ATTO QUARTO
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Tu passar li vedrai.—Ma, in ben altr’allo,Cinto da sluol, che vie più ingrossa, scorrePer ogni via feroce Icilio in armi:
Prega, minaccia, attesta, esorta, grida.Pianto di madre, beltà di donzella,
Valor canato di guerriero padre,
E di tribun sediziose voci,
TerribiI esca a più terribil fiammaStanno per esser; bada.
APPIO
Or via, se il vuoi,
Trema per te; per me, se il vuoi: purch’ ioPer me non tremi. — Va: Virginio veggoVenire a me: lasciami sol con esso.
SCENA II.
APPIO, VIRGINIO
APPIO
E che? le insegne abbandonare, e il campoOsi cosi? Di Roma oggi i soldatiDunque a lor posta van, tornano, stanno ?
VIRGINIO
Tal v’ha ragion, che licito può farlo.
Pure il severo militar costume,
Cui da troppi anni io servo, or non infransi.Chiesto commiato ottenni. In Roma tornoPer la mia figlia;... e il sai.
APPIO
Che puoi per essa
Dir tu, che in suon più forte a me noi dicaLa legge?
VIRGINIO
Odimi.—Padre io son, pur troppo!
E come padre io tremo. Invan mi ascoltoSonar dintorno minacciose vociDi plebe a favor mio: so, che possanzaÈ molla in te; che a viva forza urlarlaFia dubbia impresa; e che in più rie sventurePrecipitar Roma poss’ io, nè trarliForse di man la figlia. Appio, minacceDunque non far; che il nuocer so fin doveConcesso t’è : ma pensa anco, deh ! pensa,Che in un le stesso a immenso rischio esponi...
APPIO
Preghi, o minacci tu? Son io qui forseDei giudizj assoluto arbitro solo?
Poss’io la figlia a un vero padre torre?Serbargliela anzi del mio sangue a costoDeggio, e il farò: ma, s’ella tua non nasce,Che vaglion preghi? — Il Bel, che mal nascondi,Ben io, ben so, donde lo attingi : ingombroT’ha Icilio il cor di rei sospetti infami;
Ei, che a sue mire ambiziose s’apreColle calunnie strada. Or, puoi tu fedeA un tal fellon prestar? tu che il miglioreDe’ cittadini sei, genero scegliDei tribuni il peggiore? in un con essoAlfieri
Perder tua figlia vuoi? — D’Icilio certaÈ la rovina, ed onorata morteEi non s’ avrà, qual credi. Ei contra RomaCongiura; ei cova orribili disegni.
Chiama tiranni noi; ma in seno ei nutreDi ben altra tirannide il pensiero.
Spenti vuol lutti i padri : al popol posciaServaggio appresta; e libertà pur grida.Tanto più rio mortifero veleno,
Quanto è ravvolto entro più dolce scorza.Già il segnai di ribelle innalza a mezzo,
E a mezzo quel di traditore. Io 1’ armiAll’armi oppongo; alla fraude empia, 1’ arte.Tutto è previsto già. Da lui non saiSue trame tu; eh’ egli e ministro e veloA sue mire ti vuol, ma non compagnoA sue rapine. Ei sa, che Roma hai caraQuanto la figlia tua; quindi si mostraSol di tua figlia il difensor, ma ridePoscia ei di te co’ traditor suoi pari.
Sol si cela da te; ma a lor non teme,
Qual è, mostrarsi 1’ oppressor di Roma.
VIRGINIO
Tolte le figlie alle tremanti madri,
E ai genitor, che in campo han di lor vitaSpeso il migliore; i magistrati fattiTremendi a noi, più che i nemici : or comeTemere ornai d’altro oppressor può Roma?
APPIO
Icilio, il so, di un folle amor mi taccia;
Ma quai prove ne adduce? Il suo sfrenatoArdire, il grido popolar, la troppaDolcezza mia , fur prove. È mio clienteMarco ; ei ripete la tua figlia ; io dunqueNe son l’amante, io ’l rapitore. Or odiRagion novella !
VIRGINIO
È Icilio sol, che il dica?Altri ha , che il dice.
APPIO
La donzella forse,
Vinta da lui.
VIRGINIO
Che più ? prove son troppeCui vergogna non men ch’ira mi vietaPoter narrare. Una ne fia, non lieve,
Il tuo scolparten meco.
APPIO
Hai fermo dunqueD’unirti pure co’ ribelli ?
VIRGINIO
Ho fermo
D’aver mia figlia, o perder me.
APPIO
Te salvo
Vorrei, ch’io t’amo.
VIRGINIO
E perchè m’ ami ?
APPIO
Roma
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