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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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EPOCA

mandomi, e rilevando ch’ella vi era passatacfrca due mesi innanzi. E col cuore alle voltegioioso, mi rivolsi anche al poetare festevole ;onde scrissi cammin facendo un capitolo alGori, per dargli le istruzioni necessarie perla custodia degli amati cavalli, che pure nonerano in me che la passione terza: troppo mivergognerei se avessi detto, seconda; doven-do, come è di ragione, al Pegaso preceder leMuse.

Quel mio lunghetto capitolo, che poi hocollocato fra le rime, fu la prima e quasi chela sola poesia che io mai scrivessi in quel ge-nere bernesco, di cui, ancorché non sia quelloal quale la natura m’inclini il più, tuttavia puremi par di sentire tutte le grazie e il lepore.Ma non sempre il sentirle basta ad esprimerle.Ho fatto come ho saputo. Giunto il dì 16 ago-sto presso la mia Donna, due mesi in circa mivi sfuggirono quasi un baleno. Ritrovatomicosì di bel nuovo interissimo di animo, di cuoree di mente, non erano ancor passati quindicigiorni dal dì eh’ io era ritornato alla vita ri-vedendola, che quell’ istesso io il quale da dueanni non avea mai più neppure sognato discrivere oramai altre tragedie; quell’io, cheanzi, avendo appeso il coturno al Saul, mi erafermamente proposto di non lo spiccare maipiù, mi ritrovai allora, senza accorgermenequasi, ideate per forza altre tre tragedie ad unparto: Agide, Sofonisba e Mirra. Le due pri-me mi erano cadute in mente altre volte, esempre l’avea discacciate ; ma questa voltapoi mi si erano talmente rifìtte nella fantasia,che mi fu forza di gettarne in carta l’abbozzo,credendomi pure e sperando che non le potreipoi distendere. A Mirra non avea pensato mai ;ed anzi essa non meno che Bibli, e così ognialtro incestuoso amore, mi si erano sempre mo-strate come soggetti non tragediabili. Mi capitòalle mani nelle Metamorfosi di Ovidio quellacaldissima e veramente divina allocuzione diMirra alla di lei nutrice, la quale mi fece pro-rompere in lagrime, e quasi un subitaneolampo mi destò l’idea di porla in tragedia :e mi parve che toccantissima ed originalissimatragedia potrebbe riuscire, ogni qual volta po-tesse venir fatto all’autore di maneggiarla intal modo, che lo spettatore scoprisse da sé stessoa poco a poco tutte le orribili tempeste delcuore infuocato ad un tempo e purissimo dellapiù assai infelice che non colpevole Mirra,

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senza che ella neppure la metà ne accennasse,non confessando quasi a sé medesima, non chead altra persona nessuna, un sì nefando amo-re. In somma l’ideai a bella prima, eh’ elladovesse nella mia tragedia operare quelle cosestesse, ch’ella in Ovidio descrive, ma operarletacendole. Sentii fin da quel punto l’immensadifficoltà ch’io incontrerei nel dover far durarequesta scabrosissima fluttuazione dell’animodi Mirra per tutti gl’interi cinque atti, senzaaccidenti accattati d’altrove. E questa difficol-tà, che allora vieppiù m’infiammò, e quindipoi nello stenderla, verseggiarla e stamparlasempre più mi fu sprone a tentare di vincerla,io tuttavia, dopo averla fatta, la conosco e fatemo quant’ ella s’è; lasciando giudicar poidagli altri se io l’abbia saputa superare nel-l’intero, od in parte, od in nulla.

Questi tre nuovi parti tragici mi riacceserol’amor della gloria, la qual io non desideravaper altro fine oramai, se non se per dividerlacon chi mi era più caro di essa. Io dunqueallora da circa un mese stava passando i mieigiorni beali e occupati, e da nessunissimaamarezza sturbati, fuorché dall’anticipato or-ribile pensiero che al più al più fra un altromesetto era indispensabile il separarci di nuo-vo. Ma, quasi che questo sovrastante timorenon fosse bastato egli solo a mescermi infinitaamarezza al poco dolce brevissimo eh’ io assa-porava, la fortuna nemica me ne volle aggiu-gnere una dose non piccola per farmi a caroprezzo scontare quel passeggierò sollievo. Let-tere di Siena mi portarono nello spazio di ottogiorni, prima la nuova della morte del fratellominore del mio Gori e la malattia non indiffe-rente di esso ; successivamente le prossimenuove mi portarono pur anche la morte diesso in sei soli giorni di malattia. Se io nonmi fossi trovato con la mia Donna al riceverequesto colpo si rapido ed inaspettato, gli ef-fetti del mio giusto dolore sarebbero stati assaipiù fieri e terribili. Ma 1’ aver con chi pian-gere menoma il pianto d’assai. La mia Donnaconosceva essa pure e moltissimo amava quel| mio Francesco Gori; il quale l’anno innanzi,

I dopo avermi accompagnato, come dissi, a Ge-I nova, tornalo poi in Toscana crasi quindi! portalo a Roma quasi a posta per conoscerla,e soggiornatovi alcuni mesi l’aveva continua-tamente trattata, ed aveala giornalmente ac-compagnata nel visitare i fanti prodotti delle