STALLINI - SYET0N1O
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STELLINI.
Non altro (itolo die di saggio darebbe il Vicoalla troppo da taluni lodata opera dello Slellini ;il quale già confessa che le dottrine sue non sonoaltro che una interpretazione di quelle d’Aristo-tile c all'erma che nemo melius ncque pleniuqhominem, excussit. E nelle materie morali tra-sportando le ipotesi tisiche, dice: • lo la.fo allanewtoniana: poste alcune leggi per esperienza no-te, deduce le conseguenze, senza né indagare nèdeterminare la ragione delle leggi stesse, •
Lo Stcllini difende contro il Grozio la massimaaristotelica, che pone il buono morale nel mezz,otra due estremi; massima ch’ha il suo lato vero,ma può essere facilmente frantesa, e far l’uomoagl’incessanti progressi e alla propria perfezionenemico. Il libero arbitrio allo Steliini non pareluti’ uno con la volontà, ma inserito e implicatoin quella; c osa dire che ne’beni evidenti non c’èlibertà, perch’egli la pone nel poter sospenderel’assentimento, c ne\\’assentire pensalo. Altroveparla di virtù poste nell’ intelligenza, e di facoltànaturali l’una all’altra contrarie; e di movimentinaturali dell’animo, che o mai o ben rado coniaragione convengono: ch’è un calunniar la natura.Vumana felicità naturale, è, secondo lui, della mo-rale Vunico fine, e a questa egli promette perpremio (ognun sa quanto certo e quanto sufficien-te), la sicurezza e la giocondità della vita, e lacopia delle cose che conferiscono agli agi di quella.Egli ripete quella volgare distinzione ch’è fonda-mento c quasi scusa alle dottrine di Gian Giaco-po: dico la distinzione dell’uomo in istato asso-luto dall’uomo stretto in vincoli di società; comese l’uomo potesse mai viverne fuori. Ripete la fa-vola dello stalo selvaggio; se non che nel narrareil passaggio a civiltà , gli mancano e le fantasiebuje e le splendide visioni del Vico. Errori sono isuoi, non di chi va balzellone Onde a dichiararecodesto maraviglioso passaggio, e’vi dirà secca-mente: eventus ipse rerum immites ad\ lenita-lem mores coneerlerunt.
Non v’aspettate, del resto, dallo Stcllini quellaprofonda riverenza del senno popolare eli’ è comeil suggello della grandezza del Vico. Lo Stellicicomincia il suo libro da queste parole: populorumscilis et institulis ab honeslale scope alìenis ...Il senso del pudore, ch’abbiam visto nel Vico es-sere tanta parte dell’umana dignità, nello Slellininon è clic la vergogna del male L’educare, se-condo lui, dee prendere comineiamento dallo eser-citare la ragione; e degli ultimi insegnamenti deeessere quel della storia.
L’ Iliade e V Odissea sono a lui testimonianzadella medesima età. Le citazioni, più oziose assaiche nel Grozio , non che provare, non ornano. Lostile, senza precisione, freddo, e poveramente ver-boso.
SUPLICIA-
Satira tradotta dall' abate Canal.
Pietro Canal, professore in un ginnasio di Ve-nezia, col tradurre la Satira di Sulpicia , s’è datoa conoscere per ingegno atto a cose maggiori, cassume obblighi onorevoli con la'patria, bisognosadi chi rinfreschi i suoi vecchi onori. La franchezzae la proprietà dello stile, l’acume delle interpre-tazioni die in un nuovo modo rischiarano qual-che passo di quella Satira buja (alle satire è comedestino esser buje), denotano mente matura già, eci fanno aspettare con desiderio le illustrazioni, lequali viene a Valerio Massimo il Canal preparando.Illustrazioni più che filologiche, ove da’ fatti sa-lendo alle cause e alle leggi che li governano, ne’particolari si trova il generale che v’è sempre na-scosto ; e commentando un autore, illustrasi unaletteratura intera e T umana natura. Di questafatta conienti ci mancano ; e solo il Machiavelli nelle Deche ce ne dà qualche saggio; ma il campoè immenso, e il medesimo autore può offrire con-siderazioni sempre nuove, secondo il prospetto dovesi riguarda, e l’occhio di chi lo riguarda.
Segua l’abate Canal per la via eh’ egli s’apre,solitaria ma eccelsa, e nel piacer di salire,più elionegli incerti e languidi e mal distribuiti applausidella gente di sotto, cerchi alla fatica conforto.
D' alcune sue locuzioni.
(Da lettera.)
I-c cortine, che Augusto , delle statue propriostrutte, invia dono ad Apolline, io direi mense. IItripode in sul primo sarà stato foderato di pelle,e di lì forse detto cortina. Montala su cotesto sga-bello la Sibilla urlava, così come fanno sulle pan-che dell’Università gli scolari ne’dì del tumulto.
I tripodi poi si saran fatti di oro, con intarsiatevipietre care Ne’ canti serbici, di coleste mense èmenzione chiara. È mensa a noi voce sacra per-chè rammenta I’ altare, ma se mensa non le va,dica tripode. Se non che nella mensa, appuntocome nella cortina, acccndevasi fuoco.
Credo che s’abbia a leggere : vexatus in turbaquodam sponsaliliorum die , no sponsaliorum,nè quondam ; e vale: un dì di feste sponsalizie,urlato fra la calca ; spunzonato o pigiato di-rebbero i Toscani, e il coraggioso traduttore diTacito. Vexatus da veho ; ben lo dichiara AuloGellio .
Promiscuis satulationibus admiUcbal et ple-bem, ammetteva indifferentemente e plebei ; puòanco dire: indistintamente visite di plebei.