EPOCA
letti e studiati ad oncia ad oncia più altri au-tori, e tra questi Sallustio. La brevità ed ele-ganza di quell’ istorico mi avea rapito talmen-te, che mi accinsi con molta applicazione atradurlo; e ne venni a capo in quell’inverno.Molto, anzi infinito obbligo io debbo a quellavoro; che poi più e più volte ho rifatto,mutato e limato, non so se con miglioramentodell’ opera, ma certamente con mollo mio lu-cro sì nell’ intelligenza della lingua latina, chenella padronanza di maneggiar l’italiana.
Era frattanto ritornato di Portogallo l’in-comparabile abate Tommaso di Caluso; e tro-vatomi contro la sua espetlativa ingolfato dav-vero nella letteratura, e ostinalo nello scabrosoproposito di farmi autor tragico, egli mi se-condò, consigliò, e soccorse di tutti i suoi lumicon benignità e amorevolezza indicibile. Ecosì pure fece l’eruditissimo conte di S. Ra-faele, eh’ io appresi in quell’ anno a conosceree altri coltissimi individui, i quali tutti a mesuperiori di età, di dottrina, e d’esperienzanell’arte, mi compativano pure ed incoraggi-vano, ancorché non ne avessi bisogno, attesoil bollore del mio carattere. Ma la gratitudineche sovra ogni altra professo e sempre pro-fesserò a tutti i suddetti personaggi, si è peraver essi umanamente comportata la mia in-comportabile petulanza d’allora; la quale, adir anche il vero, mi andava però di giornoin giorno scemando, a misura che riacquistavalume.
Sul finir di quell’anno 76 ebbi una gran-dissima e lungamente sospirata consolazione.Una mattina andato dal Tana, a cui semprepalpitante e tremante io solea portare le mierime, appena partorite che fossero, gli portaifinalmente un sonetto, al quale pochissimotrovò che ridire, e lo lodò anzi molto come iprimi versi eh’ io mi facessi meritevoli di untal nome. Dopo le tante e continue afflizionied umiliazioni ch’io avea provate nel leggerglida più d’ un anno le mie sconce rime,ch’eglida vero e generoso amico senza misericordianessuna censurava, e diceva il perchè, e il suoperchè mi appagava; giudichi ciascuno qualsoave nettare mi giunsero all’ anima quelle !insolite sincere lodi. Era il sonetto una descri- ;zione del ratto di Ganimede; fatto a imitazionedell’ inimitabile del Cassiani sul ratto di Pro- ;serpina. Egli è stampato da me il primo tra ile mie rime. E invaghito della lode, tosto ne I
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feci anche due altri, tratto il soggetto dallafavola: e imitati anch’essi come il primo, acui immediatamente anche nella stampa hovoluto poi che seguitassero. Tutti e tre si ri-sentono un po’ troppo della loro serva origineimitativa, ma pure (s’io non erro) hanno ilmerito di essere scritti con una certa evidenzae bastante eleganza; quale in somma non miera venuta mai fin allora. E come tali ho vo-luto serbarli, e stamparli con pochissime mu-tazioni molti anni dopo. In seguito poi di queitre primi sufficienti sonetti, come se mi sifosse dischiusa una nuova fonte, ne scaturii inquell’inverno troppi altri; i più, amorosi,ma senza amore che li dettasse. Per eserciziomero di lingua e di rime avea impreso a de-scrivere a parte a parte le bellezze palesi diuna amabilissima e leggiadra signora; nè peressa io sentiva neppure la minima favilluzzanel cuore; e forse ci si parrà in quei sonettipiù descrittivi che affettuosi. Tuttavia siccomenon mal verseggiati, ho voluto quasi che tutticonservarli, e dar loro luogo nelle mie rime;dove agli intendenti dell’ arte possono forseandare additando i progressi eh’ io allora an-dava facendo gradatamente nella difficilissimaarte del dir bene, senza la quale per quantosia ben concepito e condotto il sonetto, nonpuò aver vita.
Alcuni evidenti progressi nel rimare, e laprosa del Sallustio ridotta a molta brevità consufficiente chiarezza, ( ma priva ancora diquella variala armonia, tutta propria sua,della ben concepita prosa ) mi aveano ripienoil cuore di ardenti speranze. Ma siccome ognialtra cosa ch’io faceva, o tentava, tutte aveanosempre per primo ed allora unico scopo, diformarmi uno stile proprio ed ottimo per latragedia, da quelle occupazioni secondarie ditempo in tempo mi riprovava a risalire allaprima. Nell’ aprile del 77 verseggiai perciòl’Antigone, ch’io, come dissi, avea ideata estesa ad un tempo, circa un anno prima, es-sendo in Pisa. La verseggiai tutta in meno ditre settimane, e parendomi aver acquistata fa-cilità, mi tenni di aver fatto gran cosa. Maappena l’ebbi io letta in una società lettera-ria, dove quasi ogni sera ci radunavamo, ch’ioravvedutomi ( benché lodato dagli altri ) conmio sommo dolore mi trovai veramente lon-tanissimo da quel modo di dire ch’io avea tantoprofondamente fitto nell’ intelletto, senza pur