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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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VITA DI VITTORIO ALFIERI

stabile e intero compimento a codesto affaremi cagionò molte noie e disturbi, attese lemolte formalità legali, che trattandosi l’affareda lontano per lettere, consumarono necessa-riamente assai più tempo. Ci vollero oltre ciòle consuete permissioni del re; chè in ogni piùprivala cosa in quel benedetto paese semprec’ entra il re. E fu d' uopo che il mio cognato,facendo per sè e per me, ottenesse dal re la li-cenza di accettare la mia donazione, e venisseautorizzato a corrispondermene quell’ annualeprestazione in qualsivoglia paese mi fosse pia-ciuto dimorare. Agli occhi pur anche dei menoaccorti manifestissima cosa era, che la prin-cipal cagione della mia donazione era stata ladeterminazione di non abitar più nel paese:quindi era necessarissimo di ottenerne la per-missione dal governo, il quale ad arbitrio suosi sarebbe sempre potuto opporre allo sborsodella pensione in paese estero. Ma, per miasomma fortuna, il re d’allora, il quale certa-mente avea notizia del mio pensare ( avendoneio dati non pochi cenni ), egli ebbe molto piùpiacere di darmi 1’ andare che non di tenermi.Onde egli consentì subito a quella mia spon-tanea spogliazione ; ed ambedue fummo con-tentissimi: egli di perdermi, io di ritrovarmi.

Ma mi par giusto di aggiungere qui unaparticolarità bastantemente strana, per conso-lare con essa i malevoli miei, e nello stessotempo far ridere alle spalle mie chiunque esa-minando sè stesso si riconoscerà meno infermod’animo, e meno bambino che io non mi fossi.In questa particolarità, la quale in me si tro-verà accoppiata con gli atti di forza che ioandava pure facendo, si scorgerà da chi benosserva e riflette, che talvolta 1’ uomo, o al-meno che io riuniva in me, per così dire, ilgigante ed il nano. Fatto si è, che nel tempostesso eh’ io scriveva la Virginia, e il librodella Tirannide; nel tempo stesso eh’ io scuo-teva così robustamente e scioglieva le mie ori-ginarie catene , io continuava pure di vestirel’uniforme del re di Sardegna, essendo fuordi paese, e non mi trovando più da circaquatlr’anni al servizio. E che diran poi i sag-gi , quando io confesserò candidamente la ra-gione perchè lo portassi ? perchè mi persua-deva di essere in codesto assetto assai più snelloe avvenente della persona. Ridi, o lettore, chetu n’ hai ben donde. Ed aggiungi del tuo: Cheio dunque in ciò fare, puerilmente e sconclu-

sionatamente preferiva di forse parere agli al-trui occhi più bello, all’ essere stimabile aimiei.

La conclusione di quel mio affare andò frat-tanto in lunga dal gennaio al novembre diquell’ anno 78 ; atteso che intavolai poi e ul-timai come un secondo trattalo la permuta dilire cinque mila della prestazione annua in uncapitale di lire cento mila di Piemonte, dasborsarmisi dalla sorella. E questo soffri qual-che difficoltà più che il primo. Ma finalmenteconsentì anche il re che mi fosse mandata talsomma; ed io poi con altre la collocai in unodi quei tanti insidiosi vitalizj di Francia. Nongià che io mi fidassi molto più nel Cristianis-simo che nel Sardo re ; ma perchè mi parevaintanto che dimezzato cosi il mio avere fradue diverse tirannidi, ne riuscirei alquantomeno precario,'e che salverei in tal guisa, sehon la borsa, almeno l’intelletto c la penna.

Di questo passo della donazione, epoca perme decisiva e importante ( e di cui ho sempredappoi benedetto il pensiere e l’esito ) io nonne feci parte alla Donna mia, se non se dopoche l’alto principale fu consolidato e perfetto.Non volli esporre il delicato suo animo al ci-mento di dovermi, o biasimare di ciò, e comecontrario al mio utile, impedirmelo ; ovverodi lodarlo e approvarmelo, come giovevole inun qualche aspetto al sempre più dar base edurata al nostro reciproco amore; poiché que-sta sola determinazione mia potevami porre ingrado di non la dovere abbandonare mai più.Quand’ essa lo seppe, biasimollo con quellacandida ingenuità tutta sua. Ma non potendolopure più impedire, ella vi si acquetò, perdo-nandomi d’averglielo taciuto. E tanto più forsemi riamò, né mi stimò niente meno.

Frattanto, mentre io stava scrivendo letterea Torino, e riscrivendo, e tornando a scrive-re, perchè si conchiudessero codeste noie e sti-tichezze reali, legali, e parentevoli; io, riso-luto di non dar addietro, qualunque fosse peressere l’esito, avea ordinato al mio Elia cheavea lasciato in Torino, di vendere tutti i mo-bili ed argenti. Egli in due mesi di tempo la-vorando indefessamente a ciò, mi avea messiinsieme da sei e più mila zecchini, che tostogli ordinai di farmi sborsare per mezzo di cam-biali in Firenze. Non so per qual caso nasces-se, che fra 1’ avermi egli scritto d’aver questamia somma nelle mani e l’eseguire poi l’< n "