POESIE PIACEVOLI.
GS
Un popolo smarritoQuest’ era d’animai cari e giocondiChe da quel panno alloraTrasmigravano insieme a novi mondi :
E questo avanzo ancoraTeco io faceva , che quelle bestioleNe venien meco a crescer la lor prole.
Di stagno un catinuzzoPoi m' accostavi al mentoChe arnese non fu mai più di quel ghiotto.D’un pellegrino puzzoTutto spirava e di fuora e di drentoChe al naso facea motto.
Da un lato era un po’ rotto:
E di quivi nel mezzo al mio diletto
Scendea l’unto odoroso
Misto col ranno a profumarmi il petto.
Sfregia, per me non oso
Dell’altre lodi tue salir la strada:
Deh t porgimi la man per ch’io non cada.
A dir quasi m’impaccioCome, o gentil barbiere,
Tu m'impiastrasti di sapon la guancia.
Pria sfoderavi un braccio
Che avria quel d’Esaù fatto parere
Un nonnulla , una ciancia.
Di color verde e ranciaPoscia una spuma che pareva gnocchiPigliavi e a larga manoLe labbra m'infardavi e il naso e gli occhi.Ahi che piacer sovrano tQuasi , come a Ruggier, dicer mi toccaChe spesso i’ avea più d’un tuo dito in bocca.Le stagion rovesciareA te giè non piaceva,
Com’ usan certe frasche a questa etate ;
Anzi il verno agghiadareFacevane il tuo ranno, e ne cocevaQuand’egli era la stale.
Ma poi eh’ ambe impeciate
M’avei le guance, tu mi sciorinavi
Un cencio su una spalla
Ov’ era il pel di tutti e sette i savi :
Anzi parea una stalla,
Anzi un serraglio a i tanti ivi dispersiVerdi peli, sanguigni, oscuri e persi.
Oh che dolcezza quandoAlfin sopra il mio visoPigliavi a dimenare il tuo rasojo !
Solo a quel ripensando
Che tante volte ha me da me diviso,
Non so per eh’ io non muojo.
Sur un limbel di cuojo,
Prima di avvicinarsi a gli altrui menti ,
Quel ferro almo e gentile
Giva più volte a ripulirsi i denti :
Poscia in un atto umile,
Quasi fanciul che tema ha del pedante,Tremando s’ accostava al mio sembiante.
Or chi può dire in carteSi come a me la pelleSoavemente con le man stirassi?
E con che nobil arte
Di mezzo giorno a rimirar le stelle
Pel naso mi guidassi ?
Perchè il piacer durassi,
A lento passo ivi di loco in loco,
E con l’arme sospesa
Ad ogni pel tu ti fermavi un poco.
Ma al Un dell’alta impresaGiacean sul volto mio per tuo gran vantoLa sradicato un pel, qui rotto e infranto.Ma pazzo è da legarsiChiunque tenta il calleDi tue gran lodi e ci riesce male.
Chi a te puote uguagliarsiO in ispianar collina o in aprir valleSul viso ad un mortale?
Deh come al naturale,
Poi che parlar di guerra amavi molto,
Del campo o dell’ assedioLasciavimi la carta impressa in volto !
E come poi rimedio
Di carta straccia o ver di ragnateli
Ponevi al solco ond’eran svelti i peli!
Oimè , destino avaro iDeh perchè così presto,
Mio Sfregia, a viver col Burchiello andasti?
Quel tuo vlolin caro
Che tutto il vicinato tenea desto
Perchè non ne portasti ?
Tu non la indovinasti;
Chè se Pluton t* udiva o ProserpinaSonar si stranamente ,
Qui facevi la barba domattina :
E disperatamente
Oggi gridando non andrebbon ahi
Tutti i tuoi sconsolati bottegai.
Canzon, s’egli ancor vive,
Vanne e gli di’ che se ne muoja tosto ;Acciò che in vano io non t’abbia composto.
N OVELLA
IL LAURO.
Apollo passeggiò
Jer l’altro per la via;
E il suo lauro miròAppeso per insegna all’ osteria.
Allor lo dio canoroDiede affatto ne’lumi;
Stracciossi i capei d’ oro ;
E poi gridò così :
Oh secolo, oh costumi 1Chi fu quel mascalzoneChe por le mie coroneIn si vii loco ardi?
Deh perchè non è qui,
Ch’io il farei diventar Marsia o Pitone!Udì questa bravata il buon SilenoChe di dentro giocandoCu’suoi Fauni e trincando