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colla frase di Michelangelo , era appunto nato colle seste negli occhi : altrodunque è studiar Vilruvio ed imitare gli antichi, altro sentire dentro da sèun’ ingenita potenza, che regga la mano neH’alto che sulla carta segna i con-cepimenti destati dal fondo suo proprio. Senza di questo le regole di Vilruviosarebbero sempre state seguite ad un modo : y lo stile del Palladio non sarebbestato abbandonato giammai dagli architetti dei due secoli venuti dopo, i qualiallora dissero d’imitarlo anche quando più ne andarono lontani.
Non ultimo argomento della stima de’ popoli verso coloro che salirono inrinomanza, è la sollecitudine di perpetuarne quasi tra’vivi la durata, trasfon-dendo nei marmi e nelle tele le loro sembianze, le quali passando di popoloin popolo, di secolo in secolo sembrano coll’affetto della persona manteneracceso il fuoco dell’arte e della scienza per lor coltivate, sprone in un mede-simo ai posteri dell’imitarli. Non mancava al Palladio la cara testimonianza.II Licinio Io ritraeva in tela nel 1541, e Orlando Fiacco prima del 1568 pertestimonianza del Vasari 5 ma quelle due immagini certamente le più conformialla vera idea, che per altre testimonianze non ci è nota, indarno oggidì sonodesiderate: vecchio ritratto dei giorni del Maganza si conservava quasi nellasede più degna, alla Rotonda, da cui colla finita proprietà si partiva in questitempi, ed ora si custodisce nella famiglia Conti: di là io ne traeva la copiache fregia la fronte di queste Memorie: tardata due secoli ponevano gli Olim-pici la sua statua nel loro teatro 5 di compagnia agli antesignani della pitturae della scultura, Tiziano e Michelangelo , altra ei ne aveva nel secolo XVII aVenezia nel palazzo Frizzo, forse in ossequio alla fallace tradizione che lo fa-cea palladiano, da dove fu recentemente tramutata nel cortile Morosini a s.Stefano: per questo stesso sentimento scolpi vasi in marmo la sua effigie nelcasino Cerato di Montecchio, opera manifesta del secolo XVII$ meglio con-dotto, ma non più tardi sta altro ritratto marmoreo nell’atrio del palazzo delco. Ottaviano Barbaran Capra, di mezzo a non poche rare reliquie di grecoscalpello e romano: altro ritratto in pietra, di forse un secolo d’età toltodal chiostro della chiesa di s. Corona, oggidì possedè in Vicenza l’ingegnerearchitetto Antonio dolt. Gaidon; acquistavano gli Olimpici nel 1807 altra mar-morea effigie, ragionevole opera di Antonio Pasquali che alla patria gratitudinecommendava Antonio Canova : questo sommo non dimenticava l’immaginedel grand’uomo tra quelli di cui ad emulazione del genio italiano adornavale pareti del Panteon , ed oggi quelle del Campidoglio, con soltovi il motto: