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di alcun testo di nostra lingua, a renderle pubbliche colla stampa:savissimo divisamento, ch’io vorrei esteso ai classici autori dellaGrecia e del Lazio, perchè per uno o due manoscritti che trascu-rato abbiano i precedenti editori, non si dovessero stampar dinuovo, per farne il prò dei librai, e render più sottile la parsimoniadi que’ letterati cui è mestieri procacciarsi questi nuovi lavori.
Le quali prose del Fiacchi non sono unicamente da aversi inpregio per l’importanza dei temi, e la saviezza dei ragionamenti,ma sì eziandio per lo stile, che sempre è chiaro, facile, elegante,armonioso ed originale; siccome d’uomo che sapea far buon chilodella lettura degli ottimi libri.
Le sue poesie ancora debbono qui ricordarsi. E vere poesiesono esse, e non verseggiati componimenti d’erudito caro a Mi-nerva e non amato da Apollo; ai quali nè sa dar lode, perchè freddi,nò biasimo, perchè non indotti, il discreto lettore. Forza è peròch’ei faccia plauso ai versi del Fiacchi. Se canta egli sacro argo-mento, non cade oppresso dalla gravità dell’alto subietto. Se èastretto a poetare su materia trita e comune, sa renderla nuovacolla novità dei concetti. Se scrive epigrammi pastorali nella lin-gua del Lazio , ei sa vestirgli d’immagini semplici e delicatissime;e se ti paia vedere in essi certo intarsio di antichi, ti sovvengaeh’ ei ncn si esercitò molto in questo genere, e eh’ è difficile farsi stilproprio, spontaneo e disinvolto, scrivendo in morte lingue, che diparole non danno arbitrio, nè di modi. Forza però di vincolo nonsente il Fiacchi e quando compone versi ad imitar gli altrui, equando fa volgari quei d’altra lingua. Testimonian questo le ver-sioni edite tra le sue Poesie varie, e provan quello i due idilli ru-sticali, che la materia seguitano di quello celebre del Baldovini; inispecie il secondo, che lodò assai e recò per intero il Ferrari inuna nota alle Poesie rusticali da se raccolte e dottamente illustrate.Nè tra i volgarizzamenti, nè tra le imitazioni pongo io la tragediadi Polidoro e Zelmira, perchè sebbene il Fiacchi si accignesse all’o-pera con intendimento di tradur la Zelmira del Belloy, pur glienevenne in fine scritta tale, che da questa assai varia nei sentimenti,nel dialogo e nella disposizion delle scene. La qual tragedia, cherecitata fu con plauso nel 1789, e che non sarà mai di letturaspiacevole pel colto stile dei versi, e la gravità dei sentimenti, nonincontrerebb’ ora gran favor sul teatro per quel far macchinoso,che, per opera del grande Astigiano , ha ceduto il luogo alla sempli-
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