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telletto. Se non che, eziandio la lingua parlata è suscettiva di no-biltà; e allora massimamente discostasi essa dalla plebea, quando èrivolta a trattare importanti argomenti popolari, e quando conver-sano i dotti coi più cospicui del viver civile : e in udirsi dalle boc-che d’uomini grandemente ammirali divien di facile la domesticae solenne del popolo intero. Dalla qual lingua illustre e popolareassai vantaggio trar possono gli scrittori, avendo essa due carat-teri che loro riescono fruttuosissimi. La vita primieramente ; pe-rocché la parola esce più spontanea, e perciò più potente, quandosegue con libertà i moti dell’animo; ed in secondo luogo, quelladistribuzion sagace di concisione e di copia, di facilità e di soste-nutezza unite a quei colori sempre appropriati ai luoghi e allepersone, i cui volti e i cui atti ammoniscono il dicitore, quandoegli vi manchi. Dalla considerazione delle quali cose scendonospontanee due proposizioni, e sono queste : la lingua scritta nonpuò mai farsi a'bastanza popolare, se non si accosti a una linguaparlala; e questa lingua parlata per divenire illustre ha bisognod’esser usala da chiari uomini, e nelle grandi occasioni, perchènota facciasi al popolo e abbia potenza su gli animi tutti. Questedue proposizioni apron la via a interpretar meglio l’opinione dichi volte porre in sulla cima della favella italiana la lingua illustre.Divisa era Italia in due fazioni, aristocratica l’una o della gran-dezza, dei molti l’altra o della libertà. Questa nel generale preva-leva a quella, che esercitando sparsamente e in alcune città unimpero tumultuoso, non potè aver mai dominio lungo ed univer-sale: lo che in ciascuna provincia confermava l’uso del propriodialetto. Se vincca l’altra parte, signoreggiato avrebbe in tuttaItalia il dialetto migliore, non essendosi mai disgiunta la potenzapolitica dallo splendor della lingua. Ne fu speranza nella corte diFederigo, alla quale accorrevano i più ingegnosi di tutta Italia ,seco recando quel dialetto, che, a testimonianza dei nostri antichistorici, sapeva il signor d’essa, e che avea vita sulle bocche d’unpopolo gentile. Ma caduto lo splendore di questa corte, i Sicilianieh’eran primi, furono poscia da sezzo, e restarono colla lor lingua.Ciò stesso ottenuto pur si sarebbe, se in Italia fosse stato un luogodestinato a trattar le cose che a tutti gl’ Italiani importavano; comesi ottenne col medesimo, in tempi a noi più vicini, nelle città ca-pitali degli altri Stati d’Europa, e nei più lontani, in Atene ed in
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