ORAZIO
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Itami non dica gran die. Orazio i figliuoli di Quin-to Arrio, prodighi balordi , li chiama par nobilefratrum. Nobile vien da nosco; e tutto ciò chepuò conoscersi è nobile. Però Livio : Scortimi no-bile. — Orazio misurava gli epiteti suoi.
Genlis humance pater. Nobile volo. Il qual poiha il merito di connettere a qualche modo il prin-cipio con la fine dell’ode. Ma da Castore a Ilo-molo è più salto die volo.
XIII. Questa di tutte le sin ora vedute a mepar la migliore, e dopo questa, la quinta; poi lafine della nona. La chiusa della presente parmidigressione ben più affettuosa e più morale chequella de’ monti Ceraunii.
XIV. Passiamo da’Lidia alla Rep. Romana, eda Telefo a Bruto. Di cattivo soldato , Orazio su-bitamente si fa buon politico. Così è delle interenazioni. Quando finiscono d’operare , comincianoa ragionare. II consiglio d’Orazio è dato con si malgarbo , che pare ancora colla nausea nello stoma-co, del primo naufragio. L’o quid agisl pesante.
XV. Piacemi l'opinione di chi vuole in Parideed Elena figurati Antonio e Cleopatra. Se no, con-verrebbe dire che questo è tema datogli da Orbi-no il picchiatore. Esclamazioni, enumerazioni, ri-membranze omeriche tessono tutta l’ode.
XVI. Questa palinodia pare una vieppiù acerbasatira sul fare di quella a Canidia: ma più deli-cata di quella. La digressione oratoria contro ilpeccato dell’ira, il mare Adriatico, le nonché spa-de, Prometeo, Tieste , mi sanno di canzonatura as-sai. Ma la locuzione è potente: ruens tumulili ,vini ìeonis appostasse, ultima steterecaussce. Ledue ultime strofe di bellezza rara. •
XVII. Come a Saffo e a Bacchillide, potrebberoessere messe in bocca a questa Tindaride poesieparecchie, e farla cantare di Penelope e della vi-trea Circe , e della protervia di Ciro, con qualcheapostrofe alla ghirlanda arruffata e alla tunica la-cerata.
La vitrea Circe può voler dire più cose. — Natasul mare , come altrove Orazio vitreo ponto —splendida e bella — schietta, perchè le Tindaridihanno anch’esse la loro schiettezza. Così nell’odeseguente: Arcanique fldes prodiga perlucidiorvitro. — Di breve durata, come nelle satire vitreafama.
L’ode del resto non mi pare un invilo ma unsalve a Tindaride capitata.
XVIII Forse dall’ameno Lucretile sarà passatoil poeta a visitare la superba villa di Varo, a quellaguisa che il Fauno veloce dal Liceo passava alLucretile. Quivi avrà egli intuonato il suo brindisi :Nullam, Fare. L’epistola quarta del libro primo por-ta anch’ essa le lodi del vino ; ma più spiritose e piùrapide, com’è sempre Orazio nelle epìstole più chenelle odi. Convien dire però che gran risse soventesi mischiassero alla gioja de’ conviti, se Orazio cor-tigiano, è a’ suni pari e a’ maggiori parlando, pre-
dicava tanto l’urbanità delle mense. I Romani ,dalla virtuosa rusticità trapassando ad effeminatapulizia, co’vizii di questa confusero la durezza diquella.
II metro e il pensiero dell'ode è tolto da Alceo .Que’ pochi frammenti del Lesbio nuocciono più adOrazio che se avessimo le alcaiche intere, poichéscorgere in que’pochi imitazioni tante, fa sospet-tare del resto oltre al vero.
XIX. Gentile. E anche quando e’ nomina la Gli-cera altrove, sempre lo fa con dolcezza di versi.Non credo però che la Glicera di Tibullo ram-mentata nell’ode XXXIII sia la stessa d’Orazio .Allora quest’ode sarebbe uno scherno alla sem-plicità di quel Tibullo ch’era il candido giudicede’ suoi sermoni, di quel Tibullo al quale gli deiavevano data e bellezza e ricchezza, e l’arte diffi-cile del goderne.
Qucenihil attinent. Questo verso cadente e sprez-zante fa un fascio di tutte le corbellerie ch’ei cre-deva dover cantare in lode d’Augusto , di Mecenate,di Agrippa , le quali a lui nihil attinebant , nongliene importava niente.
XX. Gli è un biglietto. E l’epistola quinta dellibro primo è pure un biglietto. Ma quanto piùbello! Qui l’adulazione è fine: e doveva gustarea Mecenate quel vino imbottigliato nel dì de’suoiplausi. De’cibi non parla , parla de’vini, i qualiveramente distinguevano le grandi dalle piccolemense. Orazio poteva averrere dal desco del pe.sciajuolo una triglia di due libbre, un cignalepreso al soffiare dello scirocco, una murena pre-gna, un pavone, un lupo marino: ma il Falernoe il Formiano non era così facile averne.
XXL Dicevano forse i fanciulli: Diatiam tene-ra ? (lìciti; virgines. Le fanciulle : Intonsum, pueri,dicile Cynthium. I due ultimi, tutti insieme. Imaschi : vos teetam fluviis ; le femmine: vos Tem-pe. Hic belltmi, insieme.
I titoli degli dei, il luogo de’templi loro, i loroamori: a questo accennavano sovente, più che allamoralità, i cantici de’Pagani. E quel relegare lapeste, la fame, la guerra in Persia od in Inghil-terra, non so se sia prego da piacere a Lalona. Soche se adesso un poeta italiano facesse il medesi-mo, i poeti inglesi potrebbero assai bene rispon-dergli per le rime.
XXII. Bello il principio. La prima strofa dastoico, la seconda da retore, l’ultima da epicureo.
Quel namque, col quale egli reca sè stesso adesempio dell’uomo puro, è comico assai.
I luoghi comuni abondano: ma si fanno leggerevolentieri.
XXIII. Qui vediamo una Cloe fanciulletta inno-cente, nella XXVI del terzo, donna arrogante;nella nona del medesimo, signora del cuore diFiacco. Nella settima, una Cloe sciupala e sfacciata.È ella la medesima Cloe?
II luogo comune, occupa due terzi dell'ode: ma