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l'altra elevantesi. Ma la fascia inferiore fu tagliata a bella posta per collocarci le quattro co-lonne di bianco marmo che sostentano l’arco. E così vedesi praticato nella porta posterioreche a questa diametralmente risponde* 1’ arco della quale pure a quattro colonne* d’ ordinecorintio , è poggiato. Due altre minori porte fan simetria con quella eh’ è in mezzo della fac-ciata , ma senza colonne, e sopra di esse gira ben lavorato architrave, che di qua e di là fi-nisce all impostatura dell’arco della porta maggiore. Apronsi al di sopra di esse porte de’finestro-ni alti per ciascuno venti piedi e meno per metà larghi, con in mezzo una proporzionatacolonnetta di marmo striata la quale sostenta due archi , sopra di cui v’ è una semplicefinestra di tre piedi in larghezza, il rimanente sino alla sommità essendo otturato. Da’lati èquesto edificio lungo quanto la metà della facciata $ se non che nel mezzo di essi esce fuori
per quadro piedi dieci. Ciascun di que’ lati ha tre porte* simili alle minori della facciata ; i
finestroni veggonsi presso a poco nella foggia medesima degli altri. Oltrepassato Patrio* incontrasiuna specie di sacelletto ( ed è questo il luogo qui messo in figura ) la volta del quale* costrutta al-la moresca a guisa di pigna ma concavata, poggia su quattro colonnette di marmo, e di mar-mo sono le pareti incastrate, di marmo è lastricato il pavimento. Da un sifone posto nel fondo
della nicchia esce gran copia di acqua * che dolcemente mormorando nel cadere sopra striatepietre marmoree, ragunasi poi in artificioso ruscelletto cavato nel suolo* da cui per tre suc-cedevoli vasche scendendo, andava ad animare la superba peschiera eh’ or non è più. L’ Albertiseguita descrivendo a parte a parte questa magione, e ne dice gli anditi* le coclee* le sale *le torrette , i lastrici 5 ma poiché la più parte dell’ interno è mutata * volgiamoci piuttosto adesaminare le ragioni del nome che portano le due fabbriche di cui discorriamo.
Secondo le tradizioni saraceniche* delle quali Alberti e Fazello ci conservaron memoria, Cuba ed Azisa chiamaronsi le figlie di un arabo re di Sicilia , dalle quali questi luoghi di deliziepresero le denominazioni. Messa dall’un de’ canti cotesta favola* non che la etimologia che Vin-cenzio d’ Auria ne voleva desumer dal greco, ecco le conchiusioni del dotto sig. Morso. Cubat inarabo significa volta 5 e le volte del palazzo, o quelle del portico testé mentovate potevano dareoccasione a quel nome. Alaaziz poi è l’ultima parola di cufica iscrizione che nell’ altro pala-gio è scolpita tra grotteschi ornati nel sottarco della porta maggiore, all’altezza delle colonne:parola che significa esimio , eccellente , magnifico. E fu appellazione non del luogo, ma del ReGuglielmo I . il quale , se non fabbricò dalle fondamenta la Zisa o Lisa* come Romualdo Sa-lernitano il dà a credere in un luogo della sua cronaca sospetto d’interpolazione e contradettodal fatto, pure dovè adornarlo e renderlo vie meglio acconcio a regia casa di villa, e quellacolonne farci aggiugnere e quella epigrafe, tutta a se onorifica. Così almeno la interpetròda maestro il Signor di Sacy * con piena soddisfazione del Morso che leggeva altrimenti, masi acquetò volonteroso al parere del sommo orientalista francese .
La Zisa fu adunque costruita dagli Emiri di Sicilia * ov’essa è ciò che FAlhambra in Ispa-gna ; ma fu per loro campestre dimora, non già, secondo s’ingegnò di provarlo il canonicoSchiavo * ad uso di pubblico letterario convitto * come quelli d’ Alessandria e Marocco , dovela gioventù saracena educavasi nelle lettere quando Europa tutta era imbarberita. Altri edifi-cii vi erano pure d’intorno, di cui 1 ’ Alberti vide gli avanzi, e parte di essi ancora in piede,per li quali poteasi giudicare che fossero destinati cosi per servigio della famiglia de’ signori,come ad ospizio de’forestieri che ad essi venissero. Que’musaici, que’marmi, quelle colon-nette * que’ fonti, quelle peschiere ritrovavansi ancora nelle signorili case di Marocco e di Fez ,siccome Leone Africano osservò 5 e sono al certo argomento non dubbio della squisitezza dellearti in Sicilia sotto la dominazione degli Aglabiti e de’Fatemiti.
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(1) E dobbiamo in vero maravigliare che un viaggiatore cosi vago delle pittoresche rarità siciliane com’e il sig. Ostervald, abbia posto dabanda questi due insigni monumenti dell’ architettura moresca. Il conte di Forbin, sua ordinaria guida, ne fa appena motto, guastan-done i nomi, c dando ciecamente fede, intorno la loro origine, alla tradizion popolare di cui nell’ articolo presente è parola.