22
IL VESPRO.
Sai vincere il clamor do la mia tromba. **Disse e in lei si mutò. Preso il ventaglio,Prese le tabacchiere, il cocchio asceseE là venne trottando ove de* grandiE il consesso più folto. In un momentoLo sbadigliar s’ arresta ; in un momentoTutti gli occhi e gli orecchi e tutti i labbriSi raccolgono in lei : cd ella al fine ,
E ansando e percotendosi con ambeLe mani le ginocchia, il fatto espoueE del fatto le origini riposte.
Riser le dame allor, pronte domaneA fortuna simil , se mai le vagheLor fantasie commoverà negatoDa i mariti compenso a un gioco avverso ,O in faccia a lor per deità maggioreNegligenza d’amante, o al can dilettoNata sùbita tosse: e rise ancoraLa tua dama con elle e in cor disposeDi teco visitar l’egra compagna.
Ite al pietoso ufficio, itene or dunque :Ma lungo consigliar duri tra voiPria che a la meta il vostro cocchio arrive.Se visitar» non già veder, 1*amicaForse a voi piace , tacita a le porteLa volubile rota il corso arresti :
E il giovanetto messagger, salendoPer le scale sublimi, a lei v’annunzi ,
Sì che voi non volenti ella non voglia.
Ma se vaghezza poi ambo vi prendeDi spiar chi sia seco e di turbarleL* anima un poco e ricercarle in voltoDe’suoi casi la serie, il cocchio alloraEntri , e improvviso ne rimbombi e fremaL’atrio superbo. Egual piacere inondaSempre il cor de le belle o che opportuneO giungano importune a le lor pari.
Già le fervide amiche ad incontrarseVolano impazienti; un petto all’altroGià premonsi abbracciando; alto le goteD’alterni baci risonar già fanno;
Già strette per le man co’ dotti fianchiAd un tempo amendue cadono a piomboSopra il sofà. Qui l’una un sottil mottoVibra al cor dell’ amica e a i casi alludeChe la fama narrò : quella repenteCon un altro l’assale. Una nel visoDi bell’ire s’infiamma: e l’altra i vaghiLabbri un poco si morde : e cresce in tantoE quinci ognor più violento e quindiIl trepido agitar de i duo ventagli.
Così » se mai al secol di TurpinoDi ferrate guerriere un paro illustreSi scontravan per via , ciascuna ambivaL’ altra provar quel che valesse in arme;
E dopo le accoglienze oneste e belleÀbbassavan lor lance e co’ cavalliUrtavansi feroci ; indi, infocateDi magnanima stizza , i gran tronconiGittavan via de lo spezzato cerroE correan con le destre a gli elsi enormi.Ma di lontan per l’alta selva fiera
Un messagger con clamoroso suonoVenir s’udiva galoppando e 1* unaRichiamare a re Carlo, o al campo l’ultraDel giovane Agramantc. Osa tu pureOsa, invitto garzone, il ciufio e i ricciSì ben finti stamane all’urto esporreDe*ventagli sdegnati; e, a nuove impreseLa tua bella invitando , i casi estremiDe la pericolosa ira sospendi.
O solenne a la patria , o all’orbe interoGiorno fausto e beato, al fin sorgestiDi non più visto in ciel roseo splendoreA sparger l’orizzonte I Ecco la sposaDi rami eccelsi l’inclil’alvo al fineSgravò di maschia desiata proleLa prima volta. Da le lucid’ aureFu il nobile vagito accolto a penaChe cento messi a precipizio usciròCon le gambe pesanti e lo spron duroStimolando i cavalli, e il gran convessoDell* etere sonoro alto ferendoDi scutiche e di corni : e qual si sparsePer le cittadi popolose e diedeA i famosi congiunti il lieto annunzio ;
E qual per monti a stento rampicandoTrovò le ròcche e le cadenti muraDe’prischi feudi ove la polve e l’ombraAbita e il gufo; e i rugginosi ferriSopra le rote mal sedenti al giornoDi novo espose e fe* scoppiarne il tuono ;
E i gioghi de’ vassalli e le valleeAmpie e le marche del gran caso empieo.Nè le muse devote, onde gran plausoVenne l’altr’anno a gl’imenei felici,
Già si tacquero al parto. Anzi, qual suoleLà su la notte dell’ ardente agostoTurba di grilli e più lontano ancoraInnumerabil popolo di raneSparger d’alto frastuono i prati e i laghi,Mentre cadon su lor fendendo il bujoLucide strisce e le paludi accendeFiamma improvvisa che lambisce e vola ;Tal sorsero i cantori a schiera a schiera,
E tal piovve su lor foco febeoChe di motti ventosi alta compagineFe’ dividere in righe o in simil suonoUscir pomposamente. Altri scoperseIn que’ vagiti Alcide, altri d’ItaliaIl soccorso promise, altri a BizanzioMinacciò lo sterminio. A tal clamoreNon ardi la mia musa unir sue voci,
Ma del parto divino al molle orecchioAppressò non veduta e molto in pocoStrinse dicendo : « Tu sarai simileAl tuo gran genitore. »».
Già di cocchi frequente il corso splende,E di mille che là volano roteRimbombano le vie. Fiero per novaScoperta biga il giovane leggiadroChe cesse al carpentier gli aviti campiLà si scorge tra i primi. All’ un de’ Iati