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Tragedie e vita di Vittorio Alfieri : volume unico preceduto da un ragionamento storico-critico / del Prof. Silvestro Centofanti
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EPOCA QUARTA

Capitolo XXIII.

A poco a poco mi vo rimettendo allo studio. Finiscole traduzioni. Ricomincio a scrivere qualche cose-rella di mio. Trono casa piacentissima in Firen-ze, e mi do al recitare.

Appena giunto in Firenze, ancorché perquasi un anno non vi si potesse trovar casache ci convenisse, tuttavia in sentir di nuovoparlare quella sì bella, e a me sì preziosa lin-gua , il trovar gente qua e là che mi andavaparlando delle mie tragedie, il vederle qua e là(benché male), pure frequentemente recitate,mi ridestò qualche spirito letterario, che neidue ultimi decorsi anni mi si era presso chespento nel cuore. La prima coserella che mivenne ideata e fatta di mio ( dopo quasi treanni che non avea più composto nulla, fuor-ché qualche rime ) fu l’Apologia del re LuigiXVI, che scrissi nel decembre di quell’ anno.Successivamente poi, riprese caldamente le duetraduzioni, che sempre camminavano di fron-te, il Terenzio e F Eneide, nel seguente anno1793 le portai al fine, non però limate, nèperfette. Ma il Sallustio, che era stata quasiche la sola cosa a cui un pochino avessi at-teso nel viaggio d’Inghilterra e d’Olanda (ol-tre tutte le opere di Cicerone, che avea cal-damente lette e rilette) e che avea moltissimocorretto e limato, lo volli anche ricopiare in-tero in quell’ anno 93, e così mi credei aver-gli dato 1’ ultimo pulimento. Stesi anco unaprosa storico-satirica su gli affari di Francia,compendiatamenle , la quale poi, ritrovatomiun diluvio di composizioni poetiche, sonettied epigrammi su quelle risibili e dolorosevertenze, ed a tutti quei membri sparsi vo-lendo dar corpo e sussistenza, volli che quellaprosa servisse come di prefazione all’operache intitolerei il Misogallo; e verrebbe essa adare quasi ragione dell’ opera.

Ravviatomi così a poco a poco allo studio;ancorché forte spennacchiali nell’avere, sì lamia Donna che io, tuttavia rimanendoci purda campare decentemente, ed amandola iosempre più, e quanto più bersagliata dallasorte, tanto più riuscendomi ella una cosa ecarissima e sacra; il mio animo si andavaacquetando, e più ardente che mai 1’ amordel sapere mi ribolliva nella mente. Ma allo

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studio vero quale avrei voluto intraprendere,mi mancavano i libri, avendone salvati solicirca 150 volumi di piccole edizioncelle diclassici, che portai meco, e perduti tutti glialtri a Parigi, nè mai più pure richiestili achi che si fosse, se non se più per celia, cheseriamente una volta nel 95 pel mezzo d’ unmio conoscente italiano, che trattava degli af-fari in Parigi ; e gli mandai un epigramma ,in cui richiedeva i miei libri. Si trova P epi-gramma , e la risposta, e la ricevuta mia ul-tima in una lunga mia nota addossata in finedella prosa seconda del Misogallo. Quanto poialcomporre,benché io avessi il miopiano ideatoper almeno altre cinque tramelogedie , sorelledell’Abele, attese le passate ed anche presentiangustie dell’ animo, mi si era spento il bol-lore giovenile inventivo, la fantasia accasciata,e gli anni preziosi ultimi della gioventù spun-tati ed ottusi, direi, dalla stampa e dai guai,che per più di cinque anni mi avean sepoltol’animo, non me la sentivo più ; ed in fattidovei abbandonarne il pensiero, non mi tro-vando più il robusto furore necessario ad untal pazzo genere. Smessa dunque quell’ idea,che pur tanto mi era stata cara, mi volli ri-volgere alle salire, di cui fatto avea sol la pri-ma, che poi serve all’ altre di prologo: bastan-temente mi era andato esercitando in quest’artenegli squarci diversi del Misogallo, onde nondisperava di riuscirvi; e ne scrissi la seconda,ed in parte la terza ; ma non era ancora ab-bastanza raccolto in me stesso ; male allog-giato, senza libri, non avea quasi il cuore anulla.

, Questo mi fece entrare in un nuovo per-ditempo, quello del recitare. Trovati in Fi-renze alcuni giovani e una signora , che mo-stravano genio e capacità da ciò, s’imparò ilSaul, e si recitò in casa privata e senza pal-co, a ristrettissima udienza, con molto incon-tro , nella primavera del 93. In fine poi diquell’ anno, si ritrovò presso il ponte S. Tri-nità una casa graziosissima benché piccola ,posta al lung’ Arno di mezzogiorno, casa deiGianfigliazzi, dove tornammo in novembre ,e dove ancora mi trovo, e verisimilmente, senon mi saetta altrove la sorte, ci morrò. L’aria,la vista, ed il comodo di questa casa mi resti-tuì gran parte delle mie facoltà intellettuali ecreative, meno le tramelogedie, cui non mifu possibile mai d’ innalzarmi. Tuttavia , av-