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ORAZIO
ORAZIO-
Saggio di comento più che letterariodegli antichi scrittori *.
Odi, Libro I.
Ode I. Il discorso si riduce a provare che: de-gli uomini son variigti appetiti. Achi piaccionoi cavalli, a chi gli onori curali, a chi il mercato,a chi la zappa, a chi il vino, a chi l’armi, a chii cani: l’edera a Mecenate; ad Orazio i balli de’Satiri con le Ninfe. Forse quest’ ode sarà statacomposta ne’ primi tempi della conoscenza d’Ora-zio con Mecenate: forse sarà stata la dedica d’unlibercoletto presentato dietro i consigli dell’ottimoVirgilio, che a Mecenate aveva già parlato d’Orazio .
II. Scorrevole,armoniosajma ci senti il suono del-l’ingegno, non quello del cuore. Parrà troppo lungala digressione del secolo di Pirra : ma V uxoriusamnis non è forse senz’allusione ad Antonio. Nel-l’invocazione agli dei il poeta dice tante bellecose, che mostra chiaramente di non aver saputoche dire. L’ultimo pensiero dove prega Cesare chenon muoja presto, e quasi vorrebbe pregarlo cheaffatto non muoja, è dilavato in due strofe.
III. Non si può non sorridere di questa tene-rezza che maledice le navi e chi le ha inventate.Quella paura de’ mostri, quella erudizione d’Erco-le, di Prometeo , di Dedalo, quel religioso tremoredegl’ iracondi fulmini di Giove, al Marmontel pa-jono cose poetiche.
IV. Due luoghi comuni compongono l’ode: laprimavera e la morte. Parecchie volte Orazio accenna alla primavera; più spesso alla morte.Memorare novissima tua, dice l’Epicureo ; etpeccabis. Ecco come uno stesso principio può farvia a conseguenze opposte. 11 miglior verso chespiri più l’aura della primavera, parmi;
Nunc Cytherea ehoros dueit Venus, imminente Luna .
Venendo al secondo luogo comune, la morte chepicchia del piede e alle capanne e alle torri , lanotte che preme gli uomini, le vuote case Pluto-nie, e Licida, sono imagini ben ritratte.
V. Peccato che a Pirra , non ad una vergine in-genua, sia volta' quest’ ode, di casto candore.
VI. Questi versi son fatti per non voler fare ver-si Neque ficee dicere, nec gravem, parmi pas-saggio prosaico ; tanto più che dal particolare sipassa ad un luogo comune. Orazio nel lodare igrandi, trovavasi spesso in codesta dura aridità,
4 Dopo, queste note, cosi come furono scritte all’etàdi vent’anni, per uso mio, pure a mostrare l’intendi-mento dal quale vorrei guidato lo studio degli anti-chi. Ognun vede del resto che Odi accennanti ad amo-re non sono lettura pe’ giovani delle scuole.
la quale non incontri nelle satire e nelle epistole.Nel culpa detenere ingeni, il suono dipinge. L’ul-tima strofa è la migliore, perchè più di vena.
VII. Queste enumerazioni sono troppo frequentiin Orazio . L’ odi sue quasi tutte sono enumera-zione, amplificazione ed esempio. Poche rincalzano1’ argomento sino alla line. Ciò prova che senzaun affetto non si fanno odi vere.
Quanto al tessuto dell’ode, si noti che Plancoaveva in Tivoli la sua villa, e l’aveva Orazio . Eccoperchè parla a Planco di Tivoli . Le fazioni avevanolungamente agitato l’animo di Planco; molti viaggie lunga lontananza dalla patria ebb’egli a soste-nere. Ecco perchè si nomini Teucro . Planco, essendoprefetto della Gallia coniata, fondò Lione, nobilis-sima colonia romana. Ecco perchè toccasi di Sala-mina. Non vedo ragione di dimembrare in due odiquest’una.
Vili. Questa è forse la Lidia che parla ed operanell’ode IX del Libro 111. L’invidia lo fa diven-tare predicatore: e la povera Lidia è perseguitatacon cinque cur ed un quid. Si Unisce, con l’esem-pio di Achille .
IX. L’ode non è che un brindisi, ma leggiadro.Orazio forse l’aveva intuonato a qualche tavola ; oscritto perch’altri lo recitasse. Le due ultime strofe,gajette, eleganti.
X. Inno forse da cantare alle feste Mercùriali.Io non crederei che per suo trastullo un Epicureo si mettesse a cantare a Mercurio. Molte lodi sonbene accumulate in pochi versi: e se il furto ela frode ci vengono commendati qual cosa santa,la colpa non è del poeta. Leggiadra la strofa terza,e quel ridere.d’Apollo rubato della faretra.
XI- Metro lungo, monotono. La predica poi con-tenuta nell’ode è ormai tanto ridetta , che s’ac-corge delle ripetizioni anco chi non abbia lettoche queste dieci prime odi.
XII. Orazio doveva o voleva lodare Augusto conuna canzone, e non sapendo a che arrampicarsi,risolve alla fine di cominciare da Giove padrej dipassare in rassegna i principali dei, semidei, eroi,infanti, femmine, e viri ; e cascare in Augusto .
Quem virum aut heroa. Il cominciamento si-gnifica proprio ch’e’non sapeva che dire. Seguonotutte’le piagge d’Elicona, e.le vette di Pindo , c ilgelido Emo, e la non calda digressione d’Orfeo.
Quorum simili alba nautis. Quando il poetacortigiano può aprirsi un' campelto arcadico daspaziare a suo agio, come ci va saltellando perentro ! L’ umore che cade da' sassi , i venti checadono, le nubi che fuggono, 1’ onde che s’ ap-pianano; e da ultimo il sic voluere. Sia fattadunque la volontà di Castore e di Polluce, fratellid’Elena.
Superbos Tarquini fasces. Debole quel super-bos, dice l’Alfieri. Così li avrà forse chiamali Au-gusto. Ma Orazio fa 1’ ultimo sfogo della sua li-bertà con quel nobile lelhum. Sebbene nobile le-