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Ahi misero! t’han guasto e scoloritoLascivia, ambiz'ion, ira ed orgoglio,
Che alla colpa ti fòro il turpe invito!
La tua ragione trabalzar dal soglio,
E lacero, deluso ed abbattutoT’abbandonàr nell'onta e nel cordoglio :
Siccome incauto pellegrin, cadutoNelle man de’ ladroni, allorché dormeIl mondo stanco e d’ogni luce muto.
Eppur sul volto le reliquie e Torme,
Fra il turbo degli affetti e la rapina,
Serbi pur anco delle antiche forme ;
Ancor dell'alta origine divinaI sacri segni riconosco; ancoraSei bello e grande nella tua rovina:
Qual ardua antica mole, a cui taloraLa folgore del cielo il fianco scuota,
Od il tempo che tutto urta e divora,
Piena di solchi, ma pur salda e immolaStassi, e d’offesa e d’anni carca aspettaUn nemico maggior che la percota.
Fra l’eccidio e Torror della soggettaColpevole Natura, ove l’immerseStolta lusinga e una fatai vendetta,
Più bella intanto la Virtude emerse,
Qual astro che splendor nelTombre acquista,E in riso i pianti di quaggiù converse.
Per lei gioconda e lusinghiera in vistaS’appresenta la morte, e l’amarezzaD’ogni sventura col suo dolce è mista;
Lei guarda il ciel dalla superna altezzaCon amanti pupille, e per lei solaS’apparenta dell’uomo alla bassezza.
Monti.