preminenza fra Orazio e Giove-nale , ciascuno dei quali per di'versa via giunse' alla perfezione ,fu agitata in Italia ed in Francia,uè altro frutto può raccogliersi daqueste deputazioni se non che lastoria dei costumi è la miglioreinterprete di quella delle lettere.Fra gl’ Italiani tentarono non po-chi di rendere immagine nei loroscritti dell’impeto di Giovenale:ma a quasi tutti mancò o la mate-ria o lo stile, se ne trai 1’ Alighie-ri, di cui, quando è satirico , me-ritamente può dirsi:
Questo tuo grido farà come vento
Che le più alte torri più percuote.
Il Menzini, per tacere degli altriche misero il piede nell’ orme diGiovenale, sortì dalla natura in-dole così forte, che non restò domadalla portentosa viltà del secolonel quale egli scrisse: pur non sa-pendo deporre gli spiriti plebeiche gli vennero dalla fortuna, tra-scorse non di rado in concetti emodi triviali. Non ebbe inoltrequella pompa di stile, quella co-pia di sentenze, quell’ ardimentonel pensiero, quella brevità felicenell espressione, tutti in sommaquei pregi pei quali Giovenale aTacito si avvicina : nè potea la suabile farsi splendida fra costumibassamente malvagi di plebe ozio-sa, di nobili scioccamente alteri,e nelle sozze miserie municipaliili quei farisei cortigiani, tantodissimili dai pallidi adulatori del-l’ultimo Flavio , quanto Firenzeda Roma. E’ pure nei vizi unagrandezza, e il popolo romano co-mandava all’ universo pur da quellango eh’ era percosso dal flagellodell’ Aquinate. Conrien quindi es-ser nato in una gran nazione , edin un’ età prodigiosamente corrot-ta, perchè la satira della pitturadei costumi acquisti dignità e for-za. Certamente non fu senza viziil secolo di Eitigi XIV, ma, sover-
chianti in pochi, erano amabili intutti, e sovente repressi dalla mae-stà della religione. Non potea de-stare nel popolo desiderii e sdegniuna libertà che mai non ebbe jquei nobili che la vendetta di Ri-chelieu cercava nei loro castelli ,s’erano fatti cortigiani in Parigi ,e a parte col monarca francese deipiaceri nella pace, dei pericoli nel-la guerra ; dalle sue potenti parolesedotti e ricompensati, credevanoin tanto splendore di gloria, incosì squisita gentilezza di costu-mi, che vi fosse una dignità nelservaggio. La fortuna di LuigiXIV avrebbe tra i Francesi con-vertito in adulatore anche un uo-mo d’indole ardente : ma tal nonera il Roileau, chè anzi egli parvoalfassoluta potenza cosi innocentesatirico, da meritare d’ esser fattoistoriografo, cioè lodatore^ Fra iguasti costumi, infamia della Fran-cia e del suo reggente, o tra i fu-rori della rivoluzione sarebbe po-tuto nascere una maniera di satirasimile a quella di Giovenale, maF antica tirannide corruppe gl’in-gegni, e la nuova licenza li pro-scrisse. Fu notato che F Italia alprincipio dello scorso secolo ebbein Settano un poeta che seppe nel-la stessa lingua dei padri della sa-tiri congiungere alla naturalezzae al brio d’ Orazio la ferocia diGiovenale. Ma le satire che tolgo-no a mordere vizi privati, non so-no d’ alcun momento pei posteri,e questi deplorano che il poetausasse del suo felice ingegno a ca-lunniare nel Gravina, adombratosotto il nome di Filodemo, il mae-stro del Metastasio, e uno dei piùnobili intelletti che onorino la fi-losofia e la giurisprudenza. In tem-pi da noi non lontani espresse neisuoi mirabili versi il Parini F a-marezza e la forza di Giovenale :ma gran parte di quelle singolariusanze , ch’egli con sì fino magi-stero dipinse, cessava fra i politici