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Dizionario d'estetica / di Niccolò Tommaseo
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STALLINI - SYET0N1O

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STELLINI.

Non altro (itolo die di saggio darebbe il Vicoalla troppo da taluni lodata opera dello Slellini ;il quale già confessa che le dottrine sue non sonoaltro che una interpretazione di quelle dAristo-tile c all'erma che nemo melius ncque pleniuqhominem, excussit. E nelle materie morali tra-sportando le ipotesi tisiche, dice: lo la.fo allanewtoniana: poste alcune leggi per esperienza no-te, deduce le conseguenze, senza indagaredeterminare la ragione delle leggi stesse,

Lo Stcllini difende contro il Grozio la massimaaristotelica, che pone il buono morale nel mezz,otra due estremi; massima chha il suo lato vero,ma può essere facilmente frantesa, e far luomoaglincessanti progressi e alla propria perfezionenemico. Il libero arbitrio allo Steliini non pareluti uno con la volontà, ma inserito e implicatoin quella; c osa dire che nebeni evidenti non cèlibertà, perchegli la pone nel poter sospenderelassentimento, c ne\\assentire pensalo. Altroveparla di virtù poste nell intelligenza, e di facoltànaturali luna allaltra contrarie; e di movimentinaturali dellanimo, che o mai o ben rado coniaragione convengono: chè un calunniar la natura.Vumana felicità naturale, è, secondo lui, della mo-rale Vunico fine, e a questa egli promette perpremio (ognun sa quanto certo e quanto sufficien-te), la sicurezza e la giocondità della vita, e lacopia delle cose che conferiscono agli agi di quella.Egli ripete quella volgare distinzione chè fonda-mento c quasi scusa alle dottrine di Gian Giaco-po: dico la distinzione delluomo in istato asso-luto dalluomo stretto in vincoli di società; comese luomo potesse mai viverne fuori. Ripete la fa-vola dello stalo selvaggio; se non che nel narrareil passaggio a civiltà , gli mancano e le fantasiebuje e le splendide visioni del Vico. Errori sono isuoi, non di chi va balzellone Onde a dichiararecodesto maraviglioso passaggio, evi dirà secca-mente: eventus ipse rerum immites ad\ lenita-lem mores coneerlerunt.

Non vaspettate, del resto, dallo Stcllini quellaprofonda riverenza del senno popolare eli è comeil suggello della grandezza del Vico. Lo Stellicicomincia il suo libro da queste parole: populorumscilis et institulis ab honeslale scope alìenis ...Il senso del pudore, chabbiam visto nel Vico es-sere tanta parte dellumana dignità, nello Slellininon è clic la vergogna del male Leducare, se-condo lui, dee prendere comineiamento dallo eser-citare la ragione; e degli ultimi insegnamenti deeessere quel della storia.

L Iliade e V Odissea sono a lui testimonianzadella medesima età. Le citazioni, più oziose assaiche nel Grozio , non che provare, non ornano. Lostile, senza precisione, freddo, e poveramente ver-boso.

SUPLICIA-

Satira tradotta dall' abate Canal.

Pietro Canal, professore in un ginnasio di Ve-nezia, col tradurre la Satira di Sulpicia , sè datoa conoscere per ingegno atto a cose maggiori, cassume obblighi onorevoli con la'patria, bisognosadi chi rinfreschi i suoi vecchi onori. La franchezzae la proprietà dello stile, lacume delle interpre-tazioni die in un nuovo modo rischiarano qual-che passo di quella Satira buja (alle satire è comedestino esser buje), denotano mente matura già, eci fanno aspettare con desiderio le illustrazioni, lequali viene a Valerio Massimo il Canal preparando.Illustrazioni più che filologiche, ove da fatti sa-lendo alle cause e alle leggi che li governano, neparticolari si trova il generale che vè sempre na-scosto ; e commentando un autore, illustrasi unaletteratura intera e T umana natura. Di questafatta conienti ci mancano ; e solo il Machiavelli nelle Deche ce ne qualche saggio; ma il campoè immenso, e il medesimo autore può offrire con-siderazioni sempre nuove, secondo il prospetto dovesi riguarda, e locchio di chi lo riguarda.

Segua labate Canal per la via eh egli sapre,solitaria ma eccelsa, e nel piacer di salire,più elionegli incerti e languidi e mal distribuiti applausidella gente di sotto, cerchi alla fatica conforto.

SVETONIO -

D' alcune sue locuzioni.

(Da lettera.)

I-c cortine, che Augusto , delle statue propriostrutte, invia dono ad Apolline, io direi mense. IItripode in sul primo sarà stato foderato di pelle,e di forse detto cortina. Montala su cotesto sga-bello la Sibilla urlava, così come fanno sulle pan-che dellUniversità gli scolari ne del tumulto.

I tripodi poi si saran fatti di oro, con intarsiatevipietre care Ne canti serbici, di coleste mense èmenzione chiara. È mensa a noi voce sacra per-chè rammenta I altare, ma se mensa non le va,dica tripode. Se non che nella mensa, appuntocome nella cortina, acccndevasi fuoco.

Credo che sabbia a leggere : vexatus in turbaquodam sponsaliliorum die , no sponsaliorum, quondam ; e vale: un di feste sponsalizie,urlato fra la calca ; spunzonato o pigiato di-rebbero i Toscani, e il coraggioso traduttore diTacito. Vexatus da veho ; ben lo dichiara AuloGellio .

Promiscuis satulationibus admiUcbal et ple-bem, ammetteva indifferentemente e plebei ; puòanco dire: indistintamente visite di plebei.