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VITA DI VITTORIO ALFIERI
principio del 92 ci tornammo ad abitare; edera bellissima e comodissima. Si sperava ognigiorno che verrebbe quello di un qualche si-stema di cose soffribile; ma più spesso ancorasi disperava che ornai sorgesse un tal giorno.In questo stato di titubazione, la mia Donnaed io ( come anche tutti quanti n’erano allorain Parigi ed in Francia, o ci aveano che farepe’loro interessi) andavamo strascinando iltempo. Io, fin da due anni e più innanzi, aveafatto venir di Roma tutti i miei libri lasciativinell’83, e da allora in poi gli aveva anchemolto accresciuti sì in Parigi, che in quest’ul-timo viaggio di Inghilterra e di Olanda. Ondeper questa parte poco mi mancava ad avereampiamente tutti i libri, che mi potessero es-ser utili o necessarj nella ristretta mia sferaletteraria. Onde tra i libri, e la cara compa-gna, nessuna consolazione domestica mi man-cava ; solamente mancavaci la speranza viva,e la verisimiglianza che ciò potesse durare.Questo pensiero mi sturbava da ogni occupa-zione, e mi tiravo innanzi per traduttore nelVirgilio e Terenzio, non polendo far altro.Frattanto, nè in quest’ ultimo, nè nell’ ante-riore mio soggiorno in Parigi, io non volli mainè trattare, nè conoscere pur di vista nessunodi quei tanti facitori di falsa libertà, per cuimi sentiva la più invincibile ripugnanza, e neaveva il più allo disprezzo. Quindi anche finoa questo punto in cui scrivo, da più di 14 anniche dura questa tragica farsa, io mi posso glo-riare di esser vergine di lingua, di orecchi ed’occhi perfino, non avendo mai nè visto, nèudito, nè parlato con qualunque di codestischiavi dominanti Francesi, nè con nessunodei loro schiavi serventi.
Nel marzo di quell’anno ricevei letteredi mia madre, che furon Tultime: ella vi espri-meva con caldo e cristiano affetto molta solle-citudine di vedermi, diceva « in paese dove» sono tanti torbidi, dove non è più libero» T esercizio della cattolica religione, e dove» lutti tremano sempre, ed aspettano continui» disordini e disgrazie. » Pur troppo ben di-ceva, e presto si avverò: ma quando mi avviaiverso l’Italia, la degnissima e veneranda ma-trona non esisteva più. Passò di questa vita ildì 23 aprile 1792, in età di anni settantacompiuti.
Erasi frattanto rotta la guerra coll’ impe-ratore, che poi divenne generale e funesta.
Venuto il giugno, in cui si tentò già di ab-battere interamente il nome del re, che altropiù non rimaneva; la congiura di quel gior-no 20 giugno essendo andata fallita, le cose sistrascinarono ancora malamente sino al famosodieci di agosto, in cui la cosa scoppiò comeognuno sa. Non sarà fuor di proposito qui ri-ferirne il ragguaglio, che ne scrissi all’ abatedi Caluso il 14 del mentovato agosto 1792.
Amico carissimo ,
Parigi , 14 agosto 1792.
É finalmente scoppiata la trama, che da tangotempo bolliva. Nella notte del giovedì ultimo, dal 9al 10 corrente, si cominciò a radunare in arme il sob-borgo S. Antonio, e quel di S. Marcello, e quinditutta la città con le stesse guardie nazionali in ordinecon insegne e cannoni. Tutto questo esercitaccio sitrovò al castello del re verso le quattro e le cinquedella mattina. Nel castello c’ era a difesa da sei insettecento Svizzeri, altrettante e più guardie nazio-nali, per lo più dubbie, e nell*interno del castello perle camere e sale circa trecento signori e amici del re.La difesa sarebbe stata possibile, se si fossero date di-sposizioni militari vere, se si fosse uscito a incontrarli,in vece di aspettarli rinchiusi nei cortili. Aggiungi chegli stessi cannonieri, che erano a guardia del castellomisti fra gli Svizzeri e guardie nazionali, erano tra-ditori; come si sapeva già in parte, e come s’è vistodopo. Con un altro re si sarebbe potuto morire conmemorabilissimo esempio generosamente : ma con unaltro re le cose non sarebbero mai giunte a tal segno.Questo re dunque non mancò d’ una certa serenitàrassegnata, che si direbbe coraggio in un martire, manon in chi dee morire prima di lasciarsi avvilire. Aspet-tando egli dunque di momento in momento T attacco,gli venne un messaggio dalla perfidissima Assemblea,e dall’ arciperfida Municipalità di Parigi, che dicendolinon esser possibile in un tal tumulto di assicurare lapersona sua, V invitavano lui e la famiglia reale a ri-eovrarsi per il giardino delle TuUlmies all’ Assemblea,che v’ è attenente ; e la comunicazione del castelloall’ Assemblea pel giardino era ancor libera. 11 redunque, che avea fatto vista di volersi lasciar difen-dere, e da’suoi nobili principalmente, nell’interno,tutto a un tratto cangiatosi, accettò l’invito; e imme-diatamente passò con la famiglia sua intera, e pochis-simi altri di corte nel seno dell’ Assemblea. Or oralo ritroveremo ancora là. Torniamo al castello. QuegliSvizzeri, veramente fedeli, quelle guardie nazionaliparte dubbie, parte contrarie, e tutte vili, quei poveritrecento pronti a morire ai piedi del re nell’ interno,tutti erano rimasti chiusi in gabbia, gli uni nei cortilianteriori, gli altri negli appartamenti ; stanlechè appenauscito il re con una scorta assai forte di nazionali, sitrovarono chiusi i cancelli tulli, che dal palazzo met-tono nel giardino. Qui è difficile di sapere se P esercitooffensivo fosse il primo a sparare, o se fossero gli Sviz-zeri. La probabilità è che i difendenti assai minorinumero, e ridotti a mal partito, non sieno stati iprimi. Comunque sia, cominciò il fuoco, e gli Svizzeri