SM II) — SOFOCLE
del rimedio, non avrebbero arbitrio di curarlo.Fora è invocare il senno e la giustizia e la mi-sericordia del Governo. Finché quo’ libri sarannoimposti in tutte le scuole, o sopra quelli dovrannofarsi gli esami, e gli esami consisteranno nel ri-petere a mente le parole di quelli, senza^assicurarsiche nè gli scolari e neanco i maeslri tutti abbianobene inteso; finché non s’ingiunga che, salvol’insegnamento delle verità cristiane ridotto ai piùbrevi termini c più semplici, e pochi tratti scellidi verso e di prosa, tutto il reslo non s’ abbia aridire alla lederà ma a senso; i maeslri sottoposiìal giogo di quel precedo dovranno sotto di sésoggiogare le menli puerili ; e schiacciali, schiac-ciare. Perchè quand’anco taluno di loro volessepartirsi dall’uso comune, i maeslri delle scuolesuperiori non lo permetterebbero, non lo soffrireb-bero i genitori., i più de’quali non possono noncredere che il Governo sa quel che fa; e dubi-tandone pure, temerebbero l’innovazione come unintoppo a tirare innanzi i loro figliuoli per la via diquegli sludi che conducono a buscarsi un salario.Chi non sa a mente quelle tante facce di que’lalilibri, non passa agli esami; per saperle quei pochiminuli che l’esame dura, bisogna ripeterle per piùore ludi i giorni dell’anno; e la fatica c la nnjadell’impararle c del ridirle e, del sentirle ridireruba a scolari e a maestri il lempo e la voglia(l’intenderle e di spiegarle: e così quell’esercizioche avrebbe a svolgere l'intelletto, diventa tra-vaglio del cervello, travaglio peggio che mecca-nico, perchè gli esercizii del corpo potrebbero al-meno corroborare c addeslrare le membra. Il ve-leno dunque sla nella coda: gli esami. A toglierlooramai non bastano i metodi di tale o tale scuo-la ; richiedonsi le istituzioni. Quando il Governoassorbe in sè lutti i poteri, assume i doveri in unco’diritti; e non può richiedere che per far me-glio, i sudditi gli facciano contro.
Questo, del lormenlare e avvilire la memoria,è tirannia orribile, c di ben più triste sequele chenon paja : perchè la memoria è nulrice non dellafantasia o dell’intelfetto soltanto, ma eziandio del-l’alletto. E s’ella si pascola di cose goffe, tutta1’ anima dell’ uomo se ne risente per Itutta la vita.Alla memoria devcsi affidare non tutta la maleriadel vero da apprendere, ma il.germe e il fiore;il germe che poi la"ragione conile intime forzeproprie, lo svolga ; il fiore, che l’imaginazionec il sentimento se ne'abbellisea e consoli. La ma-teria ammontala, foss’anco tutta sana ed eletta,sarebbe peso indigcsto, r e però malattia: or pensase immonda e mal preparata. Nè a caso hojdeltoin sul primo che la memoria c 1’ anima tutta sene conlamina; non solamente perchè 'gli eserciziiservili corrompono, ma per questo non foss’.altro,che la tenera età, svogliandosi della illiberale fa-tica, si mette in ribellione col dovere e con gliuomini clic glielo impongono, ribellione impotente
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e penosa, clic comprime gli affetti, fa forza all’u-mana natura e a’ suoi lieti o nobili istinti.
Alla ragione di moralità sopraggiungesi una ra-gione politica nel luogo e nel tempo in cui siamo.Da parecchi anni io sento parlare d’ egemonia ;ancorché non mi riesca d’intendere se lutti coloroche ripetono questo suono lo intendano nel sensomedesimo, e se questo però sia caparra di unità,o d’ unione che voglia chiamarsi; ancorché io nonsia lanto dotto di storia da sapere di certo se ege-monia sia mai stata al mondo, meditala di pro-posilo dall’un lato, e dall’altro invocala in prima,e gradita poi ; e con intendimenti ed citelli purida ogni idea di conquista. Ma quel che non è stalopuò essere: e non rimarrebbe che trovare alla cosaun nome meno arcaico e meno arcadico; insommamen greco. Di questo io non disputo, che non è nèassunto nè mestiere mio: dicosolo che, perquel pocoche lessi e intesi delle, storie, mi pare che l’anlorilàmorale c intellettuale e civile acquistatasi dall’unpopolo sopra i popoli circostanti preparò semprela poteslà politica onesta e durevole; c che senzaquell’apparecchio la forza delle più prcpoienti cpiù sapienti conquiste, dopo brevi vittorie, se vit-torie pur v’ ebbero, lasciò ruine e maledizioni, ca sè medesima fu maledizione e ruina. Quali sianoi destini serbati al Piemonte, quali i desiderali adesso, da chi ne ha in mano le sorti, io non so: maso bene che, a dispetto delle secolari e congenitedisgrazie d’ Italia , il Piemonte ha in suo arbitrioil modo sicuro di beneficare lei, di chiamare so-pra sè stesso benedizioni immortali; ed è, Tornirlegli esempi della intellettuale e morale grandezza.Quest’ è il positivo della politica e della storia: nongl’ interessi, non le passioni, non la diplomazia,non la guerra; ma le idee, gli affetti, i costumi, lafede. Ne ridano pure gli uomini pratici, e faccianopresto a ridere di molto; che non rideranno gli ul-timi certamente. Ma se, sprezzati gli apparecchi in-tellettuali e morali, gl'incauti si affrettassero al con-quisto di materiali vantaggi ; non avendo ric-chezza d’esempi .coi quali avverare le promesseproprie e le altrui speranze, provocherebbero inaltri e in sè spaventevoli disinganni.
Edipo.
E anche dell’ Edipo del signor Centofanti.
Eschilo , Sofocle-, Euripide , Licofronc, Filocle,Senocle, Diogene, Enomao, Giulio Cesare , SilanioneSeneca, 1’Anguillara , il Barlolommei, .il beverini,con altri Italiani ; 11 Curncille, il la-Motte, il Vol-laire , e non so se altri Francesi di minor grido,trattarono (dell ' Epido a Colmo non parlo) ilsoggetto a cui volge ora il suo mollo ingegno ilsignor Centofanti.