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Volume II.
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372 DI UN GIUDIZIO DI GIACOMO LEOPARDI

Guardatelo dunque non come traduttore; che non volleessere; ma come chi secondo il suo genio ha ripetutauna storia la quale fu già raccontata da un grande an-tico: e lo troverete scrittore mirabilissimo, singolaretra gl’italiani , e da studiare con molto amore.

Il Davanzali, è vero, ebbe chiaro proposito di darcidi Tacito una traduzione: ma in che modo? Egli avrà iltorlo se non adempì la promessa; se non fece quelloche non promise è ripreso fuor di ragione. Si disputavail valor delle lingue; si accusava l’italiana di non poterela brevità; se ne dava il vanto alla francese . Sdegnato ilmercante fiorentino (mercante ricco di buone lettereassai più che gli odierni trafficanti di letteratura) fa unascommessa :—'Tacito vi pare sufficiente idea di brevitàlatina? E dite che Vigenere voltandolo in francese loha emulato, e che non sarebbe da tanto un italiano ? Eio vi dico: se io ci adopero il mio dialetto di Firenze iovi darò una traduzione di Tacito più breve della fran-cese, più breve del testo latino . — Ponete mente: nonpromette di tradurre colla più nobile favella degli scrit-tori letterati, ma col parlar comune del popolo di Fi-renze; non di dare Io stile filosofico e senatorio di Ta-cito , ma la sua brevità. E secondo la promessa vincemolto onorevolmente la prova. Perchè gli domandateora quello che non vi promise? Ma della brevità ne vo-lete o pur ne sapete imaginar più di questa? Parla diC. Giulio Agricola: Sors qumslurce pfovinciam Asiani,proconsulem Salvimi Tilianum dediti (fratello dell’im-peratore M. Salvio Otone): quorum neutro corruplus est;quamquam provincia dives, et parata peccanlibus; et prò-consul in omnem avidilatem pronus quantàlibel facilitaleredemplurus esset muluam dissimulationem mali. « Fu» tratto Tesoriere in Asia quando Salvio Tiziano Vicecon-» solo. Nè lo indusse la provincia ricca a peccare, nè il