Buch 
Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
Seite
68
JPEG-Download
 

POESIE PIACEVOLI.

GS

Un popolo smarritoQuest’ era d’animai cari e giocondiChe da quel panno alloraTrasmigravano insieme a novi mondi :

E questo avanzo ancoraTeco io faceva , che quelle bestioleNe venien meco a crescer la lor prole.

Di stagno un catinuzzoPoi m' accostavi al mentoChe arnese non fu mai più di quel ghiotto.D’un pellegrino puzzoTutto spirava e di fuora e di drentoChe al naso facea motto.

Da un lato era un po’ rotto:

E di quivi nel mezzo al mio diletto

Scendea l’unto odoroso

Misto col ranno a profumarmi il petto.

Sfregia, per me non oso

Dell’altre lodi tue salir la strada:

Deh t porgimi la man per ch’io non cada.

A dir quasi m’impaccioCome, o gentil barbiere,

Tu m'impiastrasti di sapon la guancia.

Pria sfoderavi un braccio

Che avria quel d’Esaù fatto parere

Un nonnulla , una ciancia.

Di color verde e ranciaPoscia una spuma che pareva gnocchiPigliavi e a larga manoLe labbra m'infardavi e il naso e gli occhi.Ahi che piacer sovrano tQuasi , come a Ruggier, dicer mi toccaChe spesso i’ avea più d’un tuo dito in bocca.Le stagion rovesciareA te giè non piaceva,

Com’ usan certe frasche a questa etate ;

Anzi il verno agghiadareFacevane il tuo ranno, e ne cocevaQuand’egli era la stale.

Ma poi eh’ ambe impeciate

M’avei le guance, tu mi sciorinavi

Un cencio su una spalla

Ov’ era il pel di tutti e sette i savi :

Anzi parea una stalla,

Anzi un serraglio a i tanti ivi dispersiVerdi peli, sanguigni, oscuri e persi.

Oh che dolcezza quandoAlfin sopra il mio visoPigliavi a dimenare il tuo rasojo !

Solo a quel ripensando

Che tante volte ha me da me diviso,

Non so per eh’ io non muojo.

Sur un limbel di cuojo,

Prima di avvicinarsi a gli altrui menti ,

Quel ferro almo e gentile

Giva più volte a ripulirsi i denti :

Poscia in un atto umile,

Quasi fanciul che tema ha del pedante,Tremando s’ accostava al mio sembiante.

Or chi può dire in carteSi come a me la pelleSoavemente con le man stirassi?

E con che nobil arte

Di mezzo giorno a rimirar le stelle

Pel naso mi guidassi ?

Perchè il piacer durassi,

A lento passo ivi di loco in loco,

E con l’arme sospesa

Ad ogni pel tu ti fermavi un poco.

Ma al Un dell’alta impresaGiacean sul volto mio per tuo gran vantoLa sradicato un pel, qui rotto e infranto.Ma pazzo è da legarsiChiunque tenta il calleDi tue gran lodi e ci riesce male.

Chi a te puote uguagliarsiO in ispianar collina o in aprir valleSul viso ad un mortale?

Deh come al naturale,

Poi che parlar di guerra amavi molto,

Del campo o dell’ assedioLasciavimi la carta impressa in volto !

E come poi rimedio

Di carta straccia o ver di ragnateli

Ponevi al solco ond’eran svelti i peli!

Oimè , destino avaro iDeh perchè così presto,

Mio Sfregia, a viver col Burchiello andasti?

Quel tuo vlolin caro

Che tutto il vicinato tenea desto

Perchè non ne portasti ?

Tu non la indovinasti;

Chè se Pluton t* udiva o ProserpinaSonar si stranamente ,

Qui facevi la barba domattina :

E disperatamente

Oggi gridando non andrebbon ahi

Tutti i tuoi sconsolati bottegai.

Canzon, s’egli ancor vive,

Vanne e gli di’ che se ne muoja tosto ;Acciò che in vano io non t’abbia composto.

N OVELLA

IL LAURO.

Apollo passeggiò

Jer l’altro per la via;

E il suo lauro miròAppeso per insegna all’ osteria.

Allor lo dio canoroDiede affatto ne’lumi;

Stracciossi i capei d’ oro ;

E poi gridò così :

Oh secolo, oh costumi 1Chi fu quel mascalzoneChe por le mie coroneIn si vii loco ardi?

Deh perchè non è qui,

Ch’io il farei diventar Marsia o Pitone!Udì questa bravata il buon SilenoChe di dentro giocandoCu’suoi Fauni e trincando