ORAZIO
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comuni che la tagliano qua e là, fa vedere che ilpoela non sapeva deH’argomento suo che si dire.Le prime tre strofe sono un luogo comune: laquarta è al proposito. S’apre un luogo comuned’altre tre strofe. L’ ottava torna al proposito: ledue ullime spalancano un altro luogo retorico as-sai vasto, per vero dire; ma che il poeta trasvola.Augusto poteva anche offendersi dì potestà manieradi lodi.
Magnifica per allro è l’idea della colonna intattaancora dal piede della fortuna: pittoresca la de-scrizione del corteggio di cortei, che però mal con-chiudesi con la comica idea della donna spergiurae de’ botticini bevuti infino alla feccia. Orazio avevaa satireggiare sempre. Le interrogazioni alla finesono così ammontate e confuse, e quasi uguali disenso, che non pajon d'Orazio .
Nec 'poptilus fregitene. Pare che si temessequalche tumulto. Quest’ode forse fu scritta alprincipio del regnare d’Augusto .
Serves iturum Cwsarem. Che sbalzo ? Dopo lafeccia de’ fiaschi appare Cesare armato contro gl’in-glesi. Ma questo è un voler le beffe e degl'inglesic di Cesare. Quelle due strofe che sole parland’Auguslo, potrebbero forse «ingiungersi, e dopopurpurei mettimi t tyranni, soggiungersi : le sem-per anteit Dopo jugum pariter dolosi — inju-rioso ne pede. Rene imaginano coloro che cre-dono la pittura della Fortuna tolta dal quadro an-ziale. 1! di vero, Orazio non è mai così imaginosocome qui. Forse a questa Fortuna facea fare Au-gusto pubbliche preci ; forse quest’inno fu cantatoa nome di quell’esercito che minacciava il marRosso .
XXXVI. Conche semplicità condotta quest’odelPare una schietta narrazione, un parlar famigliare.E però più bella delle additate interrogazioni dellaprecedente. Que’ neu ammonticchiali, son pureeleganti.
Promplw modus ampliar ce: come dicesse : prom-plis amphoris: che non disse, perdi’era barbaro.Un’anfora sola era poco a Damalide, a Basso, adOrazio , a Numida, a Lamia, e a’ cari commensalinon nominati.
XXXVII. Simile d’argomento, ma non di spi-rito, è a questa la nona dell’Epodo. Da ogni cosaOrazio trae pretesto di bere e di ballare. Vuolegli separarsi dal volgo? Ecco le danze delle ninfeco’satiri. Vuol egli scusarsi dal far versi eroici?La scusa è l’amore, le ragazze e il vino. Vuolegli parlare dell’inverno? ordina la diota sabina.Vuol egli predicare a Leuconoe? Vina liques.Vuol egli invitare Tindaride ? Le offre innocentispoetila Lesbii. Placare Venere? Bimicum paterameri. Congratularsi con Numida? Neu promplwmodus ampharce. La sua cetra è grata ai convilidi Giove 11 suo Teucro parla di valore dopo averbene bevuto. Il pensier della morie Io fa bere. Quifuuor Cleopatra ; e il Poeta: Nunc est bibendum.
La conseguenza non islà bene nel sistema d’Ari-slotelc, ma benissimo in quel d’Epicuro. Cleopa -jdra gli spiaceva perchè antea nefas depromercCwcubum.
Dementes ruinas. — [/armi pietose.
Quest’ode non cede in bellezza alle più lodate.
XXXVIII. Quaml’Orazio vuol dir troppo, dicemeno. Questa, nella sua tenuità, è pur gentile.
Libro il.
I. Chi dovesse incominciare un’ode italiana conqueste parole : la guerra civica mossa fin dalconsolato di Metello , si troverebbe impacciato.Qui nel latino la semplicità non nuoce alla nobiltàdella frase e del verso. Ma in difficoltà d’altrocaso l’italiano avrebbe forse il vantaggio.
Bellique cavssas et rida et modo». La guerracivile presa fin dall’origine, esaminata nelle cause,ne’ vizii, negli effetti: le amicizie infide de’grandiche precipitarono la repubblica; le battaglie; que-sto pare a me soggetlo storico più che tragico.Lasciamo slare che di soggetti tanto recenti nonsi facevano, e rado si fanno, tragedie. E il versoche dice Cecropio cothurno, indica che Pollionc,alla guisa di tulli i Romani, i tragici temi pren-deva da’Greci. Orazio gli dice: Ora tu scrivi lastoria [traclas); cessa per poco dalla lragedia;poiordinata la narrazione delle pubbliche cose, la tra-gedia ripiglierai.
Ludumque fortuna;. Più nobile nella Sapien-za : ludens in orbe terrarum. — Parrni in que-sta strofa vaticinata la maniera di Tacilo.
Arma Nondum expialis uncla crtioribus. Chisa se quell'ancia non sia del copista per lincia?— Virgilio, IV, a Ir os sìccahat reste crucres. Micrtioribus è inelegante; e i due traslati alew, ci-peri , che dicono il medesimo, sono difetto.
Alew, metafora non acconcia al soggetto.
[gnes supposilos cineri. Vuol dire che la fìam-tna sotto il console Metello appresasi non eraspenta. 1 vizii avevano avvilita Roma , non estin-lovi ogni sentire animoso.
Jam nunc minaci murmure cornuum. Si gettain un luogo comune; è già stufo del tema. Maforse accenna , senza volere , alla storia retorica,della quale il secolo dava in Livio sì splendidiesempi.
Litui strepimi. Non parrai bel modo.
Jam fulgor armorum fugaces, Terrei equosequilumque vultus. Appena dato nelle trombe ,viene la fuga. Pittura degna d’Orazio .
Non indecoro pulvere. Epiteto freddo.
Atrocem animwn Calonis. Ecco i due versiche recansi a testimonio dell’oraziana liherlà. Ditutti i sensi d’atroce nessuno è di lode
.[uno et Beorum quisquis amicior. Pochi forseavranno badalo alla novità di questo concetto. Eperchè raro se ne trovan di simili nel Nostro ,