IL MATTINO.
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Con quella tua Fanciulla agli Angli infesta (7)Clic il grande Enrico tuo vince d’assai,L’Enrico tuo, che non peranco abbatteL’itallan Goffredo, ardito scoglioContro a la Senna d’ ogni vanto altera.
Tu de la Francia onor , tu in mille scrìttiCelebrata Ninon (8) , novella Aspasia ,
Taide novella ai facili sapientiDe la gallica Atene, i tuoi precettiPur dona al mio signore 5 e a lui non menoPasci la nobil mente, o tu (9) eh’ a Italia,Poi che rapirle i tuoi 1 * oro e le gemme ,Invidiasti il fedo loto ancoraOnde macchiato è il Certaldese (io) e l’altroPer cui va sì famoso il pazzo Conte (II).
Questi, o signore , i tuoi studiati autoriFieno e mill* altri che guidaro in FranciaA novellar con le vezzose schiaveI bendati sultani , i regi persiE le peregrinanti arabe dame ;
O che con penna liberale ai caniRagion donaro e ai barbari sedili,
E dier feste e conviti e liete sceneAi polli ed a le gru (12) d’amor maestre.
Oh pascol degno d’anima sublimelOh chiara , oh nobil mente ! A te ben drittoE che si curvi riverente il vulgoE gli oracoli attenda. Or chi fia dunqueSì temerario che in suo cor ti beffiQualor, partendo da sì begli studi,
Del tuo paese l’ignoranza accusiE tenti aprir col tuo felice raggioLa gotica caligine che annosaSiede su gli occhi a le misere genti?
Cosi non mai ti venga estranea curaQuesti a troncar sì preziosi istantiIn cui, non meno de la docil chioma,
Coltivi ed orni il penetrante ingegno.
Non pertanto avverrà che tu sospendaQuindi a pochi momenti i cari studiE che ad altro ti volga. A te quest’ oraCondurrà il merciajuol che in patria or tornaPronto inventor di lusinghiere foleE liberal di forestieri nomiA merci che non mai varcaro i monti.
Tu a lui credi ogni detto : e chi vuoi che osiUnqua mentire ad un tuo pari in faccia?
Ei fia che venda, se a te piace , o cambiMille fregi e gioielli a cui la modaDi viver concedette un giorno interoTra le folte d* inezie illustri tasche.
Poi lieto se n’ andrà con l’una manoPesante di molt’ oro e, in cor giojendo,Spregerà le bestemmie imprecatriciE il gittato lavoro e i vani passiDel calzolar diserto e del drappiere ;
E dirà lor : Ben degna pena avete,
O troppo ancor religiosi serviDe la necessitade , antiqua e veroMadre e donna dell* arti , or nondimenoFatta cenciosa e vile. Al suo possenteAmabil vincitor v’ era assai meglio,
O miseri, ubbidire. Il Lusso, il LussoOggi sol puote dal ferace cornoVersar su Parti a lui vassalle applausiE non contesi inai prem) e dovizie.
L* ora fia questa ancor che a te conducaIl dilicato miniator di belle ,
Ch* è de la corte d’Amatunta e PafoStipendiato ministro , atto a gli affariSollecitar dell’ amorosa dea.
Impaziente or tu l’affretta e spronaPerchè a te porga il desiato avorioChe de le amate forme impresso ride ;
O che il pennel cortese ivi dispieghiL’alme sembianze del tuo viso, ond’abbiaTacito pasco allor che te non vedeLa pudica d’altrui sposa a tc cara ;
O che di lei medesrua al vivo esprimaL* imagin vaga} o, se ti piace, ancoraD’altra fiamma furtiva a te presentìCon più largo confin le amiche membra.
Ma poi che alfine a le tue luci espostoFia il ritratto gentil, tu cauto osservaSe bene il simulato al ver risponda ,
Vie più rigido assai se il tuo sembianteEsprimer denno i colorati puntiChe l’arte ivi dispose. Oh quante mendeScorger tu vi saprai 1 Or brune troppoA te parran le guance 5 or fia ch’eccedaMal frenata la bocca ; or qual couviensiAl camuso Etiope il naso fia.
Ti giovi ancora d’ accusar soventeIl dipintor che non atteggi industreL’agili membra e il dignitoso busto,
O che con poca legge a la tua imagoDia contorno o la posi o la panneggi.
E ver che tu del grande di Crotone (l 3 )Non conosci la scuola, e mai tua manoNon abbassossi a la volgar matita,
Che fu nell’altra età cara a* tuoi pari ,
Cui sconosciute ancora eran più dolciE più nobili cure a te serbate.
Ma che non puote quel d’ogni precettoGusto trionfator che all* ordin vostroIn vece di maestro il ciel concesse ,
Ed onde a voi coniò le altere menti,
Acciò che possan de’volgari ingegniOltre passar la paludosa nebbiaE, d’acre più puro abitatrici ,
Non fallibili scerre il vero e il bello?
Perciò qual più ti par loda, riprendi,
Non men fermo d* allor che a scranna siediRaffacì giudicando o l’altro egualeChe del gran nome suo l’Adige onora (l 4 )iE a le tavole ignote i noti nomiGrave comparti di color che primiFur tra* pittori. Ahi s’altri è sì procaceCh’ osi rider di te , costui paventiL* augusta maestà del tuo cospetto :
Si volga a la parete; e, mentr’ci cercaPor freno in van col morder de le labbraAllo scrosciar de le importune risaChe scoppian da’ precordj , violenta