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E SULLE OPERE DI
avea più capo che gli reggesse a quella in-tensità di considerazione. I prosatori poi lotraevano fuori d’ogni via di pensamento vero,con le loro frondi senza pomi, e per vaneg-giamento d’aura sonanti; ma egli conobbe find’allora che quelle frasi dei trecentisti maritatecon virili pensieri possono generare il nobi-lissimo scrittore. A sollevarsi da queste ingratee necessarie fatiche traduceva dalla francesenella prosa italiana le due tragedie, il Filippo,ed il Polinice, per poi verseggiarle (1).
Nella solinga quiete di quell’ alpino sog-giorno, deposto il fascio delle antiche idee,aperse il cuore alla divina dolcezza delle let-tere, e con l’esercizio di tutte le facoltà mentalirinnovossi nel sentimento di sè. Osserviamo condiligenza il procedimento della natura in que-sta fondamentale disciplina del nostro Alfieri.
Egli non vuol essere nè un solenne erudito,nè uno scienziato, ma uno scrittore di tragedie:non un tragico che debba restar confuso conla plebe de’ poeti, ma contrastare ai sommi lapalma, e mutare le condizioni del teatro ita-liano. Questa idea di riforma e di preminenzaera così naturale e primitiva in lui, che glirisultava dalla inevitabile coscienza delle sueforze, e dalla sua stessa orgogliosa indole.Adunque quel bisogno imperioso che lo faceadiscepolo, quel medesimo (osservate bene) losublimava ancora sopra il suo secolo, ed erail germe, in cui natura gli avea disegnato laforma di una tragedia, che niuno conosceva,nè avea conosciuto nell’Italia. La materia deisuoi lavori la trarrà dalla infiammata anima:gli manca la parola per far sentire agli altriquel ch’egli sente. Ma questa parola, di che
(1) L’Alfieri, oltre queste due tragedie, aveva co-minciato a stendere in prosa francese anche un Carloprimo d’Inghilterra immediatamente dopo il Filippo.( Vita, Epoca quarta , IV. ). Se si pensa che avea scrittoegualmente in prosa francese questo suo Filippo ed ilPolinice fra il marzo e il maggio del 1775 (Vita,Epoca quarta, I. ), che il 16 giugno di quell’anno stessofu rappresentata la Cleopatra, che per ben due volteegli rifece questa tragedia, e che verso la fine di marzodettò il sonetto della sua emancipazione dai lacci amo-rosi, e cominciò la sua poetica carriera, si ha grancagione di stupire dell’ attività somma di questo inge-gno , ma nel tempo stesso s’incontra qualche difficoltàa conciliar bene insieme queste cose storicamente.Quel sonetto ch’egli dice fatto sul finire di marzo emandato al Paciaudi, dalla lettera del Paciaudi al poetaParrebbe fatto verso la fine di gennaio. (Vita, Epocaterza, XV.)
VITTORIO ALFIERI li
massimamente ha bisogna, non è quella chelutti possono con diligente studio imparare.-Cerca un linguaggio, cerca uno stile ed unverso che corrispondano a un suo modo disentire, a un’idea nota solamente a lui, a untipo di poesia eh’ egli ha nella mente e chenon saprebbe ancora pienamente far manife-sto: cerca quello che debba sodisfare a luistesso, piacere prima o poi, e necessariamente.all’Italia, essere la soluzione di un gran pro-blema letterario ed estetico, preparato da unainfinita coordinazione di cause nella vita mo-rale di una nazione, intraveduto appena daalcuni, e proposto a lui da una necessità an-teriore ad ogni ragionamento. Non intendetebene, o lettori? Coloro che si fanno discepoliper queste necessità sublimi, nacquero maestridel loro secolo.
Consultori a’ suoi letterarj bisogni gli eranoin Torino il Paciaudi ed il Tana. Ai quali do-mandava questo modello di verso tragico, semai lo conoscessero, o libri che gliene fornis-sero un qualche esempio. Gli diedero la Tc-baide di Stazio volgarizzata dal Benlivoglioallora immeritamente famosa: ed egli la lessecol solito suo furore; ma ne uscì desiderosodi miglior cosa. Gli fecero conoscere T Ossiandel Cesarotti, e que’ versi vibrali, rotti, senzastrascico, monotoni talvolta e rimbombanti,ma e robusti ed efficaci, lo colpirono, lo inva-sarono, gli fecero vedere una prima sembianzadi ciò che avidamente cercava. Verseggiò ilFilippo: ma Io stile non aveva la maestà sem-plice, la brevità facile, la passione, la forzatragica desiderata ; e la verseggiatura era lan-guida, triviale, fastidiosa. Bisognava durarenella incominciata disciplina.
1 nostri tragici del cinquecento, come so-pra dichiarammo, si composero uno stile, chenon ebbe per base, quanto era necessario, lalingua parlata. Quel felice istinto, che faceapresentire all’Alfieri quale avrebbe dovuto es-sere lo stile veramente tragico, gli diede lumea subito intendere che i libri non potevanointeramente dargli la parola conveniente allatragica verità, ma che voleasi anche prenderlaschietta e fremente di vita dalla bocca stessadel popolo. Deliberassi a veuire in Toscana.
Paragonate, o miei lettori, la partenzaprima da 'forino del viaggiatore spensierato einconsapevole de’suoi destini con questa primadel viaggiatore studioso ed anelante ad allis-