Buch 
Dizionario d'estetica / di Niccolò Tommaseo
Entstehung
Seite
316
JPEG-Download
 

ORAZIO

516

non è tanto comune, perchè lallegoria gentile lovela. Sovente il luogo comune è ad Orazio velodi verità ehe non osava forse esporre più schietto.Che se tutte intendessimo le allusioni deversisuoi, ci parrebberó forse talvolta ben più delicati.

XXIV. Convien dire che la morte di QuintilioVaro fosse una di quelle cose che al poeta nihilaltinebant, se la non gli ha potuto ispirare altroche luoghi comuni Lode niente quasi ha che siaproprio del soggetto: ma leleganza è studiata as-sai, come cosa che doveva esser Ietta dal buonVirgilio.

XXV. Ode di caldo movimento, e delle belle dO-razio. Peccato che le sue meglio sieno a donne tali.

Levis , accenna, secondo me, al leggero vestiloche usavano quelle.

XXVI. Questo Lamia convien dire che fosseuomo da qualche cosa. Ma non mi ricordavo ch'e-gli era un polente. Amico se gli professa Orazio anche nellepistola decimaquarta del libro primo.

II non volerne saper di politica'è la massima de-gli epicurei messa in versi continuamente dal no-stro. Questo è forse un brindisi, forse un biglietto:certo il poeta non ne faceva gran conto. Pazienzatremenda de traduttori, sudare intorno a similicose!

XXVII. Ode piena di vit(i. Quelle che più sannodi satira, sono le meglio. La satira o lamore: eccole due vie del poeta.

Severi Falerni: forse vai pretto; forse vale, lamia parte severamente impostami a bere, secondola legge inviolabile de conviti.

Cessat volunlas: mi pare stentato, in ode sem-plice e rapida quale questa.

Tutis auribus. Ironia.

Chafybdi, fiamma , sagitta : metafore troppoaccostale: ma con troppo pedantescamente ripetutaseverità condannate dai retori.

XXVIII. Se non imaginassi che qui sascondeuna qualche a noi sconosciuta allusione, direi chequestode è del tempo quando Orbilio dettava alnostro i versi dAndronico. Chi sa che in Archita non sia adombrato qualche personaggio delletàperito per naufragio, o di simil mortel Della dot-trina pitagorica che a Virgilio piaceva (come dalsesto dellEneide) qui pare che Orazio si ridaun po.

Panthoidem. Questo mescolare Tantalo reo dan-nato, col buon Titone; e Minosse , giudice dellin-ferno, con Pitagora dislruggitor dellinferno, tienedel comico. E medesimamente nihil ultra ner-vos,e, indice le, sente dellironia. E così Vundepolest, elio rammenta quel dellepistole.

. rem

Si recte possis; si non, quocumque modo,' rem.

XXIX. Questode, n piuttosto satirelta leggiadra,parrai scritta dopo lepistola XII! del primo dove

rimprovera ad Invio la lilosofia e lavarizia. Qui lovediamo guerriero. Efaceva il guerriero e il filo-sofo come avarizia moveva. DcglIccii ve nè tarili,

XXX. Ponimi da un lato la II, la III, la XII, laXIV di questo libro che sono le più famose, e dal-l'altro queste due strofe: io sceglierò le due strofe.

XXXI. La moderazione della preghiera diffon-desi nello siile dellode. Ma chi sa che parlandoad Apolline egli non intendesse parlare a Mecena-te o ad Augusto ?

XXXII. Se con questode avesse volulo apparec-chiarsi ad un carme quale il secolare, avrebbepreso tuono più grave come nellode VI del IV.Finisce con dire: mihi cumque salve. Questanon mi pare preparazione ad un inno determina-to. Forse gran tempo era chenon iscriveva: efatto quasi straniero alla cetra, dolcemente la pregae se la fa amica.

Qui ferox bello. Osserva la poltroneria di queltamen.

Slvejaclaiamreligarat. I soliti sire, topici delpoeta.

XXXIII. Elegante; degna dessere mandala aTibullo . La ragione con che lo conforla, panni piùgrave che ad altri non sembri. La ineffabile ca-tena di simpatie ed antipatie che forma nella re-pubblica decuori quello che nella civile è Finirguaglianza delle condizioni, e però de bisogni, me-rita dessere meditata.

Ipsum me melior. La similitudine ultima è pos-sente: e Iacrior non dice instabile, ma non soche dimpetuoso insieme e di vorticoso e di cor-rodente.

XXXIV. Orazio era di quemolti che vedendoo credendo veder falsa la propria religione, quelladiseccano nel proprio cuore , ed un altra non vene rifondono: e così di dubbio in dubbio ondeg-giando, con molta inerzia di ricercare il vero , econ bastante ingegno per iscorgere il falso, vivonoa seconda delle occasioni e del proprio piacere.Non credo però che in questode Orazio abbia vo-luto per soprappiù burlare la religione del volgo,come parche voglia il Gargallo. Nella Sat. V, lib. I,dice: deos didici secar um agere cevum: qui ri-trattandosi dice allincontro: Giove, Dio , la fortu-na hanno sulle coso mortali e volere e potere; emel provano le corporee e le civili perturbazionidel mondo.

Poetica la dizione dellode; ma leggero il tes-suto, trattandosi di tal soggetto. E chi da codestanaturai leggerezza, dallindole satirica e indiffe-rente dOrazio , volesse indurre che lode è una sa-tira, io non saprei che rispondere: ma crederei pureil contrario.

XXXV. Alla fortuna di Cesare si sarà forse porloda Romani alcun volo, o coniata alcuna moneta ,od eretta alcunara. Quindi avrà preso Orazio lar-gomento dun ode con cui lusingare le bellichedeliberazioni dAugusto . Labondanza de luoghi