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Vol. III. Par. II.
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CLVI
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-li.

liti

( CLVI )

quella battaglia, mi ricordi del pietoso caso di Cillaro

c d Ilonome : onde dice:

!

E se mai versi al mondo di ciò semine,

Di Cillaro la morte, e la tristizia& Ilonome farai che allor ti memine.

Questi versi, il confesso, son ladri, e quel meminee semine gridano le sassate: ma il senso loro è chia-rissimo. Udite ora còme il mio Natanar gli ha lettied intesi :

E se mai versi al mondo di ciò semine,

La morte di Cillacco e la tristiziaDi quei nomi farai ecc.

Crit. E a tanto può giungere lignoranza ? \

Prop. E si può egli a leggiadre lezioni non rompersidalle risa ? . A

Faz . Attenti ora a quest altra pochi versi dopo la mortedi Cillacco , e la tristizia di quei nomi. Ecco il sincerob mio testo :

Guarda Larissa eh è di qua vicina, '

E Ftia ancora che nel tempo antigo' " Famose fanno su questa marina.

ed ecco quello di Natanar :

«

Guarda Larissa, che di qua vicinaEffigia ancora, che nel tempo antigoFamosa fue ecc.

Prop. Oh che spasso, mio caro Fazio ! oh che inesausta. . ignoranza ! Convertire in un verbo della prima con-jugazione la patria di Patroclo Ftia tanto famosa neversi dOmero, di Virgilio, dOvidio , che Natanar,a quanto si vede, non ha mai letti l (*)

(*) Beco lo altre errate lezioni ili questo stesso cap. 20. Terzina 2. Quivinacquero e furon nutricati Ercole e Apollo . Parlasi di Tebe. Dunque cor-reggi 1 Èrcole , Batto.