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TIBULLO
lo stesso, agricoltore, pianterò in maturo tèmpotenére viti, e miti poma con franca mano.
Nè la speranza mi venga meno; ma mannellidi spighe sempre mi doni, e pingui mosti a pientino.
Nè mi sarà talvolta vergogna tener fra mani .lamarra, o con lo stimolo spingere i tardi buoi.
Non un’agnella od un parto di capretta, deserto,dimenticato dalla madre, m’increseerà ricogliere eriportare a casa nel seno.
Quivi io soglio e lustrare il mio pastore ad ognianno, e spargere di lalte la placida pale.
Perchè sacro a me (se ci veggo serti di fiori) siauno stipite abbandonato ne’campi, sia un vecchiosasso nel trivio.
E qualunque primo frutto educa a me il novel-l’anno, ponesi libagione innanzi al dio della cul-tura de’ campi.
Bionda Cerere ! A te sia dal nostro podere co-rona di spiche, che penda innanzi le porte deltempio.
E ne’ pomosi orti pongasi il rubizzo custode,Priapo , che atterrisca con la cruda falce gfi uccelli.
E voi pure , di felice un tempo , or di poveroorto custodi, riportate le offerte vostre, o Lari.
Allora una vitella uccisa lustrava molti gioven-chi; ora un’agnella è ostia grande di picciol suolo.
Un’agnella cadrà a voi, cui d’intorno la rusticagioventù, gridi: lo! Date messi, e buon vini!
Siate propizii, o Divi ! Nè spregiate doni di po-vera mensa, in testi puri.
Di testo, l’antico agricola in prima si fece letazze, e composele di facile argilla.
Ma voi risparmiate il picciol gregge , e ladri elupi; da grande.armento cercate la preda.
Non io chieggo le dovizie de’padri, nè i censiche portò la messe riposta all’antico avo.
Picciol ricolto mi basta ; basta potere riposaresul mio letto, e alleviare le membra stanche sullesolile piume. ' •
Com’ è dolce udire gl’ immiti venti, giacendo estringere la sua donna al tenero seno!
0 quando l’invernale Austro verserà gelid’acque,tranquillo seguitare i sonni al mormorar dellapioggia!
Sia questa la sorte mia: sia ricco (e sei merita)chi ’l furore del mare sopportar può e le tristipiogge..
lo già qui posso vivere contento del poco, nèsempre esser dedito-a lunga via.
Ma cansare l’estivo ascendente della canicolasotto l’ombra d’un albero ai rivi d’acqua corrente.
Oh pera quanto ci è d’ oro al mondo e di sme-raldo, piuttosto che piaBga alcuna fanciulla permiei viaggi !
A te guerreggiare conviensi in terra, Messala, edin mare, acciocché la casa mostri le ostile spoglie:
Me ritengono avvinto catene di fanciulla ; e seggocustode dinanzi alle dure porte.
Essere lodato, io non curo, mia Delia; purch’iosia teco, altri mi chiami pur molle ed inerte.
Io stesso, purché teco, mia Delia , saprei giun-gere i bovi , e in solitaria montagna pascere, ilgregge.
E purch’io possa stringerti nelle tenere brac-cia, mi sarà molle il sonno su' incuba terra.
Che giova giacere in lirio letto senz’ amore pro-pizio , quando la notte viene da vegliare conlagrime?
Chè allora, nè piume nè coltre dipinta può in-durre sonno, nè suono di placid’acque.
Ferreo colui, che potendo aver le, volesse, stolto.Seguire le prede e l’armi.'
Potess’anco cacciarsi innanzi vinte caterve diCilici, e porre marzie tende sul preso suolo;
E tutto contesto d’argento e tutto (Koro, seggacospicuo su celere destriero.
In te io guardi quando mi verrà l’ullim’ora;te tenga, morente, con la languida mano!
E mi piangerai, posto; o Delia, sul letto vicinoad ardere; e darai misti ad amare lagrime i baci.
Piangerai : non son le tue viscere avvinte diduro ferro, nè ti sta nel tenero petto un cor di selce.
Da quelle esequie non un giovane, non una ver-gine potrà ritornare a casa con occhi asciutti.
Tu non turbar l’ombra mia; ma risparmia glisciolti capelli; risparmia, Delia, le tenere guance.
Intanto mentre i Fati permettono, giugniamo gliamori; gii verrà la morte di tenebre coperta ilcapo;
Già sollentrerà I’ età inerte; nè s’addirà più l’a-mare, nè dar carezze a capo canuto.
Ora è da trattare la leggiera Venere; mentre i!frangere imposte non è vergogna, e giova appic-care le risse.
Qui sarò io duce e milite buono: voi bandieree trombe , ite lungi; e portate ferite agli uominicupidi.
Portate e ricchezza: io sicuro del composto ri-colto, saprò sprezzare i ricchi e sprezzare la fame.
Note.
Dislic. I. Non vuol nè ricchezza nè gloria, maamore. 1 soliti vanti poetici non hanno qui luogo.Parla non l’ingegno, ma il cuore Fulvus differi-sce da flavus perch’ò biondo lucido.
II. Traduzione materiale: cui travaglio assiduoatterrisca , essendo vicino il nemico. Il modo èalquanto contorto.
III. Si sa che Tibullo era cadulo dalla ricchezzaavita. Quella efficacia che viene allo stile da unanimo afflitto, traspar da’suoi versi, e dà loro forsegran parte della dolcezra eh’egli hanno. — Tra-ducat. Mi sia quasi guida. Riguarda la povertàcome mezzo alla pace. Quale gentilezza d’idea inquel vocabolo! — Focus. Era congiunta pressoagli antichi*un’idea sacra al focolare, e associa-