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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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VITA DI VITT'

eh’ io ’I volessi, occorsa più volte agli occhiuna gentilissima e bella signora, che per es-servi anch’essa forestiera e distinta, non erapossibile di non vederla e osservarla ; e piùancora impossibile, che osservala e veduta nonpiacesse ella sommamente a ciascuno.Con luttociò, ancorché gran parte dei signori di Firen-ze, e tutti i forestieri di nascita da lei capitas-sero, io immerso negli studj e nella malinconia,ritroso e selvaggio per indole, e tanto più sem-pre intento a sfuggire tra il bel sesso quelleche più aggradevoli e belle mi pareano, io per-ciò in quell’ estate innanzi non mi feci puntointrodurre nella di lei casa; ma nei teatri epasseggi mi era accaduto di vederla spessissi-mo. L’impression prima me n’era rimasta ne-gli occhi e nella mente ad un tempo, piacevo-lissima. Un dolce focoso negli occhi nerissimiaccoppiatosi (che raro addiviene) con candi-dissima pelle e biondi capelli, davano alla dilei bellezza un risalto, da cui difficile era dinon rimanere colpito e conquiso. Età di anniventicinque; molta propensione alle bell’artie alle lettere; indole d’oro; e, malgrado gli agjdi cui abbondava, penose e dispiacevoli circo-stanze domestiche, che poco la lasciavano es-sere, come il dovea, avventurata e contenta.Troppi pregj eran questi, per affrontarli.

In quell’ autunno dunque sendomi da unmio conoscente proposto più volte d’introdur-inivi, io credutomi forte abbastanza mi arri-schiai di accostarmivi; nè molto andò ch’io mitrovai, quasi senza avvedermene, preso.Tutta-via titubando io ancora tra il si e il no di questafiamma novella, nel decembre feci una scorsaa Roma per le poste a cavallo; viaggio pazzoc strapazzatissimo, che non mi fruttò altro ched’aver fatto il sonetto di Roma pernottando inuna betlolaccia di Baccano, dove non mi riu-scì mai di poter chiuder occhio. L’andare, lostare, e il tornare furono circa dodici giorni,Rividi nelle due passate da Siena l’amico Gori,il quale non mi sconsigliò da quei nuovi cep-pi, in cui già era più che mezzo allacciato;onde il ritorno in Firenze me li ribadì ben to-sto per sempre. Ma l’approssimazione di que-sta mia quarta ed ultima febbre del cuore siveniva felicemente per me manifestando consintomi assai diversi dallo tre prime. In quelleio non m’era ritrovato allora agitalo da unapassione deU’inlelletto,la quale contrappesandoe frammischiandosi a quella del cuore venisse

ORIO ALFIERI

a formare ( per esprimermi col poeta ) un mi-sto incognito indistinto, che meno d’alquantoimpetuoso e fervente, ne riusciva però piùprofondo, sentilo e durevole. Tale fu la fiammache da quel punto in poi si andò a poco a pocoponendo in cima d’ ogni mio affetto e pensie-ro, e che non si spegnerà oramai più in mesenon colla vita. Avvistomi in capo a due mesiche la mia vera Donna era quella, poiché invece di ritrovare in essa, come in tutte le vol-gari donne, un ostacolo alla gloria letteraria,un disturbo alle utili occupazioni, ed un rim-picciolimento direi di pensieri, io ci ritrovavae sprone e conforto ed esempio ad ogni bel-l’opera; io, conosciuto e apprezzalo un sì rarotesoro, mi diedi allora perdutissimamentc alei. E non errai per certo, poiché più di dodicianni dopo, mentr’io sto scrivendo queste chiac-chiere, entrato oramai nella sgradita stagionedei disinganni, vieppiù sempre di essa mi ac-cendo quanto più vanno per legge di temposcemando in lei quei non suoi pregj passeggeridella caduca bellezza. Ma in lei si innalza, ad-dolcisce, e migliorasi di giorno in giorno ilmio animo, ed ardirò dire e creder lo stessodi essa, la quale in me forse appoggia e cor-robora il suo.

Capitolo VI.

Donazione intera di lutto il mio alla sorella.

Seconda avarizia.

Cominciai dunque allora a lavorar lieta-mente, cioè con animo pacalo e securo, comedi chi ha ritrovato alfine e scopo e appoggio.Già era fermo in me stesso di non mi muoverpiù di Firenze, fintanto almeno che ci rimar-rebbe la mia Donna a dimora. Quindi mi con-venne mandare ad effetto un disegno ch’io giàda gran tempo avea, direi, abbozzato nellamia mente, e che poi mi si era fatto necessitàassoluta, dacché avea sì indissolubilmente po-sto il cuore in si degno oggetto.

Mi erano sempre oltre modo pesate e spia-cinte le catene della mia natia servitù; e quellatra 1’ altre, per cui, con privilegio non invi-diabile, i nobili feudatarj sono esclusivamentetenuti a chiedere licenza al re di uscire p erogni minimo tempo dagli stati suoi: e questalicenza si otteneva talvolta con qualche di®'coltà, o sgarbetto, dal ministro, e sempre po'