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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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E SULLE OPERE DI

più beato degli uomini (1). — Terminando ilSaul avea deposto il coturno con solenne votodi non più calzarlo. Ma che cosa sono le pro-messe, le risoluzioni i giuramenti degl’ inna-morati e de’poeti? La possente voce di Melpo-mene ecco suona in petto all’ Altieri, c conirresistibile impulso lo porta a infrangere i giu-rati voti: ed Agide e Sofonisba, e Mirra sonoideate ad un parto (2). Ad Agide e a Sofonisbaegli aveva talvolta pensato: ma discacciandosempre la tentazione di scriverle. Mirra, nèBiblide non credeva tollerabili sopra la scena.Leggendo nelle metamorfosi d’ Ovidio, tanto

10 infiammarono le parole che il poeta latinomette in bocca a quella sventurata amante diCiniro, che non disperò di trarne toccantissimaed originalissima tragedia, e la difficoltà mede-sima dell’argomento gli aggiunse stimoli sìche lo trattasse. Ecco adunque tre nuove tra-gedie, ad accrescere il novero di quelle giàfatte: e se men breve e più quieto fosse stato

11 soggiorno di lui in quella inspiratrice soli-tudine, quelle tre tragedie non sarebbero ri-maste tutte senza forma nè colori. Ma un tre-mendo colpo repentinamente lo tolse a quellepoetiche invenzioni. Partendo da Siena avealasciato Francesco Gori sano, nella pienezzadelle forze, contento della prossima felicitàdell’ amico. E viaggiando verso l’Alsazia gliavea scritto un capitolo bernesco, a piacevoleesercizio di spirito, divisandogli i modi, coiquali avesse ad aver cura dei cavalli al suo go-verno affidati. Chi avrebbe mai sospettato chedietro a quella contentezza, dietro a questi si-curi scherzi stava minacciosa la morte?.. Ep-pure l’Alfieri separandosi dal suo Francescolo abbracciava per l’ultima volta! Seppe nellavilla di Colmar il funesto caso, e ne restò in-consolabile. Lasciò i ripresi sludj: dovè anchelasciare l’amica : tornò afflitto, adiralo coldestino, desolatissimo nell’Italia. Siena, caris-sima delle città toscane al suo cuore, gli parveun deserto mesto, un luogo di sventure e dipianto. Sodisfece al curioso affetto informan-

ti) Ivi, Sonetti:

Era di maggio il quarto giorno e 1' ora ec.

Ingegnoso nemico di me stesso ec.

Dodici volte in mar l’astro sovrano ec.

(2) Questi tre nuovi parli tragici mi raccesero l’amordella gloria, la quale io non desiderava per altro fineoramai, se non se per dividerla con chi mi era piùcaro di essa. » Vita, IV. li.

VITTORIO ALFIERI txxr

dosi, come chi desidera e teme, della malattia,della morte, delle circostanze, di checché allospento amico risguardasse, e con questo tesorodi triste e care notizie recossi ad abitare inPisa. Ivi fra i cavalli, cioè fra te bestie c leumane lettere, fra gl’ impulsi dell’ ingegno egli sconforti dell’animo, dal novembre del 1784fino a lutto 1’ agosto del 1785 passò quasi unanno nè occupato nè ozioso. A stender VAgideprovossi nel decembre, ma invano. Comporreera per l’Alfieri una sublime necessità : equando il celeste fuoco non gli agitava l’in-gegno, ogni studiosa cura, ogni conato di vo-lontà gli tornavano senza fruito. Cercava me-dicina alla noia leggendo, specialmente nellemattutine ore prima di alzarsi: e le epistole diPlinio il giovine molto lo dilettavano. Ma ilPanegirico a Traiano lo mosse a fierissimo sde-gno; nel quale non trovava più quel Plinio chegli aveva inspirato una riverente benevolenza,non più l’amico di Tacito. E gittato via il li-bro, e levatosi gridando a sedere sul letto, im-pugnò la penna, e, come il commosso spiritogli dettava, cominciò egli il suo Panegirico elo terminò in pochi giorni a quella dettaturadel nume. Quietato il fecondo ardore, si volsea lavoro troppo diverso. Fece copiare la suatraduzione di Sallustio, e con la severa limasi pose a polirla : ma l’anima se tutta fossemossa a creare obliava in quell’ eccitamentodi facoltà ogni fastidiosa cura e afflizione, epoteva operare i divisati effetti: lavori diligen-temente servili non bastavano ad occuparlabene, e restavano scarsi al bisogno. Scrisse ilprimo libro del Principe e delle Lettere, e dueo tre capitoli del secondo. Rispose alle osser-vazioni critiche del Cesarotti sulle tre trage-die, l’ Ottavia, il Timoleone, la Merope. Ericondotto da questi pensieri all’opera emen-datrice del suo teatro, fece trascrivere tuttele stampate tragedie, e nel margine del ma-noscritto segnò molte correzioni, che troppoallora gli parvero, e poi conobbe esser poche.— Questa fu in Pisa la sua intima e non co-municata vita. Imperocché coi professori del-l’Università non mi so bene se avesse talentodi conversare, memore delle conversazioni an-tiche, e derisore superbo delle dotte presun-zioni di alcuni (1). Ma fuori mettea gran fra-

ti) Vedete l’Epigramma:

Io professor deU’UniversiU ec.