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posta l’intima essenza delle cose. Del che data è a voi prova no-vella nella lezione, in cui Y accademico Bencini a confutar preseun articolo del tomo quarantunesimo della Biblioteca Italiana-, nelquale articolo, che per avventura è l’ultimo fiato di questo stranodelirio, vuol confermarsi, che il Perticari ha provato in un modoinvincibile, che la lingua illustre si venia ne’ suoi principii in tuttele parti della nostra penisola ugualmente formando, ed essere unfolle orgoglio il voler chiamar fiorentino un linguaggio si univer-sale. Domanda in prima l’avversario, come potesse l’Italia ricevereil suo idioma da una città, che non avea nè la preponderanza delsapere, nè il predominio delle armi. Ma altro è più sapere, ed al-tro aver prevalenza di dialetto; al che non sono sempre necessa-rie le armi. Prevalse senz’esse il dialetto attico agli altri della Gre-cia, il Piccardo a quei della Francia, e il Castigliano e que’ dellaSpagna : e la cagione riposta è tutta nei peculiari pregi di essi.Ciò medesimo dee dirsi del nostro, recato a somma celebrità daitre scrittori, onde Firenze grandemente si orna. Ma se nasceanquesti in altra città, dovea da essa prender nome la lingua? Cosiinterrogando, onta si fa alla ragione; perocché le lingue non pren-dono il nome dalla città, in cui nascono gli scrittori; ma si dalpopolo, che naturalmente le parla. Laonde fossero pur nati Dante ,il Petrarca e il Boccaccio in tre diverse città, la lingua da loroadoperata avrebbe sempre ritenuto il nome del popolo che la par-lava; dacché non tenghiain noi, come pur taluno si avvisa, ch’eila creassero, ma si che dalla infanzia la portassero alla virilità ealla perfezione, che l’avversario medesimo non ardisce negare. Ma,soggiugne egli, Dante e il Petrarca dettarono quasi tutte le loroimmortali opere fuor di Firenze , scegliendo da ogni dialetto ciòche arricchir poteva la lingua illustre: sussidio onde fu privo ilBoccaccio , il quale nella città nostra dimorò lungamente. Ma obliòegli, che il Boccaccio nella Vita di Dante, or afferma di volerescrivere in istile umile e nel fiorentino idioma usato da Dante nella maggior parte delle sue opere; ed or dice che la chiarezzadi esso idioma è per Dante dimostrata. Nemmeno parve conside-rare che Dante medesimo parlando nel Convito del volgare da seadoperato per coinentar le propie canzoni a preferenza del latino, edicendo: questo mio volgare fue congiugnitore delli miei generanti,che con esso parlavano, non potè intendere che del volgar fioren-tino. Per la qual cosa, se da una parte si confessa, che Dante , il