DEI.LE BELLE LETTERE.
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quelle cognizioni che il possono meglio condurre aperfezionar se medesimo ed a supplire più sicura-mente ai bisogni della sua natura. Può inoltre esserconsiderato relativamente alla particolare ««istitu-zione dello stato, del luogo e simili in cui ciascunindividuo si trova ; e perciò eziandio quelle parti-colari cognizioni gli abbisognano che nelle date cir-costanze possono meglio contribuire al vantaggiodi lui.
Ora, volendo noi risguardar noi stessi come uo-mini e come posti nelle nostre circostanze di patria,di costumi e simili, ci sono alcune fra le varielingue che ci dee più premer d’imparare. Consi-deriamo da quali popoli sieno a noi derivate lenostre leggi, gran parte de’nostri costumi, le nostrescienze, le nostre arti, le nostre opinioni, da qualipopoli ci sieno stati lasciati e ci vengano più insi-gni documenti ed esempi di morale, di politica, difilosofìa, di buongusto, con quali popoli abbiamo oraaffari più comuni, più vicine relazioni di commer-cio , di trattati, di studj, di peregrinazioni; e cigara facile indovinare quali sieno quelle lingue, siafra le viventi, sia fra le morte, che non si dovreb-be trascurar d* apprendere dalla gioventù.
Ma fra queste lingue avvene una che ci è asso-lutamente necessaria e lo studio della quale si debbedi sua natura preporre a quello d’ognaltra. Questac la lingua in cui gli uomini della nostra nazioneche hanno cultura di lettere e di costumi usanodi favellare e di scrivere, quella in cui il popolostesso affetta di parlare , massimamente ne’ discorsiche richieggono preparamento e nelle cose che daesso pure si scrivono ; quella per fine che chiamasio toscana dal paese ond’essa trae la sua origine edal quale si è poi largamente propagata, o italianadal complesso de’ popoli italiani che sonosi a pocoa poco tacitamente accordati di valersene. Di tuttele altre lingue noi ci abbiamo a servire , secondoquello che poco sopra si è detto , come di mezzionde acquistar più cognizioni di cose. Ma questaci è necessaria per comunicar le cognizioni che so-uosi per noi acquistate a coloro nel mezzo de'qualinoi dobbiamo e vivere e conversare, co’quali ab-biamo più stretti legami e più prossime corrispon-denze d’affari e da’quali noi aspettiamo più imme-diata approvazione ed onore.
Giova assaissimo a conoscer l’indole e la naturad’uoa lingua e per conseguenza a far buono e si-curo uso di quella il sapere in qual modo , perquali accidenti e da quali altre lingue siasi forma-ta. Ma tanti sono gli scrittori che hanno abbonde-volmente e con molta erudizione trattato dell' ori-gine della nostra che sarebbe per noi superfluo ilfermarci troppo a lungo su questo proposito. Cibasterà pertanto di toccarne solamente le cose piùgenerali che servono a dare una sufficiente idea diquanto si appartiene alla erudizione ed alla etimo-logia.
Capo 111.
Dell* origine della lingua italiana.
tempo che cadde la repubblica romana eracomune all’ Italia la lingua latina , quella che gliimperiosi cittadini di Roma, domatori di quasi tuttala terra anticamente conosciuta, affettavano di tras-ferir e dal Lazio dietro alla fortuna delle loro armie di trapiantare nelle debellate provincie , serven-dosi delle leggi e della forza , non contenti di ciòche avrebbe naturalmente operato il calamitoso com-mercio de’popoli guerreggianti. Ma dopo il princi-pio del romano imperio cominciò ad alterarsi no-tabilmente la lingua latina e a dicadere da quel-1* antica purità e da quello splendore in cui anchein tempo di Augusto, maneggiata da esimj scrittori,sembrava che sola meritasse d’esser la lingua deivincitori del mondo. Non solo entravauo di già afar corpo nella favella dominante molte manieredel dire dissonanti e barbare, ma la stessa compo-sizione delle voci e delle frasi nel discorso cambia-va sensibilmente d’indole e di forma. Inoltre lagramatica e lo stile di quasi tutti gli scrittori nonsolo smarriva quel fiore di urbana eleganza e no-biltà, ma andava ogni giorno più divenendo irrego-lare e capriccioso.
Se ciò accadeva negli scrittori, ben è facile difigurarsi quello che seguiva nel popolo, il qualeordinariamente è sospinto a favellare dall’urgenzadel bisogno presente , che spazio non gli lascia diavvertire e di scegliere. Aggiungasi, che negli stessitempi migliori della lingua il popolo romano par-lava un latino notabilmente diverso da quello chele persone nobili 0 letterate erao use di parlare;talmente che eraDo instituite in Roma pubblichescuole nelle quali il patrio sermone insegnavasi allagioventù.
Di questi cambiamenti, che collo scadere dell’im-perio andarono vieppiù crescendo nella latina lin-gua, diverse furono le cagioni. La prima di tuttesi è, che col cadere della romana libertà tutte percosì dire le muse rimasero sbigottite. L’esattezza,l'eleganza, la grandezza, la forza, la gloria deglioratori tutte si spensero in uno colla libertà deldire nelle pubbliche cause ; la quale siccome era ilmaggior fomite che dar si potesse allo entusiasmodell’ eloquenza, così più d'ognaltra cosa dovevaesser frenata dalla tirannia, che si andava semprepiù stabilendo. Tolta così o scemata la nobile fran-chezza degli oratori, ecco spegnersi il calor dellegare, ecco perciò trascurarsi la vera magnificenzadel dire e le naturali pompe dell’elocuzione e dellostile; ecco finalmente tra i Romani, che dianzi ave-vano ne'pubblici arringhi il modello e la normadel bel parlare, nascer l’indifferenza per lo studioe per la gloria del nativo idioma. Restavano i poetieccellenti, unica tavola a cui potesse attenersi lanaufragante latina eloquenza; ma questi pure, man-cate quelle anime ambiziose ma grandi di Cesare,di Augusto, di Mecenate e di altri simili a loro,questi pure si perdettero insieme ai lor protettori.