Oli AZIO
Potiorc mclallis liberiate,. — Altrove: Nec Oliadivitiis Arabum Uberrima mula. — E l’altro:Quid est libertas, nisi ut cor purum et firmumgestitesi Verso che vale più d’una intera tragedia.
Improbus. Vale in latino, malvagio, vile, infa-me, petulante, osceno, deforme, frodolento, insa-ziabile. Significati acconci ad uomo che non sa colParini dire : Me ... nudo accorrà ...
Si pede major. Verso sovrano.
XI. Nulaque. Conosciuta da te, e conosciuta perfama.
Penula. Tutte le similitudini di questa stannoin sul caldo, o in sul freddo, o sui venti.
XII. Vel. Co’due vel tempera un po’la botta.
Qua) mare compescanl. Nel secondo delle Geor-giche è un’enumerazione simile, con bellezze pro-prio di quell’anima delicata. Qui nota il verso:
.Quid velit aut possit rerum concordia discors.
Seu pìsces. Grazioso dilemma,e faceto passaggio.
Vilis. Mio buon cortigiano, se intendi di quegliamici che dicon d’amarti, molti ne comprerai.
Ne tamen ignores. Quand’Orazio scriveva, glistava sempre in mento di far leggere a Mecenatee ad Augusto le sue bagattelle. Nota però quanlecose, e quanto leggiadramente dette.
XIII. Si denique poscet Altrove: Nisi dextrotempore, Flacci Verba per attentam non ibunlCcesaris aurem.
Victor. Parole di fine facezia, difficili a tradurrec a sentire.
Ut rusticus. Questo ammontare comparazionigiocose, aggiunge agilità e gajezza al pensieroprincipale.
Ne narres. Codest’è il vanto di molti, che nelmondo non fanno altr’uffizio che di somieri.
XIV. Mihi me reddentis. Petrarca : « Quei dolcicolli ov’io lasciai me stesso
Ttes. Comprende anco i servi, eli’erano in contodi cose.
Immunem. Dall’epistola settima pare eh’ancoa Mecenate Cinara piacesse: e forse per questaragione sarà Orazio piaciuto a Cinara. La quale ,come dall’ode XIII del IV, morì giovane e bella.
XV. Musa. Il figliuolo del libertino ha per me-dico il medico di corte.
Io non so come si possa dir male delle paren-tesi. Come avrebbe qui Orazio potuto dir lanlecoso? Prima di condannare quest’epistola si pro-vino i censori a rifarla, e dire altrettanto in al-trettanti versi e senza parentesi.
Mulandus. Questi quattro versi, confessiamo, sonlanguidi.
Spe divile. Parentesi potente.
Menius. Che ci ha che fare Menio con Musa?Osserviamo che quest’epistola prende di mira il Ilusso delle ville romane, del quale in molti luo-ghi parla. Paragonaci dunque codesti signoronia quel Menio che nella satira Vili del I, e nella I '
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del II, egli nota col titolo di buffone. E siccome •costui tutto il suo consumava nel ventre, costorocosì nelle ville. E siccome nell’epistola oliava diquesto libro, volendo fare un sermoncino a Celsoe’ lo fa sotto il velo d’una confessione de’propriipeccati ; così qui pure domanda (pens’ io), per sequelle cose che i detti signorotti aman sapere pri-ma che vadano a villeggiare in un luogo. La fine,che tocca delle ville in genere , conferma il pon-sier mio.
Nimirum. Non è Menio, come fin qui, ma'Ora-zio che parla, e pone a sè in bocca il discorso chevuol biasimare. Io sono, die’egli, come Menio:guardo al mio ventre; e però vo’ sapere quee sithyems: e tu sei degno di scriverle queste cose; cio debbo crederle a te. Botta che viene a Vaia.
Fortitcr. Comico.
XVI. A un Quinzio Irpino va l’ode seconda dellibro secondo.
Loquaciter. Non tanto : ma forse lo dice per fareingojare a Quinzio l’amara medicina eh’è in fondoal vaso.
Continui montes. Pittura rapida, e però viva.
Neve poles. Verso sovrano.
Tene magis. Ingegnoso e difficile a dire: e comebrevemente detto.
Si clamet. Argomenti dal contrario, potenti, chela logica non insegna.
Qui consulta. Risposta di Quinzio, o d’un ter-zo: non ci cade dunque l’interrogativo.
Sum bonus. Quanta vivacità in questo dialogo !
Sabellus. Non lo nega come Orazio , ma comediscendente degli 1 austeri Sabini.
Tribunal. Parlando dell’ipocrisia, pare Invogliacollocare nel foro.
Pillerà. Epiteto pien di sale.
Qui melior. Da’furfanti in comune discende pe-culiarmente agii avari. E dall’ode del 11 parcelleQuinzio fosse d’avarizia macchiato.
Obruitur. Rammenta i pesi che voltano col pettogli avari nell’inferno di Dante .
Linea. Del quadro, e dello spazio.
XVII. Amiculus. Gentile il modo; vile l’assunto.
Sipranderet. Leggiadro dialogo. E Aristippo c
Diogene avevano e ragione e torno. Nessun de’dueseguitava la vera via di piacere a’ principi, nè dipiacere a sè slesso; onde potevano francamentesbeffarsi.
Non cuivis. Similitudine ingiuriosa. Corinto ei grandi!
Virililer. Questi cinque versi fanno d’Orazio untroppo nero ritratto, e vorrei poterli annunziare,con qualche codice alla mano, intrusi.
Pasci- Nola le similitudini ignobili di questaepistola : siccus ad unclum — dividilo munerequadra — corpus — adire Corinthnm — me-retricis acumina — frado crure. La satira diquesta epistola sla nelle similitudini sue. E i pa-ragoni dell’idea exlnndunt veritalem.