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VITA DI VITTORIO ALFIERI
gare quella notte in casa sua ; stante che co-testo teatro non si poteva assolutamente com-binare con le regole della nostra Accademia,per cui ogni individuo dev’essere restituitoin casa al più tardi a mezz’ ora di notte ; enessun altro teatro ci era permesso fuorchéquello del re, dove andavamo in corpo unavolta per settimana nel solo carnevale. Quel-l’opera buffa ch’io ebbi dunque in sorte disentire, mediante il sotterfugio del pietoso zioche fece dire ai superiori che mi porterebbeper un giorno e una notte in una sua villa ,era intitolata il Mercato di Malmantile, can-tata dai migliori buffi d’Italia, il Carratoli, ilBaglioni, e le di lui figlie; composta da unodei più celebri maestri. Il brio e la varietà diquella divina musica mi fece una profondissi-ma impressione, lasciandomi, per così dire,un solco di armonia negli orecchi e nella im-maginativa, ed agitandomi ogni più interna fi-bra, a tal segno che per più settimane io ri-masi immerso in una malinconia straordinariama non dispiacevole ; dalla quale mi ridon-dava una totale svogliatezza e nausea per queimiei soliti studj, ma nel tempo stesso un sin-golarissimo bollore d’idee fantastiche, dietroalle quali avrei potuto far dei versi se avessisaputo farli, ed esprimere dei vivissimi affetti,se non fossi stato ignoto a me stesso ed a chidicea di educarmi. E fu questa la prima voltache un totale effetto cagionato in me dalla mu-sica, mi si fece osservare, e mi restò lunga-mente impresso nella memoria, perch’ egli fuassai maggiore d’ogni altro sentito prima. Maandandomi poi ricordando dei miei carnovali,e di quelle poche recite dell’opera seria ch’ioaveva sentile, e paragonandone gli effetti aquelli che ancora provo tuttavia, quando di-vezzatomi dal teatro ci ritorno dopo un certointervallo, ritrovo sempre non vi essere il piùpotente e indomabile agitatore dell’ animo,cuore ed intelletto mio, di quel che lo siano isuoni tutti, e specialmente le voci di contraltoe di donna. Nessuna cosa mi desta più affetti,e più varj, e terribili. E quasi tutte le mietragedie sono state ideate da me o nell’ attodel sentir musica, o poche ore dopo.
Essendo scorso così il mio primo anno distudj nell’Università, nel quale si disse dairipetitori (ed io non saprei nè come nè per-chè) aver io studiato assai bene, ottenni dallozio di Cuneo la licenza di venirlo a trovare in
codesta città per quindici giorni nel mese d’ago-sto. Questo viaggetto,da Torino a Cuneo perquella fertilissima ridente pianura del bel Pie-monte, essendo il secondo eh’ io faceva da cheera al mondo, mi dilettò, e giovò moltissimoalla salute, perchè l’aria aperta ed il moto misono sempre stati elementi di vita. Ma il pia-cere di questo viaggio mi venne pure amareg-giato non poco dall’ esser costretto di farlo coivetturini a passo a passo: io, che quattro ocinque anni prima, alla mia prima uscita dicasa, aveva così rapidamente percorso quellecinque poste che stanno tra Asti e Torino.Onde mi pareva di essere tornato indietroinvecchiando, e mi teneva molto avvilitodi quella ignobile e gelida tardezza del passod’ asino di cui si andava : onde all’ en-trare in Carignano, Racconigi, Savigliano, edin ogni anche minimo borguzzo, io mi rintuz-zava ben dentro nel più intimo del calessaccio,e chiudeva anche gli occhi per non vedere nèesser visto ; quasi che lutti mi dovessero co-noscere per quello che avea altre volte corsala posta con tanto brio, e sbeffarmi ora comecondannato a sì umiliante lentezza. Eranoeglino in me questi moti il prodotto d’un ani-mo caldo e sublime, oppure leggiero e vana-glorioso? Non lo so; altri potrà giudicarlo da-gli anni miei susseguenti. Ma so bene, che seio avessi avuto al fianco una qualche persona,che avesse conosciuto il cuor dell’ uomo inesteso, egli avrebbe potuto cavare fin d’alloraqualche cosa da me, con la potentissima molladelTamore di lode e di gloria.
In quel mio breve soggiorno in Cuneo, iofeci il primo sonetto, che non dirò mio, per-chè egli era un rifrittume di versi o presi in-teri, o guastati e riannestati insieme, dal Me-tastasio e l’Ariosto, che erano stati i due solipoeti Italiani di cui avessi un po’ Ietto. Macredo che non vi fossero nè le rime debite, nèforse i piedi ; stante che, benché avessi fattidei versi latini esametri e pentametri, niunoperò mi avea insegnato mai ni una regola delverso italiano. Per quanto io ci abbia fantasti-cato poi per ritornarmene in mente almenouno o due versi, non mi è mai più stato pos-sibile. Solamente so che egli era in lode d'unasignora che quél mio zio corteggiava, e chepiaceva anche a me. Codesto sonetto non po-teva certamente esser altro che pessimo. Contutto ciò mi venne lodato assai, e da quella