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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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DIALOGO.

Poe. Non vedete voi adunque che voi avete tut-tavia in corpo l’aria di là sopra; eh* e’ non ci fuverso eh* essa ne potesse uscire , tanto voi eravateI>en chiuso da ogni banda?

Nob. E cotesto che ci fa egli?

Poe. Egli ci fa assai: conciossiachè l’aria pienadi verità di quaggiù non vi può entrare e per con-seguente non ne può uscire colle parole; laddovein me è seguito tutto il contrario. Io fui abbando-nato alla discrezione del caso quand’io mi morii :e que* ladri de’ l>ecchini non m’ebbero punto di ri-spetto , conciofossechè io non fossi un cadavere,Eccellenza. Anzi, levatimi alcuni cenci ov* io erainvolto, quaggiù mi gittarono così gnudo com’ ioera nato. Voi v’avvedete ora che l’aria di colassù)>en tosto si fu dileguata da* miei polmoni, e chein quel cambio ci scese quest’aria veritiera di que-sto luogo ov’ ora insieme abitiamo , e staracci fin-che qualche topo non m’abbia tanto bucato i pol-moni eh* essa non ci possa più capire.

Nob. Bestia 1 tu vuoi dunque conchiuder da ciòche tu solo dici ’l vero quaggiù e eh’ io dico labugia.

Poe. lo non dico già questo, io. Voi ben sapeteche quando altri è ben persuaso che ciò ch’ei dicesia vero, non si può già dire ch’egli faccia bugia,sebbene egli dica il falso , non avendo egli animod’ingannare altrui, comecliè egli per un cattivo ra-ziocinio inganni sè medesimo.

Nob. Mariuolo, tu fai bene a cercare di sgabel-lartene : ben sai che cosa importi il dare una men-tita in sul viso a un mio pari. Ma via, poiché quinessuno ci vede, nè restaci altro che fare infino atanto che questi vermi abbian finito di rosicarci, iovoglio pur darti retta. Di’ pure, in che cosa m’in-ganno io ? Egli sarà però la prima volta che untuo pari abbia ardito di dirmi ch’io m’ingannassi.

Poe. Signore, fatemi la cortesia di rispondere voiprima a me. Per qual ragione non volevate voidianzi ch’io vi stessi vicino?

JSob. JVon tei diss’io già? Perchè ciò non si con-veniva ad un par tuo.

Poe. E che? vi pungevo io forse, v’assordavo io,vi mnndav* io qualche tristo odore alle narici, vidava io infine qualche disagio alla persona ?

-AoA. Benché cotesto fosse potuto essere per av-ventura, non è però per questo ch’io sonimene do-luto, ma solamente perchè ciò non si conveniva.

Poe. Or perchè non si conveniva egli ciò ? Forseche non può l’uomo star vicino aH’aUr’ uomo quan-do egli no’l punga, non l’assordi, non gli mandiIrist’ odore alle narici e finalmente non gli rechiverun disagio alla persona?

Nob. Sì certo ch’egli’l può; ma quaudo l’altrosìa suo pari.

Poe. E quand’ egli no ’l sia ?

Nob. Colui eh*è inferiore è tenuto d’usar ri-spetto all’altro che gli è superiore: e il non osareaccostarsi è seguo di rispetto; laddove il contrarioe indizio di troppa familiarità, come dianzi ti ac-cennai.

Poe. Voi non potreste pensar di meglio: ma

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ditemi, se il cielo vi faccia salvo, chi di coi duegiudicate voi che sia tenuto a rispettar l’altro?

Nob. No *1 vedi tu da tc medesimo, balordo ?Tu dèi rispettar me.

Poe. Voi volete dire adunque che voi siete miosuperiore.

Nob. Sì certo.

Poe. E per qual ragione il siete voi ? Sareste voiper avventura il re?

Nob. Sogni tu o impazzi ? Or non mi conoscitu adesso, o non mi conoscevi pochi dì fa quandonoi eravamo tra’ vivi ? Che vai tu ora dunque far-neticando ch’io mi sia il re?

Poe. Se voi non siete il re, non può fare chevoi non siate almanco un suo ministro deputato algoverno del popolo e all’amministrazione della giu-stizia.

Nob. No, dicoti ch’io non ebbi mai bisogno dioccuparmi in si fatte cose a’miei dì.

Poe. Egli è adunque forza che voi siate uno de’suoi sergenti o bargelli per esso lui destinati a rap-presentare la sua autorità e ad eseguire le sue in-tenzioni.

Nob. Tu m’hai ben viso da bargello tu, anzi dal>oja, manigoldo, che ti pigli tanta sicurtà meco.

Poe. Voi sarete adunque qualche Morgante oqualche Briareo dotato dalla natura d’una straordi-naria robustezza delie membra.

iVoò. Oh! tu m’hai ristucco oggimai, improntoseccatore tu che se*. Vanne a’villani, e quivi tro-verai cotesta triviale robustezza delle membra chetu di’. A’miei pari si conviene troppo più gracilee dilicata complessione che t^ non pensi.

Poe. Avete voi forse delle grandi ricchezze e de*gran danari alla vostra disposizione?

Nob. Di ciò ben io ne aveva, ma io ne ho gio-cato e mangiato una gran parte; e il resto me losono speso in abiti, in cocchi, in villeggiature, iuservi e in mille altre cose finalmente che sono ne-cessarie a’pari miei. Non è senza ragione ch’io mison morto fallilo, come tu sai, e non ho lasciatoa’mici figliuoli altro che i fcdecommessi, co’quali sifaccìan lieffe de’ creditori. Ad ogni modo io mi sa-rei trovato nudo d’ogni cosa sì tosto eh’ io fossiarrivato quaggiù, se io non avessi avuto la sagacitàdi spogliarmene innanzi tratto. Ma dove andrannoegli però a battere le taute domande che tu mi vaifacendo ?

Poe. Se voi non siete nè il re nè suo ministronè suo bargello nè fornito dalla natura di straor-dinaria valentia del corpo nè di grandi ricchezzedalla fortuna, in che vi tenete voi per mio supc-riore e perchè pretendete voi ch’io v’usi rispetto?

Nob. Perchè io son nobile, dove tu sei plebeo.

Poe. E che diarine d’animale è egli mai cotestonobile ? o porche dobbiamo noi essere obbligati arispettarlo ?

Nob. Perchè egli ha avuto una nascita diversadalla tua.

Poe. Oh poffare ! Voi mi fareste strabiliare. Afteche voi mi pigliaste ora per nu bambolo da con-targli le fole della fata e dell’orco. Non son io forse