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E par nel corso divorar la terra.
Dove sente rumor di spade infrante ,
Colà t dice tra se^ ferve la guerra ;
E de' duci gli sembra udir te vociE gli ululati df guerrier feroci.
A queste ottave sarà difficile ne-gar, a prima vista, il titolo di bel-le, almeno fra quelle del secolopassato ; e il Cesarotti nella notai 4 del 6 canto dell’ Iliade le chia-mò felicissima imitazione. Purenon pochi dilfetti vi scorge qua-lunque per poco esercitato critico,ma sovrattutto un dilavamento del-1 ’ incomparabile concisione del te-sto. Il quale dice cosi. « Hai tu>> dato la forza al cavallo? hai tu» adorna di fremito la sua gola?i> lo spaventerai tu come una lo-35 custa ? Terribile è il suo nitri-si re: raspa nella valle, gioisce di33 sua forza, esce incontro alle ar-33 mi : sprezza la paura, nò si sgo-33 menta o volge dalle spade. Il tur-si casso e la folgorante lancia e loli strale gli tintinniscono sul dos-si so. D’impazienza par che di-si vori la terra, e non può crede-i! re che sia il suono della trom-3 i ba. Come appena la tromba ha33 squillato, egli dice aha ! aha ! dasi lungi fiuta la battaglia, lo schia-3 i mazzo de’ capitani e le grida ii.Dicasi dunque pure che il Ilezza-no non ha finitezza di lingua, nonrobustezza di colori; ma dicasi an-cora che è iperbole francese quelladel Mattei , che nella Dissertazio-ne 24 asserisce esser la sua tradu-zione cento volte più lunga del-1 ’ originale , e dissimile da questoquanto da Ovidio 1 ’ Anguillara.
Avea pure stampate alcune ora-zioni latine, poi dodici cantici sa-cri ( 1772 ) in latino ed in terzineitaliane, e nel 1776 ne aggiunsealtrettanti senza vena, ma pieni direligioso sentimento. Appena fi-nito il Giobbe, diede opera ad unaltro lavoro di lunga lena; il Trion-fo della Chiesa. Bizzarro concettodavvero. L’opera dovea esser com-
presa in sei volumi, ciascuno deiquali contenesse tre canti, ed ognicanto un secolo della storia eccle-siastica. Quattro volumi trasse afine in isciolti, tre de’ quali sonostampati: e se nel primo s’incon-tra qui e qua alcun buon verso, equalche immagine che Milton eKlopstok non sdegnerebbero, nelprocesso casca interamente e dànel gonfio ed in fantasie strampa-late da disgradar il Marini. Massipure ms. una sua tragedia Agar,senza intreccio ; senza verità dicostumi, senza affetto.
Ma da ogni cosa sua appare co-ni’ egli intendesse il vero uffiziodella poesia : e se non gli bastava-no le ale a reggersi al volo, affissa-vasi però alla meta vera il miglio-ramento dell’ umanità per mezzodell’ esaltazione delle imprese il-lustri, e dell’ adorazione della di-vinità. Pure nel mentre i fatuicantori delle Amarillidi e de’ Ba-billi si tributavano un 1’ altro in-censi , e trovavano rwecenati , ilpovero Rezzano stentava là vita.Prima lo protesse a Roma il Car-dinal Colonna, poi per la morte diquesto , rimasto senzn appoggio ,tornò a Como ov’ebbe un meschi-no canonicato, il cui ritratto ren-devasi ancora più insufficiente per1 ’ assoluta inettitudine del Rezza-no a badar a cose domestiche. Ag-gravato di debiti, col peso di unamadre e di un fratello, invano cer-cava qualche protettore col dedi-care a diversi ogni volume delleopere sue; era assai se da loro trae-va tanto da pagarne la stampa. Sonpresso di me diverse sue lettere ,ove si raccomanda a questo e quel-lo, e non come la più abietta, macome la più breve trascrivo que-sta da lui diretta al Conte Anton-gioseffo Rezzonico a Parma , colcui mezzo aveva ottenuto di dedi-care a quel Duca un tomo del suopoema.