli rimandi il Sonetto, acciò possa egli vedere come cammini il passaggio della prima nella seconda, e pensare all’accomodamento di questi mondi, che, a dire il vero, non è piccola impresa ; e si mostra tanto in- j fervorato in questa faccenda , eh’ io ne disgra- ? do i pensieri del papa intorno all’investitura del regno di Napoli; parendo al Conte, che • questo Sonetto sia, coni* egli dice , di singolarissima e maravigliosa manifattura , c che meriti tutta l’ attenzione in purgarlo da ogni difetto . Stasera glielo rimando; c giacché mi son messo nelle mani del medico, bisogna che lasci fare a lui. In questo punto per le mani del •ig. cavalior Bava ricevo i’ Orazione funebre * r* -•{ TiMILlAf.T. 3f3 tlelsig. canonico Mozzi, con tre Sonetti in •sua lode, che uno del sig. abate Salvini, uno del sig. Salvino Salvini , e P altro di I. A. M. O. che non so chi si sia. Rimanderò il tutto al sig. Canonico con quel rendimento di grazie, che si conviene; e intanto a buon conto ringrazio voi che me P avete fatta avere . Dite al sig. Giovanni, che ci racconti le maraviglie del terzo cielo , e che tenga conto di quello scrittoio della casa nuova, che risponde sulla corte, dove io cominciai a far versi latini , e dove stavo molte ore dei giorno e delia notte. Si aspetta di giorno m giorno il passaggio del sig. generale Tornaqniuci per Livorno, e già sono passati i suoi cavalli e una parte del suo treno . Molte cos*e si dicono qua , e molto in Livorno ; ma non si possono scrivere. Pregate Dio per me, e riverite la sig. Indilla; e se vi abbattete a vedere il sig. torzoni , dateli un caro abbracciamento per me , o domandateli che speranza posso avere di ricuperare le mie Poesie. Addio. Pisa i 3 maggio 1701. XXXV. Dello Stesso al Medesimo . Il conte Magalotti che peraltro dice ogni bene di quel mio Sonettuccio, à dato dì capo in quel mondo dell*arti, e vi s* è impuntato di tal maniera , die nega potersi dare nuovi mondi scien- ancora ò pargoleggiato ; e mi ricordo che se ne; gagava se. 84 di pigione ec. Pisa 19 maggio 1,701.. t.' IO ■ ' K Fine del Carteggio .. r:- ; ■; - ■■■..■ ; v* ^ :■ n t, i!.'. r * : ! 'ìit = ■ ■v 4 . Mi wt- Hiil^pM ;L'i, . W5SJ* j. .-Sì àà -•^TVr ^ ■■