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Pag. 8 J col. 2 , V. 2.
Mirabilmente. Or qual più resta ornaiOnde colmar lue tasche inclito ingombro?
Ecco a molti colori oro distinto,
Ecco nobil testuggine su cuiVoluttuose immagini lo sguardoInvitan de gli eroi. Copia squisitaDi fumido rapè quivi è serbataE di Spagna oleoso , onde lontana,
Pur come suol fastidioso insetto ,
Da te fugga la noja. Ecco che smagliaCupido a le di circondar le ditaVivo splendor di preziose anella.
Ami la pietra ove si stanno ignudeSculte le Grazie e che il Giudeo ti feceCreder opra d* Argivi allor eh’ei chieseTanto tesoro e d’erudito il nomeTi comparti prostrandosi a’ tuoi piedi ?
Yuoi tu i lieti rubini ? O più t’aggradaSceglier quest* oggi l’indico adamanteLa dove il lusso incantala costrinseLa fatica e il sudor di cento buoiChe pria vagando per le tue campagneFacean sotto a i lor piè nascere i beni ?
Prendi o tutti o qual vuoi; ma l’aureo cerchioChe sculto intorno è d’amorosi moltiOgnor teco si vegga , e il minor ditoPremati alquanto e sovvenir ti facciaDell’ altrui fida sposa a cui se* caro.
Vengane al fin degli orìoi gemmatiVenga il duplice pondo; e a te dell’oroChe all’alte imprese dispensar convieneFaccia rigida prova : oimè che vagoArsenal minutissimo di cose (i)
Ciondola quindi, e ripercosso insieme
Molce con soavissimo tintinno 1
Ma v* hai tu il meglio ? Ahi si, che i miei precetti
Sagace prevenisti. Ecco risplende
Chiuso in breve cristallo il dolce pegno
Di fortunato amor: lungi, o profani.
Che a voi tant’oltre penetrar non lice.
Compiuto è il gran lavoro ecc. (v. 12 della stes-sa pag. e col.)
Pag. 8 , col. 2 , v. 26. Dopo il verso Portar deecure il variar dei giorni s* incontrano tanticambiamenti e traslazioni ne J testi a pennadell J autore che si crede necessario il dar tuttoinfero il seguente squarcio:
Tu dolce intanto prenderai sollazzoAd agitar fra le tranquille ditaDell’ orrolo i ciondoli vezzosi.
Signore, al ciel non è cosa più caraDi tua salute; e troppo a noi mortaliE il viver de* tuoi pari util tesoro.
Dopo è talor che da gli egregi affanniT’allevii alquanto e con pietosa manoIl teso per gran tempo arco Tallente.
Tu duuque allor die placida mattina
(l) Alcuni di questi versi trovansi anche nel te-sto originale.
Vestita riderò d’uu bel serenoEsci pedestre e le abbattute membraAll’aura salutar snoda e rinfranca.
Di nobil cuojo a te la gamba calziPurpureo stivaletto, onde giammaiNon profanin tuo piè la polve e il limoChe l’uom calpesta. A te s’avvolga intornoVeste leggiadra che sul fianco scioltaSventoli andando e le formose braccia .
Stringa in maniche anguste a cui vermiglioO cilestro ermesino orui gli estremi.
Del bel color che 1 * clitropio tigne
O pur d’orientai candido bisso
Voluminosa benda indi a te fasci
La snella gola. E il crin . . . Ma il crin, signore,
Forma non abbia ancor da la man dotta
Dell’ artefice suo ; che troppo fora,
Ahi troppo grave error lasciar tant’opraDe le licenziose aure iu balia.
Nè senz’ arte però vada negletto
Su gli òmeri a cader ; ma, o che natura
A te il nodrisca, o che da ignote fronti
Il più famoso parruccbier lo involi
E lo adatti al tuo capo , in sul tuo capo
Ripiegato l’afferri e lo sospenda
Con testugginei denti il pettin curvo.
Ampio cappello alfin che il disco agguagliDel gran lume febeo tutto ti copraE a lo sguardo profan tuo uume asconda.
Poi che così le belle membra ornateCon artificj negligenti avrai ,
Esci soletto a respirar talora1 mattutini fiati: e lieve cannaBrandendo con la nian , quasi balenoLe vie trascorri, e premi ed urta il vulgoCbe s’oppone al tuo corso. In altra guisaFora colpa l’uscir; però che andridnoMal dal vulgo distinti i primi eroi.
Tal giorno ancora, o d’ogni giorno forseFien qualch’ore serbate al molle ferroChe i peli a te rigermoglianti a penaD’in su la guancia miete ; e par che iovidiiCh’ altri fuor clic sè solo indaghi o scopraUnque il tuo sesso. Arroge a questo il giornoChe di lavacro universal couvientiTerger le vaghe membra. E ver che alloraD’ esser mortai dubiterai; ma innalzaTu allor la mente a i grandi aviti onoriChe fino a te per secoli cotantiMisti scesero al chiaro altero sangue.
E il pensicr ubbioso a par di nebbiaPer lo vasto vedrai aere smarrirsiÀi raggi de la gloria onde t’investi;
E di te pago sorgerai qual priaGran semideo cbe a sè solo somiglia.
Fama è così che il dì quinto le fateLoro salma immortai vedean coprirsiGià d’ orribili scaglie e in feda serpeVolta strisciar sul suolo , a sè facendoDe le inarcate spire impelo e forza.
Ma il primo sol le rivedea più belleFar beati gli amanti e a un volger d’occhi