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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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Strìngerne ancora? E lasccrò pur ch’egliDi suoi unguenti impeci a me i miei dardiPerchè men velenosi e men crudeliScendano ai petti ? Or via perchè non togliA me da le mie man quest’arco e questeArmi da le mie spalle, e ignudo lasciQuasi rifiuto de gli dei Cupido ?

Oh il bel viver che fia qualor tu soloRegni in mio loco I Oh il bel vederti , lasso !Studiarti a tórre da le languid’ almeLa stanchezza e ’l fastidio, e spander geloDi foco in vece! Or, genitrice, intendi:Vaglio e vo* regnar solo. A tuo piacereTra noi parti 1* impero, ond’ io con tecoAbbia ornai pace, e in compagnia d’ImeneMe non trovin mai più le umane gemi. »

Qui tacque Amore e, minaccioso in atto,Parve all’ ldalia Dea chieder risposta.

Ella tenta placarlo, e pianti e preghiSparge, ma in vano; onde a’due figli vòltaCon questo dir pose al contender fine :

« Poiché nulla tra voi pace esser puote,

Si dividano i regni. E perchè l’unoSia dall’ altro germano ognor disgiunto ,

Sieno tra voi diversi e ’l tempo e l’opra.

Tu , che di strali altero a fren non cedi ,

L’alme ferisci e tutto il giorno impera :

E tu, che di fior placidi hai corona,

Le salme accoppia e coll’ ardente faceRegna la notte.»* Ora di qui, signore,

Venne il rito gentil che a* freddi sposiLe tenebre concede e de le sjKJseLe caste membra, e a voi , beata genteDi più nobile mondo, il cor di questeE il dominio del di largo destina.

Fors’anco un dì più liberal confineVostri diritti avran , se Amor più forteQualche provincia al suo germano usurpa :

Cosi giova sperar. Tu volgi intantoA’miei versi l’orecchio ed odi or qualeCura al mattin tu debbi aver di leiChe , spontanea o pregata , a te donossiPer tua dama quel dì lieto che a fidaCarta, non senza testimoni, furoA vicenda commessi i patti santiE le condizlon del caro nodo.

Già la dama gentil de’ cui bei lacciGodi avvinto sembrar le chiare luciCol novo giorno aperse ; e suo primieroPensier fu dove teco abbia piuttostoA vegliar questa sera, e consultonneContegnosa lo sposo, il qual pur dianziFu la mano a baciarle in stanza ammesso.

Or dunque è tempo che il più fido servoE il più accorto tra i tuoi mandi al palagioDi lei chiedendo se tranquilli sonniDormio la notte e se d’itnagin lieteLe fu Morfeo cortese. È ver che jeriSera tu 1’ ammirasti in viso tintaDì freschissime rose, e più che maiVivace e lieta uscio teco del cocchio,

E la vigile tua mano per vezzo

MATTINO.

Ricusò sorridendo allor che l’ampieScale salì del maritale albergo :

Ma ciò non basti ad acquetarti , e maiNon obliar sì giusti uffici. Ahi quantiGenj malvagi tra ’l notturno orroreGodono uscire cd empier di perigliLa placida quiete de’ mortali 1

Potria, tolgalo il cielo, il picciol caneCon latrati improvvisi i cari sogniTroncare a la tua dama, ond’ ella, scossaDa subito capriccio, a rannicchiarsiAstretta fosse , di sudor gelatoE la fronte baguando e il guancial molle.Anco potria colui che sì de’tristiCome de’ lieti sogni è genitoreCrearle in mente di diverse ideeIn un congiunte orribile chimera,

Onde agitata in ansioso affannoGridar tentasse e non però potesseAprire ai gridi tra le fauci il varco.

Sovente ancor ne la trascorsa seraLa perduta tra ’l gioco aurea moneta,

Non men che al cavalier, suole a la damaLunga vigilia cagionar ; taloraNobile invidia de la bella amicaVagheggiata da molti; e talor breveGelosia n’ è cagione. A questo aggiugniGl’ importuni mariti, i quali, in menteRavvolgendosi ancor le viete usanze,

Poi che cessero ad altri il giorno , quasiÀbbian fatto gran cosa, aman d’ImeneCon superstizlon serbare i drittiE dell’ ombre notturne esser tiranni,

Non senz’ affanno de le caste spose,

Ch’indi preveggon tra pochi anni il fioreDe la fresca beltade a sè rapirsi.

Or dunque, ammaestrato a quali e quantiMiseri casi espor soglia il notturnoOrror le dame, tu non esser lento,

Signore , a chieder de la tua novelle.

Mentre che il fido messagger si attende,Magnanimo signor, tu non staraiOzioso però. Nel dolce campoPur in questo momento il buon cultoreSuda e incallisce al vomere la mano,

Lieto che i suoi sudor ti fruttin poiDorati cocchi e peregrine mense ;

Ora per te l’industre artier sta fisoAllo scarpello , all’ asce , al subbio , all* ago ;Ed ora a tuo favor contende o vegliaIl ministro di Temi. Ecco te pureTe la toilette attende : ivi i bei pregiDe la natura accrescerai con 1* arte ;

Ond’ oggi, uscendo , del beante aspettoBeneficar potrai le genti e gratoRicompensar di sue fatiche il mondo.

Ma già tre volte e quattro il mio signoreVelocemente il gabinetto scorseCol crin disciolto e su gli òmeri sparso ,Quale a Cuma solea 1* orribil magaQuando agitata dal possente numeVaticinar s’udia. Così dal capo