356 IL MENTORE
die fatto avrebbe ogni sforzo per emendarsi.Un giorno che il suo ajo era assente, suo padregli inibi di uscire di casa. Albini promise diubbidire; ciò nondimeno, essendo dopo il pranzovenuti due de’suoi amici per impegnarlo a vo-lerli aceompagnare al passeggio, vi acconsentìegli, e uscì con loro. Ma non fu il buon gio-vane a capo della prima contrada, che risso-venendosi dal divieto paterno : « Ah! me infelice!esclamò, che feci io mai? Il mio papà mi avevaproibito di uscir di casa. » Dette appena questeparole, Albini, rivolti indietro i passi, ritornafrettoloso a casa , entra nel gabinetto di suopadre, se gli getta ai piedi, e piangendo con-fessa il suo fallo, o piuttosto la sua smemora-taggine, e gliene dimanda umilmente perdono.11 padre, intenerito per la di lui sommissione,lo rialza tantosto da terra, lo abbraccia, e perattestargliene la sua piena soddisfazione, gliconcede di andare al passeggio co’suoi com-pagni.
Questa sommissione d’ Albini non era , no ,l’effetto di un timor basso e servile, ma pre-veniva da più pura sorgente, voglio dire daltenero amore eh’ ei nutriva pe’ suoi cari geni-tori. Egli soleva dire che dopo Dio non amavaalcuno al pari de’suoi parenti, nè altro più te-meva che di disgustarli. Un qualunque segnodella lor volontà era come un assoluto comandoche non gli era permesso di trasgredire. I de-siderj loro erano la regola delle sue azioni, ein molte occasioni aslenevasi perfino da certiinnocenti piaceri che avrebbe potuto procac-