IL MATTINO
iovin signore, o a te scenda per lungoDi magnanimi lombi ordine il sanguePurissimo celeste, o in le del sangueEmendino il difetto i compri onoriE le adunate in terra o in mar ricchezzeDal genitor frugale in pochi lustri,
Me precettor d’amabil rito ascolta.
Come ingannar questi nojosi e lentiGiorni di vita, cui sì lungo tedioE fastidio insoffribile accompagna,
Or io t* insegnerò. Quali al mattino,
Qual dopo il mezzodi, quali la seraEsser debban tue cure apprenderai,
Se in mezzo a gli ozj tuoi ozio ti restaPur di tender gli orecchi avversi miei.
Già l’are a Vener sacre e al giocatoreMercurio ne le Gallie e in AlbioneDevotamente hai visitate, e portiPur anco i segni del tuo zelo impressi :
Ora è tempo di posa. Invano MarteA se t’invita5 che ben folle è quegliChe a rischio de la vita onor si merca ,
E tu naturalmente il sangue ahborri.
Nè i mesti de la dea Pallade studiTi son meno odfrisi : avverso ad essiTi feron troppo i queruli ricintiOve l’arti migliori e le scienze,
Cangiate in mostri e in vane orride larve,Fan le capaci volte echeggiar sempreDi giovanili strida. Or primamenteOdi quali il mattino a te soaviCure debba guidar con facil mano.
Sorge il mattino in compagnia dell’albaInnanzi al sol, che di poi grande appareSu l’estremo orizzonte a render lietiGli animali e le piante e i campi e 1’ onde.Allora il buon villan sorge dal caroLetto cui la fedel sposa e i minoriSuoi figliuoletti intiepidir la notte ;
Poi, sul collo recando i sacri arnesiChe prima ritrovar Cerere e Pale,
Va col Lue lento innanzi al campo c scuoteLungo il picciol sentier da* curvi ramiIl rugiadoso umor che, quasi gemma,
I nascenti del sol raggi rifrange.
Allora sorge il fabbro e la sonanteOfficina riapre e all* opre tornaL’altro dì non perfette, o se di chiaveArdua e ferrati ingegni all’ inquietoRicco l’arche assecura, o se d’argentoE d’oro incider vuol giojelli e vasiPer ornamento a nuove spose o a mense.
Ma che ? tu inorridisci e mostri in capo,Qual istrice pungente, irti i capegli
Parini, Opere.
Ài suon di mie parole? Ah! non e questo,Signore, il tuo mattin. Tu col cadenteSol non sedesti a parca mensa, e al lumeDell’ incerto crepuscolo non gistiJori a corcarti in male agiate piume,
Come dannato e a far 1’ umile vulgo.
A voi, celeste prole , a voi, concilioDi semidei terreni, altro concesseGiove benigno : e con altr’ arti e leggiPer novo calle a me convien guidarvi.
Tu tra le veglie e le canore sceneE il patetico gioco oltre più assaiProducesti la notte ; e , stanco alfine ,
In aureo cocchio, col fragor di caldePrecipitose rote e il calpestioDi volanti corsier , lunge agitastiIl queto aere notturno, e le tenebreCon fiaccole superbe intorno apristi,
Siccome allor che il siculo terrenoDall’ uno all’ altro mar rimbombar feoPluto col carro, a cui splendeano innanziLe tede de le furie anguicrinite.
Così tornasti a la magion: ma quiviÀ novi studj ti attendea la mensaCui ricoprien pruriginosi cibiE licor lieti di francesi colliO d’ispani o di toschi o 1* ongareseBottiglia, a cui di verde edera BaccoConcedette corona e disse : «* SiediDe le mense rema. *» Alfine il SonnoTi sprimacciò le morbide coltriciDi propria mano, ove te accolto, il fidoServo calò le seriche cortine :
E a te soavemente i lumi chiuseIl gallo, che li suole aprire altrui.
Dritto è perciò che a te gli stanchi sensiNon sciolga da* papaveri tenaciMorfèo prima che già grande il giornoTenti di penetrar fra gli spiragliDe le dorate imposte, e la paretePingano a stento in alcun lato i raggiDel sol ch’eccelso a te pende sul capo.
Or qui principio le leggiadre cureDenno aver del tuo giorno; e quinci io debboSciorre il mio legoo e co* precetti mieiTe ad alte imprese ammaestrar cantando.
Già i valletti gentili udir lo squilloDel vicino metal cui da lontanoScosse tua man col propagato moto ,
E accorser pronti a spalancar gli oppostiSchermi a la luce , e rigidi osscrvaroChe con tua pena non osasse FeboEntrar diretto a saettarti i lumi.
Ergiti or tu alcun poco e sì ti appoggia
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