ATTO QUARTO
Agesilao, Cleombroto, e i lor fidiEfori, a Sparta traditori, in bandoCacciaste. Agide resta : havvi chi reoNoi vuole; e forse, ei reo non è. Ma intanto,
Io preso il volli, e ad altro fin noi tengo,
Che per chiarirlo in faccia a voi. S’ei fosseReo convinto pur mai, primier mi udresteImplorar pel mio genero perdono:
Che agli occhi vostri, e ai miei, sua giovinezzaNoi rende affatto or di pietade indegno. —Efori, senatori, cittadini,
La vera vostra maestà non sorseA dritto mai più nobile di questo:
Conoscer oggi, e perdonare i falliDei vostri re: che sottopongo io pureOggi a voi l’opre mie. Prova non lieveDel cor mio puro, e del regnar mio giusto,Parmi, fia questa; ed io di darla anelo.
A tremar delle leggi Agide insegniA Leonida re. — Ma, già si appressaAgide al vostro tribunale : ed eccoCh’io taccio, e seggo; io, cittadino, attendoDai cittadin deli’alta lite il fine.
Ben sostener d’ogni mia forza io giuro,
Qual eh’esser possa, la immutata! santaLibera vostra unanime sentenza.
SCESA IIK.
ANFARE, AGIDE fra guardie, LEONIDA,Popolo, Efori, Senatori
anfare
Spartani, efori, re, costui ch’io traggoDavanti al vero tribunal di Sparla,
Agide egli è d’Eudamida. Già il regnoCon Leonida ei tenne; il cacciò posciaDal trono, a cui nuovo collega assunseCleombroto. A voi piacque, indi a non molto,Ridomandar Leonida, che il seggioRitoglieva a Cleombroto. Nel sacroAsilo allor quest’Agide fuggiva:
Perchè fuggisse, ei vel dirà. Fin ch’egliLà ricovrava, ei re non era; il tronoAbbandonato avea : ma non privatoEra ei perciò ; chè non avea deposlaSua dignità, nè stala eragli tolta;
Non innocente, poiché asii sceglieva;
Non reo, poiché niun l’accusava. In vostraPossanza il diero oggi di Sparta i Numi,Senza che violato il santo asiloFosse da alcun di noi. Lo accuso io quindiOra, a voi tulli, di mutale, infrante,
Tradite leggi ; di tiranniche armiIn Leonida e gli efori adoprate;
Di tiranniche mire, a cui fea baseLa ribellante compra' infima plebe:
E, per stringere infin lutti i suoi tantiAlfieri
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Delitti in un, di aver tradita e lesaLa maestà di Sparla, a voi lo accuso.
AGIDE
— Solenne in vero, e dignitosa pompaQuesta fia: ma, perchè di affar tanl’alloSparta non è qui testimonio intera?
Perchè, qual suolsi ogni accusalo, al foroNon son io tratto? — È ver, gli efori veggio,
E un re qui slassi, e del senato un’ombra:
Ma pur per quanto l’occhio intorno io giri,
Non vegg’io cittadini, altri che pochi,
Polenti, e misti infra gli armati sgherri.
La maestà del popolo di SpartaFia questa or forse? Io non che Sparta tutta,Grecia vorrei qui tutta a udire intentaE le tue accuse e le discolpe mie.
Or, poiché tanta è in voi de’ miei delittiL’ampia certezza, or dite: a che pur tormi,Con si gran parte d’ascoltanti, a un tempoDella vergogna mia cosi gran parte?
LEONIDA
Per quanto il soffra il loco, assai gran follaDi cittadini or vedi, Agide, accolta.
Trarli dal limitar del career tuo,
Tu il sai, che fora un cimentar pur troppo
La dignità degli efori, e la stessa
Tua innocenza, ove l’abbi. Udiati Sparta,
Del tuo asilo in discolpa, addur finora,
Che tor cosi tu stesso alla tua plebeDe’tumulti volevi ogni pretesto,
E ogni mezzo di sangue: infra sue grida,
Come or vorresti al suo cospetto andarne,
E un giudicio ottener libero e queto?
AGIDE
Queto giudicio, e il men dannoso a voi,
Stato sarebbe il percussor mandarmiTosto al career: ma questo assai men quetoFia di quel che sperate. In me non parlaIl timor, no; del mio destin già certo,
Securo qui, del par che al foro, io vengo.
Già la sentenza mia so senza udirla:
Ma, non ne avrò pur danno altro giammai,
Che quel ch’io da gran tempo ho fermo in coreDi aver da voi. — Giudici; e, quai che siate,Voi spettatori; io vi prevengo or tutti,
Gh’ io, condannato in queste mura e ucciso,Non perciò pace col morir vi rendo,
Com’io il vorrei: nè voi col trarmi a morte,
In sicurtà vi rimanete. — Or siaCiò eh’esser vuole. Udiam le accuse.
ANFARE
In nome
Io ti parlo degli efori; me ascolta.
Agide, hai tu, senza nè udirlo, astrettoAll’esiglio Leonida?
AGIDE
Chiamato
Ei fu in giudicio ; e sen fuggia.
LEONIDA
Chiamato
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