Buch 
Dizionario d'estetica / di Niccolò Tommaseo
Entstehung
Seite
315
JPEG-Download
 

ORAZIO

315

Itami non dica gran die. Orazio i figliuoli di Quin-to Arrio, prodighi balordi , li chiama par nobilefratrum. Nobile vien da nosco; e tutto ciò chepuò conoscersi è nobile. Però Livio : Scortimi no-bile. Orazio misurava gli epiteti suoi.

Genlis humance pater. Nobile volo. Il qual poiha il merito di connettere a qualche modo il prin-cipio con la fine dellode. Ma da Castore a Ilo-molo è più salto die volo.

XIII. Questa di tutte le sin ora vedute a mepar la migliore, e dopo questa, la quinta; poi lafine della nona. La chiusa della presente parmidigressione ben più affettuosa e più morale chequella de monti Ceraunii.

XIV. Passiamo daLidia alla Rep. Romana, eda Telefo a Bruto. Di cattivo soldato , Orazio su-bitamente si fa buon politico. Così è delle interenazioni. Quando finiscono doperare , comincianoa ragionare. II consiglio dOrazio è dato con si malgarbo , che pare ancora colla nausea nello stoma-co, del primo naufragio. Lo quid agisl pesante.

XV. Piacemi l'opinione di chi vuole in Parideed Elena figurati Antonio e Cleopatra. Se no, con-verrebbe dire che questo è tema datogli da Orbi-no il picchiatore. Esclamazioni, enumerazioni, ri-membranze omeriche tessono tutta lode.

XVI. Questa palinodia pare una vieppiù acerbasatira sul fare di quella a Canidia: ma più deli-cata di quella. La digressione oratoria contro ilpeccato dellira, il mare Adriatico, le nonché spa-de, Prometeo, Tieste , mi sanno di canzonatura as-sai. Ma la locuzione è potente: ruens tumulili ,vini ìeonis appostasse, ultima steterecaussce. Ledue ultime strofe di bellezza rara.

XVII. Come a Saffo e a Bacchillide, potrebberoessere messe in bocca a questa Tindaride poesieparecchie, e farla cantare di Penelope e della vi-trea Circe , e della protervia di Ciro, con qualcheapostrofe alla ghirlanda arruffata e alla tunica la-cerata.

La vitrea Circe può voler dire più cose. Natasul mare , come altrove Orazio vitreo pontosplendida e bella schietta, perchè le Tindaridihanno anchesse la loro schiettezza. Così nellodeseguente: Arcanique fldes prodiga perlucidiorvitro. Di breve durata, come nelle satire vitreafama.

Lode del resto non mi pare un invilo ma unsalve a Tindaride capitata.

XVIII Forse dallameno Lucretile sarà passatoil poeta a visitare la superba villa di Varo, a quellaguisa che il Fauno veloce dal Liceo passava alLucretile. Quivi avrà egli intuonato il suo brindisi :Nullam, Fare. Lepistola quarta del libro primo por-ta anch essa le lodi del vino ; ma più spiritose e piùrapide, comè sempre Orazio nelle epìstole più chenelle odi. Convien dire però che gran risse soventesi mischiassero alla gioja de conviti, se Orazio cor-tigiano, è a suni pari e a maggiori parlando, pre-

dicava tanto lurbanità delle mense. I Romani ,dalla virtuosa rusticità trapassando ad effeminatapulizia, covizii di questa confusero la durezza diquella.

II metro e il pensiero dell'ode è tolto da Alceo .Que pochi frammenti del Lesbio nuocciono più adOrazio che se avessimo le alcaiche intere, poichéscorgere in quepochi imitazioni tante, fa sospet-tare del resto oltre al vero.

XIX. Gentile. E anche quando e nomina la Gli-cera altrove, sempre lo fa con dolcezza di versi.Non credo però che la Glicera di Tibullo ram-mentata nellode XXXIII sia la stessa dOrazio .Allora questode sarebbe uno scherno alla sem-plicità di quel Tibullo chera il candido giudicede suoi sermoni, di quel Tibullo al quale gli deiavevano data e bellezza e ricchezza, e larte diffi-cile del goderne.

Qucenihil attinent. Questo verso cadente e sprez-zante fa un fascio di tutte le corbellerie chei cre-deva dover cantare in lode dAugusto , di Mecenate,di Agrippa , le quali a lui nihil attinebant , nongliene importava niente.

XX. Gli è un biglietto. E lepistola quinta dellibro primo è pure un biglietto. Ma quanto piùbello! Qui ladulazione è fine: e doveva gustarea Mecenate quel vino imbottigliato nel desuoiplausi. Decibi non parla , parla devini, i qualiveramente distinguevano le grandi dalle piccolemense. Orazio poteva averrere dal desco del pe.sciajuolo una triglia di due libbre, un cignalepreso al soffiare dello scirocco, una murena pre-gna, un pavone, un lupo marino: ma il Falernoe il Formiano non era così facile averne.

XXL Dicevano forse i fanciulli: Diatiam tene-ra ? (lìciti; virgines. Le fanciulle : Intonsum, pueri,dicile Cynthium. I due ultimi, tutti insieme. Imaschi : vos teetam fluviis ; le femmine: vos Tem-pe. Hic belltmi, insieme.

I titoli degli dei, il luogo detempli loro, i loroamori: a questo accennavano sovente, più che allamoralità, i cantici dePagani. E quel relegare lapeste, la fame, la guerra in Persia od in Inghil-terra, non so se sia prego da piacere a Lalona. Soche se adesso un poeta italiano facesse il medesi-mo, i poeti inglesi potrebbero assai bene rispon-dergli per le rime.

XXII. Bello il principio. La prima strofa dastoico, la seconda da retore, lultima da epicureo.

Quel namque, col quale egli reca stesso adesempio delluomo puro, è comico assai.

I luoghi comuni abondano: ma si fanno leggerevolentieri.

XXIII. Qui vediamo una Cloe fanciulletta inno-cente, nella XXVI del terzo, donna arrogante;nella nona del medesimo, signora del cuore diFiacco. Nella settima, una Cloe sciupala e sfacciata.È ella la medesima Cloe?

II luogo comune, occupa due terzi dell'ode: ma