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■veneti e napoletani, che per brevità tra-lascio, non meriterebbouo di essere co-nosciute ? Io so che in questi ultimigiorni si è esaltato alle stelle il metododi non so quale Inglese che ha scoper-to che per preparare i terreni argillosia nutrire profittevolmente il frumento,bisogna lavorarli prima dell’inverno eseminarli di fava, ovvero mettervi que-sta al principio di primavera; ma dioperare in modo, che il campo debbacalpestarsi il meno che si possa. Ma chiignora che la fava fu mai sempre da mi-gliaia d’anni in qua la pianta che sipone nei campi tra una raccolta e l’al-tra di frumento da coltivatori che me-glio intendono il loro conto ? In moltiluoghi si ha pure il costume di prepa-rare le porche, cui dicono vanezze, pro-se, vanezzoni, da seminarsi in primave-ra avanti le pioggie dell’autunno ; e ciòspecialmente appunto ne’ terreni argil-losi. La storia delle rotazioni agrariedell’ Italia tutta formerebbe un’ operamolto istruttiva. Io la desidero, e vor-rei potere avere i mezzi di farla. Cosisi vedrebbe chiaro, quanto si conosca-no quelle stesse cose che taluni fra noivanno cercando tra gli esteri.
§. 545 . Si disputa tuttora dai com-mentatori intorno alla tessitura dell’ara-tro virgiliano. Qualche oltremontano hapreteso di ricavarne la spiegazione colprocurarsi, die’ egli, 1 ’ aratro italiano .Ma di grazia: si crede forse che sia co-sì povera l’Italia , da non avere che unasorta sola di aratro? Oh quanto si erra!Non dirò io già, che i nostri strumentiagrari, e particolarmente quello di cuiqui parlasi, sieno da proporsi per mo-dello ; dirò solo che noi ne abbiamo diquelli che anche in questi ultimi tempisono stati da’Francesi riconosciuti otli-m, > come, per citarne pur uno, il roto-lo col quale si suol battere il grano, chesi è avuta la premura di far descrivere
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in molti giornali ; strumento che non èproprio solamente delle campagne ve-ronesi, ma che in parecchi luoghi si usacon molto successo, ed è di antichissi-ma data. Il numero degli aratri è assaipiù grande di quello comunemente sipensa. Nel Gabinetto agrario di questaUniversità a quest’ ora ne ho rngunateventicinque sorti, e sicuramente me nerimangono altrettante. E vero che mol-te si rassomigliano; ma ognuna diversi-fica dall’ altra, e può benissimo nellaragione che seco porta di questa diver-sità, additare qualche riforma di cui1 ’ aratro d’ un dato f aese, p. e , potesseabbisognare.
§. 546. Quanto non si è scrittooltremonti sulle api? Quante fogge d’ar-nie non sono state inventate, tra le qua-li si dà il primo luogo a quelle che sonoformate di varie sezioni, per cui quan-do vogliasi si possono castrare ? Ma ba-sta scorrere la xv Giornata deW - 4 gri-cottura del nostro Agostino Gallo , evedere le figure al fine dell’ opera , echiaro apparirà che queste fogge d'ar-nie tanto decantate, furono invenzioned’un Italiano ; cosa già prima di mebenissimo rilevata dal sig. Tannoja nel-la sua opera sulle api.
§. 547. Molte cose potrei aggiu-gnere; ma credo bastar possano quelleche ho dette sin qui, per provare laverità di quanto ho asserito al principiodi questo paragrafò. Ora verrò dicen-do qualche cosa intorno ai nostri scrit-tori del secolo xviii, e riporterò le ri-flessioni che ho fatte studiando e rileg-gendo i medesimi ; e lascierò poi che sidecida se giusta pur sia quella disistimain cui sono presso taluni di noi, e l’i-gnoranza che si ha di loro oltremonli.
§. 548. Divido gli scrittori geor-gici italiani del passato secolo in dueclassi. Pochi ne abbiamo prima del iy 5 o.Il maggior numero è posteriore a qua-