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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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VITA DI VITTORIO ALFIERI

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nel buon sentiero delle sane lettere. E tantaera in me la fiducia in questi due soggetti, cheil mio destino letterario è stalo interamentead arbitrio loro; ed avrei ad ogni lor minimocenno buttata al fuoco ogni mia composizioneche avessero biasimata, come feci di tante ri-me, che altra correzione non meritavano. Sic-ché, se io ne sono uscito poeta, mi debbo in-titolare, per grazia di Dio, e del Paciaudi, edel Tana. Questi furono i miei santi protet-tori nella feroce continua battaglia in cui miconvenne passare ben lutto il primo anno dellamia vita letteraria, di sempre dar la cacciaalle parole e forme francesi, di spogliare, perdir così, le mie idee per rivestirle di nuovosotto altro aspetto, di riunire in somma nellostesso punto lo studio d’un uomo maturissimocon quello di un ragazzaccio alle prime scuo-le. Fatica indicibile, ingratissima, e da ribut-tare chiunque avesse avuto (ardirò dirlo) unafiamma minor della mia.

Tradotte adunque in mala prosa le due tra-gedie, come dissi, mi posi all’ impresa di leg-gere e studiare a verso a verso per ordined’anzianità tutti i nostri poeti primarj, e po-stillarli in margine, non di parole, ma di unoo piò tratticelli perpendicolari ai versi, peraccennare a me stesso se più o meno mi an-dassero a genio quei pensieri, o quelle espres-sioni, o quei suoni. Ma trovando a bella primaDante riuscirmi pur troppo difficile, cominciaiTasso, che non avea mai neppure aperto finoa quel punto. Ed io leggeva con sì pazza at-tenzione, volendo osservar tante e sì diversee sì contrarie cose, che dopo dieci stanze nonsapea più quello eh’ io avessi letto, e mi tro-vava essere più stanco e rifinito assai che sele avessi io stesso composte. Ma a poco a pocomi andai formando e T occhio e la mente aquel faticosissimo genere di lettura; e così tuttoil Tasso, la Gerusalemme; poi l’Ariosto, il Fu-rioso; poi Dante senza commenti; poi il Pe-trarca, tutti me gl’invasai d’un fiato postil-landoli tutti, e v’impiegai forse un anno. Ledifficoltà di Dante, se erano storiche, poco micurava d’intenderle; se di espressione, di modi,o di voci, tutto faceva per superarle indovi-nando; ed in molte non riuscendo, le pochepoi ch’io vinceva mi insuperbivano tanto più.In quella prima lettura io mi cacciai piuttostoin corpo un’ indigestione che non una veraquintessenza di quei quattro gran luminari;

ma mi preparai cosi a ben intenderli poi nelleletture susseguenti, a sviscerarli, gustarli, eforse anche rassomigliarli. Il Petrarca però miriuscì ancor più difficile che Dante; e da prin-cipio mi piacque (meno; perchè il sommo di-letto dai poeti non si può mai estrarre, finchési combatte coll’intenderli. Ma dovendo io scri-vere in verso sciolto, anche di questo cercaidi formarmi dei modelli. Mi fu consigliatala traduzione di Stazio del Bentivoglio. Consomma avidità la lessi, studiai e postillai tutta;ma alquanto fiacca me ne parve la strutturadel verso per adattarla al dialogo tragico. Poimi fecero i miei amici censori capitare allemani l’Ossian del Cesarotti; e questi furono iversi sciolti che davvero mi piacquero, mi col-pirono e m’invasarono. Questi mi parvero, conpoca modificazione, un eccellente modello pelverso di dialogo. Alcune altre tragedie, o nostreitaliane, o tradotte dal francese, ch’io volli purleggero sperando d’impararvi, almeno quantoallo stile,mi cadevano dalle mani, per la lan-guidezza, trivialità e prolissità dei modi e delverso, senza parlare poi della snervatezza deipensieri. Tra le men cattive lessi e postillai lequattro traduzioni del Paradisi dal francese, cla Merope originale del Maffei. E questa, aluoghi mi piacque bastantemente per lo stile,ancorché mi lasciasse pur tanto desiderare peradempirne la perfettibilità, o vera, o sognata,ch’io me n’andava fabbricando nella fantasia.E spesso andava interrogando me stesso: « Orperchè mai questa nostra divina lingua, sì ma-schia anco ed energica e feroce inboccadiDante,dovrà ella farsi così sbiadata ed eunuca nel dia-logo tragico?Perchè il Cesarotti, che sì vibrata-mente verseggia nell’ Ossian, così fiaccamente poisermoneggia nella Semiramide e nel Maomettodel Voltaire da esso tradotte? Perchè quel pom-poso galleggiante scioltista caposcuola, il Fru-goni, nella sua traduzione del Radamisto delCrèbìllon, è egli sì immensamente minore delCrèbillon e di sé medesimo? Certo, ogni altracosa ne incolperò che la nostra pieghevole eproteiforme favella. » E questi dubbj che io pr°'poneva ai miei amici e censori, nissuno me 1*sciogliea. L’ottimo Paciaudi mi raccomandavafrattanto di non trascurare nelle mie laborioseletture la prosa, ch’egli dottamente denomi-nava la nutrice del verso. Mi sovviene a M ue fsto proposito, che un tal giorno egli mi portoil Galateo del Casa, raccomandandomi di ben