ATTO PRIMO
ARGIA
Al campo
Io corro.
ANTIGONE
Ah ! ferma il piè. — Creonle iniquo,Tumido già per 1’ usurpalo trono,
Leggi, natura, Dei, tutto in non caleQuell’ empio tiene; e, non che il rogo ei nieghiAi figli d’Argo, ei dà barbara morteA chi dà lor la tomba.
ARGIA
In campo preda
Alle fiere il mio sposo?... ed io nel campoPassai pur dianzi!... e tu vel lasci?... Il sestoGiorno già volge, che trafitto ei caddePer man del rio fratello; ed insepolto,
E nudo ei giace? e le morte ossa ancoraDalla reggia paterna escluse a forzaStanno? e il solfre una madre?...
ANTIGONE
Argia diletta,
Nostre intere sventure ancor non sai. —Compier l’orrendo fratricidio appenaVede Giocasta ( ahi misera! ) non piange,
Nè rimbombar fa di lamenti 1’ aure:
Dolore immenso le tronca ogni voce;
Immote, asciutte, le pupille figgeNel duro suol : già dall’ averno 1’ ombreDe’dianzi spenti figli, e dell’uccisoLajo, in tremendo fiebil suono chiama.
Già le si fanno innanti; erra gran pezzaCosi 1’ accesa fantasia tra i mestiSpettri del suo dolore: a stento posciaRientra in sè; me desolata figliaSi vede intorno, e le matrone sue.
Fermo eli’ha di morir, ma il tace; e quetaS’infinge, per deluderci... Ahi me lassa!...Incauta me!... delusa io son: lasciarlaMai non dovea. — Chiamar placido sonnoL’odo, gliel credo, e ci scostiamo: il ferro,Ecco, dal fianco palpitante ancoraDi Polinice ha svelto, e in men ch’io il dico,Nel proprio sen lo immerge; e cade, e spira. —Ed io che fo?... Di questo fatai sangueImpuro avanzo, anch’io col ferro istessoDovea svenarmi; ma, pietà mi preseDel non morto, nè vivo, cieco padre.
Per lui sofferta ho l’abbcrrila luce;
Serbala io m’era a sua tremula etade...
ARGIA
Edippo?... Ah! tutto ricader doveaIn lui l’orror del suo misfatto. Ei vive?
E Polinice muore?
ANTIGONE
Oh! se tu visto
Lo avessi! Edippo misero! egli, in somma,Padre è del nostro Polinice; ei soffrePena maggior che il fallo suo. Ramingo,
Cieco, indigente, addolorato: in bandoEi va di Tebe. Il reo tiranno ardisce
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Scacciarlo. Edippo misero ! far noloNon oserà il suo nome: il ciel, Creonte,
Tebe, noi tutti, ei colmerà di orrendeImprecazioni. — Al vacillante anticoSuo fianco irne sostegno eletta io m’era;
Ma gli fui tolta a forza; e qui costrettaDi rimanermi: ah! forse era dei NumiTale il voler; chè, lungi appena il padre,
Degli insepolti la inaudita leggeCreonte in Tebe promulgò. Chi ardivaRomperla qui, chi, se non io?
ARGIA
Chi (eco,
Chi, se non io, potea divider 1’ opra?
Qui ben mi trasse il cielo. Ad ottenerneDa te T amato cenere io veniva:
Oltre mia speme, in tempo ancora io giungo,Di riveder, riabbracciar le careSembianze ; e quella cruda orribil piagaLavar col pianto : ed acquetar col rogoL’ombra vagante... Or, che tardiam? Sorella ,Andianne; io prima...
ANTIGONE
A santa impresa vassi ;
Ma vassi a morte: io’I deggio, e morir voglio :Nulla ho che il padre al mondo; ei mi vien tolto;Morte aspetto , e la bramo. — Incender lascia ,Tu che perir non dei, da me quel rogo,
Che coll’amato mio fratei mi accolga.
Fummo in due corpi un’alma sola in vita,
Sola una fiamma anco le morte nostreSpoglie consumi, e in una polve unisca.
ARGIA
Perir non deggio? Oh ! che di’ tu? vuoi forseNel dolor vincer me ? Pari in amarloNoi fummo; pari; o maggior io. Di moglieAltro è l’amor, che di sorella.
ANTIGONE
Argia,
Teco non voglio io gareggiar di amore;
Di morte, sì. Vedova sei; qual sposoPerdesti, il so : ma tu, figlia non nasciD’incesto; ancor la madre tua respira;
Esul non hai, non cieco , non mendico ,
Non colpevole, il padre: il ciel più miteFratelli a te non diè, che l’un dell’altroNel sangue a gara si bagnasser empj.
Deh! non li offender, s’io morir vo’sola;
Io, di morir, pria che nascessi, degna.
Deh! torna in Argo...Oh! noi rimembri? hai pegnoLà del tuo amor ; di Polinice hai vivaL’immagin là, nel tuo fanciullo: ah ! torna;
Di le fa lieto il disperato padre,
Che nulla sa di te: deh! vanne: in questeSoglie null’uom ti vide; ancor n’hai tempo.Contro al divieto io sola basto.
ARGIA
...Il figlio?...
Io l’amo, ah! sì; ma pur, vuoi tu ch’io fugga,Se qui morir si dee per Polinice?