ORAZIO
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non è tanto comune, perchè l’allegoria gentile lovela. Sovente il luogo comune è ad Orazio velodi verità eh’e’ non osava forse esporre più schietto.Che se tutte intendessimo le allusioni de’versisuoi, ci parrebberó forse talvolta ben più delicati.
XXIV. Convien dire che la morte di QuintilioVaro fosse una di quelle cose che al poeta nihilaltinebant, se la non gli ha potuto ispirare altroche luoghi comuni L’ode niente quasi ha che siaproprio del soggetto: ma l’eleganza è studiata as-sai, come cosa che doveva esser Ietta dal buonVirgilio.
XXV. Ode di caldo movimento, e delle belle d’O-razio. Peccato che le sue meglio sieno a donne tali.
Levis , accenna, secondo me, al leggero vestiloche usavano quelle.
XXVI. Questo Lamia convien dire che fosseuomo da qualche cosa. Ma non mi ricordavo ch'e-gli era un polente. Amico se gli professa Orazio anche nell’epistola decimaquarta del libro primo.
II non volerne saper di politica'è la massima de-gli epicurei messa in versi continuamente dal no-stro. Questo è forse un brindisi, forse un biglietto:certo il poeta non ne faceva gran conto. Pazienzatremenda de’ traduttori, sudare intorno a similicose!
XXVII. Ode piena di vit(i. Quelle che più sannodi satira, sono le meglio. La satira o l’amore: eccole due vie del poeta.
Severi Falerni: forse vai pretto; forse vale, lamia parte severamente impostami a bere, secondola legge inviolabile de’ conviti.
Cessat volunlas: mi pare stentato, in ode sem-plice e rapida quale questa.
Tutis auribus. Ironia.
Chafybdi, fiamma , sagitta : metafore troppoaccostale: ma con troppo pedantescamente ripetutaseverità condannate dai retori.
XXVIII. Se non imaginassi che qui s’ascondeuna qualche a noi sconosciuta allusione, direi chequest’ode è del tempo quando Orbilio dettava alnostro i versi d’Andronico. Chi sa che in Archita non sia adombrato qualche personaggio dell’etàperito per naufragio, o di simil mortel Della dot-trina pitagorica che a Virgilio piaceva (come dalsesto dell’Eneide) qui pare che Orazio si ridaun po’.
Panthoidem. Questo mescolare Tantalo reo dan-nato, col buon Titone; e Minosse , giudice dell’in-ferno, con Pitagora dislruggitor dell’inferno, tienedel comico. E medesimamente nihil ultra ner-vos,e, indice le, sente dell’ironia. E così Vundepolest, elio rammenta quel dell’epistole.
. rem
Si recte possis; si non, quocumque modo,' rem.
XXIX. Quest’ode, n piuttosto satirelta leggiadra,parrai scritta dopo l’epistola XII! del primo dove
rimprovera ad Invio la lilosofia e l’avarizia. Qui lovediamo guerriero. E’faceva il guerriero e il filo-sofo come avarizia moveva. Dcgl’Iccii ve n’è tarili,
XXX. Ponimi da un lato la II, la III, la XII, laXIV di questo libro che sono le più famose, e dal-l'altro queste due strofe: io sceglierò le due strofe.
XXXI. La moderazione della preghiera diffon-desi nello siile dell’ode. Ma chi sa che parlandoad Apolline egli non intendesse parlare a Mecena-te o ad Augusto ?
XXXII. Se con quest’ode avesse volulo apparec-chiarsi ad un carme quale il secolare, avrebbepreso tuono più grave come nell’ode VI del IV.Finisce con dire: mihi cumque salve. Questanon mi pare preparazione ad un inno determina-to. Forse gran tempo era ch’e’non iscriveva: efatto quasi straniero alla cetra, dolcemente la pregae se la fa amica.
Qui ferox bello. Osserva la poltroneria di queltamen.
Slvejaclaiamreligarat. I soliti sire, topici delpoeta.
XXXIII. Elegante; degna d’essere mandala aTibullo . La ragione con che lo conforla, panni piùgrave che ad altri non sembri. La ineffabile ca-tena di simpatie ed antipatie che forma nella re-pubblica de’cuori quello che nella civile è Finirguaglianza delle condizioni, e però de’ bisogni, me-rita d’essere meditata.
Ipsum me melior. La similitudine ultima è pos-sente: e I ’acrior non dice instabile, ma non soche d’impetuoso insieme e di vorticoso e di cor-rodente.
XXXIV. Orazio era di que’molti che vedendoo credendo veder falsa la propria religione, quelladiseccano nel proprio cuore , ed un’ altra non vene rifondono: e così di dubbio in dubbio ondeg-giando, con molta inerzia di ricercare il vero , econ bastante ingegno per iscorgere il falso, vivonoa seconda delle occasioni e del proprio piacere.Non credo però che in quest’ode Orazio abbia vo-luto per soprappiù burlare la religione del volgo,come parche voglia il Gargallo. Nella Sat. V, lib. I,dice: deos didici secar um agere cevum: qui ri-trattandosi dice all’incontro: Giove, Dio , la fortu-na hanno sulle coso mortali e volere e potere; eme’l provano le corporee e le civili perturbazionidel mondo.
Poetica la dizione dell’ode; ma leggero il tes-suto, trattandosi di tal soggetto. E chi da codestanaturai leggerezza, dall’indole satirica e indiffe-rente d’Orazio , volesse indurre che l’ode è una sa-tira, io non saprei che rispondere: ma crederei pureil contrario.
XXXV. Alla fortuna di Cesare si sarà forse porloda’ Romani alcun volo, o coniata alcuna moneta ,od eretta alcun’ara. Quindi avrà preso Orazio l’ar-gomento d’un’ ode con cui lusingare le bellichedeliberazioni d’Augusto . L’abondanza de’ luoghi