= 52 =
I color, che rapiti avea la sera.
Da l'umile mio letto anch’io sorgendo,
A salutarlo m’affrettava, e fisoTenea l’occhio a mirar come nascosoDi là dal colle ancora ei fea da lungeDegli alti gioghi biondeggiar le cime;
Poi come lenta in giù scorrea la luce
II dosso imporporando e i fianchi alpestri,E dilatata a me venia d’incontro,
Che a piedi l’attendea della montagna.
Da l’umido suo sen la terra allora,
Su le penne de Paure mattutine,
Grata innalzava di profumi un nembo:
E altero di sè stesso, e sorridenteSui benefizi suoi, l’aureo pianetaNel vapor che odoroso ergeasi in alto;
Già rinfrescando le divine chiome,
E fra il concento degli augelli, e il plauso
De le create cose, egli sublime
Per l’azzurro del ciel spingea le rote.
Allor sul fresco margine d’ un rivoM’adagiava tranquillo in su l’erbetta.
Che lunga e folta mi sorgea d’intorno.
E tutto quasi mi copriva; ed oraSupino mi giacea, fosche mirandoPender le selve da l’opposta balza,
E fumar le colline, e tutta in facciaDi sparsi armenti biancheggiar la rupe;
Or rivolto col fianco al ruscellettoIo mi fermava a riguardar le nubi,
Che tremolando si fendean riflesseNel puro trapassar specchio de l’onda.
Poi del gentil spettacolo già sazio,
Tra i cespi che mi fean corona e letto,
Si fissava il mio sguardo; attento, cheto,