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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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ATTO TERZO

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Dell’onta mia, del tradimento iniquo.

CLEOPATRA.

Prosiegui Antonio, a dir ti resta ancora.

Di’, che pur troppo il Ciel ho desto all’ira,

In quel giorno fatai, ov’io li vidi,

Ov’io t’amai, in cui perdei me stessa, |

E 1’ onor mio, e il mio riposo, e ’l regno: i

Giorno fatale in ver: ma pur felice, I

Che il rimembrarlo, al cuor m’è grato ancora: !Non mi parea delitto allor, ramarti,

M’avvedo sì, ch’era delitto atroce.

Quanti orribili nomi, e quanti strazjSuggerir ti potrà 1’ empio furore,

Foran lieve castigo, al grave eccesso,

D’amarti un solo istante: altra non cerco,

Nè trovo colpa in me.

ANTONIO

Tu vuoi, Cleopatra,

Con menzogneri delti ancor smentireLa terra, il ciel, l’inferno, e l’onda, in oggi,

Di mia vergogna testimon veraci.

Non vidi io stesso, (e fia pur ver, che il vidi!)

I legni miei di traditor ripieni,

Cui l’affogarli solo era pietade,

Ardimentosi andarne ai legni avversi,

A sommergerli no, non a pugnarli,

Ma ad accoppiar fra lor le navi infide,

Indi tutte nemiche, a me rivolteIndirizzar le temerarie prore?

Non vidi ancor gli empi soldati in terra,

Che a me facean corona, e fronte all’oste,

Fra cui sperai, se non vittoria , morte,

Dal vile esempio infidi, e 1’ alma, e ’l piedeDal sentiero d’onor ritrarre anch’ essi,

E fuggirsene amici ai rei nemici?

Antonio sol quivi restò nel campoDella viltà: rivolsi il guardo attornoUn amico cercando, e più noi vidi;

Un inimico volli, il qual pietosoMi trapassasse il sen, nè mi fu dato:

Morte impetrai, e morte sorda ai prieghiD’ un’alma vii, rivolse il tergo ancora.

Che mi restò? 1’ amor... l’iniquo amore...

O nero cuor, tu, eh’agghiacciato ignoriFiamma d’amor; come infocasti il mio?

E al mesto, infausto, e doloroso aspettoDi chi tanto t’amò, donna, non piangi?

CLEOPATRA

D’ un traditor t’insulterebbe il pianto: — J

Tutti del Cielo attesterei li Numi,

E lutti invan, se me spergiura credi.

Attesterò l’amor, eh’ avesti un giorno:

Per quello si, ch’era verace, io giuro,

Ch’ empia non son , che da’ miei mali oppressa,De’ mali tuoi solo m’ affanna il peso.

Ma quel barbaro sprezzo, Antonio, è troppo,

E se i Romani tuoi fur vili, e infidi,

Come ricade in me l’onta di loro?

Tu di regnar nell’arte esperto duce,

Tu ravvisar dovevi i traditori,

Che nel tuo campo...

ANTONIO

Il ravvisarli ognoraFacil cosa non è ; lo sguardo alteroDella virtù, no, non s’abbassa a tanto.

Son 1’ alme grandi ai tradimenti inette,

E ai traditori in preda... Ecco 1’ istante,

Ove smentir tu mi potrai coll’ opre.

Antonio è vinto, e 1’avvenir funesto,

E l’avverso desliu, sol gli appresentaCatene, infamia, o morte. Egual fortuna,Poiché infida non sei, a te si aspetta.

Creder ti deggio al vincitor nemica,

E a me fedel? Ecco la prova estrema...Donna, vivrai senza d’Antonio, e privaSì dell’ onor, come del regno, e in senoDi vii servaggio, i giorni tuoi tessutiD’ignominia saran, di scherni, e pianti.Disonor del tuo sesso, e in odio al mio,

Da lutti invano implorerai pietade,

E la pietà perfin ti fui negata...

Se ti sapessi odiar, dolce vendettaProverei nel serbarli a vita infame...

Ecco d’infausto amor 1’ ultimo dono,

Ed a chi sente amor, forse il più caro.

Ecco il ferro, o regina, in lui ravvisaQuel, che corregge in man d’eroi la sorte,

E ne vendica ognor gli indegni oltraggi.

Fra l’infamia e la morte, e chi vacilla?

II tuo cuor ne trafiggi (1), indi fumanteRendilo a me, e allor trafiggo il mio.

Feri intrepida... o Ciel!... tu impallidisci?CLEOPATRA

E questo è don del generoso Antonio...

Nè inaspettato giunge: hai di virtudeIl sacro nome ognor fra’labbri, e intantoNon n’ardisci calcar l’aspro sentiero,

E a guidarti fra 1’ ombre oggi par degnaColei, che già sprezzasti... 11 don m’ è grato.D’insegnarti a morir, n’andrò superba;

Ma, se dall’aspra morte, onore, e famaE trionfo ritrar oggi degg’ io,

Mancami sol, che la tua man più caraGuidi Tacciar; forse la mia, tremante,

0 mal atta a ferir, potria smentire,

E il mio valor, e il tuo pensier feroce.

In questo cuor, per non ignota strada,

Il ferro scenda ullor: quivi, scolpitaRitroverà la tua funesta imago;

Tu l’imprimesti in lui, tu la cancella,

Stringi il pugnai, feri... rivolgi il ciglio?

ANTONIO

Donna crudel, vuoi, ch’io f uccida? ah troppo,Troppo, si, tu ravvisi i moti insani,

E il fallace furor di cieco amante.

Tu per mia man trafitta? e tu lo credi?Agghiaccio al rio pensier, e qual tu sia,Iniqua, o fida, avrei, tremante, il ferro

(1) Le dà il ferro.