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Tomo terzo.
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tuttora giustizia ai nostri metodi d’ A-gricoltura. Ma in generale sembra chegli oltremontani non si rammentino chele migliori pratiche agrarie sono state aloro portate dall’ Italia . Ilo letto mol-tissimi libri francesi. E' ben raro che visi trovi alcuna cosa che abbia relazioneall’Agricoltura nostra, mentre eglino in-nalzano 1’ inglese alle stelle. I giornaliperiodici francesi hanno fatta la storiadell 1 introduzione del gesso per gover-nare con frutto le praterie, massime ditrifoglio. Si dimenticarono o non volle-ro sapere che sono più di trent 1 anniche il felice successo di questa sorted’ingrasso si va sostenendo in alcuneprovinole degli stati ex-veneti. Non miavvenne che ben di rado vedere farsimenzione di que’ libri di Agricoltura ,che vanno uscendo fra noi. So che lostudio della lingua italiana oltremontiè di pochissimi. Sarà forse questa la ra-gione per cui non parlano delle produ-zioni nostre. Lascierò che altri più ad-destrato di me faccia rilevare gli erroricui vanno schiccherando alcuni di que-gli esteri viaggiatori, che correndo leposte , che soffermandosi alcun poconelle città tra brillanti crocchi eda fian-co di vezzosi oggetti, e limitandosi a pi-gliare qualche informazione sullo statoagrario dei paesi da quelli che loro siaffacciano al cambiare dei cavalli alle po-ste, pretendono di avere ben conosciu-ta la nostra Agricoltura.

54 1. Bensì parlando a 1 miei con-nazionali, vorrei poter loro mostrareche a torto cercano, toltine alcuni og-getti piuttosto di economia che d’agri-coltura, istruirsi sulle opere francesi edinglesi. L’ Agricoltura italiana conoscetutte o certo quasi tutte quelle prati-che che con tanta pompa di stile e d’e-loquenza ci si vanno descrivendo usatepresso gli esteri. Nostra sventura è solo1’ essere noi divisi in modo che un agri-

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j colture della villa o parrocchia A èItanto, secondo il suo modo di pensare,idistante dalla parrocchia B, come Bolo-gna dalla China. Così in Italia vi fosse! quello spirito di attività che ci manca,e si potesse coll aiuto ancora dei rispet-tivi governi formare una storia comple-ta dell’ Agricoltura pratica della nostrapenisola ; e chiaramente si vedrebbeche s’ingannano quelli che non iscor-gendo tutti i nostri campi coperti dipomi di terra o di carote, li giudicanomal coltivati. Ma di grazia : di quellepratiche di cui oggidì si mena tanto ro-morc presso 1’ estero, non ne abbiamonoi già da tempo immemorabile , nondirò le tracce, ma un uso costante? Ioso che a questi ultimi giorni i saggi so-pra gl’ ingrassi tanto di Young , quantodi Maurice, saggi che sono la storia diciò che si opera in tal modo in Inghil-terra, fanno strabiliare i lettori, e talu-no crede che fra noi siavi moltissimo dariformare e da aggiugnere su questopunto importantissimo. In sono benlungi dal detrarre o all’ Agricoltura in-glese o agli scrittori di essa quella lodecui meritano. Ma dirò che, toltine podiissimi ingrassi cui la qualità de’luoghinon ci permette di usare, noi in gene-rale conosciamo assai bene i’ economiadi siffatto ramo d’ Agricoltura. Il gessodato alle terre in molli luoghi ; la calceimpiegala nel Bergamasco : le terre cheda trent’anni si danno ai prati nel Reg-giano ; l’uso delle corna, unghie, penneec., ora per la canapa, ora per vari er-jbaggi nel Bolognese: il modo d’ ingras-sare colle torbide; l’applicazione dellacolombina e del pozzonero ( così chia-mano i Toscani lo sterco umano ) ; lamaniera colla quale si procura in moltiluoghi la scomposizione del letame , esoprattutto 1’ economica pratica di for-mare aon terre, piante e residui anima-li un lutto eli’ equivale ed è pure laI 7