LXVIII
SAGGIO SULLA VITA
rimbombanti fra cupi abissi profondamente,pensa il nulla delle terrene cose, e quasi daun’aura religiosa è levato alle eterne.
Là dove muta, solitaria, duraPiacque al gran Bruno instiluir la vita ,
A passo lento per irla salitaMesto vo’: la mestizia è in me natura.
Non d’intender lai gioie ogni uom si vanti:
Le mie angosce sol creder polran vereGli ardenti vati e gl’ infelici amanti.
Se all’ eterno Fatlor creder potessi,
Cosa esser grata un lungo ozio devoto,
0 se finger di crederlo potessi,
Giurerei forse oggi di Bruno il voto.
Dell’ empio mondo traditore il vuoto,
I varj casi e sempre ognor gl’istessi,
E l'aspra noia e il rio Ianguor m’ó nolo.
Giunto per la terza volta a Parigi, l’aspettodi quella immensissima fogna, di quella cloacamassima, d’ira e di dolore, al solito, lo con-turba : nè a temperargli l’acerbezza di questiaffetti valeva molto la conversazione di quegliuomini letterati, tutti pieni delle cose loro, nonintendenti gl’italiani libri al di sopra di quellidi Metastasio. Ma da un maraviglioso spetta^colo gli venne inaspettato diletto. Imperocchéegli vide le prime prove della navigazioneaerea. Già Mesmer col suo fluido universale, econ le miracolose cure, aveva esercitato le incli-nazioni di quella vivacissima gente, mobile adogni novità: i grandi avanzamenti delle scienzefisiche pareva che allargassero i confini dellapotenza, e con indefinite speranze lusingasserol’orgoglio dell’ uomo : l’America libera , e lenuove idee ond’erano agitati il mondo moralee quello politico, 1’ esaltamento degli spiritiaccrescevano. A quali idee, a quali speranze,a quali sogni non doveva allora somministrarmateria quell’ ardito volo per le intentate re-gioni delle nubi (1) ? Primi ad effettuarlo fu-rono Pilàtre de Rozier , e il marchese d’Ar-lande, i quali s’ inalzarono nella Mongolfieracol mezzo della rarefazione dell’ aria. Poi il dìprimo di dicembre ( 1783 ) Charles e Robert
(1) « Celle ascension (dice il Droz, parlando diCharles e Robert) esl impossibte à décrire: des femmesse tronvaient mal, des hommes semblaient perdre laraison, et des milliers de voix saluaient les voyageurs pardes cris frénétiques. » Histoire du règne de Louis XVI-liv. 4.
navigarono col mezzo dell’aria infiammabile. El’Alfieri vide le prove fatte nell’una e nell’al-tra guisa. Poeta, volò anch’ egli con la rapitaanima dietro a quegl’intrepidi viaggiatori: pen-satore austero, domandò che dalla stupenda in-venzione risultassero effetti utili alla civiltà (1).Stette circa un mese a Parigi: prima delle fe-ste di Natale era in Londra.
E a Londra vedetelo con vaghezza giova-nile impazzar nei cavalli. Prima uno da cor-so, poi tre da sella, indi sei da tiro, e per unoche glie ne morisse supplendo ostinatamentecon due, tanto andò innanzi che ne comprò di-ciannove.Cinque perirono quattordici restaronovivi; tanti appunto, quante erano le scritte tra-gedie. Sicché pensando a questa corrispon-denza di numeri, e seco stesso alludendo ai ga-stighi che i severi maestri davano nelle scuoleagl’ inetti discepoli, festivamente concludevadi essersi meritato un cavallo per ogni trage-dia (2). — Dopo tre anni di poetica avarizia,e altri tre di moderato risparmio, avea copiadi danari da spendere, e con profusione poe-tica molto volentieri lo spese. Le quali azioni,apparentemente contrarie fra loro, ci fanno in-tendere a qual comune principio debba recarleil giusto estimatore dei morali fenomeni (3).—Frequenti e lunghe lettere scriveva alla lon-tana amica : con soli tre sonetti sacrificò alleitaliane muse (4): nell’aprile del 1784 partì.E la piacevole istoria del suo ritorno è da leg-
(1) « Spettacolo grandioso e mirabile, tema piùassai poetico che storico, e scoperta, a cui, per otte-nere il titolo di sublime, altro non manca Gnora , chela possibilità o verisimiglianza di essere adattala aduna qualche utilità. Vita, IV. 12. Vedete anche nellePoesie varie il Sonetto:
D’arte a natura ecco ammirabil guerra ec.
che fu inspirato all’AlGeri da quello spettacolo. —A quoi cela sert-il ? diceva uno riguardando unpallon volante con altero disprezzo. A quoi sert, glirispose Franklin, Venfant qui vieni de naltre ? —Droz, ib.
(2) Vita, IV. 12.
(3) « E tanto più feci bene di buttar quei danari,poiché me li trovava avere sonanti. » Vita, IV. 12.
(4) In uno di quei sonetti così parla degl’ Inglesie di sé:
Del mio signor (Amore) neppure il nome ei sannoQuesti geli di cor, eh’ ogni altro dio ,
Ch’ oro non sia, per falso e inutil hanno.
Tutti i sospir dell’ amoroso mioFero dolor di là dall’ Alpi or vanno,
Ch’ ivi almen trovan gente arder com’ io.