696 VITA DI VITTORIO ALFIERI
signora alla volta di Parigi ; luogo a me pernatura sua e mia sempre spiacevolissimo, mache mi si Iacea allor paradiso, poiché Io abi-tava la mia Donna. Tuttavia, essendo incertose vi rimarrei lungamente, lasciai gli amaticavalli nella villa d’Alsazia, e munito soltantodi alcuni libri e di tutti i miei scritti, mi ri-trovai in Parigi. Alla prima, il romore e lapuzza di quel caos dopo una sì lunga villeg-giatura mi rattristarono assai. La combina-zione poi del ritrovarmi alloggiato assai lon-tano dalla mia Donna , oltre mill’ altre coseche di quella Rabilonia mi dispiaceano som-mamente , mi avrebbero fatto ripartirne bentosto, se io avessi vissuto in me stesso e perme : ma ciò non essendo da tanti anni ora-mai, con molta malinconia mi adattai alla ne-cessità , e cercai di cavarne almeno qualcheutile coll’ impararvi qualche cosa. Ma quantoall’ arte del verseggiare non v’ essendo in Pa-rigi nessuno dei letterati che intenda più chemediocremente la lingua nostra , non c’ eraniente da impararvi per me : quanto poi al-l’arte drammatica in massa, ancorché i Fran-cesi vi si accordino essi stessi esclusivamenteil primato, tuttavia i miei principj non essendogli stessi che han praticalo i loro autori tra-gici , molta e troppa flemma mi ci volea persentirmi dettare magistralmente continue sen-tenze , di cui molle vere, ma assai male ese-guite da essi. Pure, essendo il mio metodo dipoco contradire, e non mai disputare, e mol-lissimo e tutti ascoltare, e non credere poiquasiché mai in nessuno; io tanto e tanto im-parava da quei ciarlieri la sublime arte deltacere.
Quel primo soggiorno, di sei e più mesiin Parigi, mi giovò, se non altro, alla salutemoltissimo. Prima del mezzo giugno si ripartìper la villa di Alsazia. Ma intanto stando inParigi avea verseggiato il Rruto Primo, e perun accidente assai comico mi era toccato dirimpasticciare tutta intera la Sofonisba. Lavolli leggere ad un Francese già mio cono-scente in Torino, dove aveva soggiornato de-gli anni ; persona intelligente di cose dram-matiche , e che più anni prima mi avea benconsigliato sul Filippo, quando glie lo avealetto in prosa francese, di trasporvi il consi-gliò dal quarto atto, dove era, nel terzo, dovepoi è rimasto, e dove nuoce assai meno aliaprogressione dell’ azione, di quel che dianzi
nuoceva nel quarto. Sicché leggendo io quellaSofonisba ad un giudice competente, mi im-medesimava in lui quanto io più poteva , perargomentare dal di lui contegno più che daidi lui detti, qual fosse il suo schietto parere.Egli mi stava ascoltando senza batter palpe-bra ; ma io, che altresì mi stava ascoltandoper due, incominciai da mezzo il second’ attoa sentirmi assalire da una certa freddezza, chetalmente mi andò crescendo nel terzo, cheio non lo potei pur finire ; e preso da un im-peto irresistibile la buttai sul fuoco, che sta-vamo al camminetlo noi due solissimi; e pareache quel fuoco mi fosse come un tacito invitoa quella severa e pronta giustizia. L’ amico,sorpreso di quell’inaspettata stranezza (stanteche io non avea neppur detto una parola finoa quel punto, che l’accennasse neppure), sibuttò colle mani su lo scartafaccio per estrarlodal fuoco : ma io già, colle molle che avearapidissimamente impugnate, inchiodai sì stiz-zosamente la povera Sofonisba fra i due o trepezzi che ardevano, che le convenne ardereanch’ essa ; nè abbandonai, da esperto carne-fice, le molle, se non se quando la vidi ben av-vampante e abbronzita andarsi sparpagliandosu per la gola del camminelto. Questo motofrenetico fu fratello carnale di quello di Ma-drid contro il povero Elia ; ma ne arrossiscoassai meno, e mi riuscì d’ un qualche utile.Mi confermai allora nell’ opinione eh’ io aveapiù volte concepita su quel soggetto di trage-dia; ch’egli era sgradito, traditore, apprcsen-tante alla prima un falso aspetto tragico, enon lo mantenendo poi saldo: e feci quasiproposito di non vi pensar altrimenti. Ma ipropositi d’ autore son come gli sdegni ma-terni. Mi ricadde due mesi dopo quell’ infeliceprosa della giustiziata Sofonisba fra mani ; erilettala, trovandovi pure qualche cosa di buo-no, la ripigliai a verseggiare, abbreviandolaassai, e tentando con io stile di supplire e ma-scherare le mende inerenti al soggetto. E ben-ché io sapessi, e sappia , eh’ ella non era nèsarebbe mai tragedia di prim’ ordine, non ebbicon tutto ciò il coraggio di porla da parte,perchè era il solo soggetto in cui si potes-sero opportunamente sviluppare gli alti sensidelle sublimi Cartagine e Roma. Onde di va-rie scene di quella debole tragedia, io mi pre-gio non poco.
Ma la totalità delle mie tragedie paren-