reno in quasi tutte le primarie città d’Italia, secondo il metodo ed il programmadel Calasanzio, mercè le largizioni dei governanti o di benefiche e facoltose per-sone. — Ma non perciò s’era provveduto ai bisogni della indigenza e dell’ igno-ranza delle masse. S’era pensato ai bastardi sufficientemente, ma poco o nullaai figli legittimi del popolo, non meno abbandonati e negletti dei primi; impe-rocché i loro genitori poveri, dovendosi assentare da casa tutto il giorno perguadagnarsi il pane, lasciavano i figli in balìa di loro medesimi, con cattivicompagni, sulle pubbliche vie, fra mille pericoli fisici e morali. I miserelli semi-nudi, sudici, affamati, s’avvezzavano all’accattonaggio, al furto; crescevano nellapiù crassa ignoranza, nell’ozio, nel più ributtante abbrutimento e non era dameravigliarsi, se così presto camminando sulla via del vizio, inconsci della lorodignità, dei loro doveri, finivano più tardi in galera e sul patibolo.
In sullo scorcio del secolo passato, Enrico Pestalozzi, uomo eminentementefilantropo, dotto ed operoso, commosso ai bisogni insoddisfatti della povera in-fanzia, dopo essersi occupato di filologia, teologia, giurisprudenza, filosofia, bellelettere ed agricoltura, si consacrò all’educazione dell’uomo. Nelle molte sue operetraluce una mente ordinata e riflessiva, un cuor convinto ed amante del bene.L’abate Gerard di Friborgo, altro celebre pedagogista, in una relazione pubbli-cata nel 1815 sul metodo Pestalozzi disse: « Esso consiste molto meno nelrendere un allievo valente nell’esercizio di alcuna professione, che nel disporlogrado a grado e sicuramente, senza ciarlataneschi apparati, seguendo il camminodella stessa natura, a potere sviluppare, in ordine ad un esercizio, le proprienaturali facoltà, delle quali il maestro procura di trarre il maggior frutto pos-sibile, formandogli il giudizio sano e dandogli quella giustezza di mente che ètanto preziosa quando va accompagnata da animo retto. »
Col suo metodo, Pestalozzi stabiliva tre basi d’istruzione, che si applicavanoa tutte le cognizioni ed a tutte le arti; cioè il linguaggio, ossia scienza dellarelazione delle forme; la geometria, sempre accompagnata dal disegno; il cal-colo, sempre unito al ragionamento; tre grandi stromenti co’quali si forma lamente.
Il Pestalozzi fu pedagogista abile non meno teorico che pratico. Nel 1775egli fondò in Zurigo una scuola pei fanciulli e vi consumò quasi intieramenteil suo patrimonio. Per quanto gli era possibile, applicava le teorie suggerite daRousseau nel suo Emile. Educando, invece di contrariare (come spesso si usa) lanatura del bambino, lasciavale libera manifestazione, la dirigeva al bene e guar-davasi scrupolosamente dal dare l’idea od il gusto del male, nell’intento d’im-pedirlo.
Il sistema del Pestalozzi, le dottrine sante del Gerard (espresse nella suascuola materna) da noi non abbastanza meditati ed apprezzati, realizzano appros-simativamente le due grandi vedute filosofiche di Bacone, che consistono : 1° inun cominciamento di riforma delle cognizioni umane, insegnate o per così direordinate in maniera nuova, meglio intesa, più nobile, più utile ; 2° in una speciedi creazione d’un nuovo organo fornito alla mente, per condurla sulla via delvero e delle scoperte. Queste nuove idee erano destinate a portare nell’artepedagogica una radicale riforma. Ma tanto il Pestalozzi, che il Gérard vissero