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Opere di Giuseppe Parini / [Giuseppe Parini]
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^46 de' principj

viene la terza regola, che gli scrittori fiorentini deb-bono essere i nostri principali maestri nel fatto dellalingua. Se ciò non si facesse, ne seguirebbe un gra-vissimo assurdo; ed è, che, usandosi nelle diverseprovincie toscane e vocaboli e modi diversi per si-gnificare la stessa cosa , chi usurpasse quelli indif-ferentemente dalluna e dallaltra, verrebbe a com-porre una lingua di molte, non sarebbe generalmenteinteso , renderebbe eterogenea la lingua fondamen-tale e contÀbuirebbe più presto alla corruzione diquella. Ciò sentirono i medesimi Toscani , i qualiscrivendo audarono di mano in mano conforman-do aFiorentini , e per questo modo anch essi al-1* unità della favella nella quale per comodo gene-rale convenne poscia tutta lItalia.

Ma fra gli stessi scrittori fiorentini ce ne ha diquelli che scrissero nella lingua che ora chiamiamonobile e comune , ed altri che scrìssero in quelladel popolo o presso che simile ; e noi ne abbiamoproposto cosi degli uni come degli altri. Posiamodunque la quarta regola, fondata su le cose avver-tite di sopra, cioè che nello studio e nelluso dellalingua si hanno ad imitare scrìvendo que'soli chehanno scritto regolarmente e nobilmente, non aven-do noi proposti gli altri se non perchè da essi pos-siamo noi Lombardi apprendere i termini specialidelle arti , demestieri e daltre cose somiglianti ,che noi non troveremmo agevolmente in grancopia presso gli storici , gli oratori , i poeti e talialtri scrittori ; i quali termini , per serbar la con-formità e 1 unità della lingua , fa d uopo pigliareassolutamente daFiorcnlini.

Tutta volta questi Fiorentini e questi Toscani nonavranno forse scritto o non iscriveranno in ognitempo in quella lingua nobile e regolata nella qualeprima di noi son concorsi tutti gli scrittori più ec-cellenti dellItalia. In questo caso sia dunque laquinta regola , cioè : nel fatto della lingua si stu-dino e simitino gli scrittori toscani di quel temponel quale essi hanno usato più gentilmente , piùpuramente e più regolatamente la loro lingua.

Ma si suol dire che le lingue vìventi sono sog-gette a mutazione e che 1 uso è il supremo mo-deratore di quelle e che perciò conviene oggi adat-tarsi alluso corrente, vale a dire di scrivere e par-lare in quel modo che oggi si usa. Tuttavia fa dimestieri esaminar questa proposizione. Ricordiamociprima che cosa abbiam detto che sia una linguavivente. Lìngua vivente dicemmo chiamarsi quellache viene attualmente e naturalmente parlata dauna nazione c della quale attualmente si servonoscrivendo gii autori della nazione medesima. Inquesto senso non vi ha dubbio che una lingua vi-vente è soggetta a cambiamento e che chiunquevuole scrivere in essa dee seguir quella sorte chela lingua va per tante occulte e palesi combinazioniincontrando nelle bocche di chi la parla, se si vuoleesser inteso e non dispiacere.

Ora veggiamo che cosa intendasi per quella lin-gua che noi chiamiamo comune e nobile italiana.Questa, come vedemmo più sopra, fu già nella suaorigine il dialetto particolare dun popolo illustre

PARTICOLARI

dell Italia ; il qual dialetto passato per le mani dialcuni eccellenti scrittori di quel popolo stesso , fuda essi purgato , regolato , ingentilito, accresciuto ,di modo che divenne quasi un secondo linguaggioinnestato sul primo più rozzo ed irregolare. Qualefu la sorte di questo linguaggio formato su la basedel primo da queprimi eccellenti scrittori? Noivedemmo pure che esso piacque fin dal suo primonascere a molti uomini delle diverse provinole del-lItalia , nelle quali parlavansi allora e tuttora siparlano diversi dialetti. Vedemmo in oltre che col-1 andar del tempo ebbe esso la fortuna di essereabbracciato da tutti i popoli dell* Italia e introdottoe adoperato di mano in mano da essi neloro stu-diati parlamenti, nelle scritture e ne* libri. Vedem-mo che gran numero dautori classici ed illustri, fiorentini toscani, dettarono in questa linguaopere )>eilissime dogni genere; questi rarrìcchironodi molto e di voci e di forme del dire giudiziosa-mente inventate o derivale secondo le buone regoledellanalogia; questi insieme agli eccellenti scrittoritoscani aumentarono e stabilirono in quella la ra-dicale diversità della elocuzione che conviene adi-versi stili; diedero forma e consistenza a quellaparte della dizione che serve a formare ciò chechiamasi linguaggio poetico, per il quale la lìnguaitaliana si distingue cosi notabilmente dalle altrelingue moderne e si agguaglia colle antiche grecae latina. Questi finalmente coToscani medesimiconcorsero a fissarne i principj e le regole , consi-derando lindole, la natura e 1uso di essa lingua ;sicché, per tutte queste cose, e le opere debuoniautori toscani e quelle degli altri buoni autori ita-liani furono poi reputale dalluna parte e dallaltracome dettate indistintamente io una stessa linguacomune.

La lingua nobile comune italiana adunque è sa-lita a quella perfezione alla quale, secondo il corsoche sogliono fare le lingue tra le nazioni colte, pareche potesse salire : essa è giunta assai prima doraa quel punto di consistenza dal quale slontanando-si, secondo losservazione delle cose passate, si suoldire che le lingue si corrompono. Essa è depostaadunque per tutta la sua forma e per la massimaparte della materia nel complesso delle buone scrit-ture: essa adunque nella sua essenza non dependepiù punto dallarbitrio del popolo: ella è fissa, ellaè per questa parte della uatura di quelle che chia-mansi morte : in questo solo è da esse differenteche quelle non possono più oltre essere accresciute quel che sono, perchè i popoli che le parlavanosono spenti sono più capaci di nuove ideeper conseguenza possono trovare, derivare, adottarenuovi vocaboli onde significarle ; laddove noi nellanostra, essendo noi vivi, possiamo, o per necessitao per convenienza, di nuovi vocaboli, di nuove for-me arricchirla ragionevolmente , senza pericolo dicorromperla. In conseguenza di questo raziocinio sistabilisca adunque la sesta ed ultima regola, che abene e ragionevolmente scrivere nella lingua nobilecomune italiana non si dee declinare dalluso generalec costante degli eccellenti e classici scrittori italiani.